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L'ira dei giusti - di Giorgio De Marchis

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 30/09/2009 alle ore 18:39:11

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Era tardi. Le undici passate, e Loretta, nel letto, era ancora sola. Certo, non avrebbe dovuto aspettarsi niente di che. Alla sua età, poi, sotto i settanta, e con il fisico che era quello che era. No, non era proprio per uno scopo del genere che aspettava Luigi, suo marito.
Quanto tempo prima avevano fatto l’amore per l’ultima volta? A ben pensarci le riusciva difficile ricordarlo. Era accaduto comunque parecchi anni prima. Da allora in poi – bisognava ammetterlo – il loro rapporto si era incrinato ed avevano iniziato ad emergere le distanze. Le loro vite, pur scorrendo sotto lo stesso tetto, si erano allontanate. Succedeva a molti, nei matrimoni di lunga durata . Per alcune sue amiche era normale. Colpa della vecchiaia, della pigrizia, della diversità dei caratteri che fa capolino quando si resta soli, in casa, senza più figli ed obiettivi da raggiungere tra le scatole. Ci si sente un po’ più estranei l’uno con l’altra, e la necessità di maggiori spazi individuali si fa strada serpeggiando nei dialoghi e nelle attività di ogni giorno. L’importante, però, ed erano tutti d’accordo, era il ritrovarsi ancora uniti in alcuni momenti, riconoscersi, magari soltanto per qualche minuto, in una cosa sola. Era bello stringersi ancora prima di addormentarsi, sotto le coperte, nella notte fredda dell’inverno, e darsi un casto bacio d’intesa sulla fronte, a vicenda; dirsi, con uno sguardo complice, che si desiderava ritrovarsi ancora insieme al mattino, con un nuovo sole spuntato fuori della stanza ed i suoi raggi che filtravano attraverso le imposte fino a toccare i piedi, sulla punta del letto.
Purtroppo, ormai, anche quello stava venendo meno. Ogni sera le restava sempre più difficile aspettare Giovanni. Le ore passavano ed il sonno le toglieva pian piano le forze. Guardava la porta della camera da letto, ed il corridoio in penombra, nel quale, attraverso l’ingresso dello studio, si proiettava la luce tenue della lampada da tavolo. Le scappava qualche lacrima, che giustificava come un effetto della stanchezza.
Forse, le sarebbe convenuto attribuire a qualcuno in particolare la colpa di quelle lacrime così ingenue. Ma come era venuto in testa a suo figlio Aldo di regalare un computer ad un vecchio che di informatica non aveva mai capito un accidente? Di solito certi gingilli si comprano ai ragazzi, a chi, comunque, ha tutta la vita davanti per sbizzarrirsi sulla tastiera. Non aveva immaginato che suo padre non poteva restarsene alzato, di notte, davanti al monitor, a prendere freddo, bronchitico cronico com’era? Senza contare il cuore. Ne soffriva da parecchio ed un infarto l’aveva già graziato una volta, lasciandoli l’obbligo di prendere la cardioaspirina per tutti i giorni che gli rimanevano.
Si sa come sono gli anziani. Quando si appassionano a qualcosa di nuovo si comportano come bambini; non hanno regole, capacità di moderazione. Possibile che Aldo non avesse calcolato i rischi? Eppure era padre di famiglia a sua volta ed aveva superato già i quaranta! Però, a ben riflettere, che cosa può regalarti per il compleanno uno che lavora alla Microsoft Italia e vuol far bella figura approfittando degli sconti aziendali?
Quella sera, però, voleva fare un tentativo. Di starsene zitta, al suo posto, sotto le coperte, proprio non gli andava. Certo non avrebbe fatto scenate: non ne era mai stata capace in gioventù, quando ne avrebbe avuto ben donde, figurarsi adesso. Sarebbe solo andata a pregarlo di venirsene a letto, con calma, quasi pregandolo di riguardarsi, non dicendogli nulla di ciò che provava. Si sarebbe alzata ed avrebbe camminato nel corridoio in punta di piedi. Intendeva essere discreta. Non era tipo da fare imboscate. Avrebbe parlato a Giovanni dalla soglia dello studio, laddove, soprattutto, non era in rado di scorgere cosa si vedesse sul monitor. Quello, purtroppo, poteva immaginarlo facilmente.
Internet era stata la causa scatenante, il tombino attraverso cui sprofondare nella voragine. Lo specialista a cui si era rivolto in segreto, invocandone l’aiuto, aveva chiamato il problema “libidine geriatrica”, un disturbo del comportamento senile caratterizzato da un desiderio sessuale spesso rivolto a situazioni immaginarie ed estremizzate, una deriva dell’immaginazione erotica assolutamente improduttiva, farneticante. Se si considerava, poi, che al suo povero marito era stata quasi completamente asportata la prostata, il quadro che si delineava era davvero pietoso.
