La coda del diavolo - di Bertozzi
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 15/10/2006 alle ore 01:39:00
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Anche quella sera il bar di Antonio era completamente vuoto e silenzioso. Da più di due ore si girava i pollici e quindi, sfiancato dalla noia, si decise senza troppi indugi a chiudere e tornarsene a casa. Prese le chiavi del locale da dietro al bancone quando improvvisamente la porta del bar si aprì ed entrò un uomo che con passo molto lento si andò a sedere ad un tavolo.
Antonio lo guardò e, rimettendo via le chiavi, non riuscì a trattenere una smorfia di disappunto: il nuovo venuto infatti non dava proprio l’idea di essere un buon cliente, sembrava anzi un vecchio barbone, aveva i capelli grigi e la barba incolta e vestiva con un triste e logoro vestito marrone. Rimase in silenzio qualche minuto, aspettando che l’uomo facesse il suo ordine ma vedendo che quello non dava il minimo segno di averlo notato, Antonio si sporse dal bancone ed esordì spazientito:
‹‹ Mi scusi, è entrato per bere qualcosa per caso ? ››
L’uomo, che fino ad allora aveva tenuto lo sguardo fisso verso il basso, alzò un poco la testa e senza voltarsi in direzione del bancone rispose :
‹‹Mi scusi lei, sarei entrato per bere qualcosa, si.›› sospirò aprendo le braccia come per scusarsi ‹‹ Il fatto è che non c’è una lista in tutto il locale, mi pare, per cui...››
Antonio che, vista la scarsa affluenza dell’ultimo periodo, già da parecchi giorni si evitava lo sforzo di mettere le liste sui tavoli, estrasse con insofferenza una lista da un ripiano sotto il bancone e la portò al tavolo del vecchio.
‹‹Dunque vediamo.›› disse quello aprendo la lista sul tavolo ‹‹ Anzi no! ››- esclamò dopo qualche secondo ‹‹ Lasciamo che il caso decida per noi, che ne dice? ›› e così facendo chiuse gli occhi, fece roteare l’indice a pochi centimetri dalla lista e lo lasciò cadere casualmente su uno dei cocktails su essa riportati.
Antonio guardò il responso del caso, lesse Margarita.
‹‹ Margaridas! ›› esclamò nello stesso istante il vecchio ‹‹ Un classico no ? siamo stati fortunati. Vada per un Margarida, allora.››
Antonio, sempre più infastidito, tornò dietro al bancone e andò a prendere il libro I 100 Cocktail Mondiali che teneva in un cassetto e l’aprì a fianco del bancone. Non aveva mai fatto un Margarita, in realtà nella sua vita aveva fatto ben pochi cocktail ; i suoi pochi clienti erano soliti bere soprattutto birra o vino.
Lesse alla voce Margarita : Tre parti di tequila, una parte di triple sec, una parte di succo di lime o limone, guarnire con sale. Mise tutti gli ingredienti (sale escluso) in uno shaker pieno di ghiaccio, lo agitò un poco e poi versò il tutto in una coppetta da cocktail. Fatto.
Portò il Margarita al tavolo dell’uomo, che se ne stava ancora ad occhi bassi, sperando che lo bevesse in fretta e lo lasciasse andare a casa. Tornò dietro al bancone, mise al loro posto le bottiglie che aveva appena usato e lavò lo shaker.
Lasciò un po’ le mani a godersi il getto d’acqua calda del rubinetto e pensò che il suo lavoro era ogni giorno più noioso, inutile. Si asciugò con uno straccio e si volse a vedere a che punto era il vecchio con il Margarita.
Non aveva nemmeno toccato il cocktail ed era ancora nella medesima posizione che teneva da quando era entrato, accasciato su una sedia come un vestito dismesso, con gli occhi fissi.
Antonio gettò con rabbia lo strofinaccio per terra.
Ma chi era quell’uomo? Che voleva? Lo turbava. Perché non beveva? Era strano. Anche se era vestito poveramente non sembrava un ubriacone o un drogato. Non riusciva a sostenere uno sguardo, sempre con quella testa abbassata, eppure si accorgeva se nel locale non c’era neanche una lista. Una cosa era certa, ricco o povero che fosse, se non voleva bere poteva pure andarsene, Antonio non se la sentiva proprio, quella sera, di farsi prendere in giro.
‹‹ C’è qualche problema ? ›› Disse arrivando di fretta da lui.
‹‹ Oh, no. ›› Disse il vecchio alzando leggermente la testa ma ancora senza guardare Antonio, tenendo gli occhi fissi davanti a sé, come un cieco ‹‹ Dev’esserci stato un piccolo errore, forse lei non ha capito bene... oh no, anzi, sicuramente sono io che non mi sono spiegato bene, ho assaggiato il cocktail e insomma su, ecco... ››
‹‹ Non le piace ? ›› proruppe Antonio.
‹‹ No, non è che non mi piace, solo che è imbevibile. Questo non è un margarida. ››
Antonio montò su tutte le furie: ‹‹ Mi stia a sentire bene! Se ne può andare quando vuole capito? Non le piace ? Bene, allora fuori ! su, vada fuori così magari si trova un bar dove lo sanno fare, okay? ››
‹‹ No, non dica così.›› Disse l’uomo alzandosi leggermente sulla sedia come per abbracciare Antonio e placare la sua ira: ‹‹ Non volevo essere offensivo, la prego si calmi, non c’è bisogno, senta facciamo così, lei lo assaggi d’accordo? Può capitare di fare un errore su, magari non le è venuto particolarmente buono,non so...››
Antonio lo interruppe, afferrando con foga la copetta, e bevve. Il sapore della tequila gli bruciò il palato.
‹‹ Si può bere. ›› disse a mezza voce posando il bicchiere davanti all’uomo e cercando avidamente il suo sguardo così schivo. Antonio vide quegli occhi fino ad allora celati e si accorse che erano di un vivissimo celeste e pensò che probabilmente quell’uomo non era poi così vecchio come gli era parso appena entrato.
‹‹ Non è un margarida.›› riprese l’uomo ‹‹ E’ qualcosa che non si può definire cocktail. Mi dispiace per lei, mio caro amico. Scommetto che io lo farei meglio.››
‹‹ Ah si?, ›› Disse Antonio ancora infuriato ‹‹ davvero? E cosa vorrebbe scommettere ? Sentiamo. Il suo cocktail per caso? Non ha i soldi per pagarlo vero? Allora? lei che ci metterebbe in palio? ››
‹‹ La sua vita, amico mio. ›› Disse l’uomo con gli occhi infuocati, mostrando per la prima volta il sorriso fatto di denti bianchissimi.
Non era affatto vecchio quell’uomo.
‹‹ Prego ? ›› Disse Antonio mostrando i pugni.
‹‹ Non si agiti ›› disse l’uomo ‹‹ la cosa è semplice, in quell’accozzaglia di liquidi, che lei mi ha portato spacciandola per un cocktail, ho messo del veleno, non starò a qui a spiegarle che tipo di veleno è, la cosa non la riguarda, per ora. Sappia solo che rimarrà assolutamente cosciente e che solo il suo fisico ne risentirà, non mi piacciono le persone quando diventano violente. ››
Antonio fece per saltare addosso a quel pazzo ( si, perché ormai era chiaro che era un pazzo) e cacciarlo a suon di botte dal suo locale ma d’un tratto si sentì strano, immobile, il suo corpo non rispondeva, nemmeno i muscoli del faccia, non riusciva più nemmeno a parlare!
