Degeneratione - di Roche
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 24/02/2011 alle ore 09:39:29
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DEGENERATIONE
Di Antonio Rocca
Per tutta la vita
andare avanti
cercare i tuoi occhi
negli occhi degli altri
far finta di niente
far finta che oggi sia un giorno normale
Noemi, Per tutta la vita
Quasi tutti hanno un sogno da inseguire
io invece ho te
Fossati, Parole che si dicono
Parte Prima: I Fantastici 4 e la piramide di Bomarzo
Erano tre più una. Erano i Fantastici Quattro.
Alfredo era l’uomo gomma. Poteva arrivare ovunque. Era elastico. Movimentava fumo e trip, libri e spranghe. Alfredo era capace di tirarti fuori da qualunque guaio, perché c’era già stato. Era il più cattivo, abituato a fare da solo, a far finta di essere adulto. Che poi, così, adulto ci diventi davvero. Che adulto significa solo far finta di non essere più ragazzini, e finire col crederci.
Luca era l’uomo pietra. Impenetrabile fuori e morbidissimo dentro. Aveva dedicato la sua vita a Sibilla – la donna invisibile. Lei era la sua Dulcinea, la sua Laura, la sua Beatrice. Luca era lentissimo, era profondo e tenace. Voleva sapere, voleva sapere se lei era vera, se era la sua vittoria o la sua sconfitta. La prima volta che la vide pensò a Pavese, a quel verso di Pavese: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Ma Sibilla era molto più di questo, lei era la morte e la vita. E lui voleva capire dove finisse l’una e dove cominciasse l’altra.
Matteo, la torcia, diceva che Sibilla era solo una ragazza: due gambe, due occhi e un gran bel culo. La torcia era brillante, era l’artista. Era bello, era ricco, era tutto. Ed era fortunato, era fortunato ad avere amici pronti a sbriciolare idee che lui solo sapeva realizzare e trasformare in merce preziosa.
Intanto Luca imparava a memoria milioni di endecasillabi per spiegarsi l’amore o lei, lei che era un crocevia di vettori, il nodo di ogni potenza, il desiderio di farla finita tra quelle cosce. Nessuno sapeva dove fosse finita. L’avevano vista in una barca ai tropici, sconvolta in qualche squatt londinese, accasata nel quartiere turco di Berlino, circondata da cani in una qualche campagna, a Parigi, sembra, o forse no?
Luca, fuggendola, s’era aggrappato ad un dottorato in provincia: la casa, la tranquillità, la stasi. Tutto sembrava pietrificatosi, i sogni estinti. Ma era l’uomo pietra, e nel fondo del fondo dedicava ogni istante a capire dove finisse la morte e dove fosse la verità.
Alfredo di verità ne aveva vista anche troppa. Adesso cercava solo qualche bugia, purché fosse in grado di suggerirgli quell’idea di dolcezza che avevano certe gomme, da piccolo.
Questa storia comincia con lui.
ALFREDO
1
- PPrrronto buon giorrrno e buongiorno!
- Pronto?
- Più che pronto, già al via. Qui è il tuo Cesarino preferito che viene a toglierti dalla malsana melassa di grassa badassa nella quale sei sci-volato!
- Cesare, ma che vuol dire badassa?
- Niente Alfreduccio mio, ma faceva rima e rrende l’idea. Lo sai che sono un maestro dei suoni. Amo le parole, ne ho fatto un mestiere. Ed eccoci al punto. Lavoro, ragazzo mio. Lav-Oro ! Ho un lavoro d’oro per te, ed era ora. Sono quasi due anni che non pubblichiamo più niente.
Cesare aveva per le mani un progetto più che interessante, una cosa facile facile e di sicuro successo. Non bastava, in più – Alfredo conosceva bene quel suo modo di proporre e coinvolgere così simile alla strategia di un venditore di pentole -, in più gli offriva un bel vantaggio: lo faceva partire con, non solo l’idea, ma anche un elaborato in cui avrebbe trovati, pronti-fatti, spunti e dati.
- Ti evito così tutto quel lavoro di ricerca in biblioteca che tu non ami punto. Solo sintesi e sublimazione. Materiale grezzo che attende il tocco del tuo genio sregolato.
Dai su, passa da me che ti offro un caffè.
Come dire di no ? Come rinunciare al caffè di Cesare ? Certo era lontanissimo, fuori il raccordo. Un posto maledetto con un nome impossibile: AXA. Si saranno fatti sponsorizzare dalle assicurazioni, pensò Alfredo che dovette gironzolare non poco tra filosofi e letterati greci prima di approdare in via Carneade, sede della Castellini edizioni. Qui trova un doppio appartamento comunicante, che il principe degli editori alternativi utilizzava - double face – come casa e studio.
Più che guadagnare Castellini scaricava-scaricava-scaricava. I pranzi ? Pranzi di lavoro ! La macchina coatta ? Mezzo aziendale ! La casa sciccosa ? Lo studio ! Solo il cocco, il cocco se lo doveva pagare. E lo pagava caro, ma era un caffè davvero speciale.
Alfredo lo trovò più che pronto, prrrontissimo al via con il suo set di cannucce nuove sul portapenne della coca cola.
- Carissimo, eccoti un aromatico stimolante da suggere col naso ! Scendi in pista e poi parliamo!
Trascorsero cinque minuti divertenti, poi aprirono la finestra e cominciarono a fumare. E furono sigarette importanti. Tra un richiamino e l’altro Alfredo pregustava l’idea di tornare a lavorare, di riavere a che fare con quel bizzarro personaggio. Malato di sesso, droga e impicci.
Cesare, arbitro dell’eleganza nel sottobosco letterario romano, col suo completino da Dylan Dog, riusciva a mantenere un discreto livello di credibilità ai prodotti della sua maison. Tale inattesa professionalità, in una qual certa misura, lo purificava dalle bassezze di cui tutti lo sapevano capace.
In sintesi si trattava di riprendere in mano la bozza di un testo che, a suo dire, nonostante le buone premesse, leggi l’intuizione di una nicchia di mercato più che vasta, non poteva avere alcun esito perché il giovane scrittore era privo di talento. Anzi, era una specie di malato.
- E poi vuole te ! Non so come dirti, ha praticamente posto a condizione... è strano vero ? Di solito la gente non vuole condividere... Boh, è un esaltato ti dico. Un e-sal-ta-to triste ! (ride nervoso e si accende un’altra sigaretta).
Niente, dice che è consapevole di non avere il mestiere e che il tuo stile gli piace. Pensa che potreste fare un lavoro a quattro mani.
Cosa c’era da fare ? Semplice, semplice. Parlava tutto doppio quando era fatto.
Semplice semplice: ripartire da lì e scrivere una cosa corretta scientificamente.
- Dobbiamo essere inattaccabili, i-na-tta-cca-bi-li!
Corretta scientificamente ma leggera. Non un pippone per accademici.
- Niente pugnette autoreferenziali ! Mi sono inteso ! Siamo qui per vendere, e fare soldi. Per divulgare. Noi puntiamo al grande pubblico. Magari non ci arriviamo. Però ci puntiamo!
Altra botta, altra serie di esclamazioni, altra sigaretta.
Quindi: scientifica ma leggera, chiara ma leggera. Profonda ma leggera. Accurata ma leggera.
Insomma leggera.
- Perché la gente è stanca, sta-nca ! Non ne può più di prediche e sermoni, vuole sognare e vuole qualche dritta per rianimare le stanche conversazioni. Vuole informazioni e vuole leggerezza. Leggerezza. Pensa a Calvino, pensa a Calvino: Leggerezza.
Alfredo cominciava a trovare davvero pesante questa storia della leggerezza. Accettò pur di uscire. In una velocità drogata prese il materiale e scappò, lasciandosi alle spalle solo l’abbozzo di un cenno d’intesa.
2
Valeva la pena o non valeva la pena ? Questo era il dilemma.
Dipende, gli diceva l’istinto. Dipende dal grado di elaborazione del progetto, dipende da quanto lavoro c’è da fare. Ad ogni modo bisognava dare un’occhiata a quel fascicolo malamente rilegato.
Il tipo, Tullio Marchini, era un laureando – termine che lo riempì di tristezza- in Conservazione dei beni culturali. L’argomento, presumibilmente uno sviluppo della tesi in corso d’opera, era la sensazionale scoperta di misteriosi piramidi disperse nel territorio compreso tra Viterbo ed Orte, nel bomarzese.
