Foglie cadenti - di Usai Alice
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 05/10/2009 alle ore 19:14:38
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Foglie
cadenti
Dedicato a Giada, Emanuela e Dafne
Mie sagge lettrici.
Le stelle sono illuminate purché ognuno possa un giorno trovare la sua.
Antoine de Saint Exupéry
CAPITOLO 1
Un nuovo inizio
La sveglia suonava all’impazzata, con quel rumore stridulo che ti rimbomba nelle orecchie per almeno altri cinque minuti.
Forza Lara è ora di alzarsi! Pensavo ancora in dormiveglia. Non osavo aprire gli occhi, avevo ancora il cuore in gola per il brusco risveglio che mi aveva provocato quella maledetta radiosveglia, brutta, grigio metallizzato, che non mi piaceva assolutamente, ma che per il momento dovevo per forza usare, visto che la sveglia del cellulare faceva il solletico alle mie orecchie addormentate e le poche volte che l’avevo programmata non ero riuscita a svegliarmi, rischiando di perdere gli appuntamenti. Sicuramente, dopo aver sistemato tutte le valigie, la prima cosa da fare era comprare una sveglia decente, almeno dal punto di vista estetico.
Facendo questi pensieri sotto le lenzuola, mi ricordai che la mia nuova camera era ancora piena di scatoloni imballati e che le poche cose che avevo tolto dalle valigie erano tutte sparse per la stanza. Non potevo rimandare ancora per molto il momento in cui avrei dovuto sistemare bene tutto, per rendere quel luogo vivibile e pulito, soprattutto. Non avevo né il tempo e, sinceramente, né la voglia di dover disimballare tutte quelle cose, era già stato difficile e pesante fare tutti quei pacchi e il pensiero di dover rifare di nuovo tutta quella fatica al contrario, era veramente penoso per me.
Quelle settimane erano state davvero dure, la ricerca della casa, l’iscrizione all’università, i viaggi avanti e indietro, il trasloco, e ora che tutta quella frenesia stava per terminare e portare finalmente un certo equilibrio in questa nuova vita, mi sentivo persa, angosciata perché era arrivato il momento di fare i conti che tutto ciò che mi stava succedendo. Continuavo a ripetermi che moltissimi ragazzi della mia età decidono di andare fuori a studiare, che non c’era niente di spaventoso, che lì avrei conosciuto tantissime nuove persone, che mi sarei divertita, che avrei avuto più possibilità per il mio futuro, e che, soprattutto, era quello che avevo sempre desiderato sin da piccola: vivere in una grande metropoli, lontano dalla chiusura di una piccola città di provincia, con locali, feste, negozi migliori, conoscendo individui con altre culture, esperienze di vita, pensieri, era un mondo nuovo a cui volevo attingere il più possibile. Eppure tutti quei pensieri fatti in passato, quando tutto era lontano, difficile, quasi negato, ora sembravano così privi di valore, inutili, assurdi. Tutto ciò che sentivo era l’ansia di dover stare tanto tempo fuori casa, lontana dalle mie abitudini, dalle agevolazioni, dalla sicurezza e tranquillità della propria casa e …. dalla mia mamma!
A questo punto il danno era fatto, avevo preso la mia decisione, ormai ero lì, sola e dovevo andare avanti. Di certo stare ancora nel letto, a rigirarmi in mille pensieri che non portavano a nulla, non era di nessuna utilità, dovevo invece alzarmi e prepararmi per affrontare il mio primo giorno da matricola all’università.
In piedi e lucida la stanza sembrava ancora più disordinata rispetto ai ricordi della sera prima. Vi erano oggetti ovunque, vestiti poggiati sulla sedia che, probabilmente, avrebbe ceduto di lì a poco, nel contenere una tonnellata d’indumenti, che sarebbero di sicuro caduti sul pavimento. L’unica scelta era prendere il grande fagotto e gettarlo sul letto ancora sfatto, almeno lì non sarebbero caduti, poi, più tardi li avrei messi a posto, se c’era il tempo.
Mi guardai allo specchio per vedere se quella mattina era necessario un lungo lavoro di restauro. I miei lunghi e folti capelli castani erano più ingarbugliati del solito, cercai di districare velocemente i nodi, ma alla fine optai per una comoda coda di cavallo. I miei bei occhi verdi, la gioia di mio padre, ero attorniati da occhiaie molto profonde, che avevo sperimentato sulla mia carnagione chiara solo il mattino seguente ad un dopo sbornia. La situazione era critica, agguantai il copri occhiaie che mi aveva regalato mia sorella maggiore, che non avevo mai usato, e lo infilai nel beautycase da portare in bagno.
Ora bisognava però cercare qualcosa da mettere: biancheria pulita, per iniziare, non era di certo il caso di presentarsi il primo giorno di lezione con un delicato olezzo di stantio o sudore; poi era necessario trovare qualcosa di carino e semplice, niente di troppo appariscente, ma neanche da sfigata, l’aspetto esteriore dopotutto è importante nelle prime impressioni, anche se, visto il mio aspetto quella mattina, forse i vestiti non avrebbero potuto salvare la situazione, già critica alla radice.
Alla fine scelsi i soliti jeans scuri a sigaretta non troppo aderenti, ma neanche da camionista, e una tshirt a righe rosse e nere con le maniche lunghe e con lo scollo a V, tutto considerato era già ottobre, e, conoscendomi, era il caso di iniziare a coprirmi.
Dopo una doccia veloce, mi recai verso il cucinino che condividevo con altre due ragazze. Erano anche loro studentesse, una po’ più grande di me, anche loro, naturalmente, provenienti da altre città.
Feci una colazione veloce, giusto una tazza di tè e qualche biscotto. La fame non era tanta, anche perché il mio stomaco era abbastanza chiuso dall’agitazione del primo giorno, ma era il caso di mangiare qualcosa, o sarei svenuta alla prima ora di lezione. Per sicurezza mi misi un pacchetto di crackers in borsa e una bottiglietta d’acqua, anche se, di sicuro, in facoltà ci sarebbe stato qualche distributore automatico, ma era sempre meglio essere provvidente.
Finito di fare provviste per la battaglia mi recai verso l’ingresso. In casa non c’era già nessuno, d’altronde erano già le 8:30, la mia prima lezione era alle 9:30, e quindi le mie coinquiline erano già uscite da casa da un po’. Prima di uscire mi guardai allo specchio vicino al portone, come facevo sempre, per controllare se tutto fosse a posto. La doccia e il copri occhiaie avevano fatto miracoli e tutto sommato non ero poi così indecente o almeno non avevo più l’aspetto di un cadavere.
Presi chiavi e borsa, e mi recai subito alla fermata del tram, anzi della’autobus. Infatti, non so perché, nella mia città gli autobus erano stati sempre denominati tram e quindi era ormai gergo comune chiamarli così. Ora che ero in una città in cui i nomi delle cose erano normali, era il caso di abituarmi a usare il giusto nome.
Il bus arrivò in un lampo, i servizi pubblici erano davvero efficienti. Mi sentivo una bambina in gita scolastica, perché ogni cosa mi stupiva enormemente rispetto alla mia vecchia quotidianità, ma al tempo stesso tutto ciò mi dava una certa nostalgia di casa. Ero veramente pazza, dopo solo due settimane di permanenza avvertivo già la mancanza di tutto, dalla casa, agli odori, ai mezzi di trasporto, fino alle strade, e invece di rendermi conto della differenza quantitativa e qualitativa che era nettamente superiore in questa nuova realtà, riuscivo solo a pensare a quanto era bella la mia terra. Non avrei mai pensato di essere così attaccata a certe cose, e soprattutto, non dopo così poco tempo. Cercavo di convincermi che era solo una sensazione passeggera, che una volta che mi sarei ambientata nel posto, fatta dei nuovi amici e abituata a certe cose, la malinconia sarebbe passata velocemente, ma allo stesso tempo una vocina antipatica e stridula dentro di me mi diceva: Che cosa hai fatto? Non potevi rimanere a casa tua? Pazza!
Finalmente dopo circa venticinque minuti di tragitto arrivai nella mia facoltà. Era immensa, grigia, piena di persone. Era però l’unico luogo che un po’ conoscevo, visto che in quei quindici giorni c’ero stata spesso per iscrizioni e informazioni varie. Non era un posto molto accogliente e la sola idea di dover passare tutto il tempo in quello spazio, mi faceva salire l’angoscia. Ricordava molto un’A.S.L. cittadina anonima, piena di persone, tutte indaffarate e ansiose, che andavano da una parte all’altra o aspettavano il loro turno verso qualcosa di non ben definito.
