Il dovere di un padre - di Giorgio De Marchis
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 09/10/2009 alle ore 16:28:05
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Da qualche tempo si facevano le ore piccole, e non era piacevole. A differenza di molti suoi colleghi Giorgio Sanniti aveva ancora una famiglia unita, che funzionava, e qualche hobby, magari ingenuo, a cui avrebbe ancora voluto dedicarsi. Non aveva ancora bisogno, grazie al cielo, di sentirsi vivo soltanto quando era al lavoro, seduto alla sua scrivania od al tavolo di una stanza per interrogatori. Così, quello stato d’allerta perenne, il doversi tener pronti, senza alcun rispetto per l’orario, a mobilitare gli agenti ed ad infilarsi in macchina, per correre da un capo all’altro della città, come degli ossessi, alla ricerca di pacchi sospetti e di attentatori, lo stavano consumando lentamente, ma in modo inesorabile, come una candela accesa su un altare di una chiesa in penombra. Puoi sentirne il suono della cera che si squaglia per il calore della fiamma, vederle ridursi le proporzioni, ed osservare il risultato della combustione sulla superficie metallica che la sorregge: una massa amorfa e biancastra, raccapricciante.
I turni erano massacranti a causa dei tagli al personale, e, come se non bastasse, tutti i balordi esaltati del paese avevano rialzato la testa. Rapine, risse, attentati, appunto, la società impazziva di nuovo come tanti anni prima, un tempo in cui era soltanto un ragazzino.
E poi, c’erano gli ordini dall’alto. Le sfere politiche al comando si sentivano mordere i fondelli dai denti avvelenati dell’opinione pubblica che chiedeva ordine, stabilità e sicurezza. Per difendere le poltrone dagli scandali e dalle accuse di competenza, ovviamente, non potevano far altro che mettere il sale sulla coda a quelli come lui, chiedendo maggiore efficienza, maggior vigore.
C’erano le procedure speciali. Lo sapevano i bravi ed onesti cittadini? Modalità di operazione riprese pari pari dai manuali delle agenzie governative americane. A metterle in pratica si aveva la sensazione di trovarsi sul set di un film, e di giocare ad essere dei duri. In realtà tra gli attori improvvisati quasi nessuno ci credeva, ma tutti avevano fretta, nel loro casini personali, di trovare semmai un po’ di riposo o qualche giorno di ferie, diventando dei bravi studenti.
Da un po’ i commissari sembravano puzzare di più di sudore, polvere e disperazione. Più altre cose che non aveva il coraggio di ricordare, al momento di aprire la porta di casa, e di rientrare nel suo mondo vero, l’unico in cui valesse la pena di vivere.
Era buio e la televisione, in salotto, era spenta. Sua moglie, Roberta, doveva essersene andata a letto. Quando l’aveva chiamata dal cellulare per avvertirla del ritardo lei non aveva praticamente commentato: si stava abituando e , di conseguenza, allontanando progressivamente da lui. Però, poteva recuperare, colmare il vuoto. Sapeva come fare. Il loro matrimonio non era ancora arrivato al punto di non ritorno. C’era ancora molto margine. Non chiedeva che qualche ora di sonno per ricominciare e colmare le prime crepe.
Scommetteva che invece suo figlio, Ludovico, era ancora alzato per starsene inchiodato al computer. Fu letteralmente afferrato dal desiderio di andarlo a salutare, in camera sua, ma si bloccò al pensiero che, data l’ora, avrebbe anche dovuto dirgli di mettersi finalmente a letto, altrimenti, il mattino seguente, sarebbe andato a scuola con gli stecchini sotto gli occhi. Recitare la parte solita, del genitore intransigente, non lo aveva mai gratificato. Temeva sempre, se si fosse trovato davanti a delle tergiversazioni od ad un rifiuto netto, che gli scappasse qualche frase od atteggiamento tipico del poliziotto, così da farsi rispondere che sì, aveva ragione, ma che, insomma, non si trovava mica in una stazione di pubblica sicurezza! I modi di fare professionali diventavano abitudini così forti da invadere anche la vita privata, e da lasciare di stucco chi gli viveva affianco. I più anziani conoscevano bene quella specie di sindrome da assuefazione, e dicevano che se si cominciava a perderne il controllo, a non saper più alzare una barriera, i guai erano dietro l’angolo. Giuravano e spergiuravano di averci provato, ma senza successo. Alla fine il tanfo umano che respiravano ogni giorno li aveva intossicati, occupandone non soltanto i polmoni , ma anche l’intimità più profonda.. Proprio per quel motivo preferì rimandare l’entrata paterna sulla scena del crimine. Intanto, poteva farsi una doccia.