Di Bomarzo Alfredo aveva sentito parlare. Anzi, ricordava di esserci stato e di aver dimenticato. Riemergevano dalla memoria solo grumi di immagini evanescenti: una faccia mostruosa, una casa pendente... E alla fine ricordò: una gita scolastica, il Parco dei mostri, vicino Viterbo..., e a Viterbo c’era finito Luca ! Era un sacco di tempo che non vedeva l’uomo pietra.
La gente si perde, si perde stupidamente. Doveva andare ! Fermarsi un paio di giorni, raccogliere dati e decidere se dire di sì o cosa. E, nell’eventualità di un parere affermativo, chiamare Cesare e parlare di soldi. Sol-di!
3
I romani hanno un rapporto particolare con le province. Il Ratto delle Sabine è il paradigma base della gita fuori porta.
Grosso modo gli abitanti del Lazio sono considerati burini la cui funzione principe è di costituire un cuscinetto tra la Capitale ed altre civiltà. Sotto ci sono i napoletani, con i loro problemi ma con una loro identità. Sopra ci sono i toscani, curati con i loro colli senesi e le bistecche e il chianti. Di qua c’è il mare e di là gli umbri: belle cittadine e pane sciapo. In mezzo ci sono i produttori di caciotta, alcuni sono muniti di ciocia, altri no. Semplice.
Discorso a parte meriterebbero i veneti importati per bonificare la palude pontina. Quelli sono un residuo da azzerare col napalm. Pensava Alfredo che, definito il quadro d’insieme di quel vasto puzzle che è il centro Italia, si apprestava ad affrontare l’incognita viterbese.
Come parla il viterbese ? Cosa mangia ? Qual è la specialità culinaria di quel popolo ? Quale ne è l’origine ? Non sono Sabini, non sono Falisci e neppure Sanniti. Volsci ? Ripassava a mente tutta la toponomastica di San Lorenzo. Equi ? Sabelli ? Chi sono i viterbesi ? Un popolo misterioso come i baschi ? Quali sono gli attori viterbesi ? E gli scrittori ? Esiste almeno un vino o un dolce viterbese?
Niente. Il vuoto totale. Come aveva fatto Luca ad infilarsi in quel puro nulla ? Un buco nero così vicino a Roma, eppure così lontano.
Doveva accertarsi che non si fosse trasformato in un contadino pronto a fare l’apologia della dimensione umana della provincia. Cercò su internet, Luca Campana era in elenco, e rispose quasi subito, al secondo squillo, e parlò normalmente ! Un pò sorpreso, ma normale. Ospitarlo qualche giorno ? Certo “Basta che mi avverti con qualche giorno d’anticipo e mi farà, ci farà piacere.”.
Bip. Era scattato un primo campanello d’allarme. Quella transizione, quell’autocorrezione dalla prima persona singolare alla prima plurale – dal mi farà al ci farà piacere -, diceva di una relazione lunga e stabile. Della preoccupazione di non far prevalere un comune passato da discoli sulla calda routine del nucleo familiare. Diceva che poteva andare, ma stando poco e non invadendo gli spazi della rompicoglioni con cui era finito. Certo, avrebbero potuto parlare del più e del meno, aggiornarsi reciprocamente, parlare dei bei vecchi tempi in un pomeriggio rubato alla donna, ma poi doveva andare e lasciarlo galleggiare nella sua merda di adulto fiero di sé. E se avesse avuto dei bambini ? Un’ondata di terrore... in questo caso sarebbe andato in albergo.
L’indomani mattina, preparata una valigia sommaria, s’addentrò per la Cassia. Appena arrivato a Viterbo, andò immediatamente da Luca il quale lo rassicurò:” No, Arturo, niente ragazzini. Puoi fumare quanto vuoi, tranquillo”. La notizia lo mise di buon umore e forse per questo Viterbo gli sembrò meno peggio del previsto. Bella persino. Ne osservava con interesse le abitanti, roboanti di una sensualità esplicita. Una volgarità che, in quel frangente della sua esistenza, trovò, tutto sommato, piacevole.
Tra quei pastori Luca si era integrato solo parzialmente, era diventato un quarantenne avvelenato. Non avvelenato come s’intende a Roma, sinonimo di incazzato, ma proprio intossicato dal quieto vivere, dai prodotti dell’orto e dai quintali di merda che aveva dovuto inghiottire in punta di cucchiaio nella sua bella università. Dopo i convenevoli aveva cominciato a vomitare maledizioni: “è tutto uno schifo!”, ripeteva. Alfredo lo guardava con attenzione, avrebbe voluto chiedergli quali compiti infami aveva dovuto portare a termine, quali coltellate, quanto aveva dovuto pagare per ottenere il suo misero assegno, per difendere il suo status da precario. Ma non ce n’era bisogno, aveva pagato con la serenità. Ed ora si sfogava con qualcuno che sapeva fuori dal giro della sua realtà di provincia.
- A Lù ! Statti buono però, èh ! Che la vita è una merda per tutti. Che ti credi ? Che mi pago le rate della macchina o il mutuo col mio lavoro di scrittore ? Io sto sempre incasinato con gli inquilini, i moldavi al nero, col mutuo. E il libro che sono venuto a scrivere è una zozzeria...
Così erano di nuovo uguali. Entrambi nella merda. Come da ragazzi. Ora si poteva cominciare a ragionare.
Intanto il bar si riempiva di studenti. Ordinarono un’altra birra.
- Senti Luca, ho bisogno che mi trovi qualcuno per questa storia della piramide. Ci sarà un archeologo che conosci, un ricercatore, qualcuno. Pensaci. Non voglio rimanere qui bloccato per dei mesi.
Ma Luca beveva e chiacchierava, lanciava occhiatacce agli studenti che ci spingevano, insultava a bassa voce il rettore, il preside, la direttrice di dipartimento, i docenti a contratto, tutti.
Non c’era verso. Era meglio rinunciare al lavoro per quella sera, era meglio bere e parlare di fica. Il bar era pieno di ragazze. Ma Luca lo stoppò subito.
- Dai, cazzo, magari sono studentesse della mia facoltà. Non posso.
Qualche sigaretta dopo, a chiusura della serata, decide di tirare fuori un argomento a parer suo incontrovertibile:
- Del resto, hai visto che fine ha fatto Lindo Ferretti?
Per farlo contento, Alfredo lo anticipa e dice:
- Già, uno schifo. Un davvero tutto uno schifo...
4
La piramide, semmai esisteva davvero, rimaneva nascosta nella macchia di Bomarzo. Alfredo non sapeva neppure da dove cominciare le ricerche. Negli appunti di quel cialtrone, nella bozza di testo che l’aveva trascinato sin lì, non c’erano indicazioni, non c’era una mappa, niente.
Il ragazzotto aveva copincollato quell’insieme di deliri con una tesi chiarissima: le piramidi le hanno fatte gli ufo. Cosa provata, senza ombra di dubbio, dalle piramidi egiziane. Neppure noi, con la nostra tecnologia, potremmo farle, ergo sono testimonianza di una civiltà tecnologicamente superiore che in un’epoca imprecisata ha avuto diverse basi nel pianeta. Detta civiltà aliena ha lasciato insegnamenti parzialmente assimilati dai primi nuclei umani. Solo in questo modo si spiegherebbero singolari analogie nei miti, nei simboli e – naturalmente – nelle piramidi tra popolazioni separate financo da oceani.
L’arretratezza dei nostri progenitori ha fatto sì che elementi di grande attualità, o ancora densi di prospettive per noi futuribili, si ibridassero con pratiche selvagge e primitive. Sacrifici umani sono stati perpetrati dentro basi spaziali, osservatori astronomici, monumenti espressione di una clamorosa contraddizione tra la pacifica ed evolutissima cultura aliena e la nostra animalesca attitudine terrestre.
Per quale ragione gli alieni ci hanno abbandonato ? Diverse ipotesi ma nessuna certezza.
a) Sono morti per malattia o guerra.
b) Sono ripartiti nel loro giro di colonizzazione dell’universo e torneranno. Non bisogna temere, il cosmo è grande e qualche migliaio di anni non sono poi gran cosa. Hanno gettato i semi della civiltà per ripassare a tempo debito.
c) Sono qui. Dormienti, presenti in qualche forma sospesa. Ibernati giacciono nel ventre delle piramidi, dentro qualche oceano, sotto qualche ghiacciaio. Ci sono, aspettano un segnale. Forse qualcosa è andato storto, forse una setta li protegge da millenni.
Il laureando non si sbilanciava, anche se sembrava propendere per questa terza soluzione.
