Il treno della speranza - di Tachenka
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 17/03/2009 alle ore 13:35:18
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IL TRENO DELLA SPERANZA.
LA FAMIGLIA SPADAVECCHIAIA
C’erano una volta, due sorelle gemelle: Annabella e Maria. Nate il 10 maggio del 1965 a Foggia, una città della Puglia, non molto fruttuosa e poca avanzata. A quell’epoca le famiglie, del non lontanissimo dopoguerra, non vivevano in condizioni molto agiate per poter crescere ed istruire al meglio i propri figli, ma bene o male si tirava avanti. Entrambe le sorelle venivano accudite con tutto quanto era possibile: latte, qualche gioco, qualche vestito regalato o rattoppato qua e là dalla mamma che era diventata sarta per necessità. Il papà delle due ragazze, Michele Spadavecchiaia, fondamentalmente era agricoltore, ma svolgeva qualsiasi mansione pur di tirare avanti la baracca. Si ubriacava ogni qualvolta tornava da lavoro. La mamma, invece, le accudiva come meglio credeva. Ella, infatti, faceva distinzioni, poichè una delle due sorelle, Maria per l’esattezza, era nata con una safena alla gamba destra non ancora ben sviluppata, che limitavano Maria nei movimenti, ma che data l’ignoranza del tempo e la non curanza familiare le impedivano di comportarsi totalmente come una bambina normale. Ma questi, in compenso, era molto più intelligente e volenterosa di Annabella. Era bella, ma molto meno curata rispetto alla sorella, infatti, aveva due occhioni azzurri e vispi ed i capelli biondo cenere. Annabella, invece era bellissima, aveva occhi blu con una folta chioma di capelli scuri e ricci, ma con una tendenza al civettare davvero unica. Nei primi anni di vita, le due sorelle dimostrarono subito affiatamento: giocavano insieme, socializzavano con le stesse persone più o meno allo stesso modo e dividevano letto e cibo. Verso i sei anni, le due sorelle cominciarono a frequentare la scuola elementare, già da allora scuola dell’obbligo. A metà anno, Maria mostrò subito capacità intellettive e cognitive sbalorditive, mentre Annabella mostrò subito indifferenza e ripudio verso la scuola. E così ogni qualvolta esse mostravano le pagelle ai genitori, questi si comportavano sempre più con indignazione verso Maria e l’accusavano di aver assunto atteggiamenti compassionevoli, per cui i maestri, per lei, provavano solo pena e per questo la premiavano, mentre Annabella che presentava una pagella da strappare, veniva definita un genio incompreso. Data la loro giovane età, Annabella non era in grado di comprendere il dolore di Maria e poichè lei aveva una posizione, sicuramente più vantaggiosa della sorella, non si sforzava neanche di capire come mai nei confronti di Maria, i loro genitori assumessero un atteggiamento così ostile. Una notte Annabella avvertì dei rumori e delle urla. All’inizio credette di aver sognato o che le urla provenissero da fuori, ma in realtà si accorse che tutto questo baccano proveniva da casa sua e per l’esattezza dalla cucina. Allora Annabella si alzò, zitta, zitta, senza far rumore, aprì la porta della sua camera e si incamminò da quella parte. Appoggiata vicino al muro di fianco alla porta della cucina, ella ascoltò tutti i discorsi: restò basita! Sporse poco poco la testolina verso la cucina e vide una scena raccapricciante: suo padre con un bastone in mano, che intimoriva Maria vicino al tavolo e Maria accucciata in un angolo, pallida, piangente e terrorizzata. Spalancò la porta della cucina ed inveì sulle gambe del padre, con i suoi pugni piccini. Allora il padre pose il bastone sul tavolo e si rivolse ad Annabella con uno sguardo minaccioso, ma con tono pacato - Vedi, figlia mia, quella bambina laggiù è tua sorella sì. Ma lei non sarà mai come te! Tu hai la possibilità di studiare, ed un giorno di sposarti e portare dei bellissimi bimbi qui. Invece tua sorella costituisce un problema per noi. Ha bisogno di cure e noi non possiamo permettercelo. In fin dei conti chi vuoi che se la sposi?- disse il padre e fece una risata acida e sarcastica - Ma tu non dirai nulla alla mamma ... vero?- continuò poi, con tono poco amico - Altrimenti guai a te. - Uscendo dalla cucina, sbattè la porta. Allora Annabella restò un pò basita, ripensando a quelle parole, ma soprattutto a quello sguardo poco amichevole che non aveva mai visto da parte del padre nei suoi confronti.
Pasquale era ignorante, non aveva mai ricevuto una vera e propria educazione e cultura. Di solito, reagiva così, quando dopo una giornataccia di lavoro, tornava a casa, si abbuffava di cibo, di tutto il cibo che trovava davanti e mandava giù un fiasco, un fiasco e mezzo di vino. Era principalmente un inetto, incapace di risolvere qualsiasi problema pratico, grave o futile che fosse, non amava il senso della responsabilità e per di più non accettava assolutamente di avere una figlia malata. Aveva pochi amici, nessuno lo aveva mai preso in considerazione, per il suo fare burbero, ma tutti gli riconoscevano un gran senso dell’onestà e del lavoro.
LA PRIMA FORMA DI SOLIDARIETA’
Dopo questo piccolo momento di stordimento, corse in soccorso della sorella - Ehi, Maria! Tutto bene? Cosa ti ha detto?- Maria con uno sguardo molto vago - Eh... eh- ansimava. Allora Annabella dopo averla rassicurata, la prese col braccio sulla sua spalla e la riaccompagnò a letto. Quella notte le due sorelle dormirono insieme nello stesso lettino. Così Annabella mise Maria adagio sul lettino - Buonanotte sorellina mia, non mi lasciare mai, ho solo te. - Entrambe quella notte non riuscirono a dormire, ma solo Annabella, abbracciata alla sorella, molto tardi si addormentò. Il giorno dopo che era domenica, appena aprì gli occhi Annabella si alzò di scatto, perchè vide che Maria non c’era più al suo fianco. Gli anni trascorrevano e le due fanciulle, nonostante il diverso trattamento, si affiatavano sempre più sia per il fatto di essere gemelle, sia perchè essendo coetanee, sentivano l’esigenza di affidarsi l’una all’altra. Andò di corsa in cucina e chiese alla mamma dove fosse Maria - Tuo padre l’ha portata con sè. L’ha accompagnata a messa.- Allora ella ripensando all’episodio della sera prima, tornò in camera, si preparò, mise il vestito della domenica: una gonnellina colorata che la mamma le aveva ricavato da abiti più grandi, cucendoli qua e là su misura per lei ed una camicetta che le era stata regalata dalla zia, perchè alla cugina che era cresciuta non le stava più. Mise su un paio di scarpe che i suoi genitori le avevano acquistato l’anno precedente con gli sconti e si diresse verso il Duomo della città. Arrivò davanti alla Chiesa e tirò un sospiro di sollievo, con la speranza di trovarvi realmente la sorella lì dentro.
Entrata in Chiesa, bagnò la piccola mano nell’acqua benedetta e si fece il segno della croce. La messa era appena cominciata ed Annabella cercò di intravedere tra tante teste e colori di abiti diversi, Maria. Ma non la trovò. Era piccolina non solo di età, ma anche di statura e perciò proseguì verso l’altare per cercare con lo sguardo la sorella, ma trovò solo un posto dove sedersi. Si alzava e sedeva a seconda delle varie fasi della funzione. Finita la messa, si diresse verso l’uscita e davanti alla Chiesa vi trovò la madre con un volto sconsolato - Ciao mamma, hai visto Maria?- la madre con un’aria triste le rispose -No, io sono a messa da un bel pò. -
La mamma delle due ragazze, la signora Rita, non era un tipo molto casalingo. Amava andare in case altrui, un pò per tenersi aggiornata dei fatti che avvenivano alle singole famiglie o, perchè no, all’intera città e poi perchè dato che aveva imparato a svolgere varie mansioni artigianali, quali: pasta fatta in casa, taglio e cucito, lavorare la lana ed altro ancora, le insegnava o le svolgeva in casa altrui, in cambio di denaro o mobili o accessori per la casa o per gli interessi dell’intera famiglia. Ella sapeva anche che quando il marito alzava il gomito, si sfogava in qualche modo, anche se non aveva ancora capito come.