Si spogliò fuori della camera da letto, con gesti ponderati, per non fare il minimo rumore. Si recò in bagno e si offrì al getto caldo dell’acqua. Lavarsi, per lui, era un atto di purificazione generale, che non riguardava soltanto la pelle od i capelli che alla fine della giornata erano sempre, stranamente ingrassati, nonostante fossero stati lavati la sera precedente. Ogni sottomissione al tocco del liquido limpido, dal sapore di cloro, corrispondeva ad una sorta di nuovo battesimo, un lavaggio dal peccato originale che il giorno appena trascorso gli aveva inoculato nell’anima. Per quanto non fosse credente, almeno nel senso tradizionale del termine, l’idea di portarsi dentro, nascosta da qualche parte, una scintilla immortale di luce, lo faceva star meglio, per quanto, di tanto in tanto, gli ponesse qualche problema. Come nella mattina, quando era appena montato in servizio e si era trovato subito la classica brutta grana. Il piantone gli aveva riferito che, di notte, avevano pescato tre matti con una bomba rudimentale davanti ad una banca. Un ordigno incendiario. Non c’era da dubitare. Erano lì proprio per bruciare. Che cosa poi, con quella pessima specie di bomba, era tutto da accertare. Comunque sia li avevano fermati e portati da Ronchi, ed erano ancora con lui, tutti e tre, nella stanza numero sette. A Ronchi, il vicecommissario, la stanza sette piaceva più delle altre, perché era lontana dagli uffici, alla fine di quel corridoio in cui le lampadine al neon si guastavano sempre, ed era discreta. Non era un funzionario che rubava lo stipendio. Anzi: era rapido, efficiente e non si lamentava mai per lo straordinario non retribuito. Il dramma era che non gradiva per niente il casino, lo stravolgimento delle norme e delle consuetudini. Se quelli volevano distruggere, sarebbe finita che li avrebbe distrutti lui, se non era svelto ad mettersi in mezzo. L’agente di custodia alla porta stanza, l’agente di custodia lo aveva accolto con un’espressione imbarazzata. Lì dentro facevano qualcosa di poco regolare e lui non aveva avuto il coraggio di mettersi in mezzo: erano suoi superiori.
Era entrato. Ronchi ed altri due lo avevano salutato. Non sembravano disturbati dalla sua presenza nonostante qualcosa che non andasse c’era davvero. I fermati erano tre ragazzi sulla ventina. Due erano seduti al tavolo e l’altro, il terzo, era accasciato in un angolo. Piangeva. Aveva chiesto che cosa gli fosse successo. “ Se l’è fatta sotto, per la paura” gli aveva risposto Ronchi ridacchiando. Nella stanza c’ era odore di feci e di urina. Era nauseante. Possibile che solo a lui sembrasse insopportabile? Uno dei ragazzi che erano seduti, invece, si teneva una mano premuta sulla guancia. Gli si era avvicinato; aveva dovuto faticare per tirargliela via dal viso. Nascondeva un’ecchimosi grande quanto una mela. Il ragazzo tremava. Il suo amico che gli stava vicino, poi, sembrava non sentire nulla; guardava un punto della parte bianca che aveva davanti. Era fuggito in un’altra dimensione. Lo facevano in molti se avevano paura delle botte, degli sputi in faccia e di tante ulteriori amenità. Bastava solo avere molta fantasia, l’inventiva necessaria per impazzire.