Alfredo era nauseato da quel miscuglio di minchiate sui Maya e su Atlantide. Sembrava una puntata di Voyager. C’era tutto, da Stonehenge fino all’isola magica di Artù. Un compendio costruito con paranoico rigore intrecciava miti e leggende facendo perno sulla Piramide di Bomarzo e sul mistero etrusco. Popolo di cui è ignota l’origine. Anche se, ragionevolmente, si può parlare di un connubio tra ufo e umani!
Cominciava ad esser davvero troppo. Alfredo decise di lasciar perdere tutto e di rinunciare all’incarico. Trovava la faccenda degradante.
6
Non è così facile convincere un editore motivato, un imprenditore che ha sniffato l’affare.
Cesare seppe trovare gli argomenti per convincere il suo renitente scrittore:
- E dai, su ! Non fare la bella figa. Non farti pregare. L’argomento è buono e pensavo di farti un piacere consegnandoti quella stampata. Ma se invece non ti piace proprio, ti indispone, tu buttala. Che è pure meglio. Dai su, tanto un’idea te la sei fatta. Adesso metti da parte quelle cazzate e comincia a lavorare.
Vedi che ti voglio bene e ti voglio venire incontro. Senti cosa devi fare. Trovati una casa a Bomarzo. Stattene lì tranquillo a cercare l’ispirazione. La casa la paga la Castellini, quindi io. Però vedi di lasciarmela libera il fine settimana che mi fa male la schiena e voglio andare alle terme.
- Le terme?
- E certo che ci sono le terme. E sennò i papi che ci andavano a fare in quel posto dimenticato da dio. Ma tu che pensi ? Che i papi erano fessi?
Trovami una bella casetta, ma senza esagerare. Due camere da letto, sala da pranzo e cucina. E ricordati che paga io.
Un bacione.
Ecco fatto, magnifico. L’aveva incastrato. Quel grandissimo intrallazzone aveva trovato il modo di mantenerlo nel progetto. Faceva il generoso mentre accollava alla casa editrice le spese di un appartamento che, probabilmente, lui solo avrebbe utilizzato. Lui e qualche giovane poetessa di belle speranze, qualche grafica bisognosa di lavoro o qualche gra-n-fica più o meno pagata per le sue prestazioni.
L’anticipo ? Niente. Del resto Alfredo non lo voleva su un progetto indigesto come quello.
La verità era che non sapeva cosa scrivere. L’unica piramide che conoscevo era quella che chiudeva la sua Testaccio in direzione dei barbari dell’Ostiense. La Piramide Cestia, il più celebre e più antico monumento kitsch della storia.
Cominciò a considerare le analogie tra Caio Cestio e Cesare Castellini. Due arricchiti, capaci di erigere colossi ossimorici, straordinarie sintesi di pop e grevità ai confini di Roma e dell’editoria, città antiche quanto corrotte.
Comunque oramai era deciso, e poi affittare l’appartamento di Roma sarebbe stato un ottimo affare. Ne avrebbe ricavato almeno quanto dalla realizzazione del preteso libro sugli ufo piramidali. Aveva avuto fortuna. Negli anni in cui si lasciava San Lorenzo per il Pigneto, lui aveva fatto un passo in più e s’era accampato in un loft dalle parti di Porta Furba. Con poca spesa s’era aggiudicato un ex magazzino che, con i miserabili miracoli della giunta capitolina, era stato trasformato in abitazione.
Il cambio di destinazione d’uso - di un niente precedente all’acquisto - aveva fatto salire di un poco il prezzo, ma lo aveva reso proprietario di un’originale alcova-studio. Poteva affittare il loft, senza sforzo, per quattro mesi ad una filofila. L’amica di un’amica, una ricercatrice parigina. Mille euri al mese, quattro mila euro puliti, tra l’altro necessari per pagare i lavori di rifacimento facciata e ammodernamento ascensore della casa di Ostia.
Non è facile come sembrerebbe la vita del piccolo rentier. Ci sono i mesi che gli inquilini pagano in ritardo e c’è la finanza e ci sono le spese straordinarie (la caldaia, il tetto, il garage...). Un inferno se non hai sottomano quei 4-5 mila euri necessari a far fronte. E Alfredo, al momento, quei soldi non li aveva. Così decise di dare un’altra chance agli ufo e agli etruschi.
7
Innanzitutto doveva rimediare una base a Bomarzo, quindi gettarsi a capofitto nel lavoro per togliersi dai piedi, il prima possibile, la triste incombenza di quel testo compilativo.
Avrebbe anche potuto subappaltare ad un qualche scrittore di tesi. Un fallito di laureato in lettere, uno scrittore di terza fila della già marginale Castellini editrice. Ma sarebbero comunque stati soldi. E poi il lavoro certamente avrebbe avuto bisogno di una revisione, e c’era da considerare che anche trovare un ghost è comunque lavoro. Insomma, al momento non ne valeva la pena.
Acquistare dei libri sul fricchettonismo ufologico ? Avrebbe potuto, certo. Ma avrebbe anche potuto affidarsi a wikipedia. Più economico, più veloce. E poi comunque l’adsl c’era. Luca gliel’aveva mostrata con un certo orgoglio. Tanto valeva profittarne.
Quindi, ricapitolando, si trattava di riprendere in mano il lavoro del cerebroleso e di andare in internet. Cominciò navigando.
Cliccando apprese che Bomarzo era terra di Saturno.
Saturno: antichissima divinità italica corrispondente al greco Kronos.
Saturno, figlio di Urano e Gea, si sostituisce al padre per essere, a sua volta, detronizzato dal figlio Zeus/Giove. Fuggito in Italia (Saturnia tellus), si nasconde nella regione che dalla sua latitanza prende il nome di “Latium”.
I Saturnali, cronologicamente corrispondenti al nostro Natale, avevano caratteristiche orgiastiche prossime a riti protocarnavaleschi.
Sulla base di queste informazioni Tullio aveva costruito tutto un suo personalissimo castello.
Urano, il cielo, era in realtà una creatura aliena che avrebbe impollinato una terrestre – Gea – dando vita ad un semidio il quale si sarebbe messo dalla parte degli umani. Saturno/Crono avrebbe introdotto il tempo, inteso come processo evolutivo. La coltura dei campi e l’organizzazione di un embrione di corpo sociale si debbono ancora a lui, mitico leader della rivolta contro gli oppressori alieni. La ribellione sarebbe partita da qui, dall’alto Lazio. Nascostosi nella selva Cimina, l’ambigua creatura sarebbe stata onorata con molteplici templi tra cui l’antichissima ara, volgarmente detta: Piramide.
8
Chi era questo Saturno latitante ? Da cosa si nascondeva davvero ? Era da considerarsi l’antico padre di Babbo Natale ? E la slitta con le renne poteva essere un residuo iconico di una navicella spaziale?
L’erba casalinga cominciava a intortarli ben bene. Si lasciavano andare in un vortice di inutili associazioni ed equazioni. Mentre Luca continuava a rollare, Alfredo improvvisava una partita tra la terna Babbo Natale, Saturno e Marx contro un trio più dinamico e rokkettaro incentrato su Jim Morrison, Che Guevara e Gesù Cristo. Il Natale carico di doni e rivoluzionario dei primi si contrapponeva ad una pasqua sacrificale di eroi maledetti.
Luca, oramai strafatto, considerava l’ipotesi affascinante ma poco cogente.
- Innanzitutto dei sei che mi nomini l’unico che si drogava era Morrison. Certo, non è escluso che Gesù si facesse di qualcosa. In fondo il suo primo miracolo fu la trasformazione dell’acqua in vino.
- E l’ultimo fu la trasformazione del vino in sangue.
Un lampo accese gli occhi di Luca. Aveva visto qualcosa. Si fermò, fece un ricco tiro di canna e poi disse:
- Il fulminato non ha tutti i torti.
Seguimi Alfrè: la Pasqua, abboffata d’agnello, è il residuo di un rito antichissimo. Un sacrificio umano con pappatoria della vittima. Cristo trasforma l’acqua in vino e il vino in sangue. Ci inebria e si sacrifica ovinicamente. Con l’ultimo spettacolare coup de théâtre ci ha trasformati in cannibali riformati.
- E la piramide?
- Il Golgota cazzo. Il Golgota è la piramide necessaria al sacrificio!
- E Babbo Natale?
- Babbo Natale si fa di coca!
- Di coca?
- Sì, Alfrè ! Di coca e di cola. è la transizione del rito saturnino nel pop industriale, altroché residui agresti di vite e di grano. Babbo è strafatto di cocco. Babbo è neve purissima!