Si accasciò su una sedia e riuscì a biascicare : ‹‹...perch? ››
‹‹ Perché mi chiedi ?›› rispose calmissimo l’uomo seduto.‹‹ Perché? ›› Sospirò e poi disse : ‹‹ Perché tu sei diverso, tu sei speciale. Sono piombato qui senza sapere bene il perché e avevo solo voglia di parlare con qualcuno, tutto qui. Ma in questa città, in questo quartiere, in questo mondo non c’è mai nessuno che abbia voglia di ascoltarmi, di parlare con me, ma tu? ›› guardò Antonio intensamente ‹‹ Tu sei diverso e sai perché ? perché tu sei un barman, e il tuo primo dovere è saper ascoltare, amico mio, quindi mettiti comodo, e ascolta la mia storia.››
II.
L’uomo si alzò e passeggiò tranquillo per il locale, guardandosi intorno.
Antonio era terrorizzato, immobilizzato sulla sedia, con le mani saldate alle ginocchia, riusciva a muovere solo gli occhi che rimbalzavano impazziti dentro le orbite. Come aveva detto l’uomo, il veleno gli impediva solo i movimenti del corpo, la sua mente era assolutamente lucida.
Dopo qualche attimo, riuscì a calmare il folle moto dei suoi occhi e li posò sull’uomo che nel frattempo era arrivato dietro al bancone.
Le parti si erano invertite.
L’uomo si piazzò esattamente al centro del bancone, guardò Antonio e gli disse:
‹‹ La musica. Prima di tutto manca la musica, non si può avere un bar senza sottofondo musicale. ››
Tacque un momento e poi continuò : ‹‹ Avevo un amico che fece della musica la sua vita, sai? Il mio unico vero amico.›› sospirò ‹‹ Si chiamava Danilo ed era pieno di sogni. A quel tempo, circa vent’anni fa, io lavoravo in un minuscolo bar di un paesino del nord, nella zona delle grandi montagne. I miei genitori erano persone povere per cui io dovevo lavorare come barista per mantenermi l’università e gli studi letterari che avevo intrapreso. Avevo vent’anni e volevo diventare un professore di letteratura.››
Antonio pensò che se quell’uomo non mentiva, doveva avere all’incirca quarant’anni. Lo guardò e capì che, a renderlo così vecchio alla vista, erano soprattutto i capelli bianchi, la barba, e le profonde rughe che gli solcavano il volto.
‹‹ Conobbi Danilo al bar, un pomeriggio.›› proseguì l’uomo ‹‹ Ci intendemmo subito. Danilo era l’unico giovane del paese che, come me, non contemplava fra i suoi principali interessi la caccia, la pesca, i motori, il vino e tutte le passioni e le tradizioni tipiche delle persone di montagna, insomma. I suoi genitori erano ricchi industriali e già programmavano per lui un brillante futuro in una delle aziende di famiglia. Ma a lui interessava solo la musica. Quando non suonava la sua chitarra passava il tempo al bar, con me. Io spesso gli offrivo da bere perché i suoi genitori non gli davano soldi.››
Fece una pausa e sorrise: ‹‹ Ci divertivamo a sperimentare i cocktails,a miscelare i diversi alcolici tra loro, con i succhi e le bibite, in tutte le varianti possibili. Non c’è bisogno che ti dica che i risultati erano pessimi, amico mio, a quel tempo ero un barista del tuo livello, non sapevo nulla dei cocktail. Però... quante risate ci facevamo!›› e rise di gusto.
Antonio, privato della parola, guardava l’uomo con cattiveria e dalla sua anima, più che dal suo corpo, sgorgarono forti rantoli di rabbia e orrore.
‹‹ Calmati, calmati amico mio.›› disse l’uomo cominciando a spostare le bottiglie e ad armeggiare con i bicchieri e le attrezzature del bar. ‹‹ Intanto, mi adopererò nella preparazione di un buon Margarida, ricordi la scommessa? poi te lo farò assaggiare, così che tu capisca che gusto ha, immagino che tu non l’abbia mai bevuto in vita tua.››
Antonio si chiese quale sfortunata maledizione gli fosse caduta addosso quella sera. Provò a urlare ma non ci riuscì. Ancora uscirono dal suo corpo solo rabbiose note soffocate.
‹‹ Ti ho detto di calmarti,›› disse l’uomo con fermezza, mentre continuava ad darsi da fare con le bottiglie ‹‹ frena la tua collera , continui a non ascoltare, non impari proprio nulla, mi pare. ›› e proseguì sempre più irritato ‹‹ Se mi avessi ascoltato avresti capito che, per quanto la tua situazione sia poco invidiabile, vivrai abbastanza tempo per bere un altro cocktail, e questo è un bene no? Ma tu non ascolti. Non mi hai ascoltato quando sei venuto a prendere l’ordine: ho definito il Margarida un classico, se ricordi, questo avrebbe dovuto farti pensare che forse l’ho già bevuto in passato o che quantomeno lo conosco. Invece tu non hai prestato attenzione, mi hai sottovalutato, mi hai portato quel pessimo cocktail e ora sei in questa situazione. Capisci? Ho capito che era disgustoso ancora prima di berlo, solo guardando la coppetta in cui lo hai servito, ›› si volse e prese un bicchiere con la coppa molto ampia e sottile e lo posò sul bancone ‹‹ questa è una coppetta-margaridas ›› disse indicando il bicchiere ‹‹ vedi? Ha la forma di un sombrero rovesciato, è praticamente inconfondibile, non si possono fare questi errori. Quella che mi hai portato tu era una coppetta da cocktail più adatta ad un White lady, un Manhattan o un Martini. E’ meglio che presti attenzione d’ora in poi, amico mio. Potrebbe servirti, fidati.››
Prese due verdi lime, cominciò a spremerli dentro a un bicchiere e proseguì : ‹‹ Una sera Danilo, armato di zaino, piombò al bar :’me ne vado!’ mi disse, ’in questo paesino io mi sento soffocare e me ne devo andare.’. ’Ma dove ?’ chiesi io, ’ non so, mi rispose, ma me ne devo andare. Tu Massimo,’ mi disse commosso ’sei l’unica persona che per me valga qualcosa qui, non ti dimenticherò, amico mio, e se mai un giorno diventerò qualcuno, stai pur certo che io mi ricorderò di te.’ Io non seppi che dire, vedendolo così deciso, solo gli offrii l’ultimo drink prima di lasciarlo al suo destino. Lui insistette per pagarlo ma io gli dissi di tenersi i soldi che sicuramente gli sarebbero serviti per il suo viaggio senza meta, ma...›› l’uomo interruppe il racconto vedendo uno strano e intenso sguardo sulla faccia di Antonio e gli chiese ‹‹ Mi stai ascoltando? ››
’Massimo ’ pensava intanto Antonio ’ dunque è questo il tuo nome maledetto.’