Allora Annabella sconvolta, si mise a correre verso casa sua e lì vide la sorella. Era accasciata sul tavolo, era crollata in un sonno profondo. Aveva il volto e le mani feriti e sporchi di terra e fango ed indossava una magliettina ed un pantaloncino, anch’essi sporchi di terra. Dormiva soavemente. Allora Annabella scosse delicatamente il braccio di Maria, sussurrandole dolcemente - Ehi, Maria. Maria, cos’hai? Come mai sei così sporca? Dove sei stata? - Allora Maria a stento riusciva a mormorare - Eh, eh... - così che Annabella insistette - Maria dimmi cosa ti è successo? Chi ti ha fatto questo? - Maria rispose in modo sibilante - PaPà- - PAPà?!- ripetè Annabella incredula. - Come ha fatto?- ed allora Maria aprì i suoi profondi occhi azzurri pian piano - Mi ha portata in campagna a zappare. Oh, Povera me! Non avrei dovuto dirtelo... Vado a lavarmi.- Si alzò con fiacchezza e stanchezza e si incamminò verso il bagno. Aveva una gamba claudicante, più accentuato stavolta dagli sforzi, oltre che, dal difetto che aveva sin dalla nascita e che non era mai stato curato. Praticamente la pesantezza e le ore di lavoro svolto, non fecero altro che incidere sulla sua salute. Andò a lavarsi, ma dopo circa dieci minuti ancora non usciva dal bagno. Annabella, nel frattempo in cucina piangeva e pregava per la sorella che non le accadesse nulla. Ma dopo circa mezz’ora, Maria ancora non usciva dal bagno. Allora Annabella, preoccupata, andò a controllare e la vide riversa a terra in una pozza di sangue. Sconvolta dalla scena che aveva appena visto, scese in strada e chiese aiuto. Urlò come una forsennata, così che tutti si affacciarono, commentando in malo modo la visione di quella ragazza così presa dal panico. Foggia a quei tempi era una città molto ignorante e tutte le persone di mezza età, madri e padri di famiglia erano reduci della guerra. E quindi per la loro mentalità, non vi era nessun altro motivo di urlare o di rimanere sconvolti, se non quello di vivere la guerra, con le sue bombe, le sue violenze e le sue vittime. Soltanto un DOTTORE diede un aiuto concreto, un DOTTORE che faceva visite a domicilio. La strinse forte con un solo braccio al suo petto e la invitò alla calma. Una volta calmatasi, Annabella guardò dritto il DOTTORE negli occhi e nel suo sguardo trovò una persona su cui sentiva di poter contare. Allora la bambina fece entrare il DOTTORE fin dentro casa e lo condusse dove aveva lasciato la sorella riversa a terra, ma lì non c’era più. A quel punto egli rimase un pò sulle sue - Ma scusa, io qui non vedo nessuno, dov’è tua sorella?- Anche a terra era pulito. Allora Annabella rimase titubante e balzò di corsa in camera sua. Lì vide Maria a letto con il padre accanto che le accarezzava la fronte. Il DOTTORE restò basito, ma ancor di più Annabella, poichè sapeva, ma non doveva parlare. - Mi scusi tanto DOTTORE, sa sono gemelle e quando una delle due manca per troppo tempo, risente subito della mancanza dell’altra. Mi dispiace averle creato questo disagio.- Allora il DOTTORE voleva controbattere, ma riuscì soltanto a dire - Mah! Sa, io ho sentito sua figlia urlare e allora... - - Le ho detto che mi dispiace e non succederà più. Con permesso - si affrettò in modo scortese a rispondere, Michele, e lo accompagnò alla porta d’ingresso. - Buongiorno.- -Buongiorno. - si dissero sull’uscio della porta. Appena il DOTTORE uscì ed il padre chiuse la porta, egli si voltò verso Annabella con occhi di fuoco - Non ti permettere mai più, altrimenti ti farò rimpiangere di essere stata considerata la prescelta. E’ chiaro?- La bambina terrorizzata e con una voce fioca- Sì. - -Bene, ed ora corri a letto senza cena!- concluse il padre. Si mise il pigiama e corse subito a letto. Nel letto Maria dormiva già, mentre Annabella temeva ancora, aveva gli occhi spalancati non riusciva a credere a tutto quello che aveva visto e sentito. Così scosse leggermente la sorella fino a che ella aprì gli occhi. Maria riuscì a stento a girare il capo verso di lei, di poco - Maria, ho pensato una cosa. Perchè non scappiamo? Andiamo via a Milano, in America, da qualche parte in cui possiamo permetterci vestiti nuovi, un piatto di pasta, anzi due piatti di pasta o tre... insomma dove vivere meglio. Eh? Che ne dici?- a Maria iniziarono a sgorgare delle lacrime di gioia, dagli occhi, però non riuscì a rispondere e si addormentò con un volto soddisfatto. Gli anni passavano e le due bambine crescevano. Arrivate a dieci anni esse avevano terminato la scuola elementare. Superarono l’esame, Maria in modo eccellente ed Annabella, invece, in modo poco più che sufficiente. Era arrivata l’estate e le due bambine non vedevano l’ora che scendessero i parenti da su, per restare in compagnia dei loro cugini e di andare al mare.
L’ARRIVO PROPIZIO DELLA ZIA IOLE
In estate venivano spesso a far loro visita parenti dal nord e le due bambine uscivano spesso fuori di casa per giocare a nascondino, acchiapparello, colore- colore, cuccitill. Quello era il periodo in cui le famiglie, cosiddette "larghe", cioè numerose, si riunivano, poichè nel periodo invernale i genitori lavoravano ed i bambini andavano a scuola. Questa volta a far loro visita, venne la zia Iole, trasferitasi da vari anni a Roma, perchè il marito aveva preso il posto fisso (come si soleva dire) in ferrovia. Era grassa, sempre truccata, attenta all’abbigliamento, curiosa di sapere i fatti degli altri, ma aveva una bontà davvero indescrivibile. Ella aveva due figli: Benito e Giovanni. Questi ultimi erano coetanei di Maria ed Annabella ed avevano una mentalità più aperta e quindi a Foggia non ci misero molto tempo a fare amicizia. La povera zia era vedova, il marito era morto in uno scontro ferroviario tre anni prima. E quindi furono ospitati dalla famiglia Spadavecchiaia. La casa non era grande, ma almeno era agevole per tutti. Possedevano una cucina con i minimi utensili indispensabili: uno scolapiatti, un buffet, un lavello, quattro sedie, un tavolo e due divani. Su un piccolo mezzanino, che costituiva il piano superiore, c’era la camera delle due bambine e la camera da letto... Il pomeriggio alle diciassette, i bambini uscivano fuori a giocare con altri bambini del vicinato. E conobbero così Raffaele, Giuseppe e Diego: i primi due erano fratelli, invece l’ultimo era figlio unico. Le due ragazze non riuscivano a socializzare bene. Si ponevano sempre in modo un pò diffidente, Maria di più, perchè il suo problema fisico la faceva