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E non disse una parola - di Andrea Festa

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 31/08/2006 alle ore 12:55:32

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Venne l’uomo; i suoi occhi scintillavano angoscia. Incrociò lo sguardo di un passante. Tutt’intorno era il solito caos di genti impazzite, guidate da cieche voluttà. Traffici intensissimi, smog. (Le voci strombazzavano all’unisono in certi momenti, per poi spegnersi in un afflato sommesso e imperscrutabile - finito).
L’uomo guardò; il passante si fermò a restituire uno sguardo di calma apparente - era proprio lui che fissava?; eppure non ricordava proprio di conoscerlo, lui, quel tipo dagli occhi ansiosi, che pareva tenere in serbo una verità da rivelare. (Pure quegli occhi, quell’aspetto d’uomo che si appressa, correndo, verso il treno che già fischietta sui binari, in partenza, quelle spalle a flacone, gli ricordavano qualcuno, o meglio qualcosa - il passante non aveva ancora afferrato).
Pensò in un attimo "cosa potesse volere" da lui, quello sconosciuto - sembrava aver corso tantissimo, tanto era affannato; gocce di sudore imperlavano quella fronte alta.
L’uomo parve gesticolare; no, era una mosca che gli svolazzava di fianco; no, era un aborto di starnuto; no, erano i capelli che, mossi dal vento, gli si erano parati dinanzi agli occhi e lui stava semplicemente dandosi una sistemata.
(Eppure l’uomo si mosse con solenni intenzioni; il passante lo avrebbe giurato, se qualcuno glielo avesse chiesto; ma nessuno aveva la minima intenzione di capire chi fosse costui, e cosa volesse da quel tranquillo passante).
Il passante si guardò intorno - erano passati alcuni istanti ma già si era stufato di quella scenetta - cercando conforto all’idea subitanea di essere scambiato per un altro, o magari di aver involontariamente attirato l’attenzione del Tizio con qualche gesto involontario tipico del suo carattere.
(Il passante aveva passato una vita a compiere gesti irrazionali, e sarebbe stato il colmo che un estraneo avesse compreso il suo carattere al solo incrociarlo un dì, per strada - egli pensò anche a questa ridicola ipotesi, tanto era la sua irrazionalità).
Ma l’uomo continuava a fissare lui, proprio lui, un uomo che non ha tempo da perdere - nel senso comune del termine - in mezzo a quella miriade di persone che si accalcavano ai semafori, alle metro; e quel Tizio pareva sempre sul punto di aprire bocca - ma il passante non ci avrebbe giurato, può darsi che erano solo abbozzi di sbadiglio - per svelargli chissaché. E il passante moriva dalla voglia di sentire cosa avesse da dirgli quell’uomo, che non la smetteva di importunarlo.
(Ma in realtà cosa faceva di tanto detestabile, se non osservarlo con la massima intensità? - esistono un gran numero di dame che pagherebbero per beneficiare di tali gratuite attenzioni, anche e soprattutto da quel Tizio che, a parte quel difetto degli occhi d’ansia, era davvero un bel tipo).
Basta; il passante decise di andargli incontro - gli avrebbe detto sul muso Cosa vuole da me? Queste sarebbero state le sue precise parole: Cosa vuole da me? - e mosse i primi passi, al che il Tizio acuì l’espressione d’angoscia, portandosi addirittura le mani sul capo, come ad impedire che le cervella ne uscissero.
(Calò il capo, e tanto bastò al passante per fermarsi, l’orgoglio era slavo. Ma poi perché sentiva il bisogno di salvare l’orgoglio? Non poteva filare via dritto, come il resto dei suoi simili, e trascurare quel perdigiorno dagli occhi spiritati, incavati, arrossati come se avesse pianto da un’eternità un inguaribile strano dolore?).
L’uomo rialzò lo sguardo; per la seconda volta lo fissò come a volergli trasmettergli un messaggio per via telepatica. Stavolta il passante cercò con tutte la buona volontà - era pur sempre una persona ammodo, l’unica che si fosse fermata, richiamata da quello sguardo angosciato - di carpire il senso di quello sguardo. Ma vide solo degli occhi color nocciola, molto grandi, e un viso ovale da Tizio qualsiasi. (Il traffico persisteva, ribelle e arrogante, a disturbare la scena; c’erano uomini e donne che spingevano, mantenendo la testa bassa - immersa in misteriosi e vani pensieri - e il passo spedito. Perbacco, hanno i gomiti affilati, pensò il passante, l’ennesima volta che un uomo, o una donna, non seppe dire, lo spinse un po’ più in là, per passare).
