L'occasione - di Giorgio De Marchis
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 27/09/2009 alle ore 09:34:48
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Ogni giorno si mangiava presto, come in tempi quasi dimenticati, e non si parlava. In realtà a d essere evasivi nelle risposte, ed a far spesso finta di non capire, mostrandosi assenti e distratto, era sempre Guido. Angela, invece, per parte sua, cercava ogni frangente di metter su una conversazione, e l’insuccesso dei suoi tentativi la rendeva nervosa e depressa.
Quel fratello, l’unico che aveva, non le piaceva per niente. Era un enigma, un elemento di indeterminatezza ed ansia che le riusciva difficile sopportare. Di problemi, dal canto suo, ne aveva già avuti davvero tanti. Non aveva saputo trovarsi che lavori temporanei e mal pagati; il marito le era morto per un tumore al polmone, lasciandola praticamente sul lastrico, e poi, ma questo era accaduto soltanto qualche anno prima, la demenza senile di sua madre l’aveva chiamata al triste ma necessario compito di accudire una vecchia dai mille malanni, confinata in un letto. Poi, come un fulmine a ciel sereno, qualcuno aveva bussato alla porta e si era trovato davanti Guido, l’altro figlio ribelle, attaccabrighe, sempre pronto a criticare ed a fare polemiche. Il suo fratello minore che non vedeva da quasi trent’anni, e di cui non aveva saputo più niente davvero. Infatti, una mattina di dicembre, buia ed inondata di acqua torbida che calava giù dal cielo come tutta la pioggia del mondo l’avessero conservata per quella disgraziata città o, meglio, per quel maledetto quartiere, mentre lo scroscio faceva rimbombare il tetto di un rumore sordo, Guido se n’era andato. Aveva prima litigato furiosamente con suo padre, ma di brutto, che quasi erano arrivati alle mani, ed era sparito. Lei che si era messa a spolverare su e giù per casa, l’aveva visto, incappottato alla meglio, dirigersi verso la porta con una valigia portata dalla mano destra, girare la maniglia ed uscire. Così senza salutare. Poteva capire che non ci fosse una parola per suo padre, se si erano presi in quel modo, ma nemmeno un gesto, insomma, per lei e quella poveraccia di sua madre! Loro gli avevano sempre voluto bene. Lo avevano servito e riverito. Lei, Angela, gli aveva sempre dato ripetizioni per la scuola, a sera, dopo aver finito di studiare a sua volta, evitando di andarsene in giro con le amiche, per lui. E quello era stato il ringraziamento. Sua madre aveva pianto e si era disperata per molto. Che cosa avrebbe fatto un ragazzo di neanche venti anni, dal carattere difficile come il suo ed un po’ viziato, in un mondo di bestie, di belve feroci che ti azzannavano alla gola se non eri pronto e maturo abbastanza per tenerle a bada? Che fine avrebbe fatto da solo?
Per suo padre, che aveva la testa dura e non avrebbe ripreso una discussione nemmeno se gli avessero puntato un coltello alla gola, orgoglioso com’era, la vicenda era chiusa. Se Guido voleva tornare, gli avrebbe riaperto la porta. Questo sì: in mezzo alla strada non lo avrebbe lasciato. Ma le scuse doveva farle lui, il figlio! Per altro, non se discuteva. E Guido, comunque, non era tornato. Lei, invece, la figlia brava, sottomessa ed ubbidiente, quel fatto di non aver ricevuto un saluto se l’era segnato al dito. C’era rimasta troppo male. Improvvisamente tutto l’amore per il fratellino piccolo era finito, e s’era tramutato in un rancore sordo, un sentimento cattivo che le rodeva l’anima quando il pensiero gli riportava alla mente quella faccia magra e scavata, sempre un po’ vagamente sofferente, e gli occhi verdi timidi e smarriti, ma insieme anche prepotenti.