imbarazzare. Ma con i cugini bene o male, si trovavano sempre a loro agio. Giocavano interi pomeriggi e rincasavano tutti verso le ventuno a casa, stanchi e soddisfatti e si facevano la doccia, tutti a turno. Iniziavano i due maschietti e poi toccava ad Annabella ed infine a Maria. Maria ci impiegava più tempo degli altri, un pò per la gamba ed un pò perchè ogni tanto amava stare sola in silenzio a pensare ed a sognare ad occhi aperti. Poi i piccoli andavano in cucina e mentre aspettavano la cena a tavola, giocavano tra loro. La zia Iole, nonostante abitasse su, non aveva perso l’abitudine di cucinare cibi fatti in casa, come la pasta, i biscotti ed altro ancora. I piccoli, Benito e Giovanni, erano abituati a vedere tutte queste leccornie, ma Maria ed Annabella no. La zia Iole, a differenza della cognata Rita, era molto più casalinga e dedita alla famiglia. Ella, però, aveva capito che verso Maria, da parte dei genitori c’era un certo rifiuto, solo perchè aveva quel difetto fisico. Ma aveva anche capito che era una bambina con un’intelligenza fuori dal comune e che aveva affetto ed amore dentro da dare a chi la considerasse un pò. Quando Maria arrivò in cucina, lavata ed improfumata, gli altri già stavano mangiando. Solo la zia le andò incontro e l’accompagnò con la mano dietro alle spalle, a sedere. Rimase davanti a questa scena, perchè loro, nella sua famiglia, si aspettavano l’un con l’altro, infatti, Benito e Giovanni l’aspettarono. - Come si usa fare qui? Non aspettate Maria?- - Non ti preoccupare, tanto fin quando arriva lei, noi abbiamo già finito.- rispose Michele, in modo sarcastico accompagnato da una risata che sapeva di cattiveria. La zia, nell’aria aveva sentito una certa avversione, una certa superficialità nei confronti di Maria, ma sperava di sbagliarsi, anche se in quella reazione aveva compreso bene che non si sbagliava affatto. La piccola ormai era rassegnata. Si misero a tavola e parlarono molto poco, più che altro del cibo e della scuola dei ragazzi. Ed anche lì Michele non perse occasione per sminuirla, anche se come si sa, non lo meritava. La zia Iole allora non terminò neanche il suo piatto che andò a letto, si disturbò. Quella sera ella fece orecchiette fatte in casa ed uova sode. E per i bambini biscotti a mo’ di lettera. Ma la mattina dopo, ella si alzò per prima ed iniziò a riscaldare il latte, e Maria che non aveva dormito tutta la notte, perchè non riusciva a credere che c’era qualcuno dalla sua, subito dopo di lei. - Buongiorno zia, come va?- - Bene, ma potrebbe andare meglio, sapessi che tu sei tranquilla ed al sicuro. Sai, conosco mio fratello ed è sempre stato così, ma credevo che il tempo ed una famiglia sulle spalle lo avesse ammansito ed invece lo ha soltanto peggiorato. Ah! Vorrei portarti con me a Roma. Lì avresti modo di studiare, e di farti una vita come si deve. - le disse, mentre le accarezzava la fronte. - Se vuoi gliene parlo io. - - Zia è tempo e fiato perso, credimi. Con lui non si ragiona tanto. Comunque fà come credi. Sai una volta... - la zia era attenta e mentre Maria iniziava a parlare, venne giù Michele dalla camera da letto - Mmh... mmh- si schiarì la voce - Beh buongiorno, racconta voglio sapere anch’io. - Maria abbassò lo sguardo, perchè sapeva che l’aspettava un’altra punizione. - Lascia stare la bambina, tu non la tocchi. Anzi ti dirò subito, la voglio portare con me a Roma. Non merita di vivere qui dentro.- - Cosa vuoi fare tu? Questa in fin dei conti è casa mia, lei resta qui. E tu quel che vuoi fare, fai. Resta o vai, ma non dai ordini. Chiaro?! - La zia voleva andar via su due piedi, ma aveva intuito che se avesse lasciato quella casa, sarebbero stati guai per quella bimba così indifesa. Allora la prese e la strinse forte al suo petto. Maria si sentì protetta, anche se sapeva che il padre non avrebbe dimenticato. La discussione finì lì. La zia si girò di spalle, di faccia alla cucina e vide che il latte traboccò dal pentolino e lo spense. Recuperò il possibile e versò una tazza per lei ed una per la bambina. Michele si andò a cambiare ed uscì ad imballare il fieno: quello era il lavoro di quel periodo. La zia Iole e Maria rimasero sedute a chiacchierare del più e del meno, dato che dopo quella discordia svegliarono tutti. La giornata trascorse tranquillamente, i bambini uscirono fuori a giocare e la mamma delle due ragazze andò ad insegnare taglio e cucito ad un’altra donna. Invece la zia si dedicò alle faccende domestiche ed alla cucina. La routine ormai era sempre la stessa. Maria e la zia cercavano sempre di parlare, ma non riuscivano mai a trovare un momento per poterlo fare in Santa Pace. Allora crearono un rapporto tipo madre e figlia. Si capivano con gli sguardi, con i gesti, con delle frasi a doppio senso che nessuno capiva, nè tanto meno Michele per la sua immensa ignoranza. Ogni tanto volava anche qualche bigliettino tra le due, ormai in simbiosi. Bene o male erano riuscite ad instaurare un rapporto. La zia una volta propose di andare tutti al mare, lei con tutti i pargoletti e tutti furono felici. - No, lei no. Maria no. Deve restare qui ad aiutare la mamma a fare delle faccende domestiche.- disse Michele con uno sguardo di rivincita che impaurì Maria. La zia lesse il terrore nello sguardo della bambina e su due piedi reagì - Non esiste. Lei viene con noi. E’ estate, lo è per tutti, per i miei figli, per Annabella e lo è anche per Maria!- Michele tacque. La zia andò al mercato in Via Arpi e comprò costumini per tutti e con sè portò Maria, mentre gli altri li lasciò fuori a giocare. Parlarono, parlarono e parlarono. La zia per strada incontrò un DOTTORE, con cui parlò del più e del meno. Era una persona che conosceva da tanti anni e Maria riconobbe colui che l’aiutò già una volta. - Ciao, come va?- le disse il DOTTORE e lei si intimidì e si nascose dietro la zia. Allora la zia intervenne - Ma voi vi conoscete?- allora il DOTTORE le accennò vagamente. La zia controbbattè con un discorso, non molto chiaro alla piccola, che sapeva di codici, ma di cui riuscì ad intuire soltanto che voleva aiutarla. In breve gli aveva detto di vegliare sulle due fanciulle. Tornarono a casa e trovarono Rita seduta vicino al tavolo con un’aria tutt’altro che amichevole. Ella sapeva che il marito era scontroso e che se le cose non andavano, metteva zizzania, ma per lei, lui costituiva la sua famiglia e non voleva perderlo, giusto o sbagliato che fosse.
IL VUOTO NEL CUORE DI MARIA... SI RIAPRE!