L’inatteso e, diciamolo pure, quasi insperato scatto di dignità, questo sussulto di rigore tossicofilo nell’amico, dato per disperso nelle nebbie di provincia, fece nascere in Alfredo il desiderio di un abbraccio. Per cacciare quest’ultimo istinto andò a pisciare. Al suo ritorno Luca disse che gli aveva trovato casa:
- 300 euri. Bomarzo paese. Un collega, in Turchia per sei mesi. Casa vuota, pronta, arredata, allacci operativi. C’è da pagare solo la bolletta della luce. Il telefono non c’è.
Velocissimo ed efficiente. Gli anni da schiavo in facoltà, avevano trasformato Luca in un segretario perfetto.
9
Bomarzo emerge dalla nebbia e nella nebbia scompare, compatta e surreale. La puoi toccare e attraversare, come fosse realmente esistente, però non può essere vera. Il centro, crioconservato, è in mano alle vedove. Tra quei vicoli Alfredo si aggirava come un leone in gabbia. Provava a perdersi..., ridicola pretesa. Una salita, due archetti ed era di nuovo sulla piazza. La sera non arrivava mai e il giorno era infruttuoso: della piramide nessuna notizia. Chiedeva un pò a tutti, ottenendo sempre le stesse risposte. Di sassi scolpiti ce ne sono tanti, però non è facile arrivarci. Non ci sono guide o pubblicazioni. I reperti più importanti sono finiti al British. Roba che Vicino Orsini, il creatore del Giardino, avrebbe visto e citato nella costruzione dei Parco.
Tutto fermo, sinché non arriva il giorno dell’incontro col fulminato. Le cui prime parole furono: “Un’energia pazzesca!”.
L’incontro cominciava malissimo. Secondo Tullio tutta Bomarzo è un luogo di grande energia. La piramide, poi, è semplicemente pazzesca: “un vero e proprio magnete”. A questo punto, in una qualunque altra circostanza, Alfredo avrebbe già interrotto la conversazione e insultato l’interlocutore. Ma non questa volta, questa volta è diverso.
Forse era davvero maturato, diventato più paziente. O, più semplicemente, è che davvero questo soggetto gli serviva. E poi c’era un margine di genuina curiosità. I fan dell’energia non li aveva mai veramente ascoltati. Così indossa un’espressione semi-impassibile e domanda:
- Energia ? E di che tipo?
Il soggetto lo guarda e si vede che vuole dire qualcosa. Però si tiene e ripiega in un enigmatico: ”Intensa”. C’è qualcosa di oscuro e potente, continua, qualcosa di molto antico. Non può essere un caso che qui, da sempre, si siano tenuti riti e sabba. Ci tiene a sottolineare che lo stesso Parco è sorto su un Bosco Sacro.
Alfredo odiava sinceramente i fautori del tutto si tiene, del massaggio ovunque e comunque, dell’io-giro-a-piedi-nudi. Quando gli capitava di dover sentire la formula magica: “tutto accade per una ragione”, rischiava di diventare pericoloso. Eppure continuava ad ascoltare. Qualcosa differenziava il tipo dal mistico medio, qualcosa da scovare. Alfredo usa le armi più scorrette. Ha letto il suo lavoro, può anticiparlo, può condurlo dove vuole mandandolo veloce, facendogli perdere il controllo del discorso.
- Hai detto sabba ? Pensavo, scusami se salto di pala in frasca, ma pensavo così: cosa mi sai dire dell’influenza saturnina ? Ti spiego, noi abbiamo il sabato, ma gli anglosassoni dedicano ancora quel giorno a Saturno. Che relazione può esserci ? Può esistere una relazione?
Ha appena detto una puttanata incredibile, l’altro ne è entusiasta. Per la prima volta ha trovato qualcuno con cui parlare liberamente. Abbocca all’amo e tira. Comincia ad infilare una serie di perle avvelenate. Dichiara, come fosse cosa certa e storicamente assodata, che sono state l’influenza degli ebrei e la debolezza dei cristiani ad avvelenare il sano vitalismo pagano.
- La piramide – prosegue – è un posto magico perché nella sua dimensione di magnete naturale riesce a risvegliare le sopite energie del suolo e del sangue. Questa pietra, così povera e umile, è una spugna su cui sono depositate memorie. è questa l’energia ! Questa l’intensità unica che si sprigiona da quegli altari sacrificali!
Alfredo è quasi emozionato. Già si pregusta l’aneddoto. Altro che fettuccine e aria bona. A Viterbo ci stanno i satanisti, nazisti e amanti degli ufo ! Per un istante pensa di catturare Tullio e portarlo, chiuso in un sacco, a Roma.
A questo punto scatta un piccolo equivoco. Tullio vede lo scintillio negli occhi dello scrittore e si lancia:
- Forse tu potresti essere dei nostri.
Poi però si blocca, fulmineamente. E la conversazione perde giri, perde il ritmo. Alfredo prova a far ripartire il delirietto, dichiara piena ammirazione per le sue coraggiose idee. Butta parole, l’una sull’altra, a colmare rapidamente il vuoto che si sta aprendo tra i due. è un gesto istintivo. Sente che quel personaggio ha ancora molti segreti da svelare, non vuole perderlo. Non è più solo il libro, c’è dell’altro. Si alza e ordina altre due birre. Ma è tardi, Tullio sembra essersi calmato. Inutile ogni tentativo di rianimare la discussione. Rimangono per un’escursione a Bomarzo in un altare minore, sempre nascosto nella macchia: l’ara del predicatore.
Più di così, oggi, era impossibile ottenere. Finiscono le birre e se ne vanno a casa, ciascuno per proprio conto.
10
Alla puzza di cipolla è abituato. A Porta Furba gli indiani praticamente cucinano solo spezie, ma a Bomarzo è diverso. Voleva belle figliole con le guance rosse e il fazzoletto sulla testa, quindi si sente tradito da questi ragazzini tunisini strillanti in mezzo a dei palazzotti brutti, dalle cui finestre semichiuse fanno cenni sagome col burqa.
Insomma, appena può, ripiega a casa di Luca, dove, tra l’altro, c’è quel nettarino d’erba... In cambio Alfredo gli propone, neanche fosse un cestino di frutti di bosco o di fiori di campo, il suo aneddoto bomba, e accade l’inaspettato. Quello invece di ridere gli fa:
- Vedi che non è divertente.
- Non è divertente ? Non è divertente ? ! E allora cosa è divertente ? Cioè, più divertente di così!
- E invece sono brutte storie, Alfrè. Qui c’è un’aria chiusa, da incesto. Sono poche famiglie che si inchiappettano tra di loro. Il prefetto si tromba l’assessore che copula col giudice che cena col rettore che parla col presidente del tennis club che è cognata del primario..., e poi tutti insieme al rotary. è tipo una p2 dei miserevoli. E tutti si coprono, tutti si conoscono. E i figli sono come loro e peggio. Si annoiano. Fanno branco, tirano due sassi dal cavalcavia, sprangano un paio di negri. E adesso viene fuori questa storia della setta satanica. Perché di questo si tratta. Sono brutte storie, storie di merda per noi che ci viviamo e per i disgraziati che ci capitano sotto. Non penserai che quelli si limitano a scannare un gatto. Forse sì, magari sì, magari oggi ancora sì, però non ne sono sicuro. Qui c’è un’omertà che fa paura. Tutti si coprono, è tutto uno schifo. E chi è di fuori è di fuori: è un forestiero; e non conterà mai un cazzo. Per te che vieni da Roma può sembrare divertente, ma è un verminaio. Ma lo sai che qui fanno il ballo delle debuttanti?
Aveva detto debuttanti, come altri avrebbe detto ributtanti. Con un odio, un disprezzo, una rabbia che gli colava dai denti. Era un odio vecchio di anni, sedimentato.
- Vabbuò Lù, smollali ‘sti trogloditi e tornatene in città.
- Sì, e a fare che ? Me lo dici ? Torno a casa da mamma a quarant’anni. Ma che ti pensi ? Che io avevo i soldi per pagarmela ‘sta casa di merda ? Quelli si sono impegnati il quinto della pensione per avere il figlio docente all’università, e io gli torno indietro dicendogli che mi sono rotto, e che qui è tutto uno schifo ? E che cazzo faccio a Roma, a casa di mamma e papà ? E Giulia ? Sono incastrato. Io qui sto incastrato. E non mi piace, cazzo. Non mi piace!
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L’idea di denunciare tutto, di presentare un esposto, di scrivere un articolo, di fare qualcosa insomma, li aveva stuzzicati. Il gioco era pesante, anche rischioso. Per loro due e per le eventuali vittime dei pretesi satanisti. Ma come procedere ? Con quali prove ? Erano a conoscenza di fatti precisi ? No. Erano certi che si fossero consumati delitti ? No. E allora ? Allora non c’era niente da fare, dovevano mollare tutto o scoprire qualcosa di più.