Tanto tempo dopo, al momento del ritorno, gli aveva reso la pariglia: lui, con i piedi fuori della soglia di casa, aveva tentato di abbracciarla, ma lei se ne era stata immobile, con il cipiglio un po’ infantile di una bambina a cui abbiano appena rubato la bambola preferita. A mala pena gli aveva detto “ Buongiorno”. Però non se l’era sentita di dirgli di andarsi a cercare un altro posto per dormire. L’aveva fatto entrare e lo aveva accompagnato in camera della madre. Lei sì, la vecchia, anche se quasi cieca ed afflitta dai dolori dell’artrite reumatoide che le riduceva mani e piedi come i rami storti delle viti, era invece quasi saltata in piedi dalla gioia, al sentirgli dire il classico “ Ciao mamma, ti ricordi di me?” Se l’era stretto al petto come fosse ancora un ragazzino per un pezzo, e infine, tra una risata e l’altra, gli aveva proposto di restare, se non aveva dove andare. In fondo, quella era anche casa sua. Ad onor del vero Guido aveva risposto che era solo di passaggio, e che doveva arrivare a Roma, per curare qualche faccenda. Gli sembrava strano, irriverente, fermarsi dopo essere stato assente così a lungo. Ma le insistenze era state talmente forti che aveva accettato, ed ancora si trovava lì, a vivere la sua vita. Di affari da sbrigare a Roma od in un qualsiasi altro posto, nemmeno l’ombra. Inoltre, Guido era cambiato. Della vecchia testa calda non restava più nulla. Anzi, era deferente, rispettoso. Contribuiva spesso alle spese familiari e dava regolarmente il cambio ad Angela nei turni di assistenza alla madre, non risparmiandosi nulla, neanche l’ingrata operazione di cambiarle il pannolone sporco e le lenzuola. Sulle prime Angela aveva rifiutato di permettergli di partecipare a tali operazioni. La gelosia del rapporto esclusivo con sua madre era in lei ancora molto forte e, semmai, si era venuta accrescendo nel lungo periodo di gestione solitaria della difficile situazione. Aveva acconsentito semplicemente per stanchezza. Ma pagava il riposo e la momentanea distrazione con la moneta di un sospetto maggiormente inquietante. Il lupo si era travestito da agnello per giocarle il tiro più maligno e beffardo: appropriarsi dell’incondizionata fiducia della vecchia, favorita una sorta di antica predilezione, ed espropriarla così dei propri sacrosanti diritti. Insomma, prenderle tutto, anche la sua parte dell’appartamento e dei soldi depositati sul libretto. Bastava un niente, durante uno dei turni. Sfoderare parole dolci e tenere, spacciarsi per quello che le voleva più bene, piangere miseria per bene, e strappare alla mezza rincoglionita una firma su un atto di donazione preparato a bella posta, da qualche avvocato disonesto.
Forse le cose non stavano così o, magari, non erano messe proprio in quella maniera. Forse esagerava e suo fratello era davvero cambiato in meglio. Chissà cosa gli era successo, in tanti anni che era stato via!
Dov’era andato, e cosa aveva fatto per campare? E come se l’era passata? Lei cercava di leggerlo nel suo silenzio, nei movimenti veloci e circospetti degli occhi, che non guardavano mai a lungo nulla, e del corpo, che erano al contrario estremamente lenti, calcolati, abituali di chi preferisca essere prudente e guardingo dovunque si trovi. Anche il posare la bottiglia di vino sulla tavola, dopo averne versato il contenuto nel bicchiere, richiedeva qualche istante di riflessione. E non si trattava di mania dell’ordine e della disciplina. Era il riflesso condizionato di chi aveva imparato a pensare molto prima di agire, temendo le conseguenze di ogni piccola mossa. Spesso guardava fuori della finestra scostando poco le tendine, come per accertarsi che in strada non vi fosse nulla di pericoloso; poi, dopo averle sempre chiesto il permesso, fumava lentamente una sigaretta in cucina. Fuori, in balcone, non andava mai. C’era forse qualcuno che lo cercava, qualcuno dal quale non voleva essere trovato? Di norma non usciva quasi mai. Da quando aveva fatto ritorno, ed era ormai quasi un anno, si e no aveva messo piede fuori al massimo tre volte, offrendosi di fare la spesa, cosa che, di solito, non amava e che, a differenza di altri compiti casalinghi, non chiedeva quasi mai di portare a termine.