‹‹ Forse cominci ad ascoltare. ›› riprese l’uomo ‹‹ Bene, continua a guardarmi, bravo, lo sai cosa sto facendo ? il succo di lime. E’ indispensabile per un buon Margarida, nella squallida guida che tieni qui sotto e che prima hai consultato, tra gli ingredienti tu hai sicuramente letto succo di lime o limone, e allora hai usato un grossolano succo di limone preconfezionato, più utile ad insaporire una piatto di carni, ti ho guardato sai? I succhi sono la base di molti cocktails, sono fondamentali, è indispensabile che siano fatti con frutta fresca e non con squallidi surrogati, non si può usare la superficialità che usi tu.-
Quindi l’aveva seguito passo passo mentre preparava il cocktail e aveva registrato attentamente ogni sua mossa, pensò Antonio. Perché insisteva tanto sui suoi errori? Ma che voleva quell’uomo? Solo divertirsi un po’ prima di ucciderlo? Antonio non sapeva più cosa pensare. Diceva di chiamarsi Massimo. Ma perché ci teneva così tanto che qualcuno lo ascoltasse?
‹‹ Passarono tre lunghi anni passati tra i libri dell’università e il bancone del bar, senza che nulla nella mia vita cambiasse, ›› disse l’uomo allungando nel frattempo la spremuta di lime con acqua e zucchero liquido ‹‹ finchè un giorno mi arrivò una lettera di Danilo. Durante quei tre anni non avevo più avuto notizie di lui e in certi momenti avevo persino temuto il peggio. ››
Versò la spremuta dentro uno shaker, cominciò ad agitarlo e continuò: ‹‹ La lettera diceva: ’Caro Massimo, come promesso, non dimentico, raggiungimi non appena puoi, nelle abusta troverai un biglietto e un assegno. Ti aspetto, il tuo Danilo.’ Le uniche cose che capiì del biglietto (visto che era scritto in inglese ) erano New York, America. Fui indeciso per parecchi giorni, non sapevo che cosa mi avrebbe aspettato oltre all’oceano, non avevo mai pensato di andarmene. Pensa, amico mio, che non avevo neppure mai preso un aereo né varcato le soglie nazionali. Così decisi di andare da Danilo, ma solo per vedere come se la passava, sarebbe stata solo una breve vacanza, insomma. Contavo di ritornare al paese dopo qualche settimana al massimo, e proseguire gli studi.-
Rivolto ad Antonio, accennò allo shaker che continuava ad agitare dolcemente:
‹‹ Lo vedi questo? ›› disse ‹‹ Tu l’hai usato per fare il cocktail, ma questo è un tipo di shaker che non si usa più, tutto di metallo con il filtro incima e il tappo. E’ vetusto, amico mio, un barman dev’essere veloce, non può permettersi, ogni volta che fa un cocktail, di perdere tempo aprendo, incastrando, svitando, filtrando. Io lo userò solo come recipiente per contenere il succo di lime, per fare il margarida invece userò un Boston-shaker, che non è esattamente la stessa cosa. Questo è un boston vedi? ›› e gli mostrò uno shaker un po’ più grande, senza la parte superiore ad incastro, un attrezzo che Antonio non aveva mai usato se non come contenitore di cannucce ‹‹ è come un grande bicchiere di acciaio, molto leggero, noi professionisti usiamo questo, d’ora in poi lo chiamerò sempre Boston, non te lo dimenticare.››
Antonio ascoltava ora, non aveva scelta, anche se la paura non cessava, quell’uomo misterioso lo incuriosiva sempre di più.
‹‹ Vedo che mi segui ›› disse Massimo ‹‹ Era ora.››
III
‹‹ Quando arrivai a New York mi venne a prendere Danilo, più raggiante e affettuoso che mai. Stentai a riconoscerlo visto quanto si era lasciato crescere i capelli, ben oltre le spalle - chissà che avrebbero detto quelli del paesello se l’avessero visto!-. Mi raccontò che aveva passato quei tre anni cercando di fare carriera nel mondo della musica e che dopo molte difficoltà, finalmente era riuscito a sfondare. Aveva creato una band e con essa aveva ottenuto un contratto miliardario con un importante casa discografica. Suonavano Heavy metal, mi disse. -
’Di che cosa blaterava?’ Pensò Antonio che lentamente si stava calmando. Intrappolato dentro una statua si aggrappava ora alla piccola speranza che qualcuno entrasse nel bar e gli andasse in aiuto. ’Ma si, perché no? ’Non ci aveva ancora pensato, ’però... come poi?’ Non riusciva a parlare, come avrebbe fatto a spiegarsi? E poi sicuramente non sarebbe entrato nessuno, si disse, era già da una settimana che apriva e chiudeva senza vedere anima viva.
‹‹ Un tempo, ›› proseguì Massimo mentre apriva uno dopo l’altro tutti i cassetti nel retro-bar come cercando qualcosa ‹‹ nei piccoli paesi di montagna, le innovazioni e le nuove mode arrivavano sempre con un po’ di ritardo. Mi capisci quindi, amico mio, se ti dico che non avevo la minima idea di che cosa fosse la musica Heavy Metal. In verità, faticai ad apprezzarla anche quando la conobbi meglio, ma questo non importa. Danilo mi portò nella sua casa, nel suo mondo, fra i suoi amici. Era felicissimo. Finalmente viveva facendo la cosa che più lo divertiva, suonare. ››
Dopo tutti i cassetti l’uomo analizzò tutti i ripiani e le mensole del bar, andando avanti e indietro lungo il bancone. ‹‹ Ma non hai dei Metal pour? ›› Chiese improvvisamente.
Antonio, muto, sghignazzò amaramente dentro di sé, figuriamoci se sapeva che cos’erano i Metal pour.
‹‹ Comunque, ›› disse Massimo continuando a ispezionare ogni angolo del bar ‹‹ capii la felicità di Danilo solo quando, una sere di quelle, mi portò ad un suo concerto in un immenso stadio: vidi trentamila persone cantare con un’unica voce le sue canzoni, e lui piangere silenzioso sul palco; veramente poetico, lui che non riusciva a cantare commosso da tanta condivisione. ’Lo sai cosa vuol dire ?’ Mi disse appena sceso dal palco. ’Ne hai una minima idea? ’››
L’uomo smise di cercare e si appoggiò con entrambe le braccia al bancone, pareva stanco.
‹‹ Sai che c’è, amico mio? ›› disse calmo ‹‹ C’è che esistono persone che hanno ben chiaro e definito il loro scopo e vanno via decisi verso quello. E tu? ›› fece una pausa ‹‹ Danilo era così, ha creduto nei suoi sogni e li ha realizzati, senza mollare mai. Io ero diverso, in ballo fra un lavoro che consideravo un ripiego e un percorso di studi che non riuscivo a terminare. Talvolta capita che ci siano persone che ci illuminano delle vie che noi, da soli, non avremmo mai considerato, che ci aiutano a capire quello che vogliamo veramente, che ci aiutano a crearci dei ›› e qui scandì le sillabe ‹‹ de-si-de-ri, capisci amico mio? Che ci aiutano a sognare, a cogliere le occasioni, a crescere ed essere felici. ››
Massimo taque come ripensando ai tempi andati e Antonio, coinvolto suo malgrado dalle parole di quello, pensò che anche lui non aveva mai avuto uno scopo definito in vita sua, aveva quel bar, si, ma non lo rendeva affatto felice, poi ultimamente era sempre deserto e se fosse andato avanti così avrebbe dovuto chiuderlo definitivamente e dichiarare fallimento.