Lei doveva badare alla sua salute. Almeno quello. Non importava cosa pensasse, ed i giudizi morali, che si lanciano in fretta, come pietre acuminate.
Mentre procedeva nel corridoio, lentamente, gli frullavano in testa i pensieri più strani. Pornografia. Schifezze, sicuramente. Lei, di pornografico, non aveva mai visto nulla, per quanto le fosse spesso capitato di averne curiosità. Le sua amiche, di tanto in tanto, si vedevano qualche filmino. Lo facevano durante l’appuntamento pomeridiano per il tè. Molte erano vedove o soltanto annoiate, come lei. Restavano assorte nella contemplazione di enormi membri neri che svolgevano infaticabilmente il loro compito senza darsi una tregua e ridevano, esprimevano commenti volgari. Si divertivano, a loro modo, prima di ricordarsi di essere anche iscritte a varie associazioni religiose di volontariato e di preghiera, per staccare tutto e riparare finalmente nelle parrocchie. L’avevano invitata spesso, pur sapendo che cosa ne pensasse. Ci si erano messe di impegno per coinvolgerla, per conquistarla alla loro eccitante abitudine, ma senza successo. Il deterrente insuperabile di Loretta non erano gli uomini, con la loro abbondante mercanzia. Al contrario, la terrorizzavano le donne. Quelle donne belle, provocanti e senza pudore, che si esibivano in ogni tipo di prestazione sessuale con un occhio sempre fisso sulla telecamera, come volessero dire a chi le avrebbe guardate: “ Con me puoi sognare tutto ciò che non avrai mai. Nella tua misera vita non incontrerai mai una come me. Approfitta nel godere adesso!”
Pensavano di essere attraenti nella loro volgarità; non desideravano altro che far sbavare i maschi che le avrebbero ammirate, che si sarebbero eccitati e masturbati in un angolo buio, oppure che avrebbero fornito l’ispirazione a chi di sesso non voleva più saperne per una nuovo, incredibile assalto al corpo della donna annoiata e stanca. Ed avevano ragione. Che ,o facessero per denaro o semplicemente perché le gratificava, per esibizionismo insomma, avevano ragione.
Lei non aveva mai offerto a suo marito degli spettacoli di alto valore erotico. Del resto non ne sarebbe neanche stata capace. Da giovane aveva il viso della brava ragazza. L’avevano anche definito carina, ma la sua non era la bellezza procace, e perversa, che trascina l’uomo nel vortice della tentazione. Aveva seni aggraziati e dei glutei proporzionati, come le avevano riferito alcuni, per cercare improbabilmente di rimediare qualcosa, ai tempi dell’istituto professionale, ma non sapeva muoversi; non aveva la nozione di cosa significasse ancheggiare, smuovere improvvisamente la produzione di testosterone. Molto tempo prima essere puttane significava sentirsi rinchiudere nell’universo dei paria, degli individui pericolosi, insieme agli atei e agli omosessuali. Vendere il proprio corpo, e saperlo far bene, con professionalità, era diventato invece, con il passare degli anni, un’attività dignitosa come molte altre. Un canale di visibilità che poteva condurre al successo.
Aveva esorcizzato le sue angosce di donna sessualmente insicura con l’illusione che in un rapporto di coppia vi fossero altre cose, altri elementi più essenziali e duraturi: la comprensione, la pazienza, la stessa elasticità di pensiero. Aveva lavorato molto su se stessa, da quando si era sposata, per costruirsi dentro come una brava moglie ed una madre attenta, efficiente, opportunamente protettiva.
Ed era finita a ridursi in quel modo: ignorata, dimenticata, neanche ascoltata quando si poneva qualche questione in cui la sua esperienza di donna anziana poteva avere un peso. Quale esperienza, se era stata con un solo uomo in tutta la sua vita, se degli uomini, e delle donne, di tutte le creature viventi che un dio o la stessa natura avevano posto sulla faccia della terra aveva conosciuto soltanto la facciata ipocrita e convenzionale, la maschera che ci si mette nel mondo diurno, per risultare gradevoli ed onorati?
Una esperta di “fellatio” conosceva la natura maschile molto meglio di lei, ne penetrava i segreti più intimi nel momento ineffabile dell’orgasmo e l’uomo si avvicinava all’animale predatore, guidato dall’istinto crudo del piacere.
Al suo confronto non era che una bambina superba, con la testa piena di panzane raccontate dai cartoni animati della notte di natale. La sua inferiorità era manifesta. Quelle donne si sarebbero preso gioco di lei, anche non vedendola, soltanto immaginando che i pensieri concitati di suo marito non l’avrebbero degnata della minima energia.
Non si sarebbe mai azzardata a guardare, a sua volta, per non sentire sulla sua faccia rugosa e smarrita il loro sguardo beffardo.