Quel giorno, invece, non appena ebbero finito di pranzare, le disse che sarebbe andato a farsi un giro. Erano quasi l’una del pomeriggio. A quell’ora chiudevano i negozi e per strada ci sarebbe stata poca gente.
“ Voglio farmi una passeggiata sul mare” spiegò “ e tra poco il tempo cambierà. Le previsioni danno pioggia, stasera.”
Angela, che aveva iniziato a lavare i piatti, non commentò. Sua madre toccava a lei, nel pomeriggio. Suo fratello aveva più di tre ore per godersi il sole dell’autunno ancora caldo.
Aveva degli amici? A casa, certo, non aveva mai portato nessuno e, uscendo così poco, era molto difficile crederlo. Possedeva un cellulare, ma lo usava molto di rado, e, nelle rare telefonate che effettuava inoltre appartandosi, non lo aveva mai sentito rivolgersi a qualcuno con un tono confidenziale. Sembrava un uomo completamente diverso, che dava l’impressione di aver chiuso con il suo passato e, in qualche misura, timoroso che esso potesse toccarlo di nuovo.
Erano tutte congetture di una ultracinquantenne annoiata e depressa – lo sapeva bene – ma non riusciva a mettere in pausa il cervello.
Guido lasciò la cucina. Andò in camera sua per vestirsi. Riapparve qualche minuto dopo pronto per uscire. “ Se il cimitero è aperto potrei passare alla tomba di papà. Non gli ho ancora fatto visita e mi dispiace.”
La salutò e si avviò alla porta. Angelo lo seguì con lo sguardo lungo tutto il corridoio che collegava la cucina con l’ingresso dell’appartamento. Guido gli rivolse un nuovo saluto con un cenno della mano, prima di richiudere la porta alle sue spalle.
Tra la altre cose che non la convincevano, c’era il suo modo di vestire: trasandato, per nulla alla moda. Bastava pensare all’impermeabile consunto che indossava anche in quel momento. Sembrava l’avesse rimediato su qualche banco di abiti usati, in un mercato rionale. E dire che i soldi non dovevano mancargli! Aveva pagato,a d esempio, la bolletta del gas che riguardava il periodo invernale, una vera mazzata, senza riferirgli neanche che era arrivata. Inoltre, ma era tanto per portare degli esempi, ogni quindici giorni le chiedeva con grande gentilezza di portare la sua roba in lavanderia, ed era generoso, abbastanza al di là del mostrarsi partecipativo nelle normali spese di casa. Quel suo essere sotto tono, la sua ricerca della mediocrità, il non volersi distinguere, la facevano pensare ad un desiderio di mimetizzazione. Si nascondeva. Non vi era altra spiegazione.
Dopo aver riassettato la cucina si dedicò a sua madre. La vecchia dormiva. Di solito non si addormentava mai così presto, nel pomeriggio. Di norma, perché chiudesse occhio, bisognava aspettare almeno che si facessero le tre. Si sedette sulla poltrona posta su un fianco del letto, e sfogliò una vecchia rivista che suo fratello aveva lasciato in camera. Automobili. Ecco una passione che non era scomparsa! Un elemento di continuità con il passato. Peccato che a lei, talmente impaurita dalla velocità da non essersi nemmeno presa la patente,non interessasse davvero nulla di motori! Posò la rivista sul comò e cercò di appisolarsi. Vi riuscì per qualche minuto, finché non fu svegliata dallo squillo del telefono. Si alzò indispettita dal contrattempo e si recò in salotto. Al suo rispondere udì all’atro capo una voce maschile, molto comune e dal tono distaccato, chiedere di Guido.
“ Non è in casa” rispose “ Chi lo desidera?”
L’altro riattaccò subito.