Trovarmi lì da sola non mi piaceva molto, ma, come ormai mi stavo di continuo ripetendo, avevo voluto la bicicletta …
Non ci volle molto a trovare l’aula della lezione, nonostante fosse un posto enorme, era, però, ben organizzato e vi erano molte indicazioni.
Entrai timidamente nella stanza, la immaginavo più grande, ma comunque era abbastanza capiente da contenere un centinaio di persone. Seduti in maniera un po’ sparsa vi erano già alcuni studenti, che, come me, erano in anticipo. Presi posto nei sedili della seconda fila, preferii la sedia dell’estremità, così avrei avuto, nel caso, solo una persona vicina, e non due. Sapevo che era un comportamento immaturo, ma la mia timidezza vinceva sempre su i buoni propositi, e l’idea di dover affrontare anche più di una nuova conoscenza in quel giorno, era troppo per me.
Dopo pochi minuti la lezione iniziò, e per un’intera ora sociologia riuscì a non farmi pensare a tutti i miei problemi.
Finalmente la prima lezione era andata, il muro d’inizio era stato abbattuto, e potevo respirare, almeno un po’. La mattinata passò velocemente e nel giro di poche ore, muovendomi avanti e in dietro lungo quei capienti corridoi, iniziai a prendere confidenza con la mia nuova vita universitaria.
Per l’ora di pranzo tornai a casa, di sera non avevo altre lezioni, ero stata fortuna nel mio primo giorno, e decisi di comprare qualcosa di pronto, per mangiare senza tante complicazioni e poi iniziare subito a sistemare la mia camera. Non era il caso di vivere ancora un altro giorno in mezzo a quel macello e poi avevo bisogno di rendere mio quel luogo, e, sinceramente, non era da me, tutto quel disordine. L’idea era di svuotare tutti gli scatoloni, mettere tutto al proprio posto, i vestiti nell’armadio, i libri nella mensola, e iniziare a personalizzare quelle pareti bianche con foto di amici, parenti e animali di famiglia, e con qualche poster dei pittori che preferivo, così da poter ritrovare un pezzo della mia casa in quel nuovo spazio.
La serata passò velocemente e già all’ora di cena il più era fatto. Finalmente riuscivo a vedere il pavimento di quella stanza, era un bel parquet bruno. La camera era indubbiamente carina ed ero stata fortunata a trovare una stanza singola a un prezzo ragionevole. Verso le 20 sentii rincasare la mia coinquilina veneziana, Carola. Bussò alla mia porta per sapere com’era andata la mia giornata. Ancora non c’era molta confidenza, in fin dei conti mi ero trasferita solo da due settimane e in tutto quel tempo ero andata avanti e indietro per sistemare il mio trasloco. Mi erano subito piaciute a pelle le due ragazze che avrebbero dovuto condividere la casa con me.
Carola apprezzò notevolmente i cambiamenti visibilmente presenti nella mia stanza e mi chiese se volevo un piatto di spaghetti, che avrebbe preparato di lì a breve. Decisi, vista l’ora, che era il caso di fare una pausa e la raggiunsi nella piccola cucina del nostro appartamento.
Era un piccolo open space, in altre parole il soggiorno aveva un piccolo piano cottura in un angolo e il tavolo divideva i due spazzi. Il tutto era arredato con mobili recuperati o di Ikea, ma nonostante l’apparenza era veramente uno spazio carino e soprattutto confortevole.
Io e Carola preparammo velocemente un sughetto al basilico e nel giro di un quarto d’ora gli spaghetti erano in tavola. Mangiammo con la tv accesa, ma era solo di sottofondo. Chiacchierammo, infatti, per qualche ora, ancora sedute a tavola. Carola era una ragazza simpatica, alla mano e l’accento veneziano la rendeva ancora più piccola di quello che era. Di certo io non ero chissà quale donnone, anzi raggiungevo a mala pena 1, 65 m e tutti dicevano che la mia magrolinità e il mio colorito chiaro davano l’idea che potessi spezzarmi da un momento all’altro, ma di sicuro Carola mi batteva.
Era, infatti, molto bassa e un po’ rotondetta ma graziosa. Aveva i capelli mossi tendenti al castano scuro e all’altezza delle spalle. Le sue movenze erano molto materne e, nonostante i venticinque anni, dava l’idea che fosse la mamma di tutti.
La serata passò velocemente e la stanchezza iniziò a farsi sentire. Decisi di augurare la buona notte alla mia nuova amica, e mi ritirai nella mia camera. Mi cambiai velocemente, lavai i denti, pettinai i capelli, e in pochi minuti mi gettai dentro il letto. Appena appoggiai la schiena sul materasso, mi resi conto di quanto fossi stanca e che quella giornata era stata davvero intensa.
Di sicuro ce ne sarebbero state altre come quella, ma l’ansia della prima mattina iniziò pian piano ad affievolirsi, forse perché le cose stavano iniziando a smuoversi: avevo cominciato a prendere confidenza con i mezzi di trasporto e con la città, le lezioni erano iniziate e così anche i primi studi, la camera aveva finalmente un aspetto familiare e cominciavo anche a fare le prime amicizie. O forse la stanchezza era talmente tanta che il mio cervello non aveva più la forza di stare dietro ai miei ragionamenti contraddittori e alle mie paranoie, fatto sta che mi addormentai in pochi secondi e come ultimo pensiero ci fu quello di decidermi a comprare una nuova sveglia.
CAPITOLO 2
In biblioteca
Non sono mai stata una grande amante dell’estate. Sì, certo, verso marzo o aprile, anch’io iniziavo a non poterne più dell’inverno, e avevo voglia del sole, del caldo e dei vestiti estivi, ma era sempre stata una sensazione non duratura. Ero decisamente una di quelle persone che vivevano bene soprattutto in autunno e in inverno, anzi di sicuro, il mio periodo preferito dell’anno era l’autunno. Avevo sempre apprezzato i primi di ottobre, con i suoi colori, i suoi odori e le sensazioni che mi scaturivano. Ogni anno alla fine dell’estate non mi sentivo malinconica, come molto persone che soffrono all’idea di ricominciare con la solita routine, con il ritorno a scuola o al lavoro. Io trovavo invece magico quel periodo. Amavo l’idea di iniziare una nuova fase, mi sentivo viva.
Adoravo i colori dell’autunno in tutte le sue tonalità dei marroni, dei gialli caldi, dei rossi, degli arancioni. I viali alberati si ricoprivano di foglie secche che schiacciate facevano un rumore croccante che mi riportava alla memoria ricordi piacevoli d’infanzia, quando all’uscita di scuola, con i miei compagni, giocavamo a saltare sul fogliame secco. Gli odori dell’autunno sapevano di casa, di braciere, di terra bagnata, di matite colorate e di quaderni appena comprati prima dell’inizio della scuola. Le giornate si accorciavano, le sere s’illuminavano di lampioni sfocati e le città erano più vive e colme d’individui intenti nel portare avanti i propri interessi. Mi piaceva riscoprire nell’armadio i maglioni, i cappotti, le sciarpe, i grossi calzettoni che accompagnavano le mie serate davanti alla tv o davanti a un buon libro, mentre all'esterno pioveva o il vento ululava fuori dalle case. Si creava una sensazione di sicurezza, di protezione, come se il mondo, in quel momento, fosse tutto in quella stanza.
Le lezioni erano ormai iniziate da circa un mese, e la mia vita nella nuova città era ormai consolidata. La pioggia batteva contro i vetri delle finestre della biblioteca e invece che studiare la mia pagina di letteratura italiana, pensavo all’autunno e alle sensazioni che provavo in quel momento. Nonostante tutto potesse essere familiare, era, paradossalmente, anche tutto sconosciuto. Ero sempre stata abituata a vivere quel periodo dell’anno nella mia casa, nella mia città, e tutto questo era associato agli odori, ai colori, alle immagini della mia infanzia, che erano rimasti intatti e uguali fino all’anno precedente.
Ora tutto era diverso o comunque era associato a nuove circostanze. La cosa non mi turbava, anzi mi metteva a mio agio con quel mondo che ancora non mi calzava perfettamente.
Nella grande stanza della biblioteca sedevano attorno a me un’altra cinquantina di studenti, alcuni intenti a studiare, altri a chiacchierare a voce bassa, altri ancora, come me, a contemplare il nulla, persi nei propri pensieri. Era un’enorme stanza dalle volte alte almeno cinque metri. I muri erano tinti di un giallo scuro antico e tutto intorno vi era grandi armadi di legno con sportelli in vetro che contenevano centinaia e centinaia di libri di ogni genere. Al centro della sala vi erano delle grandi scrivanie rettangolari attorniate da sedie di legno scuro, come del resto erano fatti i tavoli. Sopra di ognuno di questi vi erano lampade dalla luce bassa che erano usate dagli studenti per leggere meglio. L’arredamento dava alla biblioteca un tono di solennità e serietà che incuteva anche un po’ di paura. Di sicuro non doveva essere piacevole trovarsi lì, soli, di notte.