Erano attraversati da un entusiasmo strano. Senza dirselo fingevano di essere di nuovo dei ventenni. Come allora il nemico era protetto dalle guardie, come allora se la prendeva con stranieri e puttane. Ma era poi vero ? O era tutto dentro la loro testa. Forse si erano fatti un film, forse la loro era solo nostalgia della sbiadita guerra civile trasformatasi, già ai tempi della loro adolescenza, in un violento gioco di ruolo. Forse attraversano, a modo loro, la crisi del quarantenne. Erano in sindrome da Peter Pan?
Qualcosa era cambiato però, questa volta a spaventarli non erano i nazistelli, ma la gente. Sapevano che se avessero fatto nomi e cognomi sarebbero finiti in galera. In galera per diffamazione, per evasione fiscale, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, per violazione sulla legge della normativa in difesa del diritto d’autore, perché la copia di office era piratata... Avrebbero finito col lavorare per pagare avvocati.
Non gli restava che continuare a mettere le mani nella melma sino al giorno in cui, da quello stesso fango, sarebbero emerse delle prove.
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- I satanisti ? Veri satanisti ? Ma è me-ra-vi-glio-so ! Capita a fagiolo perché vanno tantissimo ! Vedi ? Io potrei essere un grande editore. Sono bravo. Sono bravo e tu lo sai. Il problema è che l’Einaudi c’ha Ammaniti e io, invece, c’ho la mannite. Sostanza buona per il taglio che però fa cagare. Non ti offendere Alfrè, che è quasi un complimento dai ! Dai su, scrivimi ‘sto libro. Le piramidi tirano un casino. Facciamo il botto questa volta. Se ci vuoi mettere dentro i satanisti, gli ufo, i riti celtici, le streghe, i baccanali, un pò di sangue e sesso insomma, va bene, fai pure. Ma non mi andare a rompere i coglioni ai notabili del posto, che li conosco tutti. Come li conosco ? Giri stretti: le terme, le serate di gala... Fanno persino “il ballo delle debuttanti”. Una chicca imperdibile piena di fighette freschissime ! Non voglio problemi, lo capisci ? Ne ho già tanti di miei. Lo sai che quella troia della mia ex sta cercando di fottermi la casa editrice. Ho bisogno di soluzioni. So-lu-zio-ni. C’è un tempo per i problemi e un tempo per le soluzioni. Questo è quello delle soluzioni. Dei soldi, delle ristampe, del tuo nome in tutte le vetrine. Sol-di ! Mannite Alfrè, Mannite. Vogliono la merda ? Diamogliela, a carrettate, a palate. Mi devi ammannire un pacchetto coi fiocchi ! Capisci! ? Guardati un poco di televisione. Anzi, sai cosa ? Mettici pure dentro il 2012, gli Aztechi e il cazzo che ti si frega. Gli ufo ! Gli ufo li ho già detti ? Ma dev’essere tutto scientifico, leggero e rigoroso come piace a me. Chiaro ? Facciamo i conti. Allora, il libro deve uscire da qui a un anno. Non mi puoi scrivere un libro sul 2012, nel 2013. Questo è imperativo, la-pa-li-ssia-no ! Usciamo con questa stronzata sugli ufo nel 2011. Quindi hai sei mesi che poi c’è da correggere, la grafica, i diritti, la stampa, le bozze, le cazzate varie. Hai 180 giorni. Ti mando il contratto.
Mi raccomando Alfrè. Devi produrre merda e trasformarla in oro. Come Manzoni. Come Manzoni lo scrittore e l’artista, che poi erano parenti e facevano gran cagate di successo entrambi.
Ciao bello, ciao. Stammi bene e lavora che poi andiamo in settimana bianca insieme.
Clic
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L’appuntamento con Tullio era al bar di Bomarzo. Arrivano entrambi in anticipo. Si sorridono, si studiano. Alfredo chiede se finalmente riuscirà a vedere la famosa piramide. Tullio traccheggia
- No, oggi non il è caso. Alla piramide è opportuno giungere per gradi. Bisogna essere educati a riconoscerne la potenza e le qualità specifiche. Oggi andremo al Sasso del predicatore.
Superato il Parco dei Mostri si addentrano nella riserva di Monte Casoli e dopo una mezz’ora di cammino svoltano per i resti del convento di San Nicolao. All’improvviso Tullio si inoltra nella macchia e finalmente, nel cuore di un campo di noccioli, s’imbattono in un monolite di sapore sudamericano.
Una scala perfetta è scolpita nella roccia e conduce, sulla sommità della pietra, ad una sorta di altarino. Sembra un posto per pregare, al centro esatto di un’oasi verdissima.
- Qui tagliavano le teste!
Alfredo si gela, Tullio sorride, soddisfatto dell’effetto provocato dalla sua battuta. Una frase che scende come una sciabolata a tagliare un silenzio fattosi pesante e ispessitosi durante tutto il tempo del tragitto.
- Ci decapitavano gli schiavi ribelli.
Tullio prosegue affermando che la pietra della Roma imperiale veniva anche da qui. Era trasportata via fiume, partiva dal porto di Mugnano.
- Mugnano doveva essere uno scalo importante. Pensa che i mattoni del Colosseo li hanno cotti qui.
All’improvviso tutto appare in una luce sinistra. Alfredo cerca di immaginare gli schiavi al lavoro. Mentre segano i massi e li trascinano a valle. I feriti, i morti, i carcerieri, le fughe, le decapitazioni... Ma ciò che disturba l’uno, sembra eccitare l’altro, che avanza tra gli alberi per mostrare un masso quadrato: l’ara cubica. Secondo la sua versione il responsabile della miniera impartiva l’ordine di morte da quella struttura. Non poteva essere una semplice torre di controllo perché porta segni di blocchi incisi. Quei blocchi simulati rappresentavano, agli occhi degli schiavi, la città. E la città era il potere dell’organizzazione ai quali dovevano obbedienza cieca.
Questa era la periferia dell’Impero. Lo splendore di Roma traeva da qui la sua forza, la sua stessa materia.
- Era crudele, tuttavia credo ne sia valsa la pena. Questi schiavi erano contadini insignificanti, accattoni. Sarebbero comunque morti prestissimo per stenti, per fame e malattia. Qui hanno avuto l’occasione di contribuire all’eternità di Roma, sono diventati parte dell’anonima massa che sostiene le conquiste dell’uomo.
Alfredo è turbato. Sembra aver perduto il controllo della situazione. Non sono tante le cose che ascolta a colpirlo, è piuttosto il cambiamento che percepisce nella sua guida. Quello che aveva considerato un innocuo pischello, uno sfigato di provincia, in mezzo a questi boschi sembra diventare un altro. è più sicuro, più sfrontato, ha la consapevolezza di giocare in casa. Per un attimo Alfredo ha l’impressione di essere stato condotto in trappola. Teme che tra i noccioli si nasconda una banda di esaltati pronti a fargli saltare la testa. Allora per cercare di cambiare ritmo, di tornare padrone della situazione prova a dire qualcosa. Chiede informazioni, chiede:
- E san Nicolao ? San Nicolao c’entra qualcosa con Saturno ? Voglio dire che San Nicola è una divinità natalizia, all’origine del mito di santa Klaus, quindi in qualche modo collegato con la rigenerazione e con i saturnali.
Assembla faticosamente quel che ricorda degli appunti di Tullio, senza calcare troppo la mano. I ruoli si sono ribaltati, ora è lui quello che cerca di imbastire una storia, di acquistare sicurezza. E Babbo Natale gli fa la grazia. Tullio sembra colpito. Cambia di nuovo atteggiamento.
- Non ci avevo pensato. è importante quello che mi dici. Potrebbe essere importante. Devo valutare. Sono molto contento di averti portato qui. La senti anche tu l’energia di questi boschi ? Il parco è qui sotto. Vicino Orsini, che era tra le altre cose un patito di alchimia e magia, faceva nella sua giovinezza lunghe passeggiate a cavallo nelle terre dei suoi servi. Certo che avrà conosciuto questo posto. Chissà quante contadine avrà posseduto proprio qui. Ci pensi, eh ? Ci pensi!
Ecco che la fissa ufologica e satanista comincia a diventare visibile una strisciante dimensione sessuale.
Intanto cambiano zona, avanzano tra tombe scolpite e saccheggiate, si avviano al convento. Un rudere incernierato da un cantiere abusivo.