Incuriosita, cercò di trarre ogni possibile conclusione dal brevissimo colloquio che aveva avuto con quello sconosciuto. Di sicuro era un italiano, ma non dei paraggi. L’inflessione di voce, per quanto non chiarissima, aveva qualcosa di settentrionale. Milanese, forse? Quando aveva lavorato in un “call center!, a Bergamo, con un contratto a termine, aveva avuto modo di formarsi l’orecchio in tal senso. Almeno i lombardi, insomma , nonostante fossero passato un mucchio di tempo dal periodo della loro frequentazione, sapeva riconoscerli bene. Del resto, era perfettamente ipotizzabile che, in tutto quel tempo, Guido avesse risieduto a Milano, in un altro centro della Lombardia. O forse, a Milano non c’era mai stato, ma aveva avuto a che fare con dei milanesi. Tutto era possibile, e tutto ancora, diveniva sempre più misterioso.
Prese allora una decisione di cui, ne era certa, si sarebbe in seguito vergognata. Si accertò che il sonno di sua madre fosse sufficientemente pesante: il suo respiro era regolare e profondo, e le palpebre, calate sugli occhi, non presentavano tremolii rivelatori di un prossimi risveglio. Per quel che aveva intenzione di fare, non occorrevano sicuramente dei testimoni.
La stanza di Guido non era chiusa a chiave. In preda all’emozione Angela esitò qualche lungo, interminabile secondo prima di entrare. Lo fece quasi in punta di piedi. In verità non era ben certa di dove dovesse guardare per acquisire qualche informazione. Nella stanza tutto era in ordine. Il letto era stato rifatto come ogni giorno, e non vi erano oggetti fuori posto. Pensò immediatamente all’armadio ed ai comò. Con la solita prudenza, stando bene attenta a non modificare la posizione di camicie e maglioni, nell’eventualità che suo fratello avesse disposto gli indumenti in modo da poter verificare se qualcuno avesse frugato tra le sue cose, scrutò negli scaffali e poi nei cassetti del comò. Che cosa sperava di trovare? Degli appunti, una lettere o, addirittura, un diario. Di carta, però, neanche a parlarne. Si ricordò che suo fratello non era stato mai un maniaco della scrittura. E poi – doveva essere sincera – certe cose succedevano soltanto nei film.
Si disinteressò dell’armadio e del comò. Se ne stette per un po’ immobile, al centro della stanza, vicino al letto. Non poteva certo passare al setaccio tutto senza essere scoperta. Aveva bisogno di un’intuizione. Nervosamente, si girò su se stessa due i tre volte, molto lentamente, osservando a destra e a manca, alla ricerca di un’idea. Lo sguardo gli si soffermò di nuovo sull’armadio, ma stavolta non sulle sue ante, di colore marrone scuro. La sua attenzione era stata attirata dalla grande valigia che era posta sulla cima della suppellettile, quella grande valigia nera, estremamente capiente, e che, a vedere, aveva tuta l’aria di non essere vuota. Anzi, per meglio dire, sembrava che fosse quasi piena. Fin sulla cima dell’armadio, però, non c’arrivava davvero. Inoltre non era certa di avere la forza necessaria a tirar giù la valigia senza che il suo peso la travolgesse, facendola magari cadere. Però, il tempo iniziava a scarseggiare. Guido poteva tornare e sua madre svegliarsi. Facendosi coraggio, andò in cucina; prese una delle sedie e la trasportò in camera, la accostò all’armadio e vi salì sopra. La sedia, sotto il suo peso, che non era poi eccessivo, scricchiolò, ma, nel complesso, sembrò tenere. Allungò le braccia per raggiungere la valigia, per afferrarne soprattutto la maniglia foderata di pelle. C’era. Strinse la maniglia e tirò la valigia verso di sé. Pesava davvero. Cosa mai poteva esserci lì dentro! Vestiti no Era improbabile. Sarebbero stati sistemati nell’armadio, anche perché di spazio, in quello scatolone immenso di legno, ce n’era ancora molto vuoto. Tirò ancora finché la valigia non le cadde quasi addosso, costringendola a qualche movimento ansioso per non perdere l’equilibrio. La parte più difficile doveva ancora venire: depositarla sul pavimento. Compì l’operazione. Alla fine, sudata per la fatica ed il nervosismo, contemplò a lungo l’oggetto disteso ai suoi piedi. Era ancora in tempo. Aveva la possibilità di ritirarsi dall’impresa non commettendo nulla di riprovevole. Eventualmente, avrebbe dovuto di nuovo ammazzarsi per rimetterla al suo posto, ma ci sarebbe riuscita. Forse, ancora, non avrebbe dovuto sapere perché lì dentro, protetto dalla guaina nera, qualcosa di poco simpatico c’era. Se lo sentiva dire da una vocina interna che quasi quasi, a farci ben caso, assomigliava sempre di più quella udita al telefono poco prima.