Aveva chiamato l’agente di guardia all’esterno e gli aveva ordinato di portarsi via il ragazzo che era a terra. Doveva andare in bagno, farsi una rassettata; che gli dessero anche delle mutande e dei pantaloni puliti. Poi, c’era bisogno di un medico. Non era necessario rivolgersi al pronto soccorso. C’era il loro presidio a mezzo chilometro. L’agente aveva obbedito prontamente. Nel passare davanti a Ronchi aveva abbassato la testa come a dire che lui non c’entrava e che se un superiore impartiva un comando bisognava eseguirlo. Però, con i due ragazzi era stato gentile, fosse addirittura premuroso. Comunque fosse andata, non voleva ficcarsi in brutte storie. Voleva solo esserne lasciato fuori.
“ Per quanto riguarda l’ultimo “ aveva detto al vicecommissario, senza aggiungere nulla “ sollecita il giudice per convalidare l’arresto”. Ed era finita, almeno per il momento.
Ronchi era rampante; assicurava risultati ed avrebbe fatto carriera in fretta scalzandolo magari dalla direzione del gruppo di coordinazione del territorio. Aveva represso l’infausta profezia scuotendo il capo. Se ne era andato nel suo ufficio, per attendere il rapporto. Di ciò che era accaduto nella stanza sette non sarebbe stata riportata nemmeno una parola, come d’obbligo.
Maledetti ragazzi idioti rincoglioniti da quattro giornaletti anarchici! Ma non avevano capito che in quel paese si poteva fare quasi tutto? Travolgere in corsa i pedoni sulle strisce, stuprare una bella figa, nel parco, od ammazzare di botte qualche mendicante… va bene, ci sarebbero state dichiarazioni di sgomento e chiacchiere varie ma qualche psicologo del cavolo avrebbe trovato delle cause, dei moventi, delle ragioni per chiedere un commovente atto di contrizione pubblica, pronunciato alla luce calda delle telecamere. C’era gente che ammazzava sua madre con trenta coltellate e diveniva una celebrità. Non era chiaro? Ma assaltare le banche, le sedi dei partiti o, peggio, dei giornali e degli studi televisivi erano cose che nessuno avrebbe mai perdonato. Il potere vero erano loro. Ed il potere, se gli pesti i piedi, ti spezza le gambe, E’ spietato davvero e non è capace di essere diverso. C’erano regole che valevano per tutti: gli onesti ed i delinquenti. I ragazzini che avevano pescato le avevano ignorate tutte ed avrebbero pagato.
L’acqua gli scorreva sul corpo, nitida e veloce, e lui non voleva sottrarsi alla cascata tonificante, redentrice. Forse, era accaduto lo stesso anche al cretino che aveva a mandato a lavarsi. Chiuso nel vano della doccia, nudo come mamma l’aveva fatto, aveva implorato che non lo richiamassero mai fuori dal suo insperato rifugio liquido. L’acqua era un po’ come starsene al sicuro, nell’utero materno, dove nessuno poteva fargli del male; protetto dagli insulti, dagli spintoni, dalla terribile consapevolezza che nulla di rimediabile è ancora avvenuto e che non si hanno colpe. La cortina di acqua trasparente, positiva e vivificante, che non trascura ogni centimetro corpo, trascinando via le impurità, era ancora una delle poche cose per cui valesse la pena vivere, arrivare alla fine della giornata. Eppure, per quanto fosse bello, non poteva durare in eterno. Chiuse il rubinetto ed il silenzio lo riassorbì immediatamente nel suo alveo cupo. Indossò l’accappatoio. Ecco, ora poteva dedicarsi a Ludovico. Bussò alla porta e non ottenne risposta. Si fece coraggio ed aprì. Suo figlio non si accorse nemmeno che nella stanza vi era una seconda presenza. Lo chiamò con dolcezza, mentre ancora si trovava sulla soglia. Allora, finalmente distolse lo sguardo dal monitor del computer.
“ C’è una ragazza interessante, dall’altra parte?”: gli chiese.
“ Ce ne sono talmente tante, a sentir loro stesse, che pare non ne esistano più di cretine.”: gli rispose
Ludovico.
“ Forse sarebbe meglio che ti metta a dormire. Stanno per cominciare ad interrogare”.
“ E tu come lo sai?”