‹‹ Ah, eccoli ›› esclamò soddisfatto Massimo, ridestatosi dai suoi ricordi. Infilò un braccio tra due grossi contenitori da ghiaccio ed estrasse tre dosatori di metallo. ‹‹ I metal-pour, trovati. Questi sono essenziali per il buon lavoro di un barman, dovrebbero essere su ogni bottiglia. Pare che tu ne abbia solo tre, comunque a me ne serviranno solo due, li metterò ovviamente su Tequila e Triple-sec.››
Tagliò uno spicchio di un lime e con esso inumidì il bordo della coppetta margarita. Prese il sale da un cassetto, lo versò ampiamente su piattino e ci appoggiò sopra la coppetta.
Il sale rimase attaccato al bordo come una corona.
‹‹ Nella tua guida ci sarà stato scritto di guarnire col sale, no?›› disse Massimo ‹‹ Guarda, ora infiliamo sul bordo una fettina di lime ed ecco fatta la guarnizione del nostro cocktail. A proposito, guarnizione? sai che significa? Immagino di no, e cocktail? Almeno sai che cosa significa la parola cocktail?›› guardò Antonio ed esitò aspettando una risposta che non poteva arrivare.
‹‹ Bene,›› riprese Massimo ‹‹ Cocktail è l’unione di due parole, cock sta per gallo e tail sta per coda, letteralmente coda di gallo. Il perché di quest’associazione ›› continuò con tono didascalico‹‹ si perde nella notte dei tempi, una storia ufficiale condivisa da tutti non esiste, ci sono molte leggende e teorie in merito, ma la più accreditata è quella secondo la quale i colori vivaci e le allegre e multiformi guarnizioni dei cocktails, ricordino in un certo qual senso la coda del pennuto animale. ››
Infilò i metal pour dentro le bottiglie e riprese :‹‹ Una sera Danilo venne da me e mi disse : ’Ti ricordi quanto ci divertivamo a provare i cocktails nel bar al paesello ? stasera ti porto in un locale che ti piacerà sicuramente vedrai !Ci lavora un mio amico!’ Si chiamava La tana del Diavolo. Mentre lo raggiungevamo in macchina mi disse che, oltre all’heavy metal, in quegli anni in America erano nati molti altri movimenti, arti, tendenze, perfino modi di intedere e di vivere il mondo del bar. Vedrai, mi disse, stasera rimarrai a bocca aperta dinnanzi ai Diavoli del Flair. Quel giorno, vent’anni fa, la mia vita cambiò, amico mio, dentro a quel bar, scopriì un mondo che non conoscevo e che mi rapì completamente. Tutto avvenne per caso,›› sospirò ‹‹ ma dopo quella sera per me nulla fu più lo stesso. ››
IV
Antonio, nonostante fosse completamente privo di sensibilità, si sentiva stanco: era appesantito dai pensieri, snervato dalla tensione. C’erano attimi in cui anche la sua vista si annebbiava.
Gli parve di vedere delle ombre muoversi fuori dal suo locale, ma non ne fu sicuro; forse c’era qualcuno in giro, forse sarebbe entrato qualcuno ad aiutarlo.
Intanto l’uomo dietro al bancone continuava a parlare ‹‹ Già da subito capìì che ero entrato in un locale diverso. La Tana del Diavolo.›› disse con gli occhi luccicanti ‹‹ Su enormi vassoi, camerieri velocissimi portavano splendidi cocktails multicolori a una folla indefinita di gente festante, assiepata in ogni angolo del locale. Bicchieri di ogni forma, bellissime e fantasiose guarnizioni. Io rimasi subito colpito. Danilo mi presentò il capo, Alex, un tipo molto alto con i capelli biondi tagliati corti. A un certo punto della serata tutti i barmen, che lavoravano dietro a un enorme bancone rotondo posto al centro della sala, presero un fischietto in bocca e cominciarono a fischiare. Era il segnale che lo spettacolo stava per cominciare. Vidi tutta la gente correre vicino al bancone e guardare di là da quello. A un tratto si spensero le luci e poi partì una musica molto ritmata, le luci si riaccesero e apparvero loro, i Diavoli del Flair. Era uno spettacolo: vidi barmen lanciare e riprendere, col sorriso sulle labbra, tre, quattro bottiglie, senza mai farle cadere, senza mai farle schizzare, tutto a tempo di musica, ti rendi conto! Vidi barmen sputare fuoco e barmen versare contemporaneamente venti coktails in venti bicchieri con venti boston infilati uno dentro l’altro. E poi bottiglie volanti dietro la schiena, sopra la testa, sotto le gambe. Artisti funanboli.. Alcuni se le lanciavano dietro la schiena, le facevano rimbalzare sui gomiti o sulle ginocchia e le facevano ricadere incastrandole perfettamente dentro ai boston. Non avevo mai visto cose del genere, la folla era in delirio. Movimenti di una grazia infinita. ’Te l’avevo detto no?’mi disse Danilo vedendo il mio stupore, ’Sapevo che ti sarebbero piaciuti. Questo è il Flair.’-
’Basta!’, pensava Antonio, ’basta, non ne posso più. Se mai uscirò vivo di qui,’ pensò ’ la prima cosa che farò, sarà vendere questo stramaledetto bar.’
Ancora gli sembrò di vedere un ombra fuori dal suo locale. Abbassò lo sguardo ma subito fu ripreso dalla voce dell’uomo : ‹‹ Non ti distrarre! Ascoltami! ››
Proprio in quell’attimo la porta si aprì.
La seconda volta, quella sera.
Antonio ebbe un sussulto di gioia dentro di sé, finalmente qualcuno era entrato! forse l’avrebbero aiutato, qualcosa sarebbe successo insomma, sgranò gli occhi per cercare di distinguere la figura che avanzava lentamente verso di loro.
Massimo rimase dietro al bancone, per nulla turbato, in silenzio.
Il nuovo entrato era un ometto magro, striminzito, contorto come una vite. La faccia rossa, gli occhi scuri. Antonio nel vederlo cadde nel più profondo sconforto e lasciò cadere le palpebre sugli occhi stanchi : era Mauro.
’ Ma no, ma no, Mauretto no! ’
Fra tutte le persone del mondo era entrata l’unica che anche volendo non avrebbe potuto aiutarlo: Mauro aveva seri problemi psichici, entrava e usciva continuamente da case di cura; erano un po’ di mesi che non si faceva vedere, e le ultime volte che era entrato Antonio lo aveva sempre cacciato fuori in malo modo.
’Questa è la mia punizione.’ pensò Antonio.
‹‹ Sigaretta, sigaretta, ntò, antò, e dai, e dai, ›› disse malamente Mauro arrivato a metà strada fra Antonio e Massimo. ‹‹ Dammeina sigaretta, dai,dai, ntonio, te ma dè, damela, damela.››
Era il suo ritornello. Più che parole era un mormorio continuo, difficile da capire.
‹‹ Ecco un nuovo cliente. ›› disse sorridente Massimo rivolto ad Antonio.
Sentendo le sue parole Mauro si girò verso il bancone e rivolse a Massimo il suo rumorio : ‹‹ Te, te, ina sigaretta,sigar...››
‹‹ Vuoi una sigaretta?›› disse Massimo come parlando a un bambino ‹‹Vuoi una sigaretta?, tieni caro, okay, è tutto a posto, tieni.›› Ed estrasse un pacchetto di sigarette dalla giacca porgendogliene una da dietro il bancone.
‹‹Grascie rascie,, bon, bona, ›› bofonchiò Mauro prendendo la sigaretta con due mani, prestando la massima attenzione.