Ma nella vita – come si afferma – chi non risica non rosica e se nessuno si fosse preso la briga di fare l’impiccione, l’umanità non avrebbe scoperto nulla, nei secoli dei secoli.
Con vesto veloce, fece scattare le due borchie delle serrature di chiusura, ed agì sulle cerniera, aprendola. Il contenuto era davanti a lei, per quanto ancora nascosto in due grandi buste di plastica scura, di quelle che si usano per metterci dentro l’immondizia e gettarla nei cassonetti. Erano strettamente annodate alla loro sommità e dovette lavorarci un po’ di unghie. Poi, veramente, restò a bocca aperta. Nella prima sacca c’erano dei soldi, diversi mazzi di banconote di grande taglio. Avrebbe voluto contarle, tutte, ma non ne ebbe il coraggio. Nella seconda, invece, avvolti in pezzi di carta, vide dei gioielli. Oro, smeraldi, e forse diamanti. Non ne capiva un granché, ma poteva scommettere che non fossero fondi di bottiglia. Che senso avrebbe avuto tenerli nascosti?
Un lamento di sua madre che, proprio sul più bello, si stava svegliando, la scosse dalla sorpresa. Riannodò le sacche; le ripose nella valigia; dopo averla richiusa, la risistemò sull’armadio con uno sforzo che non avrebbe sospettato di poter compiere. Si precipitò in corridoio ma si ricordò di aver lasciato la sedia davanti all’armadio. Dopo aver effettuato un rapido dietro front ed aver ricollocato la sedia nella sua posizione abituale, si presentò da sua madre.
Pensò a quanto aveva scoperto per tutto il resto della giornata. Non informò Guido della telefonata.
Chi diavolo si era messa in casa? Un ladro, un rapinatore, oppure un delinquente in fuga con il frutto di chissà quali altre attività criminali? Quelle cose, tenute in quella maniera sospetta, non derivavano da un lavoro onesto. E chi aveva telefonato, poteva benissimo essere un socio di malaffare che Guido aveva fregato. Era stato sempre uno sfaticato ed un perditempo, ma il cervello sapeva usarlo. Se n’ era accorta bene quando lo aiutava a fare i compiti, da ragazzino. Era intelligente ed astuto. Eppure, anche lui aveva paura: se il suo compare gli avesse messo le mani addosso, lo avrebbe ammazzato. C’era da giurarci. E non sarebbe stato tenero neanche con lei, e con quella poveraccia che si spegneva giorno dopo giorno, come una candela che si esaurisce pian piano, e che ancora lo chiamava per nome, quel figlio disgraziato, ogni mattina. Sua madre e lei erano testimoni, erano coinvolti.
Sarebbe stato opportuno affrontarlo e dirgli che sapeva tutto, che aveva capito tutto, che le stranezze avevano sempre un motivo e non venivano per caso. Si era ricordato per questo della sua famiglia, dopo non essersi mai fatto sentire, per pietà, in trent’ anni? Che diavolo di uomo era diventato? Un delinquente che, quando aveva ormai il sale sulla coda, si rifugiava come un bambino tra le gonne di sua madre e sua sorella? Era tornato soltanto per nascondersi, per portare la disgrazia alla sua famiglia. Doveva andarsene. Immediatamente. Che andasse a farsi accoppare fuori di quella casa, dove aveva sempre vissuto della gente onesta!