“ Faccio il commissario e so un sacco di cose”
Intuì che Ludovico avrebbe voluto parlare con lui, conoscere di più sul suo lavoro. Ne era sempre stato incuriosito. Ma non c’era tempo, per nessuno dei due: il domani era dietro l’angolo e non si doveva essere stanchi, per riuscire a sopravvivere.
Si scusò per la sua apparizione fugace. Non appena fosse terminato quel periodo di emergenza, avrebbe avuto molto più tempo per lui e la mamma.
Prima di lasciarlo si attardò qualche istante ad osservarlo. Aveva i capelli ricci e lunghi, l’orecchino all’orecchio e vestiva come i tre della bomba incendiaria: maglione nero e jeans larghi. Inoltre, condivideva con loro la stessa espressione vagamente strafottente della faccia. La differenza, però, stava bel fatto che suo figlio non se ne andava in giro a sfasciare vetrine e non utilizzava internet per lanciare messaggi criptati che inneggiavano alla sedizione ed al disprezzo per le strutture costituzionali della società. Non era un rivoltoso, un nichilista, un presuntuoso che predicava l’azzeramento di tutto senza avere un piano di ricostruzione, solo per il gusto di darsi un minimo di visibilità. Suo figlio viveva ancora di “reality show” e di fiction televisive; aveva un bel diario di scuola con su affisse le foto dei suoi idoli sportivi e musicali e “chattava” in rete ancora per fare nuove amicizie. Nulla di più. Era un tipo normale. Forse, però, lo erano stati anche gli altri, quelli che avevano appena assaggiato i metodi decisi di Ronchi, il segugio cattivo del secondo nucleo operativo. Che cosa li aveva cambiati? Qualche professore con idea bacate nella testa; dei genitori assenti, o della amici più grandi, i falsi profeti che ti camminano accanto, o leggono nella stessa biblioteca?
Si doveva cambiare per raggiungere qual risultato? Farsi umiliare e pestare da tipi come il suo vicecommissario e rimediare una denuncia per atti vandalici? C’era un veleno, una sorta di tossina micidiale che si trasmetteva in modo subdolo, apparentemente innocente, attraverso mille modi di comunicare: le scuole, i bar, i circoli sociali, i cinema che spacciavano per opere d’arte dei film diabolici, pieni di disillusione ed infelicità. Per la sterminata schiera degli ingannatori tutto era schifoso. Il complotto globale era un sistema che avvinceva l’uomo sottraendogli ogni libertà e rendendolo schiavo di mercanti, finanzieri, illusionisti vari. Soltanto loro, i pochi illuminati avevano scoperto il gioco e letto la verità; soltanto loro conoscevano la strada per la redenzione. Redenzione, purificazione! Soffermandosi mentalmente su quelle due parole rivolse a Ludovico un cenno confidenziale di saluto e richiuse la porta. Per tutta la notte godette di un sonno pesante ed oscuro, privo di visioni inquietanti.
Si svegliò addirittura di buon umore. Salutò sua moglie con un bacio appassionato e fece colazione con lei e Ludovico. Mentre si preparava ad uscire, fischiettava e pensava di volersene andare allo stadio, la domenica successiva, quando avrebbe finalmente avuto un mezzo fine settimana di riposo.
In auto, nel raggiungere la questura, evitò di ricorrere alla sirena applicabile che custodiva nel cruscotto. Preferiva, per una volta, affrontare il traffico come un normale cittadino: fare la fila ai semafori, inviare maledizioni agli altri automobilisti e, ovviamente, riceverne. Si illudeva di essere uno qualsiasi, con un’occupazione al di sopra di ogni sospetto, immacolata nella sua mediocrità. Un insegnante, un notaio, dal momento che era laureato. Magari un architetto che doveva progettare un ameno ricovero per anziani. La città non gli sembrava più nemica, sempre pronta ad inghiottirlo in trappole ignobili, in espedienti maligni per intuire di quale pasta fosse veramente fatto lui, il tutore dell’ordine.
Ignorò il parcheggio riservato della questura e si parcheggiò in seconda fila, dietro la lunga teoria di automobili degli impiegato dell’ Ente di Previdenza. I vigili conoscevano la sua auto ma, se fosse capitato da quelle parti un pivello appena assunto, che non era in grado di riconoscere il logo plastificato della polizia di stato affisso sul parabrezza anteriore, sarebbe stato ancor meglio: avrebbe avuto il piacere di pagare una multa, per una volta!