“Scusa è libero questo posto?”
Mi voltai lentamente, poiché la mia mente era entrata troppo profondamente in una serie di pensieri. Alla mia destra, al bordo del tavolo, vi era un ragazzo chino che mi guardava aspettando una risposta.
Nel giro di un millesimo di secondo rientrai nelle mie piene facoltà mentali.
“Sì certo, siediti pure”, risposi un po’ imbarazzata.
“Grazie”, disse lui, un affaticato.
Era completamente fradicio e con i capelli scompigliati. Spostò lentamente la sedia alla mia sinistra, cercando di non procurare troppo rumore, e si sedette velocemente, poggiando lo zaino e il giubbotto zuppi di pioggia in terra.
“Vuoi un fazzoletto?”, dissi senza neanche pensarci.
“Grazie! Stavo per chiedertelo io! Devo essere proprio un disastro in questo momento.”
“No, un disastro no, ma parecchio bagnato!” risposi, porgendogli un intero pacchetto di fazzoletti.
Velocemente ne prese un paio e si asciugò il viso e i capelli, per quel che poteva. Un piccolo pezzo di carta gli rimase appiccicato in un ciuffo, ma non ebbi il coraggio di dire niente. Fortunatamente, muovendosi gli cadde a terra, così non avrei passato i prossimi minuti pensando: Glielo dico oppure no?
Sembrava un ragazzo timido, non doveva essere più grande di me, o al massimo, solo di un paio d’anni. Di certo non era di quelle bellezze mozza fiato. Sotto una grossa felpa dava l’idea di avere un fisico asciutto, ma era alto e con delle spalle abbastanza larghe, perciò non risultava troppo mingherlino. Aveva i capelli scuri e lisci che gli ricadevano a ciucche inumidite sul viso. La carnagione chiara metteva in risalto dei grandi occhi castani, dolci e decisi allo stesso tempo, uno sguardo che nascondeva tanto ma di cui ci si poteva fidare. Sicuramente l’aria da pulcino bagnato, che aveva in quel momento, me lo fece apprezzare maggiormente.
“Non sei di qui, vero?”, mi chiese di punto in bianco.
“No, vengo dalla Sardegna, Sassari”
“Ah, sì, la conosco. Ho degli amici che vivono lì. Io invece sono di qua.”
“Io mi sono appena trasferita. Vivo qui da circa un mese ormai.”
“Sì, si vede!” disse sorridendo.
Pensai che dovevo essere proprio un’imbranata, se si vedeva anche esteriormente che non ero del posto.
“E’ così evidente?” chiesi arrossendo.
“Non più di tanto, ma ormai sono in questa facoltà da un paio d’anni e riconosco i nuovi arrivi!”
“Ah, quindi non è un mio problema, sei tu che sei più perspicace!”, dissi, cercando di fare una specie di battuta, che non capii neanche io.
“Di sicuro sono uno attento, mi piace osservare le persone, ma di certo dal tuo accento non bisogna essere dei geni per capire che non sei di qui!” disse facendo una sorta di occhiolino.
Anche la sua battuta faceva schifo.
Il mio viso doveva essere particolarmente espressivo il giorno, perché dopo un secondo disse “Scusa, non volevo essere offensivo, ma sai, hai comunque un accento diverso dal nostro, tutto qua!” e facendo spallucce, mi fece un gran sorriso.
Non era un ragazzo particolarmente bello, però aveva qualcosa che lo faceva essere interessante e poi, caratteristica importante per me, non mi rendeva nervosa. Timida com’ero, le persone appena conosciute mi mettevano sempre a disagio, non sapevo mai cosa dire e, puntualmente, il mio viso iniziava ad arrossire per un non nulla. Lui invece non mi procurava tutto questo imbarazzo, anzi mi sentivo come se ci conoscessimo da un po’.
“Che cosa studi?” mi chiese dopo qualche minuto di silenzio. Era evidente che ora facevo parte di quegli studenti della biblioteca che chiacchieravano a bassa voce e che tenevano i libri sul tavolo solo per apparenza.
“Sono iscritta in giornalismo, ora sto seguendo le lezioni del primo semestre, sociologia, inglese, letteratura italiana, …”.
“Anch’io sono in giornalismo” disse “Sono al terzo anno, ma non sono in regola con gli esami, quindi non credo di riuscire a laurearmi per quest’anno”.
“Quindi potresti darmi qualche dritta su questo tipo di corso. Non so, sui professori o altro.”
“Certo, mi farebbe piacere” rispose lui. Poi porgendomi la mano, disse “Comunque io sono Francesco!”
In effetti, era già da un po’ che parlavamo e non c’eravamo ancora presentati.
“Piacere, io sono Lara” risposi, ricambiando la stretta di mano.
Passammo circa un’oretta assieme, parlando dell’università, dei corsi, dei professori peggiori o migliori in cui potevo incappare. Si offrì di prestarmi alcuni libri così da poterli fotocopiare, senza doverli comprare nuovi o non essere obbligata a usare quelli della biblioteca di facoltà. Mi chiese come mai avessi deciso di intraprendere questi studi, e gli dissi che mi sarebbe piaciuto scrivere per qualche giornale. Anche lui aveva una vena giornalistica, ma più concreta della mia. Suo padre faceva il giornalista ormai da trent’anni e il nonno era stato un fotografo di guerra. Aveva di sicuro un passato familiare alle spalle che gli aveva tramandato il piacere della scoperta e della scrittura, portando il lui una vena da cronista molto profonda. Il mio interesse era più legato a sogni, a sensazioni. Non avevo una tradizione familiare di tipo letteraria, i miei genitori erano degli impiegati statali, e così anche i miei nonni, ma il piacere della lettura e dello scrivere erano sempre stati vivi in me, e volevo mettermi alla prova, per vedere se queste passioni potessero rappresentare la strada del mio futuro.
Parlammo anche di cose più futili, soprattutto della città in cui ci trovavamo. Io, in realtà, in quel mese e mezzo in cui abitavo lì, non avevo ancora girato molto. Le uniche persone che conoscevo erano le mie coinquiline, ma erano sempre fuori di casa e, anch’io, ero spesso in facoltà, e non avevo ancora trovato né il tempo né la voglia di esplorare la città. In effetti, era da un po’ che volevo andare per negozi o in qualche bar ad assaggiare qualche dolce tipico. Francesco si propose subito di farmi da cicerone alla scoperta di quel nuovo mondo. Iniziò a elencare nomi di locali, di bar, di pizzerie, dove facevano cibi di ogni genere. Mi raccontò come il parco cittadino, che era immenso, fosse la meta preferita dei ragazzi del posto, luogo dove riposarsi, fare spuntini e anche fermarsi a studiare.
La serata in biblioteca prese una piega che non mi aspettavo. Ero andata lì per studiare un po’ e, invece, mi ritrovai, alla fine, con un nuovo amico e con circa mille impegni in più per il prossimo mese. Di certo non avremmo fatto veramente tutti quei giri, ma l’idea mi elettrizzava. Ero contenta di aver fatto quella nuova conoscenza e l’inizio di quell’amicizia mi dava speranza. Quell’anno che stava appena iniziando, poteva essere migliore delle mie ultime aspettative.
“Allora ci vediamo domani mattina davanti all’entrata principale, va bene?”, mi disse mentre si rimetteva il giubbotto ormai asciutto.
“Sì certo, così mi farai assaggiare i vostri famosi bignè!”, risposi sorridendo.
“Ci puoi contare, non vorrai mangiare altro!”disse. Poi tolse fuori dalla tasca dei pantaloni il suo cellulare e porgendomelo, disse “Però è meglio se mi dai il tuo numero, nel caso ci siano problemi, ok?”
Annuii con la testa e presi il cellulare e gli scrissi il mio numero. Poi presi anch’io le mie cose, m’infilai la giacca e ci avviammo assieme verso l’uscita.
“Allora a domani!” gli dissi.
“Si, certo, non vedo l’ora! Ora però corro, altrimenti perdo il bus! Ciao Lara!” e si avvicino verso di me per darmi due baci sulla guancia. Aveva un buon profumo, nonostante che fino a un’ora prima fosse zuppo d’acqua piovana.
Dopo di che corse via, girandosi un’ultima volta per salutarmi con la mano.