La tentazione di essere brutale, e sincera, le rodeva dentro come un tarlo infuriato, che si ingrandiva per il rancore e le mangiava lo stomaco. Più si arrabbiava, più stava male. Però, bisognava mettere in conto la possibile reazione di Guido. Come si sarebbe comportato a sentirsi spiattellare in faccia la verità? Insomma, era un delinquente e poi, poteva essere armato. I “pro” ed i “contro” le si rincorrevano nella testa come i gatti alla caccia delle femmine in calore nel cortile interno al palazzo ed alla fine, dopo aver fatto strepitato ed essersi presi e mollati un mucchio di volte, rimanevano sempre lì, a fronteggiarsi. Nessuno cedeva e spariva. E i “contro”, anche se messi all’incontrario, per vederli da ogni punto di vista, facevano paura. I “pro”, invece, erano un po’ meno, ma uno, almeno, le solleticava l’anima come il vestito di “tulle” che non aveva mai potuto comprare, per la festa di ferragosto al mare, da adolescente svampita, perché di soldi, con tutte le spese che calavano a destra e a manca, non se ne vedevano. E di desideri più grandi, tanto maledettamente prepotenti, non ne aveva mai provati. E da quel desiderio Angela non seppe resistere. Per soddisfarlo aspettò la successiva uscita di Guido che, contrariamente alle sue consuetudini, si verificò soltanto due giorni dopo. Chiamò il 112 e chiese di parlare con la stazione dei carabinieri del Corso Vecchio. Cercò il maresciallo Silvani, che conosceva abbastanza bene per essere il marito di una sua compagna di scuola con cui aveva ancora dei rapporti. Prima di arrivare al dunque fece un largo giro di parole: nonostante avesse tutto il diritto di agire in quel modo, era comunque lì lì per denunciare suo fratello. Disse che aveva paura, che la sua sicurezza e quella di sua madre, una povera vecchia ignara di tutto, e malata, erano in pericolo. Raccontò al maresciallo della telefonata, ma soprattutto, dei soldi e dei gioielli nascosti in camera. Era disperata – dovevano capirla – Una donna sola, senza nessuno di famiglia con cui consigliarsi, a cui chiedere un aiuto. Lei voleva soltanto vivere tranquilla.
Più di ogni altra cosa Silvani si mostrò interessato dai gioielli. La interrogò sulla possibile presenza di armi. No, di armi davvero non se ne erano viste, ma poteva esserseli portato dietro una pistola, oppure un semplice coltello. Come poteva saperlo?
L’importante era che si muovessero in fretta.
Quando la conversazione con il maresciallo fu terminata. Si chiuse in cucina, seduta al tavolo, rigirando ansiosamente nelle mani un bicchiere che, stranamente, aveva dimenticato di lavare.
Intorno a lei c’era solo silenzio. Le sembrava che le auto. in strada, non provocassero più rumore. Sua madre dormiva di nuovo. Tutto era pronto, ed ogni segnale era propizio.
Non andò alla finestra. Non ne ebbe il coraggio.
Quando il campanello della porta suonò con due squilli rapidi ed acuti, che la fecero sobbalzare, corse velocemente ad aprire. C’era Guido e con lui tre uomini, due dei quali lo tenevano ognuno per un braccio. Il primo degli uomini era Silvani, in borghese, come gli altri. Volevano entrare. Angela non guardò suo fratello. Tenne gli occhi bassi, così da poter seguire i passi di tutti verso la stanza di Guido, là dove avrebbero trovato le prove per arrestarlo. Lei rimase in piedi, davanti alla porta prontamente richiusa.
La perquisizione fu breve. Quando il gruppo ritornò nell’ingresso, Guido era ammanettato e Silvani portava con sé la valigia nera. Prima di scomparire dalla sua vita, Guido le disse: “ Non sono andato a trovare papà. Proprio non ce l’ho fatta. Mi dispiace.”