Fece cenno a Maria di andare a giocare fuori e restò sola con la cognata. - Beh allora Iole, mio marito mi ha accennato che ti ha beccata una mattina a parlare con nostra figlia. Che intenzioni hai? Con che intenzione sei venuta qui?- - Ma guarda Rita, non è come credi. Tuo marito la maltratta e non c’era bisogno che me lo dicesse la piccola, perchè si vede e lo si capisce a distanza. Non le vuole bene.- -Come ti permetti! E’ pur sempre suo padre e se le alza una mano, non lo fa a fin di male, lo fa sempre per il suo bene. E comunque se sei venuta qui, con l’intento di mettere discordia, mi dispiace, ma quella è la porta.- L’istinto della zia Iole lo avvertiva da tempo che sarebbe arrivato il giorno in cui sarebbe successo e si sentì sollevata a sapere che il DOTTORE avrebbe svegliato sulle due fanciulle. - D’accordo. Io con i miei figli togliamo il disturbo. Ma sappi che arriverà il giorno in cui, quando aprirai gli occhi sarà troppo tardi. Buona fortuna.- Andò in camera, finì di preparare la sua valigia, che per l’occasione era anche un armadio, prese i suoi pargoletti che erano fuori a giocare con Maria ed Annabella e gli altri bimbi del vicinato ed andò via. Ma prima si accovacciò, prese Maria ed Annabella, le abbracciò l’una da un lato e l’altra dall’altro e le strinse forte a sè. Si mise a piangere, pensando alla sorte delle due fanciulle. - Perchè piangi zia, cos’hai?- - Niente! Niente! Zia ora va via, ma tornerà un giorno. Statene certe. Abbiate cura di voi, mi raccomando Annabella abbi cura di tua sorella. Aiutala sempre, quando sai che ci vuole. Tanto tu sei grande ed io ho fiducia in te, ok?- Poi, prese Maria e la strinse ancor più forte. Sapeva che adesso ci sarebbero stati problemi per lei. Anche Maria la strinse forte a sè e pianse tantissimo in silenzio. - Beh ora devo andare che tra non molto passa il treno. Arrivederci ragazze, a presto. Abbiate cura di voi.- Prese Benito e Giovanni e si allontanò. Le due sorelle si sentirono improvvisamente sole e vuote. Non avevano nemmeno tentato di chiedere alla mamma di trattenerli, anche perchè loro sapevano benissimo che lei non aveva nessuna voce in capitolo. Scese la sera e si ritrovarono di nuovo mamma, padre e le due figlie attorno al tavolo. Il papà aveva uno sguardo più che altro maligno, perchè sapeva che ora sarebbe arrivata la resa dei conti. Mangiarono ed il padre mandò subito a letto Annabella e consorte e rimase solo con Maria. - Allora cosa volevi raccontare quella mattina alla zia Iole, che io non posso sapere?- - Niente.- rispose Maria decisa, ma impaurita. - Ah, no! Vuoi parlare di tua volontà o vuoi che ti do io una mano. - Si impaurì ancor di più e rispose - Niente.- - Ah! Allora non vuoi parlare, va bene. Ora vediamo invece.- Si tolse la cinta ed iniziò a colpirla alle braccia, perchè lei per difendersi mise le braccia davanti al viso. Allora uscì fuori di nuovo Annabella, che sapendo o per lo meno immaginando cosa sarebbe successo, restò dietro la porta della cucina ad origliare e tenere sott’occhio la situazione, in modo da poter intervenire all’istante, e così fece. Balzò fuori ed inveì di nuovo contro il padre. Stavolta lo minacciò - Se non la smetti di trattarla così male, racconterò tutto alla mamma e non solo. Ora basta! Ti faccio finire in carcere, se non la smetti.- Michele si voltò verso di lei, ma stavolta più indiavolato che mai, la prese per il collo e la sollevò da terra - Tu non farai nulla di tutto ciò. Sia perchè non ti crederebbe nessuno, sia perchè poi vedrai allora tu con tua sorella, che fine farete. Permettiti Annabella e stavolta davvero ti farò pentire di essere venuta al mondo e soprattutto in questa famiglia.- La mamma stavolta aveva udito tutto, era dietro la porta e lì rimase. Si inginocchiò e pianse, pianse e pianse. Ma non aveva il coraggio di inveire contro quell’uomo così crudele e cattivo. Lei con lui, ne aveva già passate tante da fidanzati. Anche a lei picchiava, quando lo faceva insospettire oppure salutava qualche suo amico anche d’infanzia. O addirittura lo fece, quando seppe che lei aspettava due gemelle femmine. A quell’epoca, la predilezione verso il figlio maschio al sud, era un costume più che un desiderio. E nel ricordare questa cosa, Rita, una donna dal carattere debolissimo dentro, non fece altro, che auto incolparsi, per l’ennesima volta. Ma dopo questo episodio la donna si dimostrò più sottomessa al marito, ma anche più propensa a comprendere le due figlie ed a starle vicino. Cercò di insegnare loro, l’arte del risparmio o comunque delle cose che un giorno, mettendo su famiglia, ad ognuna per conto proprio, sarebbero tornate utili. Quali stirare, lavare i panni, fare cibi fatti in casa con un pò di acqua, farina zucchero e sale, che non mancavano mai in nessuna casa, lavorare a maglia ed altro ancora. Addirittura ella fece immani sacrifici, lavorava giorno e notte, pur di mandare le due figlie alle scuole medie e ci riuscì. Pur di non farle restare in casa, d’inverno, con un uomo così violento. Le due ragazze frequentarono serenamente i tre anni di scuole medie. La mattina andavano a scuola, a pranzo, mangiavano tutti insieme e subito dopo esse facevano i compiti. Poi la mamma insegnava loro mansioni artigianali, le faceva mangiare presto, alle diciannove e trenta, venti massimo e poi le mandava a letto. Tempo tre anni e le due ragazze riuscirono a conseguire la licenza media. Ormai quattordicenni le due fanciulle iniziavano ad avere le idee chiare. Volevano andarsene da Foggia. Una città così piccola con una mentalità ancor più ristretta. Avevano visto le altre città in televisione e per libri, e gli effetti che queste facevano sulle altre persone, perciò volevano vivere anche loro questa esperienza e lasciarsi influenzare. Così per poter partire iniziarono a cercare lavoro, fatto assurdo per due ragazze a quell’epoca, anche perchè la mentalità soleva che solo l’uomo dovesse lavorare in casa. Ma loro si erano preposte di farlo per poter andarsene su a Roma, Milano, Torino o comunque in una città in cui avrebbero potuto vivere più dignitosamente. Maria trovò un impiego come sarta ed Annabella in un negozio dove vendevano pasta fresca. Ma lei era in laboratorio a produrla. Iniziarono a mettere da parte i primi soldini e li nascondevano. Maria negli abiti piccolissimi di lei appena nata, Annabella invece nei calzettoni di lana fatti dalla mamma. Una sera a tavola - Possibile che voi lavorate tanto e non guadagnate niente. Non vi comprate un vestito, un giocattolo, niente. A me sembra strano. Allora dove sono i vostri soldi?- Nessuna rispose. - Su ragazze, dove sono? Ve li metto io da parte.- Michele stava iniziando a spazientirsi. Le due ragazzine non risposero, ma temevano il peggio. Allora Maria per paura, d’istinto rispose - Nel mio cassetto. Prenditeli, ma poi basta. Lasciaci in pace. - Andò in camera di Maria e mise tutti i cassetti sotto sopra. Di lì uscirono venticinque lire. - Beh tutto qui?- - Beh se permetti ho iniziato cinque giorni fa a lavorare. Che pretendi? E’ già tanto per un lavoro artigianale, svolto in casa. - Allora Michele si sedò e si rivolse ad Annabella - E tu. Non hai nulla da darmi?- - No. - rispose decisa Annabella - A me sono tre giorni di lavoro e poi a me paga a settimana.- Non era vero. Lei lavorava lì da sette giorni ed aveva già da parte cinquanta lire, ma non voleva darli a lui. A quell’uomo così meschino e crudele. Il giorno dopo le due sorelle si alzarono per andare a lavorare, ma trovarono il padre seduto al tavolo. La mamma era uscita per fare la spesa. -Beh! Dove andate insieme... di buon’ora?- si rivolse l’uomo alle due ragazzine. - Sono affari nostri- rispose pronta Annabella. A quel punto il padre le mollò un ceffone -Porta più rispetto verso tuo padre.- Allora le due ragazze cercarono di scappare, tentando di divincolarsi dalla presa del padre, ma non fu facile. Allora Maria gli diede un morso sulla mano che lo fece urlare e lasciare la preda per il dolore e le due ragazze riuscirono a scappare. Imboccarono un sentiero che conduceva al bosco e dopo aver percorso tanta strada, stanche ed esauste le due ragazze si accasciarono sulle radici di un albero secolare, sradicate dal suolo nel tempo. Affamate, ma felici si addormentarono come due feti raggomitolate tra loro stesse, l’una di fronte all’altra.