Anch’io mi diressi verso la fermata del mio autobus che mi doveva portare verso casa. Provavo una sensazione strana, non di agitazione, ma di tranquillità, come se avessi appena lasciato un vecchio amico e mi stessi dirigendo verso casa, la mia casa. Sentivo che ormai quella, a piccoli passi, stava diventando la mia nuova routine, e iniziava a piacermi.
Dopo qualche minuto mi arrivò un sms: Questo è il mio numero, segnalo, ci vediamo domani. Buona serata, Francesco.
Giunta a casa trovai sia Carola che Romina indaffarate in cucina.
Era strano trovarle tutte e due. Infatti, Carola stava sempre chiusa nella sua stanza a studiare. Voleva cercare di dare più esami possibili per tornare al più presto nel suo paese. I motivi erano di natura sentimentale. Il fidanzato, infatti, era rimasto in veneto e la sua lontananza straziava i cuori di entrambi. Non c’era giorno che non si sentissero al telefono e la sua camera era ricoperta di foto di lei con il suo “Cicci”. Nonostante questo, era la coinquilina che vedevo maggiormente, infatti, almeno ai pasti, ci incontravamo e, puntualmente, ci offrivamo la spesa del giorno a vicenda.
Romina invece non c’era quasi mai. Aveva una vita particolarmente movimentata. Oltre che studiare, infatti, lavorava anche come cameriera e quindi era più il tempo che passava fuori di casa che quello in cui la vedevo. In più molto spesso era fuori con qualche nuovo ragazzo. Infatti, era veramente una bella ragazza, alta, slanciata, con i capelli lunghi e neri, gli occhi grandi e di un blu intenso. Era stata eletta qualche tempo fa anche Miss Sicilia o qualcosa del genere. Parlava molto spesso del suo interesse riguardo al campo della moda e lo dimostravano le foto del suo book fotografico che aveva messo in bella vista su Facebook.
Quella sera il motivo di tale riunione era che Romina aveva la serata libera dal lavoro e non aveva trovato alcun ragazzo di turno che la portasse a spasso per locali. Era una ragazza molto corteggiata e lei, di sicuro, sapeva come giocare le sue carte, tutto il contrario di me. Nonostante, infatti, avessimo la stessa età, lei sembrava molto più grande di me e di certo aveva anche molta più esperienza. Di sicuro, da un punto di vista mentale, non mi sentivo di certo inferiore, anche perché i pochi discorsi fatti con lei riguardavano la cellulite o i nuovi cappellini sfoggiati da Victoria Beckham. Con Carola invece c’era una certa affinità e capivo che anche lei rideva sotto i baffi dei ragionamenti contorti fatti da Romina riguardo alla morte di lady Diana.
Cenammo tutte insieme quella sera, naturalmente misero me ai fornelli, visto che nessuna delle due aveva mai voglia di cucinare. La cosa non mi pesava tanto, anche perché, essendo un po’ schizzinosa, preferivo mangiare le cose preparate da me e poi, almeno così, evitavo di dover lavare i piatti, che era di sicuro un compito peggiore.
Finito di cenare lasciai Romina davanti alla televisione, intenta a guardare una puntata de “I Cesaroni”, mentre Carola era già corsa nella sua stanza per telefonare al suo amore per sapere se era successo qualcosa di nuovo nelle ultime due ore.
Io decisi di rintanarmi nella mia camera, dopo essermi lavata i capelli. Dopo una spazzolata veloce, un giro di phon e una passata di piastra, i miei capelli, nonostante fossero lunghi e folti, erano già belli e ordinati, pronti per il giorno successivo. Prima di coricarmi, mi collegai per un po’ su internet, giusto per controllare le e-mail e gli orari delle lezioni della mattina seguente. Poi aprii, da brava ventenne, la mia pagina di Facebook, per vedere cosa c’era di nuovo.
1 nuova richiesta d’amicizia.
Aprii incuriosita, e vidi che Francesco era già andato a cercare la mia scheda su Facebook. Una sua foto in bianco e nero m’invitava a inserirlo fra i miei amici.
Cosi cliccai su Accetta.
CAPITOLO 3
Incontri
Era una bella mattina di fine novembre, ma per la prima volta dopo settimane, il cielo era limpido e il sole illuminava la strada ancora bagnata dall’umido della notte prima.
Mi recai di buon umore in facoltà, quella bella giornata mi dava energia. Appena arrivai Francesco mi aspettava seduto su i gradini fuori dall’ingresso con in mano un bicchiere colmo del nostro tè al limone caldo preferito della macchinetta.
Ormai era diventato ufficialmente il mio compagno di università e avevo passato quell’ultimo mese quasi ogni giorno in sua compagnia. Ogni tanto, quando non avevamo da studiare o lezione, mi aveva portato in giro per la città, per vedere alcuni posti inesplorati e altri tipicamente turistici. Eravamo andati a visitare alcune piazzette deliziose in periferia, quei tipici luoghi di ritrovo in cui gli anziani si fermano per ore per leggere il giornale o per commentare i fatti del giorno. Avevamo poi fatto tappa in alcuni locali particolarmente audaci e alla moda ma Francesco aveva subito intuito che non erano i posti più adatti a me, troppo affollati, con generi di musica e di persone che non mi appartenevano proprio. Non erano locali che neanche lui frequentava, ma aveva deciso che la sua missione doveva essere quella di farmi vedere tutto ciò che poteva venirgli in mente della città. Avevo assaggiato tutto quello che poteva essere presente su un menù tipico regionale, e ogni volta che addentavo o sorseggiavo qualcosa di nuovo, aspettava curioso la mia reazione. Così mi divertivo a lasciarlo in attesa di un mio giudizio, sentendomi come un critico gastronomico impassibile di fronte ad uno chef che attende angosciato il verdetto finale.
Mi aveva poi portata a casa sua, avevo conosciuto sua madre, donna elegante e delicata ma severa, e la sua cagnetta Nana, piccolo barboncino nero, che stravedeva per lui e che sembrava ridesse ad ogni piccolo cenno del suo adorato padrone.
Quella mattina sapeva che avevo lezione fino alle 10:30 e dai suoi occhi nocciola riuscivo a intravedere un altro piano diabolico per portarmi chissà in quale luogo.
“Buongiorno! Dormito bene?” disse, alzandosi dai gradini, porgendomi il mio bicchiere di tè caldo, e facendo una smorfia che nascondeva un piccolo ghigno.
“Mhh, non fare troppo il santarellino, so benissimo che hai in mente qualcosa per oggi. Devo preoccuparmi? Devo andare a comprare una magnesia?” risposi sollevando il sopraciglio.
“Che acida!” rispose sempre sorridente e aggrottando la fronte “Comunque buongiorno, eh!”
Sapeva benissimo che ormai lo conoscevo come le mie tasche, e poi era una delle persone con il viso più sincero del mondo, potevo capire da lontano cosa aveva per la testa.
“Ok, buongiorno! Ora mi dici, dove mi vuoi portare oggi?”
“Ma chi ti dice che devo fare qualcosa con te? Oggi è una bellissima giornata, come non ce ne erano da settimane, non c’è neanche tanto freddo, quindi di sicuro farò qualcosa più tardi … magari chiamerò qualche mio amico!” disse con una faccia da schiaffi degna da premio oscar.
“Ah, va bene, buon divertimento allora.” risposi, iniziando a salire le scale dell’ingresso, con l’intento di dirigermi nell’aula di storia. Dopo circa un millesimo di secondo me lo ritrovai alla mia sinistra, ridendo con la faccia riversa dentro il bicchiere del tè.
“Comunque se per caso vuoi unirti a noi, io non ho problemi …” disse.
“Mhh, vedrò più tardi!” risposi e m’infilai dentro l’aula della lezione che mi attendeva a momenti.
“Va bene, dai, basta con questo giochino, allora ci vediamo più tardi? Ti vengo a prendere in aula alle 10.30, ok?” disse poggiato allo stipite della porta.
Finiva sempre così, iniziava quei giochi e poi non riusciva mai a portarli a termine, cedendo sempre per primo.
“Ci penserò” risposi guardando le orecchie del quaderno che tenevo tra le braccia, poi, però sollevai gli occhi e lui aveva sfoderato quel suo solito sguardo da cucciolo indifeso, che mi faceva innervosire, ma allo stesso tempo, ogni volta, mi faceva cedere. “ E va bene, ci vediamo alle 10:30, sono in aula d’….”
“ … d’informatica! Lo so!” disse lui, sfoggiando il suo sorriso smagliante da bambino che sapeva già in partenza che avrebbe ottenuto quel che voleva. Poi, scompigliandomi i capelli sulla fronte, mi salutò.