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Alfredo rimane, per qualche giorno, con indosso una sensazione di insicurezza. Quel bosco ha cambiato le carte in tavola. L’insicurezza derivava anche dalla poca chiarezza nel rapporto con Tullio. Così decide di affrontarlo. Gli dà appuntamento in un bar e a bruciapelo gli chiede:
- Perché hai scelto me ?
- Mi piacciono i tuoi libri.
- Quale ? Quello sul punk giapponese o Ghost city in W.ord W.ilde W.est. La mia fantastica cartografia del caro web di una volta ? E comunque, che c’entrano questi libri con il tuo lavoro ? Perché hai pensato a me?
Tullio prende tempo. Poi confessa:
- In effetti non è stata proprio un’idea mia. Ma sono stato subito d’accordo. Nel senso che io davvero non ho esperienza, non ho contatti, non ho un nome, e tu hai un bello stile...
- E allora di chi ? Di chi è stata l’idea?
- Ah. Della mia ragazza. Te la devo presentare. Lei è una tua fan. Sa tutto di te.
Ci fu un momento di silenzio, nel bar si sentiva solo la radio, la radio che mandava un classico di Battiato: “Il mio maestro m’insegnò a scorgere l’alba dentro l’imbrunire”. Tullio s’accende:
- Ascolta, questo è un passaggio straordinario. Ascoltalo.
Questo era il tipo di frase e di atteggiamento che Alfredo non amava per niente. E così, senza neanche far finta di ascoltare la canzone, risponde freddamente:
- Dietro tante espressioni eteree non si trova il cielo, ma si cela un trucco. Queste fumisterie di solito anticipano un mercante. Se io fossi così saggio da avere accesso a grandi verità non me ne andrei in giro a fare il testimone di Geova, me ne starei a casa, su una montagna, me ne starei tranquillo a godermi la mia illuminazione.
Ma il ragazzino non sembra impressionato e anzi risponde a tono:
- Se tu fossi illuminato forse non parleresti così. E poi perché vuoi ipotecare le possibilità alla saggezza ? E chi ti dice che qualche verità non sia stata importata dalle cime di una montagna, dall’eremo di un saggio. C’è gente che nelle montagne, a chiedere aiuto, ancora ci va.
- Tullio, forse è come dici tu, però non ho l’umiltà di chiedere aiuto.
- Però hai l’umiltà sufficiente a capire che non sei un saggio, e hai la curiosità, e hai intuizioni. Devi solo toglierti di dosso – scusami la franchezza – l’ambizione alla mediocrità che caratterizza ogni buon borghese.
Alfredo era annichilito. Esterrefatto. Un pischello satanista gli stava dando del borghese, del “potresti ma non ti applichi”, e lui abbozzava. Ma non avrebbe subito ancora a lungo. Il chiarimento che cercava in qualche modo c’era stato, ora in Alfredo non c’era più posto per l’incertezza. In lui stava montando una rabbia antica.
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La casa di Roma era affittata e Alfredo si trovava impantanato in un lavoro che procedeva troppo lentamente. Hai voglia a dire, come pure s’era detto, che finalmente poteva ricavarsi un pò di tempo per rimettere in ordine le idee, per affrontare la crasi del quarantenne, per pianificare viaggi e nuovi lavori e differenti investimenti...
La provincia è tosta, ma tosta tanto. Gli restava il bar. Una birra, due birre, le dita che fanno su e giù sul pianale di legno del bancone. Poi le scalette per andare a pisciare, poi fuori a fumare, poi dentro a ordinare. Ogni tanto arrivava Luca, che faceva finta di passare lì per caso, e che si beccava dei pipponi di indefinibile lunghezza.
- Ascoltami Lù. Luca ! Mi senti ? Ecco sentimi bene perché ti devo dire una cosa difficile, difficile non per la cosa in sé, ma per come sto io.
Ti volevo dire che mi è difficile dire quello che sto per dire, anche perché non so cosa dirò, però mi sembra di avvicinarmi pericolosamente ad una di quelle lunghe perifrasi che appesantiscono i discorsi, con circonvoluzione e formule inutili, tipo per esempio quando si incomincia un discorso col dire “sarò breve”, che già sai che non è vero, che se davvero voleva essere breve allora non avrebbe detto quel fatidico sarò breve, ma avrebbe attaccato subito... Insomma, quando si fuma non si dovrebbe parlare troppo, che poi diventa tutto lungo, e uno poi non sa dove ti portino quei periodi barocchi, quell’intreccio di subordinate..., ma quello che volevo dire è che non credevo di poter stare davvero con uno come Tullio.
Pensi che mi sto rincoglionendo ? Eh ? No, davvero dico!
Ti giuro che di solito... Tu lo sai. Mi stanno sul cazzo i metallari, i punks, gli anarcoinsurrezionalisti, i fan di Amici, i seguaci di Dottor House, i fedeli di Napolitano, quelli che non si metterebbero mai i calzini di spugna. Non mi piace niente, nessun gruppo, nessun maniaco del jazz o patito della lirica. Non mi piace che uno si metta i capelli in quel modo perché lo faceva quell’altro, non mi piace la moda, non mi piace il numero 2. Dovremmo essere tutti 1. Incontrarsi e poi andare via ! Insomma non mi piace niente che assomigli ad un gruppo o una tendenza, eppure normalmente tollero. I nazisti, però, no. Mi viene di spaccargli il cranio, è una pulsione sana e naturale. E Tullio parla strano, parla male. Parla di serie a e serie b, di classi inferiori, dice cose strane, brutte cose. Eppure lo ascolto.
è, comunque, una straordinaria occasione di osservare da vicino un mostro. Uno strano mostro, con tratti di gentilezza, con lampi di intelligenza, con frammenti di mollezza. Una creatura bizzarra con segmenti di dolcezza e scorze di corazza avvelenata. Forse cresciuto altrove, altrimenti, in un altro tempo... Quando lo ascolto – mi senti Lù ? vedi che è importante –, quando lo ascolto mi capita di sorprendermi per inaspettate risonanze tra il nostro pensiero e il suo. Il nostro dico, il nostro di Noi. Ci sono risonanze spaventose. Contiguità!
Quella merda di Matteo, ti ricordi ? Ecco, i guerrieri nomadi, quelle stronzate con cui ci gonfiava. è uguale. E la storia del Natale. Era un nostro cavallo di battaglia ! La storia dei contadini dispersi nell’infinita e gelida fanga medievale che si sputtanavano tutto in una notte, e fanculo le formichine e l’accumulo borghese.
Matteo diceva che sentivano la potenza del sole che rinasceva, e che gli facevano fiducia. Era una puttanata, ma mi piaceva. Era forte. Quel bastardo era forte, a volte. Forse, anche lui, cresciuto in un ambiente diverso...
Che dicevo ? Ah, il Natale. Appunto. Anche loro. Loro dicono uguale. Solo che celebrano i saturnali. Noi utilizzavamo questa storia per combattere gli idioti della tradizione, i tristi essenzialismi di sinistra, l’ipocrisia cattolica. Esaltavamo lo sciupo come traccia della gioia pagana. E quelli uguale, quasi uguale ti dico.
Stavamo qui, qualche sera fa, e Tullio mi parla, ma sono parole nostre, della notte più lunga dell’anno e di questi che escono per accendere fuochi, per fecondare le querce e chiavare sotto il vischio, per mettere a forza frutti d’oro negli alberi spogli.
Che dici Lù ? Ho un problema ? Abbiamo un problema?
Me senti Lù ? Oh. Ma a che pensi?
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Caro Cesare, ti mando il succo del satan pensiero nella versione ufofila viterbese, così come è emerso dalle mie conversazioni con il fulminato. Dimmi tu se è il caso di proseguire:
Questa gente non s’interroga sull’esistenza concreta di Satana, gli basta percepirne la “presenza”. Il tipo mi ha fatto l’esempio di una cattedrale, inondata di musica e luce, dice che in quell’odore di cera dio è esistito per secoli. Così come nel buio pesto che precede l’alba, nel pieno della potenza germinale del giorno, esiste “l’angelo nero”. Lucifero è l’espressione diretta delle forze della natura e dell’inconscio.
Ora so che è difficile, perché penserai a quattro coglioni con le palandrane e i piselletti all’aria mentre si inchiappettano tra di loro, ma questi sono un pò diversi. Certo devono essere buffi. Voglio dire, i preti hanno una liturgia ben consolidata, esperienza, mezzi, masse, denaro, costumi di sartoria..., tutte cose che mancano ai satanisti, però questi sono giovani, agguerriti e dotati persino di una certa cultura.