(In realtà c’era poco da arrabbiarsi, e il passante non si arrabbiò per niente, perché avevano ragione loro, le genti, a voler a tutti i costi tagliare dritto, velocemente, lungo quel marciapiede, o via, non seppe dire, costruito a quel preciso scopo, e magari avrebbero avuto ragione anche di lamentarsi nei suoi confronti, e gli avrebbe potuto, con Diritto, dirgli Vada a fermarsi più in là, dove ci sono le aiuole e le graziose panchine, dove non impedisce il passaggio).
E magari, qualcuno più audace, non maleducato, solo audace, si sarebbe spinto fino a prendersi la confidenza di dirgli Ehi tu, passante, ma cosa stai a fare fermo qui? Sei un passante, e devi passare anche tu.
Un’altra volta il passante, stavolta più deciso che mai, mosse nella direzione di quel Tizio, e dall’andatura e dall’espressione torva del volto, si sarebbe potuto legittimamente arguire che, se non gli avesse fornito una risposta adeguata per quegli sguardi che tanto lo irritavano, gli avrebbe dato un cazzotto. Sì, un bel cazzotto in pieno volto.
Ma ecco che un’altra volta il Tizio si portò le mani sul volto, disperato, chiudendo gli occhi, non volendo più vedere, rassegnato al peggio.
(Il passante ebbe pena - sì, proprio pena - per lui e, mosso da pii sentimenti, desistette dalla bruta iniziativa e, come un buon cristiano, si premurò perfino di compiere alcuni passi a ritroso, senza voltare le spalle in segno di rispetto; e fu così che, camminando come un gambero, ritornò sulla mattonella dove da cinque minuti buoni lo sguardo del Tizio lo aveva inchiodato).
Che fare? Come comportarsi? Andare via come tutti gli altri? Non degnarlo di uno sguardo, di un cenno? era questa la mossa giusta?
Il passante rimuginò e restituì uno sguardo interrogativo all’uomo di fronte - non c’erano più di sette passi tra loro - pensando che solo così potesse comunicare con quello.
(Intanto il traffico era diventato vera folla, passi su passi, frenetici e indistinguibili, rumori sordi, tonfi, nevrastenie, voglia di andare via; se anche avesse voluto, e Dio sa quanto ne aveva voglia, il passante non avrebbe mai potuto capire cosa volesse quel Tizio, non avrebbe mai potuto rivolgergli una domanda in quel caos).
Il passante aspettò ancora un po’; ora era battaglia di nervi; il tempo passava e quel Tizio non faceva altro che fissarlo con quell’aria spaventata, angosciante e angosciata, e non c’era verso di schiodarlo. Il passante individuò - gli parve - una smorfia strafottente, quasi uno sfottò tra quelle ciglia. Era il segnale che chiedeva - in fondo al cuore ne aspettava un altro, chissà perché più elevato, dardeggiante, profondo - e, risoluto come non mai, si appressò, a grandi falcate, verso il Tizio.
Divorò i primi metri, gli era già quasi addosso; avrebbe chiesto il conto di quella perdita beffarda di tempo, glielo avrebbe fatto vedere lui, come ci si comportava in società; che lo andasse a fare con qualcun altro l’imbecille, con lui non attaccava. Come aveva potuto farlo fermare in mezzo agli altri?
Il passante, mentre camminava, pugni chiusi e cuore di pietra, pronto a scazzottarlo fino a stenderlo di botte, pensò con ossessione a quanto terreno avesse perduto in confronto agli altri passanti. Ecco perché nessuno si curava di lui, ecco perché nessuno lo tirava da parte per dirgli Ma cosa stai facendo? In realtà tutti avevano l’interesse a che lui, giovane ragazzo in piene forze, perdesse terreno, tempo e occasioni. Tutti seguitavano ad andare e, ad occhio attento non era sfuggito, mentre lui si attardava col Tizio, gli altri non facevano altro che accalcarsi, correre più veloce, guadagnare tempo, guadagnare terreno, guadagnare, guadagnare, guadagnare a sue spese.
Doveva mettersi in moto, camminare, fare il Passante come tutti, e lo avrebbe fatto con più solerzia di lì a poco; soltanto, voleva dare una bella lezione a quello sfaccendato. E niente e nessuno lo avrebbe fermato.