UN AIUTO PROVVIDENZIALE
Si svegliarono a tardo pomeriggio, ed intravidero sul sentiero nel bosco il DOTTORE che già una volta accorse alle urla di Annabella. Il DOTTORE proseguiva tranquillamente lungo il sentiero che conduceva alla sua abitazione, quando le due ragazze gli si piazzarono davanti ed insieme colte da paura e tremore gli chiesero aiuto -Dottore, la preghiamo ci aiuti! Per Dio!- disse Annabella, parlando d’un fiato - Quel giorno, davvero mio padre ha picchiato Maria. Mi deve credere!- Il dottore si avvicinò alle due ragazze con passo solenne ed incominciò a parlare con voce rassicurante - Certo ragazze, anche se io non vi conosco personalmente, non ho creduto minimamente alla storia di vostro padre. Da allora vi ho seguito passo dopo passo, in modo che in qualsiasi momento vi avrei potuto aiutare. Credetemi, per il lavoro che svolgo, capisco cosa vuol dire essere giovane ed avere sulle spalle tutte le responsabilità e paure che avete voi due. Io curo persone che lavorano, subiscono maltrattamenti ed altro ancora. Ah! Dio solo lo sa!- Mentre parlava il DOTTORE, si sedette su un grosso sasso ed avvolse le due ragazze indifese sotto le sue braccia. Maria ed Annabella lo seguivano attentamente - Allora ragazze, siete pronte per tornare a casa? Parlerò io con vostro padre - Si alzò ed aspettò che le due ragazze si alzassero per avvolgerle di nuovo sotto le sue braccia in segno di protezione. Ma stavolta le due ragazze si scostarono bruscamente e lo guardarono come se il DOTTORE le volesse tradire. -No, dottore! Noi a casa non torniamo, nostro padre è aggressivo e manesco. Se torniamo a casa, lui potrebbe anche ucciderci. - urlò Annabella, con un pianto isterico ed a singhiozzi, con una mano protese contro il petto di Maria, come se volesse proteggerla, tenendola indietro. A quel punto il DOTTORE commosso dalle insistenze delle due ragazze, si propose per dar loro una mano - Va bene, se volete, vi accompagnerò alla stazione, per prendere un treno che vi porterà lontano da qui. Ma voi non dovete dire nulla a nessuno. Ci vediamo tra due ore circa, così ho tutto il tempo di procurarvi abiti ed alimenti utili per il vostro viaggio. Il treno di cui parlava il DOTTORE, era un unico treno che faceva molte fermate, per le varie città d’Italia e l’ultima era quella di Milano, destinazione delle due ragazze. Dopo circa due ore il DOTTORE fu di parola, tornò. Tornò con una valigia, per non dare all’occhio nel paese. All’interno c’erano due cappellini, due pantaloni stropicciati e rovinati, con due camicie tarlate, poichè il DOTTORE aveva un figlio che lavorava nei campi nei periodi estivi e si chiamava Diego.
In quella calda estate del 1978, Diego, lo stesso Diego con cui le due fanciulle giocarono da piccole, in quella bell’estate in cui venne la zia Iole, stava lavorando presso un podere degli zii nel quale veniva aiutato da un cugino. In inverno invece continuava ad andare a scuola ed anch’egli era di Foggia. Ma appena potevano i due ragazzi facevano dei viaggi, che era la loro più grande passione.
Ovviamente gli indumenti erano larghi. Le due ragazze a turno, andarono dietro una siepe che le copriva fino al collo e si cambiarono. Il DOTTORE nella valigia mise anche tre mele, un pò di pane ed un pò di pizza fatta in casa dalla moglie per cena e dell’acqua. Nel frattempo il DOTTORE si diresse verso il fiume Celone, in modo fuggiasco ed attento a guardarsi intorno. Il Celone era a mo’ di condotto e si trovava a circa cinquanta metri rispetto alla loro postazione. Vi gettò dentro gli abiti delle due fanciulle, raggomitolati nell’abito lungo di Annabella. Annabella e Maria erano buffe con quegli abiti, ma tutto sommato non se ne importarono, poichè quegli abiti avrebbero determinato la loro salvezza. Mangiarono e bevvero, fino a gonfiarsi. Conservarono una mela, un pò di pane e dell’acqua. - Ecco, ragazze, io ho fatto quello che potevo, ma ora se ci muoviamo, c’è un treno che passa tra mezz’ora circa e che vi potrà condurre alla libertà. Copritevi bene col cappello, io adesso chiamerò una carrozza che ci porterà in stazione, poichè non posso prendere la mia auto. Darei nell’occhio. Vide una carrozza e fece cenno di fermarsi, ella si accostò ed i tre passeggeri salirono a bordo. - Alla stazione, presto! Non c’è tempo da perdere!- Il cocchiere allentò le briglie dalle sue mani ed incitò i cavalli a correre ancor di più, battendo sul dorso di questi con una bacchetta di legno sottile, così che sollevarono un grosso polverone. Nella carrozza, il DOTTORE e le due ragazze si guardarono per tutto il tragitto con un’aria di speranza e di timore per il loro avvenire. Il DOTTORE era più che soddisfatto, perchè finalmente le avrebbe condotte alla libertà. Così le abbracciò forte, stringendole al proprio petto, come se fossero state le sue figlie. Arrivarono in stazione con circa cinque minuti di anticipo. Scesero tutti e tre ed il DOTTORE fece cenno al cocchiere di aspettare. - Bene ragazze, siamo arrivati al capolinea di quest’avventura. Mi raccomando, non fatene parola con nessuno altrimenti mi accuserebbero di favoreggiamento. Vi auguro buona fortuna e che il Cielo vi assista. Se potete, tenetemi informato. - mentre parlava, le abbracciò di nuovo entrambe con affetto paterno, che Annabella non ricordava più e che Maria non aveva mai avuto. Arrivò il treno e dovettero salire in fretta e furia, non ebbero nemmeno il tempo di fare il biglietto. Le due ragazze salirono sul treno e si affacciarono al finestrino - Arrivederci DOTTORE, grazie di tutto, non la dimenticheremo mai. Appena possiamo, le scriviamo. Ci conti!- - Addio ragazze. Buon viaggio e che il Cielo vi assista! Ah! Scendete all’ultima fermata.- Mentre il treno partiva a Maria volò via il cappello. Il cocchiere la riconobbe, e restò di stucco. Il DOTTORE vide il volto basito del cocchiere e gli balzò vicino, restando a terra - Guai a te, se dici poco poco una parola.- Puntandogli contro un tagliacarte. Il cocchiere spaventato, fece cenno col capo.
IL VIAGGIO DELLA SALVEZZA
Nel frattempo le due ragazze nel treno erano ancora incredule e si sedettero sui sedili impolverati, in una cuccetta con tendine sudice che coprivano i vetri sporchi e che spostarono per osservare il panorama. Non sapevano neanche dove le avrebbe condotte quel treno, ma sapevano soltanto che era il treno della speranza. Scese la sera, e le ragazze erano stanche ed esauste, Maria soprattutto avvertiva una stanchezza con dei dolori lancinanti alla gamba destra, aggravati dal suo problema natale. Soffriva in silenzio - Vedrai, sorella mia. Appena arriviamo alla prima stazione, scendiamo ed andiamo in ospedale. Resisti.- disse Annabella. Annabella sapeva che per allontanarsi da quell’inferno, ce ne voleva di tempo, ma le diceva così, per incoraggiarla ed incitarla a resistere. Ella sapeva che la sorella, nonostante la vita fosse stata così avversa con lei, aveva una grande forza interiore che aveva bisogno di essere sollecitata per farla venir fuori. E chi poteva meglio di lei, visto che erano gemelle e che soltanto lei sapeva cosa le era accaduto?! Trascorse la notte e le due ragazze si addormentarono beatamente. Arrivò l’alba ed il sole penetrò i vetri del treno, sembrava che accarezzasse il capo delle due fanciulle, per un risveglio più sereno. Le due ragazze si svegliarono e dopo circa un paio di ore arrivarono alla stazione di Milano. Scesero dal treno e videro una stazione immensa, che non aveva nulla a che vedere con quella di Foggia, con pochi binari ed alcuni anche mal funzionanti. A Milano c’era un via vai di gente, treni che andavano e che venivano, un caos a cui le due ragazze non erano abituate. Camminarono molto lentamente, perchè Maria aveva la gamba molto stanca per il viaggio. Tra spintoni e confusione, uscirono fuori dalla stazione e videro molti più palazzi di quelli di Foggia, molti più mezzi pubblici e molta più gente vestita per bene, anche perchè Foggia fondamentalmente era una città piccola di artigiani ed agricoltori: immensa ricchezza per la gente del sud, e quindi molta poca gente vestiva elegante a meno che non fosse domenica o c’erano feste in giro. E poi neanche loro si sentivano a loro agio con quell’abbigliamento così poco adatto a quell’ambiente così per bene. Le due ragazze erano totalmente spaesate. Le avvicinò un ragazzo con gli occhi verdi, i capelli biondi ed una corporatura esile di circa diciassette anni - Ciao ragazze, siete nuove? Non vi ho mai viste qui. Piacere io sono Luca. - Le due ragazze che non avevano mai avuto molte amicizie, si presentarono a questo giovanotto così garbato e perbene. - Io sono Annabella e lei è mia sorella gemella Maria. Siamo partite ieri pomeriggio tardi da Foggia e siamo arrivate adesso qui. Tu come mai sei qui? Dato che sento vagamente un accento piuttosto familiare. - - Brava! Non sono di qua. Sono di Foggia. Ma vivo qui ormai da parecchio tempo, quindi il mio accento non è ben definito. Poi sai com’è. Qui viene gente da tutte le città d’Italia e quindi mi faccio influenzare. Io alloggio in una pensione qua vicino "L’Arcobaleno", per cui lavoro e pago la mia quota. Per voi donne è più facile. Se volete, potete alloggiare anche voi e pagare facendo dei lavoretti per loro, tipo pulire le stanze e lavare i piatti. Se poi fate gli straordinari, vi vengono pagati in moneta. –
Luca non aveva un’istruzione vera e propria. La sua vera cultura era la strada. Infatti, era stato sempre abituato a vedersela da solo. Non aveva un vocabolario linguistico molto ricco, ma avevo uno spiccato senso d’intuizione e sapeva sbrogliare qualsiasi tipo di matassa. Quando poteva, aiutava il prossimo. Per lui nulla o quasi era impossibile. Trovava soluzione a tutto. Era un piccolo genio, con un’acutezza mentale che spaventava anche persone adulte o addirittura colte.