Io stesso non ho le idee chiare. Da un lato c’è una componente da tardo impero. Dall’altro c’è un’estremizzazione stessa di questa decadenza che, in qualche modo, mi appare consapevole. Accanto a puttanate folcloristiche ( tipo gli ufo e i Maya), hanno assimilato componenti che non arriverei a definire libertarie, ma che sono certo libertine. Difficile capire dove il sadiano scada in sadismo.
Nei suoi momenti di lucidità, il fulminato parla del rinnovarsi di un movimento di liberazione del corpo che accomuna millenni e culture. Sono depoliticizzati completamente, se pure è possibile mantenersi lontano da una temperie nazistosa quando si parli di sangue e terra.
Quindi vedi come sia francamente molto difficile fare una cosa scientifica e leggera. O mi butto sul versante bassamente commerciale, apocalisse e 2012 per intenderci, o provo a percorrere quest’altra via. E sarebbero cazzi perché siamo a Bomarzo, e a seguire le suggestioni magiche, alchemiche, soteriologiche... Se cioè mi metto a fare paralleli tra questi e la cultura (anche quella, a suo modo, decadente e raffinatissima), che ha espresso il manierismo del parco dei mostri... Se costruisco analogie tra la Bocca dell’inferno ( sarebbe una bella copertina però, con l’immagine della piramide dietro) e questi satanisti, allora è meglio se chiami Faletti, perché io non sono capace.
Per superare questo doppio vicolo cieco, ti propongo una terza soluzione. Per fare una cosa leggera ma efficace dovremmo farli risultare simpatici. Dovremmo far capire che sono meno scemi di quello che sembrano. Che giocano al maligno perché questo concetto costituisce una via d’uscita dal disagio e dalle automutilazioni della civilizzazione.
Faccio prima un pò di premessa storica su riti orfici, sabba, baccanali, carnevale, saturnali e orge varie. Ci metto un pò di Reich e un pò di scuola viennese, senza appesantire, per pararci il culo. Poi prefiguro due linee di riemersione carsica. Contrappongo una strada imbastardita, i ragazzini che si spaccano nelle discoteche gonfie di droga e desideri, ad un percorso satanista che sperimenta forme di liberazione e conoscenza con maggior consapevolezza storica e filologica.
Che ne pensi ? è una cazzata ? Io credo che - se ci dice culo - ci scappa anche lo scandalo.
Stammi buono, il tuo agente nel viterbese.
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- Dice Castellini che devo essere Faletti. Curioso perché prima mi aveva detto che dovevo essere Ammaniti. Mi confonde le idee cazzo. (ridono). Guarda, adesso ti dico una cosa, una cosa su Faletti. Partiamo dal fatto che sono sempre stato solo. Che non sono capace di tenermi una donna, che... tutto quello che ti pare ! Ma c’è anche che mi piace. Ci sono cose dello stare solo che mi piacciono. Per esempio viaggiare: vedere i posti, bere le robe dei posti, ascoltare i dialetti. Senza nessuno che mi dica: facciamo così, andiamo di là... Queste cose qui, classiche. Ma soprattutto mi piace viaggiare in senso stretto, nel senso proprio di guidare la macchina. Che deve essere sicura, potente, calda, con un buono stereo e infinitamente comoda.
Sono uno di quelli che canta in macchina, che quando la strada è lunga e scivola via bene, e il pezzo è quello giusto..., quasi gode.
Gli autogrill, per esempio adoro gli autogrill. Il caffè, i menù, le puttanate da banco, le gomme, le sigarette, i pupazzetti che si muovono ! Ma più di tutto mi piacciono le ceste dei libri... Darei il culo per finire là dentro. Sei lì, di ritorno da una serata o appena pippato, e ti fai un caffettino mentre il tuo libro ti occhieggia erotico tra i best sellers.
è meglio che guardarsi allo specchio. Sei tu e sei meglio che tu. Bello rigido, in copertina colorata. Bellissimo anche in offerta. Sono qui, approfittate di me. è quasi una sega.
Essere Faletti per una mezz’ora. Non di più. Ma per mezz’ora godere del successo.
Non sono impazzito. Vedi che Faletti è un fottuto genio. Sempre abbronzato..., mi piace come si dilunga in seghine iperdescrittive per fare un mattone. Che la gente si legge questi tomi e pensa di essersi sparata Proust. E poi li tiene bene in vista, nella libreria di mondo convenienza, come a dire: oh ! Io mi sono letti quei mattoni lì, io sono uno che legge.
Questo mi piace. Come li frega tutti ! è un genio.
Però vorrei fare una cosa diversa. E ti dico che sono in difficoltà seria. Non riesco a prendere la giusta distanza. Alla fine ho scritto solo roba compilativa. Qui è diverso. Mi viene da raccontare, da frugare nella mia memoria. Da un certo momento in poi c’è stato un elemento che è venuto a scombussolarmi, a suggerirmi che qui si parla di me, di noi. Non lo so.
Il mio io diurno mi dice che sono tutte cagate, però qualcos’altro mi spinge a rispecchiarmi in questi fratelli minori.
Forse dovrei lasciar perdere e parlare d’altro, di noi. Raccontare delle nostre notti al volante, con le casse pulsanti e le lacrime agli occhi e la linea bianca della strada stretta tra le cosce come fosse una proiezione del perineo.
Dire che è bella la scarica di adrenalina dell’incidente mancato. Tutte quelle persone... Il sorriso dello sconosciuto con cui hai combattuto fianco a fianco – il volto digrignato dall’ecxtasy – sotto un muro di casse. I brindisi all’alba col cappuccino... Lo vedi ? Lo vedi che si torna sempre agli autogrill ? Agli autogrill e a Faletti?
Scusami. è che sto, con difficoltà estrema, cercando di portare alla luce una connessione che intuisco ma che non vedo chiaramente tra questo lavoro e la nostra storia. In questa capoccia malata, da qualche parte, percepisco delle analogie che vorrei sradicare.
Perché io e te lo sappiamo che andare con i bambini a mangiare un chicken burger è più crudele che scannare un pollo su un altare sacrificale. Sappiamo che andare a puttane è più schifoso che trombare in dieci, sia pur vestiti da imbecilli, su una piramide etrusca. So che è più schifosamente ipocrita andare a messa piuttosto che gridare inutili preghiere ad un preteso Maligno. Sappiamo tutto e non è qui il problema. C’è qualcosa di importante che continua a sfuggirmi...
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Alfredo era spezzato tra il desiderio di proseguire e la paura di non essere in grado, era spezzato tra la volontà di procedere nel progetto originario e la spinta a liberarsi di quel delirante nazistoide. Gli ritornava continuamente in mente il fatto che si era fatto dare del borghese. Però gli faceva bene. Sentiva che da lì poteva nascere l’odio necessario a liberarlo di quel ridicolo personaggio. Forse non chiedeva di meglio. Anzi, doveva incoraggiarlo, farlo venire allo scoperto.
E comunque restava il fatto che era stranito. C’era qualcosa in quella storia che lo destabilizzava. All’inizio non aveva saputo dire bene cosa fosse. Poi, sempre più chiara, era emersa dal loro passato l’ombra di Matteo. Aveva saputo che era in arrivo a Viterbo, per un seminario. Guarda caso – si ritrovò a pensare - proprio nella facoltà di Luca. Devo andarmene, non potrei tollerare quel figlio di papà mentre apre la sua coda di pavone.
Forse ad infastidirlo era il fatto che Tullio sembrava una versione insipida di Matteo vent’anni prima. Un remake fatto male.
Le medesime minchiate superomiste. Alfredo ne collezionava un pò e andava a sfogarsi da Luca:
- Bastardi ! Bisognerebbe stanarli con le falci e gli spiedi. Sono stufo di comprendere, di avere ragione dall’alto di un muro di libri.
A questo punto Luca si alza e va a prendere da bere. Poi dice:
- La crudeltà.
Pausa ad effetto. Era tipico suo. Un espediente teatrale. Nel vuoto lanciava parole isolate, assolate per eccesso di luce intellettuale. Dovevano essere cosa ? Dei punti verso profondità inarrivabili per i mediocri mortali ? Dei punti interrogativi che poneva innanzi all’interlocutore come delle sfingi?
Durante quegli eterni silenzi s’aveva tutto il tempo per fare il punto della giornata, delle cose fatte e di quelle lasciate a metà.
- Pensavo ad Artaud.
- Ah...