Percorse tutto il tratto che lo separava dal portone della questura continuando a fischiettare quel motivo di cui non ricordava il titolo, attendendo che qualcuno gli permettesse di attraversare sulle strisce pedonali senza travolgerlo e sgomitando tra la folla che gli sbarrava il passo. Fu tutto idilliaco fin quando non entrò nell’atrio dove il sole faceva capolino solo in agosto, che non era quel mese, e fu toccato dalle fredde luci al neon. Sottoposto alla sguardo vigile delle telecamere, si sentì ben presto l’uomo di sempre,avvilito e depresso dal peso di difendere la società. L’energia necessaria per arrivare in ufficio a piedi, inerpicandosi sulle tre rampe di scale interne, anche un po’ scivolose, svanì di colpo. Prese l’ascensore che, almeno, gli si presentò fortunatamente vuoto.
In ufficio, lesse il rapporto di Ronchi e fu informato che i tre anarchici erano ancora sotto interrogatorio. Il giudice aveva convalidato l’arresto ed i ragazzi avevano chiesto di poter informare i loro genitori ed i rispettivi avvocati. Le nuove disposizioni sul terrorismo consentivano di ritardare le comunicazioni di legge per ancora qualche ora. Un tempo prezioso per continuare a spremerli, per saper chi li avesse indottrinati, chi gli avesse fornito l’obiettivo perché, nonostante l’età quei tre erano agganciati a gente più di un rango superiore. Probabilmente dei quarantenni con precedenti alle spalle. Vecchi attivisti della guerriglia urbana, ex esponenti dell’area dell’autonomia. Bastardi insoddisfatti e sconfitti della storia che impiegavano il loro tempo ad arruolare e formare le nuove leve, per mandarli allo sbaraglio. Magari, se avessero superato la prova del primo attentato, dando prova di spavalderia e resistenza la primo contato con la polizia, gli avrebbero messo nella mani qualcosa di peggio; dell’esplosivo vero, od una pistola.
Inoltre, non aveva bisogno che il suo vice gli ricordasse per sommi capi i tempi e le modalità delle procedure; era stato lui stesso a dargli delle lezioni, dopo esserselo visto assegnare da una sede di provincia, dove non ammazzavano nessuno e, si e no, rubavano quattro auto all’anno.
Il resto dell’interrogatorio, prima che scadesse il tempo, doveva condurlo lui stesso. Si precipitò giù per le scale. Non sperava di battere Ronchi sul tempo, ma intendeva arrestarne l’azione personale. Con quei tre scemi bisognava cercare di dialogare; leggere nelle loro teste bacate; conoscere quanto fosse maggiormente possibile perché altri idioti non ne seguissero le orme. Ecco cosa si doveva fare. Se continuava a dar carta bianca a Ronchi, avrebbe solo ottenuto una condanna breve e l’autorizzazione ad effettuare pedinamenti ed intercettazioni per i prossimi due anni. Lui voleva di più: doveva arrivare ai mandanti. E se credevano, tutti, che fosse troppo morbido, un poliziotto di quelli eccessivamente moderni, si sarebbe sbagliati, tutti! Era per parlare: una chiacchierata tra un padre di famiglia e dei figli un po’ scapestrati, ma se avessero provato a prenderlo per i fondelli sarebbe finita male!
La stanza era cambiata: non più la sette, ma la due. Più luminosa ed accogliente, per quello che contava. Ronchi era fuori ad attenderlo e gli arrestati dentro soli, seduti al nuovo tavolo.
“ Stamattina non li ho toccati” sembrò dirgli il vicecommissario alzando le braccia e mostrandogli i palmi delle mani con aria di innocenza. Il capo non era lui, dopotutto.
“ Vado solo io” gli intimò con insolita decisione..
Ronchi non commentò. Con un sorrisetto ironico gli fece segno di accomodarsi.