Le due sorelle accettarono di buon grado. Allora Luca vide Maria che zoppicava un pò nel camminare, ed i loro volti stanchissimi, le prese la valigia e la portò lui per tutto il tragitto, fino alla pensione. Arrivate davanti alla pensione, le due sorelle si fecero uno sguardo complice, erano soddisfatte e più rilassate, tirarono un enorme sospiro di sollievo ed entrarono. Entrarono nella pensione ed il ragazzo, amichevolmente salutò la ragazza alla portineria. Si chiamava Stefania ed era la figlia del padrone, che da sempre nutriva un sentimento un pò più dell’amicizia verso Luca. - Sempre conquiste fai. Sei proprio un Don Giovanni.- gli disse, facendogli un sorriso allusorio. - Smettila! Altrimenti cosa potrebbero pensare di me. Non fateci caso ragazze, ma noi scherziamo sempre.- Allora Stefania, gli diede le chiavi per la stanza delle ragazze, ed egli s’incamminò per le scale per primo. - Non preoccupatevi ragazze, è un bravo ragazzo. Gli piacciono le ragazze, ma non è cattivo. Siete capitate in buone mani. Salite, altrimenti si insospettisce. Crede che io vi abbia messo in guardia verso di lui.- disse Stefania sorridente e sghignazzante. Stefania aveva sempre avuto un debole per Luca, per il suo animo nobile ed il suo essere in gamba, ma non voleva ammetterlo nè a se stessa, nè tantomeno agli altri. Luca salì le scale e giunse alla porta numero diciassette, aprì la porta e vi lasciò la roba dentro. Ma egli vedendo che Annabella ancora non arrivava, lasciò la porta socchiusa, tornò indietro e poichè a Maria faceva male la gamba l’aiutò, mettendole il braccio attorno al suo collo sostenendola a salire le scale. Arrivate davanti alla porta, Luca aprì la porta e le due sorelle rimasero a bocca aperta. Davanti ai loro occhi videro una camera con due letti, due comodini, una finestra di fronte ed un armadio a destra. Si sentì un profumo di fresco e di pulito. - Grazie Luca, senza di te, non sapevamo proprio dove avremmo sbattuto la testa. Ah! Se non ci fossi stato tu! Grazie!- disse Annabella, dandogli un bacio sulla guancia. Trascinò dentro la stanza Maria e chiuse la porta - Ciao, a dopo.- si defilò con un delicato bacio volante. Luca rimase sbalordito ed immune, ed ancora stordito, andò nella sua camera. Le due sorelle si diedero una rinfrescata, facendosi la doccia a turno. Indossarono gli abiti che erano sul lettino, un pò più grandi di loro e si lasciarono andare ognuna nei propri letti, sprofondando in un sonno profondo.
ALLA RICERCA DISPERATA DELLE DUE SORELLE
Nel Frattempo a casa, trascorsi due giorni, i loro genitori si resero conto che le due fanciulle ancora non rincasavano, iniziarono a dare l’allarme per tutta la città. Fino a quel momento, il padre aveva creduto che fosse un semplice capriccio od uno sfogo di rabbia e che per fargliela pagare, avrebbero trascorso qualche giorno fuori e poi sarebbero tornate a casa. Ma non fu così! La mamma invece ignara di tutto quello che il padre combinava alle due ragazze, credeva che Michele avesse iscritto Annabella e Maria in colonia per farle terminare gli studi. Ma in due giorni nè una lettera, una telefonata... una notizia?! Così la signora Rita chiese al marito, ma neanche lui sapeva nulla. Ma adesso era tardo pomeriggio ed era trascorso un giorno e mezzo abbondante e delle due ragazze neanche l’ombra. Allarmarono tutta la città, chiamarono parenti, amici, conoscenti, per avere loro informazioni, ma nulla da fare. Foggia, più che una città, è sempre stata di indole un paesino, dove si viene sempre a conoscenza di tutto quello che succede, in qualsiasi modo e dove comunque tutti si mobilitano per aiutare tutti. Anche in quest’occasione, si mobilitò tutta la città per Maria ed Annabella, credute scomparse o sequestrate o addirittura c’era chi pensava al peggio. Avevano tappezzato tutta la città con le foto delle due ragazze, ma nulla da fare. Quella mattina si presentò al cocchiere, Tano, un agricoltore con la passione della pesca. Bussò alla porta di casa del cocchiere, ed entrò. Posò sul tavolo un sacco da cui tirò fuori degli abiti, al cocchiere molto familiari. Erano gli abiti delle due ragazze. - Sai niente tu di questo?- chiese Tano, mentre li poggiava sul tavolo. Il cocchiere fece un viso soddisfatto e cattivo, perchè sapeva che da quegli abiti, poteva pretendere ed ottenere parecchio di più. Lui, Tonino il cocchiere, era stato sempre geloso di quella famiglia, poichè Michele, nonostante il suo carattere burbero ed irascibile, aveva sempre saputo cavarsela su tutto. A casa sua cibo e calore non mancavano mai, invece lui viveva solo, con una vecchia governante poichè scapolo da sempre, che gli teneva la casa in ordine ed anche compagnia. Gli mancavano denti e capelli ed il suo volto era scarnito, per cui nessuna donna aveva mai voluto condividere il futuro con lui. - Ma certo! Questi abiti appartengono a Maria ed Annabella, le figlie del ’mpare Michele. - Allora a Tano si sprigionò la sua vena più cattiva - Mi è venuta un’idea!-
Dato che il padre delle due ragazze non aveva riscosso molte simpatie nella città, la sorte gli si rivolse contro. Ad ora di pranzo, bussarono alla porta della famiglia Spadavecchiaia. Il capofamiglia, Michele, stava per mettere in bocca l’ultimo boccone di minestra, ma posò il cucchiaio ed andò ad aprire. Sull’uscio trovò il cocchiere e Tano che gli presentarono gli abiti di Maria ed Annabella - Sai cosa sono questi? Li riconosci?- Allora Michele che non era abituato a sorprese di così poco gusto, rimase impietrito. - Dove sono? Che fine hanno fatto? Come avete fatto... Parlate, ditemi qualcosa.- disse in preda ad un’apparente preoccupazione. Sì, apparente. Perchè a lui, alla fin dei conti, interessava più che la moglie non venisse a conoscenza dei suoi comportamenti verso le due fanciulle, che non dove fossero realmente. - Calma calma.- lo invitarono i due uomini e poi proseguirono - Noi non sappiamo dove sono le due ragazze, ma volendo con un pò di collaborazione, potremmo scoprirlo. Dipende tutto da voi!- Giunse alla porta la moglie - Che succede?- chiese con un volto speranzoso. - Niente signora, visita di amici. A presto, ’mpà. - Si chinarono verso la moglie, togliendosi il cappello - Con permesso.- E la moglie incredula e spaventata rimase senza parole. La moglie era una donna onoratissima in paese, anche se civettuola, poichè le piaceva informarsi su tutto ciò che accadeva in città. Tornarono in casa, marito e moglie e la moglie esplose in un pianto isterico - Chi erano quei due? Che volevano? Perchè sono venuti qui? - Infatti "quei due", come li aveva definiti la signora Rita, erano davvero inaffidabili, perchè in epoche passate avevano assaporato la galera e la crudeltà più pura. Il marito scosse il capo - Niente, niente.- Verso il pomeriggio presto, Michele si incamminò verso casa del cocchiere, che nella città era conosciuto come un ricattatore, e vi bussò alla porta. Aprì la porta la vecchia governante e d’impeto lui le scagliò contro - Dov’è? Dov’è Tonino? E’ in casa?- e gli rispose immediata - Sì, ma è impegnato.-