‹‹ Bravo›› Disse Massimo ‹‹ Ora siediti lì che ti porto qualcosa da bere.››
Antonio provò un brivido di terrore,’sei entrato in una serata sfortunata,’ pensò ’povero Mauro.’ Lo guardò mentre si sedeva al suo stesso tavolo, accanto a lui, temendo anche per la sua vita.
Mauretto si accese la sigaretta mentre Massimo riprese :‹‹ Ora,amico mio, ›› disse rivolto ad Antonio ‹‹ visto che abbiamo un altro cliente avremo bisogno di un altro cocktail no? Che cosa gli possiamo offrire ? io direi un bel Blu Margarida. Si, il blu Margarida è solo una variante del Margarida, è fondamentalmente uguale, la differenza sta nel fatto che in quello blu bisogna aggiungere un quarto d’oncia di Blu Curaçao. Ce l’hai? Ah si eccolo qui. ›› e andò a prenderlo su una delle mensole dove erano posate le bottiglie.
‹‹ Fortunatamente c’è rimasto un metal pour,›› prese il dosatore e lo infilò nella bottiglia del blu curaçao. Prese un altro boston, lo appoggiò accanto al primo, preparò un’altra coppetta-margarita con il sale e la guarnizione e disse ‹‹ I Barman come i Diavoli del Flair sono estremamente diversi da quelli come te, perchè hanno una passione che tu non avrai mai. E una professionalità che tu non avrai mai,, fanno un cocktail ogni 6-7 secondi ed sono precisi al decimo di oncia, come degli orafi. Ed sono perfetti in tutto guarnizioni, merceologia, meccaniche di costruzione cocktails, versaggio, interazione col cliente.››
Guardò per un attimo le bottiglie, trasse un profondo respiro e disse ‹‹ Ora avrai un esempio di quel che vuol dire.››
Prese il ghiaccio con la paletta, lo lanciò in aria e decine di cubetti come per magia andarono a cadere esattamente nei due boston, poi agguantò le bottiglie e le elevò a perpendicolo sopra i due contenitori, alternò vari versaggi spettacolari, prima su uno, poi sull’altro, velocissimo, infine versò il succo di lime. Incastrò due grossi bicchieri nei boston e shakerò con due mani. Velocissimo versò i due cocktail nelle coppette margarida e filtrò il ghiaccio infilando i due boston uno dentro l’altro: dal primo uscì un liquido chiaro giallo-verde, dal secondo uno blu.
Entrambi schiumosi, i cocktails erano bellissimi a vedersi.
‹‹ Ecco fatto, ›› disse ‹‹ questi sono due Margaridas, amico mio.››
Prese i due Cocktail e con la massima cura li portò al tavolo di Antonio e Mauro.
‹‹Ora, ›› disse con voce ferma ad Antonio ‹‹ devi scegliere: in uno di questi due c’è un mortale veleno, l’altro invece contiene l’antidoto alla paralisi che ti ha colpito e che fra breve ti porterà alla morte. Quale vuoi, amico mio? ››
V
Antonio provò un brivido di terrore. Sconvolto da quella domanda, chiuse gli occhi cercando di far capire a quell’uomo che non voleva, che non avrebbe scelto, che non poteva rispondere.
‹‹ Senti, amico mio. ›› disse l’uomo con decisione ‹‹ Scegli, ti conviene, indicami con lo sguardo quale vuoi bere. Se non lo farai, fra poco le tue funzioni vitali si arresteranno del tutto e anche la tua vita cerebrale scomparirà, ti fermerai completamente. Fidati. ››
Antonio, aprì gli occhi e li posò sul margarita chiaro.
‹‹ Bene ›› disse l’uomo ‹‹ Okay, hai scelto.›› e poi rivolto a Mauro ‹‹ Allora quello blu lo berrà il nostro amico qui, che ne dici eh?››
Prese il cocktail blu e lo avvicinò a Mauro:‹‹ Bevi su,›› gli disse ‹‹ guarda che bello che è! Tutto blu, assaggialo dai, è buono. Prova.›› e lo accarezzò sulla testa.
Antonio guardò con occhi terrorizzati Mauro, cercando in qualche modo di convincerlo a non bere, ’non bere Mauretto! no, stai attento!’
Mauro prese con molta cura il bicchiere, appoggiò lentamente le labbra sul bordo guarnito di sale, e tenendo gli occhi fissi su Massimo, bevve.
‹‹Bono, Blu ! bono, bono, bono.›› disse poi, sorridendo ‹‹ ’mbluono.››
‹‹Bravissimo! ›› gli disse Massimo che poi si alzò e andò fino alla porta del bar, prese il cartello su cui era scritto ’BAR APERTO’ e lo capovolse dicendo: ‹‹Così nessuno ci disturberà più, amico mio. Il bar ora è chiuso.››
Tornò a sedersi al tavolo coi due :‹‹ Quella sera, ››disse velocemente ‹‹ dopo aver visto quei fenomeni io decisi senza battere ciglio: Volevo essere un Diavolo del Flair. Non tornai più a casa, rimasi ospite di Danilo che poi mi presentò ad Alex e lo fece partecipe del mio desiderio di diventare un barman come loro. Alex mi prese con sé, mi insegnò tutto quello che sapeva, per un anno lavorai alla Tana del Diavolo solo come addetto alle lavastoviglie. Dovetti fare molta gavetta e ovviamente ebbi bisogno di parecchio tempo per imparare il mestiere ma mi impegnai a fondo e alla fine diventai uno di loro e cominciai a lavorare come barman professionista : dopo poco tempo divveni un Diavolo anch’io. -
Mauro intervallava il suo indistinto mormorio bevendo il Blu Margarita e sorridendo, ogni tanto dava qualche tiro alla sigaretta mentre Antonio, sempre più terrorizzato, lo guardava cercando di intuire quale effetto avesse avuto il cocktail su di lui.
’ Uno dei due morirà.’ si disse.
‹‹Al paesello non tornai più,›› continuava intanto l’uomo ‹‹ dei miei genitori non volli più sapere niente. Lavorai alla Tana del Diavolo per un paio d’anni ed ebbi modo di imparare tutti i segreti del mestiere. Alex mi propose allora di dargli una mano nelle lezioni che dava ai giovani barmen. ››
Si fermò, respirò profondamente, chiuse gli occhi:
‹‹ Quello fu il periodo più bello.›› disse ‹‹Avevo sempre sognato di insegnare, fu veramente bellissimo. Come una luce. Trovai la mia via proprio in quel momento, frutto di tante infinite casualità. ››
Antonio era esausto. Non ne poteva più, che l’avesse pure ucciso se doveva farlo, solo sperava che finisse presto lo strazio di quell’uomo patetico che teneva in pugno la sua vita e di cui non riusciva più a seguire le parole.
L’uomo dai capelli grigi aprì gli occhi :
‹‹ Bene, ›› disse ‹‹ ora devi bere tu. C’è una scommessa in ballo, ricordi? Bevi, assapora il vero gusto del Margarida.››
Il bicchiere era ancora intatto davanti ad Antonio, immobile. L’uomo si alzò, si avvicinò ad Antonio, prese il bicchiere e lasciò scivolare il liquido chiaro sulle sue labbra, dentro la sua bocca, nel suo corpo. Antonio chiuse gli occhi e pensò che era finita, che tutto finiva lì, senza nessuna parola, dentro al cocktail di un vecchio, in un’inutile serata.
Finito di versare che ebbe, l’uomo stancamente si sedette e appoggiò la fronte sul tavolino.