Non appena i ragazzi lo videro entrare, tirarono un sospiro di sollievo. Avevano paura dell’altro, il duro, il “sudamericano”. Quel commissario,invece, non lo conoscevano.
Si sedette anche lui al tavolo. Li guardò a lungo.
“ La vostra situazione non è rosea” esordì “ Nonostante gli avvocati ed i piagnistei vari, quattro anni almeno anni non ve li leva nessuno. E quelli che vi hanno convinto, i grandi, con le medaglie di rivoluzionari appuntati sul petto, potranno vantarsi di aver prodotto una nuova generazione di combattenti anticapitalisti, antiglobalizzazione e minchiate simili. In galera vi faranno il culo…”
“ Voi ci avete già provato” lo interruppe il ragazzo che, nella notte, non aveva mostrato eccessiva paura, il più sicuro di sé. Era il maggior responsabile dei tre, forse un anello di collegamento con i quadri dirigenti della banda. Doveva metterlo subito al suo posto.
Gli si avventò addosso, velocemente, senza che nulla avesse lasciato trasparire l’intenzione di aggredirlo.
“ Sentimi bene, stronzetto” gli sussurrò dopo averlo afferrato per il collo della camicia “ Non ricordo come ti chiami e non fa differenza. Guarda il tuo amico!” lo obbligò a rivolgersi verso il ragazzo che si era defecato nelle mutande e che ancora tremava “ Assomiglia a mio figlio. E’ uguale a lui. Lo sono tutti. Viziati, vestiti di firma, capaci solo di rompere per avere più soldi. Hanno tutti la stesa vuota,ma non sono pericolosi, finché non incontrano quelli come te che gli parlano di fame nel mondo e di sfruttamento, di giustizia per i popoli della terra. Pronunciano la parola “sistema” sillabandola, per rendere l’idea di quanto sia infernale e malefica: il nemico da combattere. Sono quelli come te che potrebbero fregare mio figlio un giorno, ed un padre, anche uno come me, con tante colpe, un figlio lo vuole proteggere.”
Il ragazzo aveva il respiro affannoso. Cominciava a sentirsi meno invincibile, Forse non sarebbe bastato ma la strada era quella buona.
“ Per cui” riprese “ ora mi dirai chi ti racconta le belle storie di rivoluzione e ti ha convinto ad andartene in giro con benzina e stoppini. Me lo dirai subito, o sarà peggio per te.”
Il ragazzo non rispose. Girò il capo, verso sinistra, e sputò a terra.
Allora, per reazione, lo colpì. Lo schiaffo tu talmente violento che il ragazzo fu scaraventato dalla sedia sul pavimento, accanto alla parete.
“ Il sistema… “ iniziò a gridare mentre i fermati e lo stesso Ronchi, che guardava dallo specchio nascosto, assistevano inebetiti: “ non esiste. L’ordine è un illusione. Non c’è nessun piano all’origine. Niente. Le strutture sono nate per caso, e sul caso si reggono. Il mondo va avanti per forza d’inerzia e voi non fermerete nulla. Non c’è nessuna macchina mostruosa da distruggere. Il mondo è così com’è e basta. Non prenderete in giro più nessuno!”
La pistola, come se fosse animata da una volontà propria, gli era finita in mano. La puntava verso il ragazzo. Non aveva mai picchiato nessuno in tanti anni di servizio, ed aveva sparato una sola volta, in aria, essendovi stato costretto. Da dove nasceva quell’ odio irresistibile, ed il furore che si tramutava in crampi laceranti alla stomaco? Una voce, dentro di lui, mormorava che avrebbe dovuto sparare per aver pace, per essere sicuro di salvare suo figlio. Uccidere, in quel caso, era un male necessario.
“ Siate maledetti!” imprecava, mentre Ronchi ed altri due agenti lo immobilizzavano e tentavano di strappargli la pistola.
Ludovico in quegli stessi momenti non si trovava in classe. Con una scusa era uscito dall’aula e si era appartato nei bagni. Telefonava ad una ragazza conosciuta su internet, chattando.
N: dell'A. : fatti e personaggi di questo racconto sono frutto di invenzione. Pertanto ogni riferimento a persone reali ed ad episodi avvenuti è puramente casuale.