Tonino udì, da quella specie di soggiorno diviso da un sottile muro di compensato dalla cucina, dove era seduto a tavola, a divorare un pollo - Lascialo entrare. Porta due caffè, Gina. - e la governante si defilò, con fare abbastanza riservato. - Siediti. Cosa mi devi dire. Spero per te che sia qualcosa di concreto per entrambi. Se no, non se ne fa niente.- disse mentre mangiava in modo davvero riluttante quel pollo.- Dimmi cosa vuoi da me. Rivoglio a casa le mie due figlie. Mia moglie è disperata.- E qui prese la palla al balzo il cocchiere - Vedi ’mpare, in città tutti sanno che tu alle tue figlie non ci tieni. Anzi le maltratti, ammettilo, lo sanno tutti!- Michele rimase di stucco, non se l’aspettava - Cosa vuoi da me?- si affrettò a dire, alzandosi di scatto in piedi ed assumendo uno sguardo adirato più che mai. - E’ presto è presto, per chiedere ora. Gina, accompagna il signore alla porta. Ora devo andare a riposare. Avremo modo di riparlarne, ma non ora. A presto, ’mpare. A presto.- Si incamminò verso la sua camera da riposo e scomparve nel nulla. A quel punto Michele, si vide costretto a lasciare l’abitazione. Imboccando la strada del ritorno, incontrò il DOTTORE. Lo vide con un volto radioso, che quasi quasi lo insospettiva. Continuò il suo percorso verso casa e vide il figlio del DOTTORE, Diego che faceva acquisti, indice di un nuovo viaggio e quindi di una nuova avventura. In città tutti sapevano, addirittura, le abitudini di tutti. Proseguendo il DOTTORE, sul suo cammino incontrò due sicari - DOTTORE, buongiorno. Senta volevamo gentilmente avvertirla che lei ha delle informazioni che a noi possono tornare utili e qualora potessero servirci, le saremmo grati se lei ce le fornisse.- disse uno di loro con tono minaccioso, ed entrambi tirarono fuori due coltelli chiusi che battevano con fermezza con una mano sull’altra.
- Allora Dottore? Stiamo aspettando.- Il DOTTORE non ebbe nessuna reazione, per un attimo, anzi rimase immobile ad ascoltare. Nel frattempo, mentre un sicario suadeva all’ascolto il DOTTORE, l’altro all’improvviso gli si piazzò dietro. Gli avvolse il braccio attorno al collo, in una stretta da mozzare il fiato e con il coltello iniziò ad INCIDERE la gola al DOTTORE superficialmente, sotto il colletto della camicia. L’altro che gli era di fronte - Dottore, questo è solo un semplice avvertimento. Si tenga reperibile in qualsiasi momento. Degli amici.- Il sicario lasciò cadere dalla morsa il DOTTORE ed andò via con l’altro sicario. Il DOTTORE notò il sangue che gli sgorgava dal collo e si accasciò sul ginocchio destro a terra. Prese il fazzoletto dalla tasca sinistra e cercò di bloccare la ferita, infine se lo avvolse attorno al collo e tornò con passo affrettato a casa. Michele, nel frattempo, tornò a casa e si sedette a riflettere sugli avvenimenti che erano accaduti quel giorno. Voleva cercare un nesso, in tutto quello che aveva vissuto quel giorno, ma non lo trovò. Dopo essersi ubriacato ed aver dato due morsi ad un pò di pane, andò a letto. La moglie, invece rimase sveglia di fronte al quadro della Madonna e pregò per tutta la notte, per la sorte delle due figlie.
LA NUOVA VITA DI MARIA ED ANNABELLA
Sorse un nuovo giorno e le ragazze si svegliarono di buon grado, con il sole che penetrava tra le fessure della finestra. Sentirono Luca bussare alla porta ed Annabella disse a Maria, che si stava alzando a sforzo - Lascia, vado io. - ed andò ad aprire. Appena aprì la porta, Luca rimase incantato da cotanta bellezza. Annabella era semplicemente stupenda. Aveva gli occhi blu come il mare, una folta chioma di capelli scuri e ricci, un po’ scompigliati ed il pigiamino che indossava, seppur semplice e più grande di lei, dato che glielo avevano fatto trovare la sera prima, piegato sul letto, la rendeva terribilmente sexy. Lei notò questo stupore, e data che si era creata una situazione che imbarazzava anche lei, sdrammatizzò - Dimmi Luca, cosa c’è?- disse ancora assonnata. - Beh, io volevo sapere se avete trascorso una buonanotte e se vi servisse qualcosa. Ah!Ecco. Questi sono degli abiti per te e Maria. Prendeteli ed indossateli. Siete pronte ad affrontare il primo giorno di lavoro? Giù servono la colazione. Quando volete, potete accomodarvi.- stava continuando il discorso, anzi una serie di discorsi, allora Annabella lo bloccò - Eh! Ma quanto parli a prima mattina. Ma ho sentito bene?! Oggi è il nostro primo giorno di lavoro? Davvero dici?- gli occhi le si illuminarono - Veniamo subito!- socchiuse la porta ed entrò dentro urlando - Maria Maria. Hai sentito? Un lavoro!- Maria era debole, rispose con un sorriso pallido, dovuto al suo problema fisico e non solo, anche perchè le due ragazze avevano mangiato pochissimo, cioè solo quello che era avanzato loro da ciò che aveva fornito loro il DOTTORE. Annabella notò questa debolezza di Maria, l’aiutò a vestirsi, si vestì anche lei e scesero giù a fare colazione. Annabella e Luca portarono giù Maria, sottobraccia ad entrambi. Fecero colazione e Maria mostrò un volto più colorito, ma Annabella capì subito che non era una ripresa fisica ed umorale che sarebbe durata a lungo. - Maria, Maria, sei pronta per lavorare? - Maria fece un lieve cenno col capo. Allora Luca la prese in braccio, la portò in camera e la mise adagio sul letto. - Riposa, Maria. Riposa.- Luca prese il braccio di Annabella ed uscirono fuori dalla camera. Annabella aveva sempre lo sguardo preoccupato verso la sorella che la guardava dal letto con un’aria appagata. Così lavorò sodo, prima a pulire le stanze e poi a lavare i piatti in cucina. Appena finì di riordinare la cucina, salì su in camera col pensiero di Maria. Aprì la porta e la trovò seduta - Maria! Cosa fai già in piedi?! - Dopo un sonno ristoratore, migliorò notevolmente il colorito del suo volto. - Come, cosa faccio già in piedi? E’ tardi. Ho trovato questo libro e sto vedendo di che parla. Sai la lettura mi è sempre piaciuta.- Annabella vide negli occhi della sorella un qualcosa di talmente vivo e passionale che le fece una proposta.- Allora sorellina mia, facciamo così. Tu resti a casa a studiare ed io penserò a lavorare, ma sappi che dovremo stringere un pò la cinta, in tutto.- Luca che si trovava a passare per andare in camera sua, origliò tutto. Fece un sorriso bonario ed andò in camera sua. La sua camera era la ventunesima, quindi quattro porte dopo quella delle due fanciulle. - Beh! Marì, ora scendiamo che ho fame. Tu non hai fame? Guarda, oggi il padrone mi ha dato cinque lire. - Annabella le tirò fuori dalla tasca e le mise in una tasca interna alla valigia che le aveva dato il DOTTORE. Scesero a mangiare e fu servito loro un piatto di pasta col formaggio, pieno, rispetto alla portata che facevano di solito per ristorante, e lo divisero in due ed in più una mozzarellina un pò piccolina, per essere divisa tra due persone. Sazie, diciamo, le due ragazze tornarono in camera.