Era arrivata ala porta dello studio. Giovanni gli appariva di profilo, ipnotizzato dal monitor che gli proiettava sul viso una luce giallastra e maligna. Le labbra si muovevano lentamente, contorcendosi.
Era atroce. Lo chiamò sottovoce. Ebbe bisogno di ripetere il suo nome tre volte, perché egli si accorgesse della sua presenza. Ottenne perlomeno che suo marito si distogliesse, per quanto infastidito, dalle immagini degradanti. Fortunatamente, era stato abbastanza discreto dal disattivare l’audio del computer. Per grazia divina!
“ E freddo” lo avvisò “ Non puoi stare qui, a quest’ora.”
Il riscaldamento acceso anche nelle ore notturne avrebbe prodotto una bolletta da capogiro, che le loro umili pensioni non avrebbero consentito di pagare. Risparmiare un po’, insomma, costituiva la prima norma del vivere in tranquillità per la gente normale. E tra poco sarebbe stata la volta del telefono, che era motivo di preoccupazione, con tutti quei collegamenti insidiosi alla rete.
Non ebbe il coraggio di accennargli le motivazioni del risparmio,ma era lei che aveva sempre amministrato i conti di casa, e doveva tenerne conto.
Giovanni la dette ascolto. Spense il computer sbuffando. Stancamente, con andatura lenta, lasciò lo studio ed andò a chiudersi in bagno. Come un quindicenne in difficoltà. Che cosa aveva intenzione di fare? Sarebbe stato meglio lasciarlo a godersi le sue puttane in calore, piuttosto che assistere a quella scena.
Loretta se ne tornò a letto, stavolta senza piangere. Al mattino, quando si svegliò, Giovanni non era a letto. Per essere precisi non era nemmeno in casa. Non si trattava di una seconda negativa abitudine. Al contrario, da molto tempo amava passeggiare di buon’ora nelle strade ancora deserte. Poi, quando era sicuro che gli altri pensionati del cantiere navale si erano già radunati nel bar del porto, si fermava con loro per un po’ a chiacchierare ed a giocarsi a carte la colazione. Era un passatempo innocuo che Loretta aveva sempre tollerato, soprattutto perché quel lasso di tempo le era necessario per riassettare la camera e svolgere altre faccende di casa. Con Giovanni fuori, a scambiarsi impressioni e ricordi del lavoro con i suoi vecchi colleghi, le riusciva più facile organizzarsi e sbrigare ogni incombenza più velocemente.
Si alzò e sua volta; prese il solito caffe gia preparato da suo marito; si lavò e cominciò ad interessarsi della camera da letto. Venne a capo dei vari compiti in non più di mezz’ora. Aprì la finestra e si godette l’aria fredda del mattino. In lontananza il mare iniziava a riflettere i raggi del sole vigoroso. Si annunciava una giornata invernale fredda ma limpida, senza foschia ed umidità. Una giornata come quelle della sua gioventù. Chissà perché, ricordava gli inverni della sua adolescenza fatti di sole e di freddo. Ma di un freddo buono, che non faceva male e, che anzi, a sentirtelo carezzare la pelle del viso e delle mani, sembrava volerti rendere più forte. Tutto l’inverso dello scirocco piovoso, quasi afoso, che negli ultimi anni la tormentava, solleticandole i dolori alla schiena.
In strada, il traffico aveva preso a muoversi. Puntuale ecco Sandra, la postina che si occupava del quartiere, che svoltava dalla curva ombrata dai pini marittimi ed imboccava il rettilineo. Arrestava lo scooter, entrava nel portone con varie buste, poi, con la rapidità dei suoi venticinque anni o giù di lì, ripartiva con rumore assordante.