Ci fu il silenzio per un attimo.
Totale silenzio.
Non si sentiva più nemmeno più il mormorio di Mauretto.
’Mauro?’
‹‹ MAURO!›› esclamò Antonio aprendo gli occhi.
Mauro aveva gli occhi chiusi, era come un blocco di marmo, fermo nella posizione che aveva mentre fumava, con la sigaretta ancora accesa caduta ai suoi piedi. Davanti a lui, sul tavolino, il cocktail blu, lasciato a metà.
‹‹ Mauro! ma come...›› disse di nuovo Antonio.
‹‹ Si,si, non ti agitare, ›› disse l’uomo alzando la testa dal tavolino ‹‹ va tutto bene,va tutto bene.››
‹‹ Ma mi muovo, no! Non mi muovo...›› Antonio, sorpreso dalle sue stesse parole, provò disperatamente ad alzarsi, a muovere le braccia ma tutto gli era impedito come se avesse avuto una rete invisibile che gli avvolgeva il corpo.
‹‹ Puoi parlare ›› Disse l’uomo ‹‹ e muovere la testa, ti si è liberata la parte superiore. Fra poco vedrai che potrai muovere anche le braccia. Per farti alzare ci vorrà un po’ di più, comunque...››
‹‹ Ma Mauro! l’hai ucciso!›› lo interruppe Antonio, ancora con la bocca semi-addormentata.
‹‹ Si, mi spiace, ha scelto la serata sbagliata per entrare qui dentro ›› disse l’uomo. ‹‹Dovresti essere contento, no? Significa che hai scelto il cocktail giusto, quello con l’antidoto.-
Antonio ora poteva parlare ma non ci riuscì, solo cominciò a piangere nel vedere che l’uomo si alzava, prendeva il corpo di Mauro e trascinandolo lo andava a nascondere dietro al bancone.
VI
Quandò torno al tavolo di Antonio, l’uomo aveva con sé un vassoio su cui erano posate delle bottiglie e delle attrezzature. Lo appoggiò sul tavolino e disse, sedendosi : ‹‹ Queste, forse, ci serviranno dopo. ››
Antonio aveva smesso di piangere ma continuava il suo silenzio.
‹‹Un giorno ›› riprese l’uomo ‹‹ Alex venne da me e mi propose di partecipare alla Flair-Bartendig Competition che, come ogni anno si teneva a Las Vegas; era la gara riservata ai migliori barmen del mondo. Anche quell’ anno Alex sceglieva due, fra i diavoli migliori, e li portava alla gara come rappresentanti ufficiali della Tana della Diavolo. Oltre a me scelse Oscar, un bravissimo barman americano di pochi anni più giovane di me. Ci preparammo duramente per sei mesi prima di quella gara, allenamenti quotidiani che duravano ore e ore; ognuno si allenava da solo, a modo suo. Oscar era uno che puntava molto sul fisico, sul lato atletico del Flair, lui usava sempre come minimo tre bottiglie e poi andava aumentando arrivando a quattro, cinque, perfino sei. Era molto bravo. Io, dal canto mio, invece puntavo su quella che in america si chiama smooth-ness, scioltezza, eleganza, io usavo solo un boston e una bottiglia o due, non di più, e puntavo sulla grazia, sulla finezza dei movimenti. Oscar ci teneva molto a quella gara, era giovane ma molto deciso, voleva diventare il migliore barman del mondo ( e aveva tutti i numeri e le capacità per diventarlo). Io invece ero più tranquillo, il mio obiettivo l’avevo già raggiunto lavorando come barman professionista e poi come istruttore. Comunque mi allenavo, ci tenevo anch’io a fare una bella figura a Las Vegas, e onorare il nome della Tana del Diavolo.-
Antonio si guardò le mani. Sentì una strana sensazione, fece uno sforzo e stringendo i denti riuscì a muovere le dita. Lentamente, cominciava a riacquisire sensibilità. ’Bene.’ pensò.
‹‹Quando arrivò il giorno della gara sia io che Oscar ci qualificammo agevolmente per le finali.›› proseguì l’uomo ‹‹ Lui era molto teso però, voleva a tutti costi vincere il primo premio. Il regolamento imponeva di costruire quattro cocktail in quattro minuti usando varie tecniche di flair e working flair. Quando toccò a me io feci il mio esercizio senza fare errori, fui elegante e preciso, e conclusi senza strafare. Poi toccò a Oscar che a metà dell’esercizio fece un errore che purtroppo compromise la sua prestazione. Gli cadde una bottiglia e la penalità gli costò la gara. Era troppo agitato. Alla fine vinsi io e Oscar ci rimase malissimo. ››
Poi guardò Antonio e gli disse :‹‹ Allora, come ti senti? Ormai potrai muoverti no?››
Antonio muoveva le dita ma i palmi delle sue mani erano ancora paralizzati sulle ginocchia.
‹‹ Ma soprattutto, ›› disse Massimo ‹‹ ora puoi parlare no?››
Antonio lo fissava con odio e, anche se ora poteva farlo, non parlava, continuava a muovere le dita sperando di riacquisire in fretta l’uso delle mani e delle braccia.
‹‹ Allora, amico mio? Raccontami qualcosa di te, su! Guarda che un buon barman...››
‹‹ La smetta! ›› urlò Antonio interrompendolo ‹‹ Non le dirò nulla! Lei è un assassino! E io non sono un amico suo, si ricordi. Da me non avrà nulla, nemmeno una parola.››
L’uomo esitò un istante come colpito dalla furia di Antonio.
‹‹ Capisco. ›› disse poi ‹‹ Non dovresti avercela con me. Ma se non hai voglia di parlare fai come vuoi. Vorrà dire che parlerò io per te. ››
Lo squadrò dall’alto verso il basso, lo guardò con curiosità per la prima volta, quella sera. Vide un ragazzo terrorizzato, con gli occhi grandi e marroni e i capelli corti. Aveva una maglietta nera, un paio di jeans e delle scarpe da ginnastica.
‹‹ Sei uno come tanti.›› gli disse con supponenza ‹‹ Fai una vita che non ti appartiene e che non ti rende felice. Non c’è passione in quello che fai. Ma tu non ci vuoi pensare, ti difendi dietro a qualche frase consolatoria e vai avanti, ma stai bruciando i giorni, amico mio, stai conducendo una vita inutile.››
Antonio continuava con il suo silenzio volontario, aveva ancora le braccia bloccate ma ora riusciva a muovere bene sia le mani che le dita.
‹‹ E tu ora penserai: ’Ma questo che vuole ?’›› proseguì l’uomo ‹‹ ’che crede di sapere ? non sa nulla di me, ma come si permette!’. Vedi mico mio, io lo so. L’ho capito non appena sono entrato. Io ero una seccatura per te, non eri felice di avere un nuovo cliente, a te davo fastidio. Quindi una cosa è certa: Tu non sei fatto per questo mestiere. Quindi sei infelice,è inevitabile.-
Rosso in volto, Antonio si sforzava disperatamente di muovere anche gli avambracci che sentiva ancora intorpiditi e sbavava per la fatica e la tensione.
‹‹ Calmati, amico mio. ›› gli disse l’uomo ‹‹ Siamo quasi alla fine, tu rilassati però, vedrai che fra poco ti potrai muovere molto meglio, ma non ti agitare, o peggiorerai il processo di riabilitazione.››
Debolissimo, Antonio si fermò, e respirò come alla fine di una corsa.