“A più tardi!” disse incamminandosi verso la rampa di scale del piano superiore. Io mi voltai per entrare in aula, sollevando gli occhi al cielo, ogni volta faceva cosi. M’irritava, ma allo stesso tempo mi faceva sempre spuntare un sorriso.
A lezione quel giorno non eravamo in tanti, così il professore decise di farci avanzare tutti nelle file di davanti, in modo tale da poter vedere meglio le diapositive proiettate sul muro dietro la scrivania.
La lezione era interessante e piacevole, il fatto che fossimo così pochi faceva sì che il professore spiegasse i passaggi che avevano portato all’instaurazione della dittatura nazista in Germania in maniera più chiara e precisa.
Io ero intenta a segnare i punti chiave sul mio blocchetto, cercando di aiutarmi con le note presenti nelle diapositive, finché la mia attenzione fu disturbata dalla sensazione di essere osservata. Mi girai di scatto, fu un gesto automatico, non eseguito logicamente, ma i miei sensi mi portarono a voltarmi verso la mia sinistra. In un banco, nel lato ovest della stanza, c’era un ragazzo che mi fissava, ebbi subito l’impulso di rigirarmi dall’altro lato, imbarazzata per aver incrociato il suo sguardo.
La cosa però destò il mio interesse, così dopo qualche minuto, mi rivoltai con cautela, cercando di non farmi notare, per vederlo meglio.
In quel momento era intento a osservare il muro bianco illuminato dalla proiezione delle diapositive, tenendo il viso poggiato a una mano mentre con l’altra scriveva su un foglio stropicciato. Aveva tanti capelli castano chiaro tendenti al biondo, spettinati, con un ciuffo che gli ricadeva sulla fronte, gli occhi erano di un verde chiaro intenso, il viso delicato, ma al tempo stesso deciso, disegnato da una mandibola volitiva e mascolina, che però non intaccavano gli altri lineamenti morbidi del volto. Una piccola barbetta quasi invisibile e incolta attorniava il tutto. Aveva delle spalle larghe e i muscoli s’intravedevano attraverso il maglione blu scuro con scollo a V che metteva in risalto il collo perfetto. Si vedeva che era un ragazzo atletico, ma non troppo palestrato.
Mi rigirai di colpo, china sul mio foglio, poiché mi resi conto che mi ero imbambolata per un’eternità a guardare quel ragazzo, e arrossii pensando che mi ero emozionata a tale visione.
Che stupida, come se fosse stata la prima volta che vedevo un bel ragazzo. Dovevo essere proprio al limite se ero stata così tanto colpita da niente di importante.
Decisi di riporre di nuovo la mia attenzione e i miei pensieri alla lezione che si stava svolgendo intorno a me. Ormai avevo perso almeno dieci minuti di quello che aveva detto il professore, così lasciai un foglio in bianco, e ripresi a scrivere della pagina successiva. Pian piano riuscii a riprendere il controllo pieno delle mie facoltà mentali e iniziai nuovamente a prendere appunti riguardanti il Terzo Reich.
Di colpo, di nuovo, ebbi la sensazione che qualcuno mi stesse fissando, e nuovamente mi venne l’impulso incontrollato di voltarmi. E un’altra volta vidi quello splendido ragazzo che mi fissava. Questa volta però non mi girai immediatamente, il suo sguardo su di me era riuscito a lobotizzarmi per qualche infinito secondo, lasciando vuoti i miei pensieri e inerme il mio corpo. Dopo quell’interminabile e imbarazzante momento, sorrise abbassando lo sguardo, mostrando delle fossette sulle guance, che provocarono in me un fuoco imprevisto. Poi risollevò gli occhi e mi riguardò, morsicandosi il labbro inferiore involontariamente, dopo di che il suo viso si rivoltò verso la proiezione, lasciandomi spiazzata.
Dovevo essere paonazza, visto il calore improvviso che divampo nel mio corpo fino alle orecchie. Grazie a chissà quale volere divino la lezione terminò in quell’istante. Rimasi seduta al mio posto per qualche minuto, raggruppando i miei quaderni e riponendo la penna nella borsa. Avevo bisogno di riprendermi e di respirare.
Nel frattempo la classe si era svuotata e uscii dall’aula per ultima. Di quel ragazzo non c’era più traccia da nessuna parte, e in quell’istante mi capacitai della figura ridicola che avevo appena fatto.
Un adone di quel tipo doveva essere abituato e ben altre prede, ed io, non solo mi ero illusa che mi stesse osservando con chissà quali intenti, ma mi ero pure bloccata tutta rossa a fissarlo come un pesce lesso.
Era uno di quei momenti che si vorrebbero eliminare all’istante dalla memoria. Mi diedi un colpo in fronte con il palmo della mano, poiché la parte razionale di me stava riaffiorando ed era intenta a rimproverare e anche un po’ a sfottere la mia parte malsana.
Mi avviai verso l’aula d’informatica, sperando di non incappare mai più in quel ragazzo in vita mia.
CAPITOLO 4
Il parco
Puntuale come un orologio Francesco mi aspettava fuori dall’aula d’informatica, pronto a portarmi in qualche nuovo posto.
“Andiamo?” disse elettrizzato.
“Si, certo! Però dimmi dove siamo diretti questa volta”
“Beh, con una giornata cosi bella è il caso di stare all’aperto! Che dici di un giro al parco e pranzo al fiume?”
“Dico che è un’ottima idea! Pranzo al sacco?” risposi sorridendo.
“Sì, possiamo fermarci da qualche parte e comprare dei bei panini, tanto il parco non è molto distante da qui!” disse.
“Ok, allora andiamo!”
Così ci avviammo verso il famoso parco cittadino. Prima però ci fermammo in un piccolo negozietto e comprammo due panini con l’affettato, due bibite e qualche dolcetto, non eravamo di certo due tipi che disdegnavano il buon cibo. La fame era già tanta, così nel tragitto verso il giardino pubblico stuzzicammo qualche biscottino alla crema.
Verso le 11:30 arrivammo al parco. Era un luogo immenso e perfetto in quel giorno. L’aria fresca e frizzante ci solleticava il viso, il sole era già alto in cielo e illuminava la vegetazione del posto.
Vi era un sentiero molto ampio fatto di pietruzze bianche che attraversavano il giardino, segnando il percorso ai passanti. Tutto intorno vi erano prati all’inglese con grossi alberi di vario tipo. Le enormi querce dai busti possenti con la corteccia scura erano ricoperte nella loro maestosità di foglie bronzee che ricadevano delicate ai piedi dei grossi fusti, lungo le radici che fuoriuscivano dalla terra. Nel mezzo vi erano anche molti abeti con il fusto lungo e dritto a candela, che mostravano le loro foglie aghiformi sempre verdi.
La luce delicata del sole d’autunno filtrava attraverso il verde scuro della vegetazione, illuminando le gocce di rugiada poggiate sulle panchine del parco. Ovunque vi era profumo di natura, di terra bagnata, dell’inverno che si faceva strada dell’aria del mattino.
In alcuni tratti del parco, di tanto in tanto, vi erano dei piccoli ruscelli dai cui sgorgavano zampilli di acqua limpida, il cui rumore emergeva nel silenzio del luogo.
Tutto intorno a noi non vi era quasi nessuno. Di tanto in tanto incontravamo i gestori di qualche chiosco rustico posto lungo il cammino o qualche amante del fitness che percorreva il parco correndo oppure in bici, accompagnati da un lettore mp3 o dalla musicalità della natura di quel luogo senza tempo.
Francesco decise di fare una lunga passeggiata attorno al parco, per ammirare le sue bellezze, fino a raggiungere il fiume che lo costeggiava.
Durante il tragitto gli venne una brillante trovata.
“Perché non prendiamo a noleggio un tandem?” disse illuminandosi, come se gli fosse venuta un’idea fantastica.
Sollevando il sopraciglio, risposi sarcasticamente “ Non con me!”
“Ma dai! E’ divertentissimo vedrai!” e senza aspettare una mia seconda risposta, si avvio verso il gazebo che noleggiava i tandem.
Vi erano vari tipi di biciclette, da quelle classiche ai tandem a due posti, fino a delle vere e proprie macchinine a quattro posti con ognuno i propri rispettivi pedali.
Francesco optò, naturalmente, per il tandem a due sedili, lasciò un documento d’identità al signore baffuto, pagò e prese il mezzo dirigendosi verso di me.
“Tu forse non hai ancora capito con chi hai a che fare!” dissi “ Non sono proprio un tipo atletico”.
“Non bisogna essere dei ciclisti per andare sul tandem, è solo un gioco!” disse, salendo in sella nel posto di davanti.