- Maria dimmi. Cosa ti piacerebbe studiare? Cosa ti piacerebbe fare da grande?- disse Annabella, sorridendo alla sorella con soddisfazione, pensando che lei avrebbe potuto cambiare le sorti di entrambe. - A me piacerebbe diventare dottore per aiutare, chi ha problemi come il mio o peggiori, a guarire.- Infatti, a Maria, per la troppa trascuratezza, la gamba cominciava a gonfiarsi. - E va bene. Lavorerò tanto tanto, pur di aiutarti. Ma voglio che tu diventi dottore, anzi dottoressa. E’ così che si dice?- Le ragazze risero di buon grado. Poi si addormentarono abbracciate. Il giorno dopo Annabella si presentò con molte riviste mediche racimolate nella sala d’attesa e le portò a Maria. Che appena le vide, restò senza parole. Si alzò dal letto ed andò a prenderle per metterle sulla scrivania. Le aprì repentinamente, iniziò a captare figure di qua e di là. - Oh! Davvero sorellina mia. Mi aiuterai? Non finirò mai di ringraziarti. Mi metto subito a lavoro!- Ad Annabella le si aprì il cuore, perchè alcune riviste gliele aveva procurate Luca. Ormai Luca, al mattino faceva la sveglia ad Annabella, per scendere a lavorare, ma andava circa mezz’ora prima del previsto al mattino, perchè amava ammirare per primo, la bellezza di Annabella al suo risveglio. Quella mattina Annabella non fece colazione per l’entusiasmo. Ella ingranò bene il meccanismo del lavoro, infatti, anche se non aveva mai lavorato, era molto svelta e questo il padrone lo notò. Puntuale, dopo aver pulito le stanze e lavato i piatti, finì di pulire la cucina e salì in camera. Trovò Maria immersa in una lettura sfrenata di queste riviste. Su circa una ventina, ne aveva già lette otto. Un vero fenomeno! Annabella restò soddisfatta - Beh! Marì, come va? Hai letto qualcosa? Dimmi dimmi, che cosa hai scoperto?- Si rivolse in questi termini, perchè come detto prima, le due ragazze non avevano una vasta cultura. Terminarono la terza media, ma Annabella a scuola non si era mai impegnata come Maria. Così Maria le raccontò tutto quello che aveva letto, o per lo meno ci provò.- Basta Marì, io non ci sto a capire niente. D’altronde, si sa, tra me e te, la cervellona sei sempre stata tu. - Maria arrossì, perchè era vero. - Beh, ora scendiamo che ho fame, tu no? A proposito, oggi il padrone mi ha dato altre cinque lire e mise anche queste nella sacchetta nascosta della valigia. Soddisfatte le due ragazze scesero giù e pranzarono, come al solito, un pranzo composto da primo e secondo, per due persone. Salirono su in camera e si addormentarono. Le due ragazze saltavano la cena, perchè erano stanchissime, ma entusiaste, dopo una giornata stressante e dopo aver mangiato tanto. Perchè a casa loro non erano abituate a mangiare in quel modo, si addormentavano. Trascorsero mesi ed il meccanismo di routine innescato, andava a gonfie vele. Luca era sempre con loro, qualsiasi volta, loro lo interpellavano, ma anche quando loro non lo chiamavano, lui c’era. Vegliava su di loro. Infatti, lui a loro insaputa, metteva nel taschino interno della valigia altre monetine, perché capiva che erano sole e le aveva prese talmente a cuore, che le aiutava ogni qualvolta poteva. E così Annabella, ogni giorno, dopo il lavoro, metteva nel sacchetto segreto della valigia, quello che il padrone le dava, ma non li contava, perché diceva che portava male. Ormai, la gente che pernottava nella pensione, l’aveva conosciuta e l’avevano talmente presa in simpatia che le regalavano dei soldi che lei metteva insieme alla sua paghetta. Il tempo trascorreva. Un giorno Annabella decise di contare quanti soldi era riuscita a racimolare per poter iscrivere la sorella alle scuole superiori e permetterle così di diventare un bravo medico. Tirò fuori dalla sacchetta interna della valigia un sacco di monetine. Le contò ed erano quasi 10,000 lire. Non poteva crederci! Soldi lavorati e sudati da lei stessa. Maria era in bagno, appena uscì, Annabella le diede la bella notizia. - Davvero! Sorellina mia, non ti deluderò!- Annabella, a quel punto, l’andò ad iscrivere all’istituto di scuole superiori più vicino alla pensione. Era il due settembre. Tornò in camera e le diede la bella notizia, però Maria poteva frequentare solo da privatista, serale, perchè l’iscrizione era avvenuta con ritardo - Va bene lo stesso, sorellina mia?- disse Annabella. - Ma certo!- a quel punto Maria prese le mani di Annabella e guardandola negli occhi - Ti devo tanto, sorellina mia! Grazie infinite.-
I RISCONTRI
Nel frattempo a Foggia, per tutta l’estate, non si era parlato di altro, ma bene o male, la situazione tra Michele, Antonio, il DOTTORE ed i due sicari era rimasta stabile, anche se tesa. Si incontravano per strada e si guardavano minacciosi. Michele al DOTTORE, i due sicari al DOTTORE, il DOTTORE al cocchiere, che aveva stretto un rapporto pericoloso con Tano, l’agricoltore appassionato di pesca. La sera del venti luglio, i due sicari lasciarono un elmetto di guerra a terra, davanti alla porta del DOTTORE, bussarono e scomparvero nel nulla. Il DOTTORE appena aprì la porta guardò prima in giro e poi attratto dai riflessi della luce dell’elmetto che era a terra, lo vide e lo raccolse. Appena lo ebbe tra le mani, rimase terrorizzato. Continuò a dare un’occhiatina in giro e poi salì di corsa in camera e lo nascose in un baule che non veniva aperto da molto tempo. La stessa sera, il cocchiere e Tano, andarono a lasciare dietro la porta di Michele un messaggio "SE LE DUE RAGAZZE VUOI TROVARE, DA CHI NON TE LO ASPETTI DEVI ANDARE."Bussarono e scomparvero nel nulla. Mezzo ubriaco com’era, Michele, quella sera, come tutte le sere d’altronde, si guardò in giro, abbassò lo sguardo casualmente e raccolse il bigliettino. Lo portò dentro, salì in camera da letto, lo lasciò sul comò e si addormentò. Quella notte fece un sogno davvero strano ed irrequieto. Sognò le sue due figlie belle e radiose, e che all’improvviso dietro di loro comparivano due figure di uomini che le portavano via. Ma la cosa più inquietante era che loro non opponevano resistenza ed in quel momento guardassero lui, Michele, come se volessero dire - Ci dispiace, papà. Perdonaci.- Tra risate e sghignazzi vari. Allorchè Michele si alzò di scatto nel sonno e non riuscì più a riaddormentarsi. Restò in piedi tutta la notte e camminava ai piedi del letto su e giù in modo irrefrenabile, leggendo e rileggendo il bigliettino trovato davanti alla porta. Il giorno dopo andò a lavoro - Michele, come va? Hai una faccia oggi?! - - Ti senti bene?- gli chiedevano i colleghi preoccupati, dato che aveva un volto segnato da una notte da dimenticare. E lui riusciva soltanto a dire, in