Gli fu addosso e lo percosse senza ritegno - tutt’intorno il traffico era divenuto oceanico; vi era gente dappertutto, e per il passante fu oltremodo laborioso persino aprirsi lo spazio per caricare alla meglio i colpi delle sue possenti braccia.
Lo colpì inesorabilmente sul viso. E alla vista del sangue, percosse il Tizio più forte; voleva vederlo a terra.
(Era molto eccitato del fatto che nessuno si curasse di lui anche in quel frangente. Correte, correte pure, fate finta di nulla, tanto, appena avrò finito con lui, recupererò tutto il terreno perduto nei vostri confronti, pensò accecato dall’ira).
Negli occhi del Tizio c’era sempre la medesima angoscia di sempre, nessun segno di paura delle botte, di sofferenza o di tormento. Era già sulle ginocchia e sorbiva ogni singolo colpo guardando fisso negli occhi il passante - glieli avrebbe cavati quegli occhi; ma perché non si difendeva, perché non si copriva il capo, perché non tentava di parare i suoi colpi, invece di guardarlo, muto e silente, braccia inerti, mentre lo abbatteva a colpi sonori?
All’improvviso - come in baleno che affiori dai meandri della psiche, come una di quelle risposte a certune questioni che vengono d’un colpo, dopo essersi scervellati per dei giorni su tali argomenti senza aver trovato la risposta, che poi affiora quando ad essa meno si pensa, o quando ad essa non si pensa affatto - ecco che al passante balenò una strana idea.
Volle sentirlo parlare, smise di percuoterlo - il Tizio era a terra, coperto di lividi, e doveva stare attento a quei piedi estranei che avrebbero finito per calpestarlo.
Gli intimò di parlare.
- Cosa volevi dirmi? Cosa vuoi da me? - gli urlò sul muso, chinandosi sulle ginocchia.
L’uomo non rispose; negli occhi, spenti e socchiusi, s’intravedeva quella scintilla allucinata, quella fiammella scolorita che tanto aveva prima incuriosito e poi fatto imbestialire il passante.
Il passante frullò mille cose, pensò a quale genere di messaggio potesse tenere per sé quell’uomo - un uomo che si era fatto percuotere senza neanche difendersi, che in fondo non aveva fatto nulla di male.
Lo chiamò in tutti nomi possibili, in tutti i nomi che gli vennero in mente, ma il Tizio non rispose a nessuno di quelli; era un senza nome.
Il passante intuì cosa volesse dirgli quell’uomo, pensò che solo una cosa potesse far rabbrividire così una persona, solo un messaggio potesse incutere tanta angoscia in degli occhi umani, solo una verità fosse così difficile da comunicare.
E, mentre il passante finalmente capiva, non si rese conto che le genti - involontariamente, per carità - stavano trascinando via il Tizio a colpi di calci improvvidi. Le persone camminavano e portavano via con sé, come un fiume che tracima, tutto ciò che era sotto i loro piedi. E il Tizio era là, sotto quei piedi, e l’onda di piedi zampettanti lo portò via.
Sparì sotto la calca, senza che il passante potesse far niente - erano bastati pochi secondi di distrazione, ed ecco che il Tizio al quale aveva tanto da chiedere era sparito via per sempre, ingoiato dalla frenesia, dall’incuria, dall’ottusità delle genti. Addirittura il passante dovette temere per la propria incolumità, giacché in quel momento si trovava ginocchioni, e sarebbe bastato un niente, una lieve spintarella da parte uno di quegli uomini, o donne, una sbadata gomitata, un distratto calcio e puf! sarebbe crollato a terra, chissà, divorato da quella miriade di piedi ciechi.
(Pure si alzò da terra, si fece largo tra la folla, disperando di trovare anche un solo brandello del Tizio - ma in realtà del messaggio non ne aveva più bisogno; infine quel tipo era riuscito a farlo partecipe della Questione e gli aveva dato la Risposta senza dire una parola. E il passante dovette camminare, sotto immensi sforzi, controcorrente, tentando di uscire da quella calca).
Alla fine ci riuscì, si isolò, si diresse verso un angolo deserto, e comprese che quel Tizio glielo aveva comunicato il messaggio, allorquando si ritrovò di fronte a uno specchio e, riflesso nel vetro, vide l’angoscia che aveva tormentato il Tizio impressa nei suoi stessi occhi.
E non disse una parola.