Così, rassegnata, mi avviai al mio sellino, sapendo in cuor mio che quel giro in bici sarebbe stato tutto, tranne che divertente.
Iniziammo a pedalare, ma Francesco era più veloce di me, così faticavo a stargli e dietro e poco dopo mi sfuggirono i pedali che ormai giravano da soli. La scena era al quanto comica. Lui davanti che rideva e non riusciva a parlare ed io dietro che arrancavo urlando come una pazza.
Dopo aver fatto una salita interminabile per ammirare una distesa di gerbere e rose d’inverno, che, naturalmente non riuscii a vedere, visto il mio affannoso tentativo di stare dietro a quell’attrezzo mortale, che avevamo, persino, pagato.
Il ritorno, naturalmente, fu in discesa e le cose peggiorarono. Il tandem sembrava animato di vita propria e non avevo più il controllo della bici, i pedali ormai giravano vorticosamente graffiando le mie caviglie, finché non fui costretta ad allargare le gambe e lasciare che il tandem decidesse della mia sorte. Ci ritrovammo in un baleno di nuovo al chiosco del noleggio, dove, finalmente, lo restituimmo, visto che la nostra mezz’ora di noleggio era terminata.
Scesa dal sellino le mie gambe non mi reggevano in piedi e i miei polpacci erano doloranti.
Oltre all’educazione fisica fatta obbligatoriamente al liceo, non praticavo sport dai tredici anni, periodo in cui decisi, per chi sa quale motivo, di iscrivermi in palestra in un corso di aerobica. Fu il periodo più stancante della mia vita.
Oltre quindi ciò, era comprensibile che le mie gambette graciline gridassero aiuto dopo quell’interminabile mezz’ora in sella al malefico tandem.
Mi dovetti sedere per un po’ lungo uno dei viali che costeggiavano il parco. Francesco si sedette al mio fianco.
“Sei proprio negata per queste cose” disse ridendo.
“Ti avevo avvertito che non sono un tipo atletico, la prossima volta le fai da solo certe cose!” dissi ancora affannata.
“Ok, ho capito che con te vanno bene solo bar, pizzerie e tutti i locali in cui si mangia, rigorosamente seduti!” disse, strizzando l’occhio.
“Non è vero!” risposi “Posso mangiare anche in piedi!”
“Va bene! Comunque ho capito la lezione. Niente più sport di alcun tipo con te!” disse.
“Al massimo solo shopping. Però anche quello con moderazione, perché mi stanco velocemente di girare per troppi negozi!” gli dissi, dandogli un colpetto al braccio.
“Ora però ho una certa fame” disse “Andiamo a cercare un posto dove sederci?”
Feci segno di sì con la testa e, una volta in piedi, ci avviammo verso il fiume.
Dopo una breve camminata trovammo un piccolo pontile che fiancheggiava il fiume. Era fatto di legno chiaro, umido e vecchio. Nei lati vi erano dei corrimano fatti di corda grossa bianca, legata a piccoli paletti di legno, su cui vi erano poggiate alcune retine e canne da pesca.
Il fiume era verde chiaro e il suo movimento era quasi inavvertibile. Si riusciva a notare dentro l’acqua dei piccoli pesciolini neri, che nuotavano velocemente e che si radunavano vicino alle sponde paludose, forse in cerca di cibo.
Decidemmo di sistemarci lì per il pranzo. Ci sedemmo lungo il piccolo ponte, con le gambe che ciondolavano fuori.
Aprimmo i nostri sacchetti ed estraemmo i nostri panini che furono addentati in pochi secondi.
Avevamo molta fame e l’attività fisica fatta poco tempo prima aveva sollecitato il nostro appetito. Dopo tutto avevamo bruciato molto energie.
Pranzammo piacevolmente, nonostante arrivasse a volte qualche brezza leggera un po’ fredda, ma la giornata era tutto sommato calda, per essere una mattina di fine novembre.
Finito di mangiare sollevai le gambe penzolanti dal pontile e le piegai verso di me, cingendole con le braccia e poggiando il mento sopra le ginocchia.
Restammo per un po’ in silenzio a guardare il panorama di fronte a noi. Il sole delicato illuminava le chiome degli alberi all’orizzonte, rendendoli scuri nel contro luce. Il fiume verde chiaro brillava sotto di noi, creando dei giochi di rimandi di luce con i piccoli sassi del fondale.
Un forte venticello, a un certo punto, mi avvolse rapidamente. Strinsi le gambe forte al petto e serrai gli occhi d’istinto, mentre i capelli mi si muovevano disordinatamente sul viso. Sentii la mano di Francesco che li aggiustava dietro il mio orecchio sinistro, così mi voltai, ridendo. Il suo volto era a mezzo centimetro dal mio. Era serio e i suoi occhi osservavano le mie labbra, percorrendone i tratti dei bordi mentalmente. Fece di avvicinarsi di più, per sfiorare la sua bocca con la mia, ma d’impulso indietreggiai con la testa, osservandolo stupita.
Mi guardò con gli occhi sbarrati, a metà tra il dolore e l’imbarazzo.
“Che cosa stai facendo?” chiesi a mezza voce.
“Sc..scusa … non volev..” disse con la voce strozzata.
Mi resi conto che quel momento avrebbe potuto rovinare il nostro rapporto. Nonostante ancora non sapessi di che natura fosse, ero certa che tenevo a ciò che era nato fra noi due, e non volevo che tutto morisse così.
“No” dissi, cercando di prendere in mano la situazione. “Scusami tu! E’ che mi hai colta alla sprovvista!”
“Non volevo di certo spaventarti” disse guardando il fondo del fiume.
“Credo che sia troppo presto per me!” dissi, cercando di essere il più delicata possibile “ Non roviniamo tutto! Prendiamoci del tempo e vediamo come andranno le cose.”
Mi avvicinai e gli sfiorai la spalla, cercano di essere affettuosa, senza essere fraintesa.
Mi guardò cercando di fare un mezzo sorriso.
Passarono alcuni minuti in cui restammo in silenzio, seduti uno accanto all’altra.
“Ok, non preoccuparti!” disse con un tono notevolmente più allegro e squillante “ Non mi arrendo di certo alla prima!”. Poi, alzandosi di fretta dal pontile, si girò verso di me porgendomi la mano per aiutarmi ad alzarmi. Mi fece uno dei suoi soliti sorrisi e disse “ Ora, però è meglio che andiamo! Tra poco farà buio!”
Feci di sì con la testa e lo seguii verso l’uscita.
Sembrava che non fosse successo niente, era tranquillo come sempre.
Mi accompagnò verso e casa e ci mettemmo d’accordo per la colazione del giorno dopo.
Lo salutai con i due soliti baci sulle guance e salii verso il mio appartamento.
Dentro di me sentivo come se si fosse spezzato qualcosa, come se avessi rovinato tutto, ma, d’altra parte, non avrei potuto fare altrimenti rispetto a quello che era successo quel pomeriggio. Ripercorrevo mentalmente quella scena e continuavo a pensare che avrei reagito in quel modo altre mille volte. Perché l’ha fatto? rimuginavo Non poteva lasciare tutto com’era?
Ormai il danno era fatto, l’unico rimedio a tutto ciò era cercare di far tornare le cose come prima, poi magari, chissà, con il tempo, forse, avrei desiderato anch’io qualcosa di più dal nostro rapporto.
CAPITOLO 5
Nuove idee
Aspettavo Francesco fuori dalla facoltà, seduta sopra i gradini dell’ingresso.
Era un po’ in ritardo, ma mi aveva avvisata con un messaggio al cellulare che avrebbe fatto tardi. Doveva portare lui quella mattina Nana a fare la sua solita passeggiata, nonostante non fosse il suo turno, e questo gli aveva scombussolato tutti gli orari.
Tutto era tornato come prima. Erano passate quasi due settimane dalla mattina del parco e, nonostante ci volle un po’ di tempo, riuscimmo entrambi a buttare l’accaduto alle spalle e continuare la nostra amicizia.
Dopotutto ci conoscevamo da poco tempo e tutto era ancora in gioco. Per ora volevamo solo essere liberi di frequentarci, senza problemi, senza complicazioni, vivendo alla giornata.
Erano già le 8:15 e di Francesco ancora nessuna traccia. Avevo una certa fame, poiché quella mattina non avevo fatto colazione. Mi ero dovuta lavare i capelli e così, tra phon e piastra, avevo fatto tardi, e così, alla fine, avevo bevuto solo un po’ di succo di frutta direttamente dalla bottiglia prima di uscire da casa.
Ora il mio stomaco brontolava, così pensai che arrivato Francesco gli avrei chiesto di accompagnarmi al bar di fronte alla facoltà per prendere un bel cornetto caldo alla marmellata. Pur di mangiare avrei perso la prima lezione, tanto si trattava d’informatica, e potevo anche permettermi di saltarla.