‹‹ Bravo, ›› disse l’uomo ‹‹ abbiamo quasi finito. Una sera, Alex si sentì male, stavamo lavorando insieme quando crollò dietro al bancone del locale. Lo portai all’ospedale e scopriì che era gravemente malato, e che ne era al corrente da tempo ma che non ne aveva fatto parola con nessuno. I medici mi dissero che non avrebbe vissuto più di qualche ora. Io ci rimasi di sasso. Lui era stato il mio maestro, mi aveva insegnato tutto quello che sapevo ed era per merito suo se ero arrivato a vincere la Flair Bartending Competition. Stava per morire. Era ancora cosciente così entrai nella sua stanza d’ospedale. Non mi dette tempo di sedermi e mi disse ’ presto Massimo! Ti devo dire una cosa, è importante! Presto!’ riusciva a parlare a malapena e comunque si sforzava di dire tutto in fretta. ’Vieni, ’mi disse ’devi sapere una cosa molto importante, presto. Siediti.’ Io rimasi interdetto e mi sedetti sperando di farlo stare meglio. -
Antonio non lo ascoltava, si era accorto che l’intorbidimento delle braccia stava lentamente passando e sperò che l’antidoto arrivasse in fretta a liberare anche il resto del suo corpo. Pensò che, una volta riacquisite le forze, avrebbe fatto finta di essere ancora paralizzato così da cogliere l’uomo impreparato e magari scagliargli contro una bottiglia o colpirlo con un fendente, se gli fosse venuto abbastanza vicino.
Intanto quello continuava a raccontare senza stare troppo a guardarlo:‹‹ Alex mi disse che, visto che lui stava per morire ed io mi ero dimostrato il migliore vincendo la Competition, mi avrebbe raccontato la vera storia dei diavoli e del cocktail, la storia che nessuno conosceva e che da quel momento in poi, io avrei dovuto custodire e tramandare. Io pensai che stesse delirando ma il suo tono grave mi imponeva di ascoltarlo attentamente.’Non a caso ci chiamiamo Diavoli,’ mi disse’ noi siamo i custodi, fin dai tempi più antichi, dell’unica vera ricetta del cocktail. A noi si devono tutte le infinite storie che sono nate sull’origine della parola cocktail. Abbiamo favorito il proliferare di tutte quelle leggende e storielle sulla parola solo per nascondere la sua vera storia, quella che noi soli conosciamo.’ Mi disse che il gallo anticamente era un animale sacro, che per gli egizi era il simbolo del male, del demonio, mi disse che gli antichi si servivano delle sue viscere per emettere malefici contro i nemici ; inoltre mi disse che il diavolo aveva dato la sua voce proprio al gallo per punire Pietro del suo tradimento a Cristo: mi raccontò decine di anneddoti per arrivare ad un unico assunto: Cock, gallo, è solo una parola, un simbolo dietro cui si nasconde lo spirito di Satana. Il cocktail è nato, in realtà, come bevanda del diavolo. Il vero e unico cocktail, mi raccontò poi, infatti non era altro che un diabolico veleno, una straordinaria bevanda capace di uccidere o rendere inerme chiunque l’avesse bevuto. La coda del diavolo. Tramandato nella storia solo dai barman della Tana del Diavolo e da antichi mescitori di bevande che spesso, nella storia, venivano tacciati di stregoneria o alchimia. ’Solo noi,’mi disse mentre la paura si stava lentamente inpadronendo di me, ’possiamo costruire il vero e unico cocktail, perché siamo precisi al decimo d’oncia. E’ un cocktail che permette di fermare e riavviare le attività del corpo di un uomo a proprio piacimento, a seconda degli ingredienti versati.’ Io ero terrorizzato ma lui mi diceva di stare calmo e di ascoltarlo bene perché, da quella sera in poi, io avrei dovuto custodire il segreto dei diavoli e nasconderlo al mondo. Se si fosse scoperta la vera storia del cocktail, mi disse Alex, noi diavoli avremmo dovuto pagare il prezzo più alto, ci avrebbero inseguito e perseguitato come nella storia avevano fatto con le streghe e gli indemoniati. Poi, con estrema fatica, levò un braccio da sotto al letto e mi allungò un foglietto. ’Qui c’è la ricetta del Cocktail con le dosi e gli ingredienti,’ mi disse’ abbine cura. Non farne parola con nessuno, promettimelo.’ Io presi il biglietto, ’te lo prometto’ gli dissi, e poi lo guardai morire.-
Antonio stava meglio, sentiva di poter muovere tutte le braccia e le mani. L’uomo parlava e non lo guardava. Allungò il braccio destro e lo avvicinò a una bottiglia, cercando di non farsi vedere, ma l’uomo, pur senza guardarlo, interruppe il flusso dei suoi ricordi per dire :
‹‹ Che cosa credi di fare scusa? ››
Antonio si bloccò come colpito da una scarica elettrica.
‹‹ Non vorrai colpirmi con una bottiglia per caso? ›› Chiese l’uomo. ‹‹ Ma quanto sei stupido. Se tu adesso mi uccidi o mi metti fuori uso, cosa della quale dubito fortemente, poi non ti salverai di sicuro. Non ti ho detto una cosa sull’antidoto, amico mio: è temporaneo. Non definitivo. Tu ora riprenderai a muoverti dalla vita in su, ma poi avrai bisogno di un’altra dose di antidoto per tornare complentamente alla stabilità fisica. Se non te la darò, lentamente riprenderai a bloccarti e tornerai la statua che eri prima. Se mi uccidi poi muori anche tu. Ho in pugno la tua vita, amico mio, non l’hai ancora capito? E sai perché? ma perché l’ho vinta no! Il mio Margarida, quello che hai appena bevuto, era molto più buono del tuo e inoltre, come vedi, il tuo cocktail ti ha lasciato paralizzato, il mio ti sta risvegliando. Temevi solo che non volessi pagare?›› disse l’uomo estraendo dei soldi dalla tasca della giacca ‹‹ Tieni, questi bastano per il mio, il tuo e quello del tuo amico steso dietro al bancone. Tieniti pure la sporca moneta, io ho vinto la scommessa, amico mio, e mi spetta la tua vita.››
Esitò un istante e poi con gli occhi celesti, insieme brillanti e terrificanti, gli disse velocemente :
‹‹ A meno che...››
‹‹ A meno che cosa!?›› Urlò Antonio.
‹‹ A meno che tu non abbia prestato attenzione.›› disse calmo l’uomo.
‹‹ Cosa?›› disse ancora Antonio.
L’uomo accennò al vassoio che aveva portato,con le bottiglie e i bicchieri, che era appoggiato sul tavolo davanti a loro.
‹‹ Mi hai ascoltato ? amico mio? ›› proseguì l’uomo.‹‹ Mi hai guardato? Non ti avevo chiesto altro, mi pare. Su questo vassoio c’è tutto il necessario per preparare un buon margarida. Io ti ho fatto vedere come fare, innanzittuo il boston, ricordi?›› Prese il grosso bicchiere di acciaio e lo mise sul tavolino esattamente davanti agli occhi di Antonio ‹‹ Qui dovrai mettere gli ingredienti, hai già il succo di lime che ho fatto io, dovrai solo miscelarlo a tequila e triple sec.››
Levò la mano destra sopra il boston e dal suo mignolo sgorgò un piccolo zampillo di un liquido trasparente.