Angela ebbe come una sorta di presentimento. Preoccupata scese le scale e si recò alla cassetta della posta che si trovava nell’atrio. Dalla fessura della cassetta sporgeva l’estremità di una busta. La tirò fuori. Come temeva! La busta conteneva il conto bimestrale dell’utenza telefonica. Aprì nervosamente la busta e ne spiegò velocemente il foglio contenuto al suo interno. Quelle fatture erano sempre redatte in modo che, prima di arrivare alla cifra da pagare, bisognava leggersi tutto il preambolo, scritto a caratteri minuscoli. Lei, poi, non si era neanche portata dietro gli occhiali. Allora decise di puntare direttamente al modulo del conto corrente prestampato. Lo isolò dal resto delle scartoffie ed andò a leggerlo alla luce del lucernario dell’atrio, per rimediare alla dimenticanza degli occhiali. Luce, luce, aveva bisogno di luce! Quando finalmente lesse, quasi si sentì mancare. Il conto ammontava alla bellezza di settecento Euro. Una cifra spaventosa, per loro. Quasi tutta la sua pensione. Si stropicciò gli occhi increduli e lesse di nuovo. Niente da fare. Non aveva sbagliato. La cifra esorbitante restava sempre la stessa, minacciosa ed ostile. Alla voce riguardante i servizi erano però aggiunti altri dati che, proprio, in quelle condizioni, non poteva conoscere. In fretta e furia ritornò in casa; inforcò finalmente i benedetti occhiali e risedette al tavolo della cucina. Il prospetto riportava collegamenti a numeri telefonici a pagamento, con le date e la durata dell’erogazione dei servizi. Le sembrava di ricordare di aver chiesto a Giovanni, da parecchio tempo, di disabilitare i numeri di quel genere, per non ritrovarsi brutte sorprese. Lui lo aveva fatto, prima che gli fosse regalato il computer, e prima che gli fosse stata attivata la connessione con internet. Evidentemente, preso com’era dalla sua passione per le puttane della rete, doveva averli riabilitati. In segreto totale, tradendola. Si era ridotta a quella cosa misera e squallida il loro matrimonio, il loro condividere la vita? Il risultato di tanti sacrifici, e del mangiare giù i bocconi amari senza protestare, per non creare dissapori, l’aver sempre il sorriso sulla bocca e la parola dolce, comprensiva,nei momenti di difficoltà, si riassumeva in quel, freddo, scomodo, insieme di cifre? “ Si chiamavano “ Chat line” – quello lo sapeva – si parlava con una ragazza giovane che ti si spogliava davanti, pur essendo magari all’altro capo del mondo, e ci si rincretiniva sognando ad occhi aperti. Era orribile. Loretta si tolse gli occhiali, li posò sul tavolo. Si coprì il volto con le mani. L’occasione per piangere c’era tutta, ma le lacrime, in quel frangente, nonostante tutta la voglia, non volevano saperne di uscire. Più che il dolore, causato dalla la sensazione di smarrimento, di delusione per aver visto infranto il sogno in cui aveva creduto fino ad allora, sentiva crescere dentro un rancore sordo, inappellabile, e con esso il conseguente desiderio di correggere la situazione senza concedere più nulla. Aveva commesso errori gravissimi per essere morbida, accomodante, per portare eccessivo rispetto a chi, evidentemente, non ne meritava affatto. La sua condotta di moderazione aveva fallito. Ora, purtroppo, occorreva un gesto forte, che ristabilisse la parità e la giusta considerazione da entrambe le parti. Se suo marito era diventato un guardone ridicolo ed ignobile, lei avrebbe provveduto a togliergli ogni grillo dalla testa. Avrebbe rimesso al suo posto quel vecchio porco, evitando che la vergogna continuasse ad abitare nella sua casa tanto pulita, onorata di vita semplice ed onesta.
Incapace di controllarsi, come se le gambe andassero per conto loro, con gli occhi sbarrati, si recò nello studio. Il computer, lo strumento della perversione e della distruzione di ogni sua certezza, si trovava davanti a lei, solo e privo di ogni difesa, esposto alla giusta vendetta così come lei stessa si era offerta inconsapevolmente alla sua azione subdola e maligna. Si accanì contro di esso con rabbia ed energia distruttiva che non aveva mai sospettato di possedere, scaraventando il monitor a cristalli liquidi e rovesciando sul pavimento il processore. Munitasi di una scopa infierì selvaggiamente su di loro con colpi feroci, non ponendosi per nulla il problema che l’inquilino del piano sottostante avrebbe potuto essere infastidito dal rumore. Lei che era stata sempre così attenta all’osservanza del regolamento condominiale e, in generale, alle comuni norme della buona educazione! Dalla sua ira di biblica memoria si salvò solo la tastiera. E non perchè la ritenesse meno colpevole degli altri componenti. Semplicemente, poiché su quel pezzo di plastica mostruoso si muovevano le dita maldestre di suo marito, le sembrò che, se avesse rivolto le sue violente attenzioni anche verso di essa, avrebbe in qualche maniera colpito anche le sue mani. E lei non intendeva fargli del male. Senza l’aggeggio infernale, Giovani sarebbe stato quello di sempre: buono e tranquillo. Un amore di uomo anche con tutti gli acciacchi della vecchiaia. Chi non ne aveva, del resto?
Quando si fu sfogata, realizzò che non le restava che attendere il suo rientro.
La sfiorò la fosca previsione di una reazione drammatica. Un infarto magari. In tal caso sarebbe stata pronta, accanto al telefono. L’essenziale consisteva nel raccomandarsi, nel chiamare il pronto soccorso, affinché mandassero un’ambulanza dotata di unità coronarica.
Lei avrebbe atteso sicura, con la coscienza a posto. Era stato un atto di giustizia, e l’ira, quel sentimento fino ad allora sconosciuto, contava ben poco. Era stata solo ira dei giusti. Niente di più.