All’arrivo di Francesco ci avviammo verso il caffè universitario, da cui si sentiva, fin fuori, il profumo aromatico di cappuccino e cornetti caldi.
Entrammo nella sala del piccolo bar rustico. Era piena di studenti e professori, era difficile trovare un posto libero.
Mentre Francesco scrutava il locale alla ricerca di un tavolino per noi, sentimmo una voce maschile “Ehi, Francesco! Siamo qui in fondo.”
La voce arrivava da un angolo della sala. Vi erano tre ragazzi seduti a un tavolino. Uno era in piedi e con le braccia ci faceva segno di avvicinarci.
“E’ Marco!” disse Francesco girandosi sorridente verso di me “Andiamo!”
Così ci avviammo verso il gruppetto di ragazzi, che, intuii, fossero amici di Francesco.
Arrivati al tavolino, il ragazzo che ci aveva chiamati salutò Francesco e poi si rivolse verso di me.
“Ciao, piacere, sono Marco!” disse porgendomi la mano.
“Piacere, Lara!” risposi, mentre Francesco salutava gli altri due membri del gruppo.
“Dai, sedetevi con noi!” disse Marco.
Francesco prese due sedie vuote dal tavolo vicino e m’invitò con un gesto ad accomodarmi.
Una volta seduta ebbi il tempo di scrutare per bene i ragazzi al tavolo con noi.
Marco era alto e grosso, con i capelli molto scuri e rasati. Aveva l’aria da semplicione, ma dava l’idea di essere simpatico. Gli altri due erano silenziosi. Uno aveva i capelli corti a spazzola castani scuri, gli occhi chiari e un mare di brufoli. L’altro molto alto e magro, aveva la carnagione scura e un naso prorompente.
La mia pancia iniziava a mugugnare dalla fame, ma riuscivo a sentirla solo io nel caos del locale.
Mentre i ragazzi iniziarono a parlare fra loro, io mi guardavo attorno sperando di intravedere la cameriera per poter ordinare la mia colazione.
A un certo punto, mentre ero distratta, sentii una voce provenire da davanti al nostro tavolo.
“Ciao, scusate il ritardo, ma c’era molto traffico!”
Mi voltai per vedere chi fosse.
“Ciao, Federico!” disse Marco “Prendi una sedia!”
La fame non era più contemplata come mia esigenza principale da quell’istante. Sentivo solo caldo e imbarazzo. Il ragazzo che si era unito al nostro tavolo era lo stesso fantastico essere che avevo incontrato alla lezione di storia qualche settimana prima.
Pensavo che non l’avrei mai più incontrato in vita mia. Alla fine la città era enorme, e anche la facoltà era molto grande. Ero sicura che non l’avrei più visto. E così fu per due settimane. Nessuna traccia nei corridoi né a lezione, tant’è che iniziai anche a pensare di averlo solo immaginato.
E invece ora era lì, davanti a me, seduto al mio stesso tavolo. Sentii l’immediata esigenza di scappare il più lontano possibile, ma il mio raziocinio m’impose di essere realistica. Non potevo di certo mollare Francesco di punto in bianco. Non ce ne era il motivo. Ormai era ovvio che avessi perso la prima lezione, e non avevo scuse per andare via.
Dovevo affrontare quel momento. Probabilmente, anzi, sicuramente, non si ricordava di me, quindi non era il caso di farne una tragedia.
Dovevo solo restare lì seduta per un’interminabile mezz’ora e non dire niente e non guardarlo troppo.
“Lei è Lara!” disse Francesco “E lui Federico.”
Mi ritrovai a fissarlo imbambolata porgendogli la mano.
“Piacere!” disse, senza darmi molta importanza.
Iniziarono a chiacchierare di sport o qualcosa del genere, ignorando assolutamente la mia presenza. In quell’istante tutta la mia emozione si sciolse rapidamente. Mi resi conto che non si ricordava minimamente di me e che, sicuramente, quei giochi di sguardi nell’aula di storia, erano solo stati un mio fraintendimento. Magari stava guardando qualche altra studentessa seduta dietro di me, molto più carina o sexy.
Sì, doveva essere andata certamente così.
“Ciao, cosa posso portarvi?” disse la cameriera, che finalmente si era avvicinata al nostro tavolino.
Al suono di quelle parole mi ricordai che la fame era ancora viva in me e che avevo assolutamente bisogno di addentare un cornetto.
Iniziammo a ordinare velocemente la nostra colazione, con le idee molto chiare.
Al suo turno Francesco disse “Io niente, grazie!”
“Se è un problema di soldi, non preoccuparti, amico, offro io oggi!” disse Federico, con aria arrogante mettendo visibilmente in imbarazzo Francesco.
“No, grazie! Ho già mangiato” disse Francesco infastidito.
“Come vuoi!” disse Federico borioso.
La situazione m’irritò enormemente. Come si permetteva questo individuo di dire certe cose a un amico? Mettendolo così apertamente in imbarazzo, come se lui fosse migliore, solo per qualche soldo in più per la colazione. Senza poi considerare che era vero che Francesco non aveva fame, era venuto al bar solo per accompagnare me.
“Tu non prendi niente, ragazzina?” disse rivolgendosi verso di me.
“Sono Lara!! Ho già ordinato, grazie!” risposi acidamente.
Ragazzina???? Era incredibile come in pochi minuti i miei pensieri nei confronti di quel ragazzo fossero mutati così negativamente.
Avevo solo visto il suo aspetto fisico, ma mentre parlava, mi resi conto di quanto fosse superficiale e presuntuoso.
Durante quella mezz’ora lo osservai attentamente. Era un ragazzo molto altezzoso, si capiva dai gesti e dalle parole con cui si relazionava con gli altri. Era molto vanitoso. Si toccava in continuazione i capelli e mentre discuteva con gli altri si guardava attorno, controllando quante ragazze lo stessero osservando. E, in effetti, erano molte. Il suo atteggiamento m’irritava moltissimo.
Come può una persona, per quanto bella, essere così presa dal proprio aspetto, da se stessa? Era cosi superficiale in quello che diceva, come se le cose importanti riguardassero solo lui.
Continuavo a chiedermi come fosse possibile che Francesco gli fosse amico. Lui era una persona intelligente, sensibile, e non capivo cosa avesse da spartire con quell’individuo.
Finalmente il tempo per la colazione era esaurito e feci cenno a Francesco che per me era ora di andare.
Francesco avvisò gli altri e ci alzammo per andar via. Salutammo velocemente tutti per dirigerci alla cassa per pagare.
“Ciao Lara, è stato un piacere!” mi disse Federico sfoggiando un sorriso perfetto corredato dalle sue fossette.
Mi voltai e gli rivolsi solo uno sguardo aspro, poi feci cenno con la mano per salutare nuovamente e mi avvicinai all’uscita.
Che cosa pensava che solo perché questa volta aveva ricordato il mio nome o perché mi aveva salutata, sarei entrata nel club delle sue fans? Ormai di certo il suo bell’aspetto non aveva più nessun effetto su di me.
Usciti dal bar, chiesi a Francesco come conosceva quei ragazzi.
“Sono miei amici da qualche tempo. Abbiamo frequentato le medie e le superiori insieme” rispose.
“E come mai sei amico di quel Federico?” chiesi, cercando di essere vaga.
“Te l’ho detto, eravamo a scuola insieme. Ci conosciamo da anni.”
“Ah, va bene!” dissi, non troppo convinta.
“Perché me lo chiedi?” mi domandò.
“Mah, non mi sembra proprio un tipo simpatico” cercai di essere sincera sulle mie impressioni nel modo più delicato possibile.
“E’ una delle persone migliori che conosca.” disse, ma avvertii un tono amaro nelle sue parole.
“ Se lo dici tu..” provai a dire senza sembrare troppo cinica.
“Lo so che avvolte sembra un bastardo egocentrico” disse “Ma è solo apparenza. E’ una persona molto in gamba!”
Annuii cercando di non giudicare troppo. Alla fine non lo conoscevo e non potevo permettermi di criticare Francesco nella scelta delle sue amicizie. Perciò cercai di cambiare argomento.
Una cosa però era certa, di sicuro non sarebbe mai stato un mio amico. Mi fidavo abbastanza delle prime impressioni che mi facevano le persone, e non avevo avuto un buon giudizio nei confronti di Federico.
CAPITOLO 6
La prima neve
Non avevo dormito molto quella notte. I tuoni fuori la finestra mi avevano tenuta sveglia e quando avevo provato a prendere sonno i lampi avevano illuminato la mia stanza di una luce forte e inquietante.