‹‹ Tieni,›› disse ‹‹ questo è l’antidoto.››
‹‹ Ma come hai fatto? ›› disse Antonio incredulo, rompendo il suo silenzio ‹‹ Ti è... ti è uscito dal dito?››
‹‹ Oh,›› disse l’uomo sorridento ‹‹ è solo un piccolo numero di micro magia, noi barmen ne conosciamo a dozzine, servono per intrattenere i clienti, sono solo piccoli giochetti.››
Poi più risoluto :‹‹ Bene, hai tutto, ora tocca a te, l’antidoto è già nel boston, tu devi solo preparare un margarida perfetto, come il mio, e poi berlo. Ma ricorda, dev’essere perfetto, preciso in tutto, le dosi dovranno essere calibrate al decimo d’oncia. Se sbaglierai, amico mio, l’antidoto non avrà effetto e si trasformerà in ulteriore veleno che ti manderà all’altro mondo in meno di dieci secondi...››
‹‹ Ma no!!!›› urlò Antonio.
‹‹ Che c’è?›› disse l’uomo.
‹‹ Ma non ce la farò mai! ›› disse Antonio esasperato ‹‹ Io non so nemmeno cosa sia un oncia!››
‹‹ Lo sapevo. Mi dispiace per te, amico mio. Se ti può essere di conforto ›› disse sconsolato ‹‹ nemmeno io supererò questa notte. Sono molto malato, ci tenevo a fare un’ultima lezione prima di andarmene.›› si alzò, estrasse un biglietto dalla tasca della giacca e lo appoggiò sul bancone.
‹‹ Buona fortuna, amico mio›› prese una penna e cominciò a scrivere sul foglietto.
Scrisse per qualche istante, mentre Antonio non riusciva più nemmeno a pensare.
‹‹ Su questo biglietto ›› disse ‹‹ ti lascio la ricetta dell’unico e vero cocktail, visto che ora sai tutta la storia è giusto che tu abbia anche questo. Sei il mio allievo in fondo, come io lo fui per Alex. ››
Guardò Antonio per un’ultima volta, percorse i pochi passi che lo dividevano dalla porta del bar :‹‹ Se dovessi rimenere vivo potresti essere il mio successore. ›› gli disse fermandosi sulla soglia. ‹‹ Si, se dovessi rimanere vivo.››
Esplose in una risata diabolica, chiuse la porta del bar e uscì.
VII
Antonio cercò di calmarsi, pensò che non aveva scelta, avrebbe dovuto provare a fare il margarida.
Seduto, prese la bottiglia di tequila e ne versò un po’ nel boston. Il tremore delle sue mani e quei versatori di metallo che l’uomo aveva messo sulle bottiglie, non gli erano affatto di aiuto. Poi versò il triple sec e il succo di lime. Vide, sul vassoio che aveva portato l’uomo, anche del ghiaccio e una coppetta-margarida. Antonio prese qualche cubetto e li mise nel boston, incastrò un grosso bicchiere rotondo e cercò, per quanto ci riusciva, di agitarlo. Infine versò il tutto, ghiaccio compreso, nella coppetta.
Pensò che era assolutamente impossibile che, a caso, avesse azzeccato le dosi. Quell’uomo, Massimo, parlava di once, poi. Esitò, indeciso sul da farsi. Mise una mano sul bicchiere e sentì che cominciava a perdere sensibilità sui polpastrelli. Sentì che l’intorpidimento lentamente saliva e Antonio capì che di lì a poco avrebbe di nuovo perso la sensibilità delle mani e delle braccia.
L’uomo aveva ragione, l’antidoto stava regredendo. L’unica possibilità era nel cocktail che si era appena fatto, nel quale quell’uomo aveva magicamente versato un’altra dose di antidoto.
Prese la coppetta-margarida e bevve ; nel farlo gli tornarono in mente le parole : ’Se sbaglierai, amico mio, l’antidoto non avrà effetto e si trasformerà in ulteriore veleno che ti manderà all’altro mondo in meno di dieci secondi.’
Bevve tutto il cocktail e appoggiò il bicchiere vuoto sul tavolo.
’Ci siamo,’ pensò. ’Dieci. ’
Respirò affannosamente.
’Nove, ’
’otto. ’
Sentì come un pugno nello stomaco e si piegò in avanti sconvolto dal dolore.
’Sette,’
Le dita furono le prime a immobilizzarsi,
’Sei, ’
’ cinque, ’
I palmi delle mani si appoggiarono di nuovo sulle ginocchia,
’ Quattro.’
Si fermarono le braccia,
’Tre’
Gli si bloccò anche il collo,
’due.’
’Uno. ’
Emise un ultimo terribile urlo di dolore prima di perdere completamente i sensi, distrutto dalla tensione e dalla paura.
VIII
‹‹ ntò!, ntògno? ! iuto! Aiutoo !››
’Si, Mauretto, sono morto anch’io, siamo insieme nell’aldilà.’
‹‹ Aaaaah, iuto!, ntò, ntò!››
’Si,si, Mauro, inferno, paradiso, dove siamo?’’
Antonio aprì gli occhi. Era ancora seduto al tavolino del suo bar. I bicchieri e le bottiglie erano ancora posate sul tavolino come le aveva lasciate. Aveva dormito per ore, forse. Non era morto. E non era morto neppure Mauro, visto gli urli che lanciava.
‹‹‹ Aiut, iuto!!!››
Antonio si alzò dalla sedia, poteva muoversi, stava bene. Si sporse davanti al bancone e guardò in basso, verso Mauro che era steso a terra sulla schiena e non riusciva a muoversi bene, sembrava avesse la schiena appiccicata al suolo, muoveva follemente le braccia e le gambe come una tararuga capovolta.
‹‹ Iutoòòòò!›› gridava.
Antonio vide il foglietto che l’uomo aveva lasciato sul bancone.
’Non è stato un sogno,’ pensò.
Lo aprì e lesse: ’ Ciao, amico mio, rassicura il nostro comune amico che forse non si sarà ancora ripreso completamente, fra poco starà benissimo’ Antonio lo guardò e cercò di tranquillizzarlo: ‹‹ Mauro? Mauretto stai calmo, va tutto bene ›› gli disse sporgendosi ‹‹ adesso ti passa tutto.››
Mauro era ancora impaurito e continuava a agitarsi e a sbraitare.
Antonio fece uno sforzo per non ascoltare le sue grida e continuare a leggere il biglietto. ’E’ stato tutto un gioco ’ lesse ’ diciamo una macro-magia, noi barman professionisti dobbiamo intrattenere, divertire, dove c’è uno di noi la noia non esiste. Non puoi certo dire di esserti annoiato, no? Spero solo che la mia lezione ti sia servita. Dimenticavo, non fare parola con nessuno a proposito della storia del Diavolo e della sua coda. Lui è molto geloso e si prende la vita di chiunque ne venga a conoscenza.’
’Chiunque ne venga a conoscenza?’ Si disse Antonio abbassando lo sguardo. ’ Ma che vuol dire ? ’
Guardò distrattamente in direzione di Mauro, ma non lo vide, si era alzato.
Non fece in tempo a dire nulla, si voltò, sentì un urlo terrificante e l’ultima cosa che vide fu lo sguardo delirante di Mauro che, reso folle dalla paura, aveva afferrato una bottiglia dal tavolino e ora la abbatteva contro di lui, inesorabilmente.