Non avevo mai avuto paura dei temporali, neanche da piccola, ma quella stanza da letto non mi rassicurava molto, e da quando mi ero trasferita, avevo iniziato ad avere un certo timore a dormire da sola.
Quello era il primo acquazzone forte da quando vivevo nella nuova città da sola, e mi aveva creato non pochi problemi.
Nonostante il dormiveglia, riuscii a dormire per qualche ora, soprattutto quando la pioggia sembrava aver deciso di placare la sua ira.
La sveglia quella mattina fu più dura del solito e la tentazione di rimanere a poltrire a letto era veramente molta.
Solo l’idea di dover uscire da sotto le coperte, lavarmi nel bagno gelido e dover passare un’intera giornata fuori, con la pioggia in agguato, mi metteva i brividi. Sarebbe stato meglio rimanere nel mio letto caldo, dormire fino a tardi e restare tutto il giorno in pigiama, mangiando schifezze e guardando la tv, avvolta nel calore del mio appartamento.
Ero una persona responsabile, però, non potevo mancare alle lezioni che avevo in programma, anche perché ormai ero agli sgoccioli, dovevo ancora seguirne poche prima della fine del semestre e non potevo perderle.
Così affrontai valorosamente quel momento. Aprii gli occhi, li stropicciai e con coraggio m’infilai le mie ciabattine a forma di coniglio.
In piedi, cercando di svegliarmi, mi guardai allo specchio. Il mio aspetto gridava apertamente che avevo dormito sì e no due ore, e, nonostante la buona volontà, ero sicura che né il caffè né un buon trucco, avrebbero potuto celare tale evidenza dal mio viso.
Scelsi velocemente un abbigliamento caldo e comodo: jeans neri e un maglione caldo, con i rombi, nero e grigio, i colori che in quella giornata rispecchiavano meglio sia il mio umore che il tempo.
Mi preparai con una lentezza inaudita, scambiando il dentifricio con la crema per il viso, ma riuscii, nonostante tutto, ad essere fuori casa in tempo per la prima lezione.
La mattinata fu lentissima, le ore non passavano mai e gli argomenti affrontati dai professori erano, o sembravano, di una noia assoluta.
Finalmente arrivò l’ora di pranzo, cos’ potei staccare un po’ da quell’ambiente soporifero.
Decisi di andare a pranzare nel bar di fronte alla facoltà, poiché alle 16 avrei avuto un’altra lezione e quindi non mi conveniva tornare a casa.
Il locale quella mattina era quasi vuoto. Ormai mancavano solo pochi giorni al Natale e molti studenti non stavano più frequentando le lezioni. L’università in quel periodo era un luogo silenzioso e solitario e così anche i luoghi di ritrovo che circondavano la facoltà.
Decisi di occupare un angolo appartato del caffè, per utilizzare in completa tranquillità il mio computer. Era veramente un posto carino. Non l’avevo mai notato prima, poiché ogni volta che ci ero andata pullulava di studenti chiassosi, che, nel caos che creavano, non mi permettevano di ammirare ciò che mi stava attorno.
Era un bar che riprendeva l’ambientazione di un antico locale parigino bohemien. Era arredato con mobili di legno, poltrone di vario tipo e forma e alle pareti vi erano varie fotografie in bianco e nero e manifesti di antichi film muti.
Vi era una piacevole aria di relax che, solo senza il via vai degli studenti, vi si poteva respirare.
Mi sistemai su una grande poltrona di velluto rosso, attaccai il mio PC portatile alla presa alle mie spalle e ordinai velocemente un panino con almeno dieci ingredienti e un grande bicchiere di coca cola.
Finalmente la sensazione di sopore e di apatia, che mi aveva accompagnata tutto il giorno, sembrava scomparire.
Decisi di passare quel tempo collegandomi alla rete senza fili che il bar metteva a disposizione dei clienti, con l’idea di navigare per un paio d’ore via internet.
Dopo aver controllato la mia posta elettronica e alcuni siti in cui volevo curiosare, decisi di guardare alcune puntate di qualche telefilm in streaming, così da poter passare il tempo velocemente, mentre fuori ricominciava a piovere.
La mia scelta cadde su uno di quei soliti telefilm americani divertenti, ma anche romantici, che, naturalmente, avevo già visto almeno un centinaio di volte.
Indossai le mie super cuffie a cerchietto e m’immersi nella storia di cinque teenager americani, con l’intento di non pensare ad altro per almeno un’ora.
La puntata progrediva come da copione e mentre i miei occhi si riempivano di lacrime, per una scena commovente tra i protagonisti, e il mio viso s’illuminava con un sorriso da ebete, sentii una mano che toccava la mia spalla.
In un primo momento saltai sulla grande poltrona per lo spavento. La mia mente era stata assorbita totalmente dal telefilm e non ero più in grado di capire dov’ero né di avvertire la presenza di altri esseri umani.
Dopo tre secondi, in cui il mio cuore cesso di battere, mi voltai per vedere chi fosse.
Alle mie spalle c’era Federico. Era lì, chino su di me, con il viso a qualche centimetro dal mio, che mi fissava divertito, proferendo qualcosa che non riuscivo a udire.
Mi levai le cuffie per capire cosa mi stava provando a dire.
“Che cosa stai guardando? Hai uno sguardo talmente commosso!” disse prendendosi apertamente gioco di me.
Mi venne spontaneo abbassare lo schermo del computer, mentre la vergogna e l’irritazione in me combattevano per il primo posto fra i sentimenti che mi avvolgevano in quel momento.
“Posso esserti d’aiuto?” gli chiesi a denti stretti, dopo aver respirato profondamente, per evitare un’esplosione di rabbia.
“Scusa Lara, non volevo disturbarti!” mi rispose “Volevo solo sapere cosa stava prendendo così animatamente la tua attenzione!”
Così dicendo, agguantò una sedia e prese posto al mio tavolo, proprio al mio fianco.
Non riuscivo a capire cosa stava facendo. Noi non ci conoscevamo, ci avevano presentati qualche settimana prima e c’eravamo scambiati giusto qualche parola di circostanza. Che cosa voleva allora? Perché si stava sedendo vicino a me e mi stava parlando come un vecchio amico?
Non riuscii a dirgli niente per qualche minuto, perché ero troppo stupita dal suo comportamento.
“Ti ricordi di me, vero?” mi chiese, dopo aver notato il mio aspetto sconcertato.
Dopo qualche istante in cui stavo cercando di capire, dissi con sospetto “Che cosa vuoi?”
Il suo sguardo si fece di un tratto strano, come se si fosse vergognato della situazione. Era, di certo, un’espressione anomala in lui, dato il suo solito atteggiamento da spaccone, sicuro di tutto ciò che lo circondava. Ora però, dava l’idea di essere spiazzato, come se stesse cercando di capire cosa mi passava per la testa. Di certo la mia domanda si era rivelata inaspettata.
“Sono entrato nel bar per prendere qualcosa di caldo e ti ho vista seduta qui in un angolo, sola, così ho pensato che potevamo farci compagnia a vicenda” disse, riprendendo tutto d’un tratto la sua solita sicurezza “Poi ho notato che eri molto intenta nel guardare qualcosa al PC e mi sono incuriosito”
“OK” dissi, senza molta convinzione.
“Allora, come va?” mi chiese.
“Tutto bene!” provai a essere gentile.
“Hai visto Francesco in questo periodo?”
“L’ho sentito ieri!” non riuscivo a capire ancora perché stava tentando di avviare una conversazione con me. Non aveva nient’altro da fare?
Dopo qualche minuto di silenzio e d’imbarazzo, disse “Non ti sto molto simpatico vero?”
Non riuscii a negare l’evidenza “Non ti conosco!”, dissi per non essere scortese.
“Allora conosciamoci!” propose con un sorriso smagliante.
“Mhh, non credo sia il caso!”
“Perché no? Potrei farti cambiare idea sulle visioni terribili che ti sei fatta di me. Chissà che ti avrà detto Francesco nei miei riguardi..”
“Assolutamente niente di brutto..anzi!” m’irritai. Conosceva minimamente Francesco? Non era il tipo che parlava male degli altri.
“Lo so, lo so. Scherzavo, infatti. So benissimo che Francesco non lo farebbe mai!”
Almeno di una cosa eravamo d’accordo.
“E poi non potrebbe mai dire niente di male su di me. Sono perfetto!” disse, stiracchiandosi sulla sedia e poggiando le mani sulla nuca, facendo bella mostra di se. Che persona irritante.
“Scusa, ma devo lavorare al PC..” provai a mandarlo via con una...