- La crudeltà ! Dove finisce, dove comincia e che cos’è ? è bene ? è male ? è crudele il sesso ? Il teatro dev’essere crudele per essere teatro ? E l’arte può esistere senza crudeltà ? Ci vuole cruenza. Da questo punto di vista, te lo concedo, i tuoi amici hanno qualche ragione. Sostanzialmente il loro è teatro e sesso, ma non c’è arte. Quindi li condanno, li condanno per sciommiotteria, per aver malinteso la grande lezione dell’avanguardia e delle neo-post-subavanguardie rappresentate dal nostro essere stati adolescenti. Il loro festino saturnale non combacia, l’apparentamento non è pertinente e non puoi farti trattare da gregario da queste merde, neppure per scherzo.
Questo di Luca era bello. Girava, girava, girava e poi, improvviso, calava alle conclusioni come un falco. Colpiva sul punto più debole dell’avversario. Colpiva laddove l’orgoglio gridava vendetta. Silenzio. Un altro sorso di birra. Buona.
19
Finì che Alfredo incontrò Tullio in un giorno sbagliato, un giorno in cui era stanco di Bomarzo, stanco delle inutili passeggiate per Viterbo, stanco delle ricerche in rete che oramai non potevano dargli più niente, stanco anche delle conversazioni con Luca... In quelle giornate Alfredo sapeva essere pericoloso. Ogni cosa in lui poteva far paura. Era quadrato, nonostante l’alcol e gli stravizi aveva sempre tenuto al suo fisico. Si era costruito un corpo compatto con la muscolatura esaltata dai tatuaggi, poi c’era il modo in cui ti guardava, come ti guarda uno che non ha niente da perdere. Gli bastava un istante per scrollarsi di dosso il velo da intellettuale, per far riemergere l’animale di periferia che era sempre stato. E Tullio si era spaventato.
Era una cosa prevedibile, era prevedibile che finisse così, meno scontate le conseguenze di quell’esplosione di rabbia. Dopo un paio di giorni riceve una chiamata da Cesare. Dice che l’aveva avvisato: non avrebbe dovuto rompere le balle ai notabili. Cesare conosce quelli del posto, va alle terme e al club del tennis. Lui è il primo a capire che l’atmosfera si è fatta pesante. A riprova del cambiamento del clima, Alfredo si ritrova con le quattro gomme dell’auto squarciate.
Ultima arriva l’Arma. Le solite storie:
- Buongiorno, come va ? L’abbiamo svegliata ? Mi dispiace, a volte dimentichiamo gli orari degli artisti.
Comunque, ci lascia sulla porta ? Non ci offre nemmeno un caffè ? Ho tanto sentito parlare di lei e finalmente la conosco...
Abbiamo saputo della macchina. Fatto insolito. Un pò più di una ragazzata, lei qui ha dei nemici. Come mai ? E come mai non ha sporto denuncia ? Noi – saputo il fatto – ci aspettavamo una sua visita in caserma. Aspetta, aspetta..., e invece niente ! Perché ? Perché mai, ci siamo detti ? E così siamo venuti a farle visita. Non le dispiace vero ? Perché, se decide di restare, si dovrà abituare a noi. Eh, questo è un paese tranquillo, personaggi originali come lei catturano l’attenzione. Noi siamo curiosi per professione. E poi cercando cercando viene sempre fuori qualcosa. In casa, nella macchina, nel davanzale. Voi artisti ! Genio e sregolatezza, poco amanti delle regole e di chi le fa rispettare. Ma, cosa vuole?, a noi ci pagano per questo e non far rispettare le regole, per noi, sarebbe come rubare. Insomma, artista, ci siamo intesi?
Non dica poi che trattiamo male i vagabondi. Che a noi, al contrario, i vagabondi piacciono. Ci danno da mangiare (risata). è solo che il vagabondo ci piace vagabondante. Altrimenti, se è stanziale, che vagabondo è ? (altra risata). Ah, il caffè ! Ce ne siamo dimenticati. Pazienza. Noi dobbiamo andare, ci tocca lavorare. Lei può tornare a dormire. Ad afferrare qualche bella illuminazione. Poi, semmai, se decide di restare ancora, me la viene a raccontare in caserma.
Arrivederla ! Andiamo brigadié, lasciamo dormire l’artista.
Le solite storie.
20
Metti insieme tutto, metti che la sua piccola soddisfazione personale se l’era tolta perché sì, si era rombato, e malamente, la ragazza del nazi. Metti poi che di incontrare Matteo proprio non ne aveva voglia, metti pure che non ne poteva più della provincia e che quel che doveva fare l’aveva fatto, Alfredo decide di tornare a Roma. In qualche modo avrebbe combinato. Se la francese lo prendeva in casa, magari alla metà dell’affitto, bene ! Sennò..., sennò sarebbe andato un pò qua e un pò là, ma era fondamentale andarsene. Di fare l’eroe non se ne parlava proprio, di mettersi contro le guardie meno che mai. E poi aveva indosso una sensazione di sporco, di strano, di torbido... Qualcosa in tutta quella vicenda lo turbava. Non capiva cosa fosse, ma doveva andare. E forse era già troppo tardi.
MATTEO
1
Fortuna ? Che cos’è la fortuna ? Beh, per esempio giocare al superenalotto e vincere. Questa è fortuna, chiara ed evidente. Però, a ben guardare, più che di fortuna dovremmo parlare di una grande, di una enorme botta di culo. Tecnicamente la botta di culo si distingue dalla fortuna per la sua accidentalità. è come il colpo di sfiga: il fulmine che ti incenerisce, il vaso che ti spacca il cranio mentre esci dal tabaccaio..., sono fenomeni casuali. Essere fortunato o sfortunato è una cosa diversa, che ti accompagna da ragazzino e, vuoi o non vuoi, determina la tua esistenza. Nascere malati, afflitti da grave bruttezza, nascere in una condizione di ignoranza e miseria, oppure dover crescere accanto ad un padre violento, questa è sfortuna vera. Non è la disgrazia, non è la sfiga, è vivere con il fato avverso, con gli dei contro.
Ecco allora cos’è la fortuna: sei nato in un ambiente socialmente e culturalmente elevato, con un mazzetto di prozii pronti a lasciarti un pezzo di villa qui, un vigneto là. Grandi vetrate, cugini avvocati e giornalisti, il nonno primario. Come niente tua madre è inglese e sei bilingue di base, come minimo in campagna hai la piscina ed hai sviluppato un fisico da nuotatore perfetto. L’estate ? In barca, a Ponza, a fare pesca subacquea con il papà senatore. Questa è fortuna.
Se parti così, in omaggio, hai anche una serie di crediti. Puoi fare un mucchio di cazzate che ti saranno comunque abbonate. Puoi andare a trans drogato marcio, comunque passi da eroe. Sei un gran figo: hai tutte le ragazze che vuoi perché sei un leader naturale, sei il primo con il motorino, il primo con la moto, il primo con la macchina, il primo a fare parapendio.
Matteo era tutto questo, ma c’era un problema, era anche intelligente e provava un radicato disgusto per i suoi pari. Nullità, fantocci incapaci di uscire dai loro quartieri e dai loro locali. Pupazzetti cresciuti all’ombra di mamma e papà, all’ombra dello stemma di un casato.
A quattordici anni rifiutò il Liceo francese. Voleva frequentare gente normale, persone vere. Voleva andare in una scuola pubblica. Là, in un liceo quasi qualunque, aveva fondato i fantastici 4.
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Era stato un ragazzo slanciato, un tipo magro con le spalle larghe. Un iperelegante che si permetteva il lusso di parlare di Hegel, non come avrebbe fatto un secchione, no!, ma come se avesse dovuto pronunciarsi su di un abito sbagliato. Hegel era buono per gli “zombi”, una delle tre categorie nelle quali aveva ripartito il mondo.
- Gli zombi vorrebbero scannarsi per Allah o per la Madonna, in nome di Marx e Mussolini. Non sanno che è impossibile. Non sanno di essere già morti.
Poi ci sono i coprofagi. I mangiatori di merda sono consapevoli dell’inutilità della loro esistenza, eppure, per qualche misteriosa ragione, continuano a sopravvivere finché non crepano o finché non esplodono facendo una strage.
Infine i “noi”.
Destra o sinistra, dentro o fuori, omo-etero-bi-tri-trans..., i noi non hanno caratteristiche riconoscibili a priori, eppure si riconoscono al volo, e si amano o si combattono. Sono guerrieri nomadi che devono destreggiarsi tra zombi e coprofagi. Sono giganti. Noi quattro siamo giganti.
Quando Matteo parlava la realtà diventava duttile. Sembrava una cosa che puoi modellare. Niente era assoluto. Volevi una cosa ? Va bene. Forse, però, non la volevi abbastanza. Altrimenti sarebbe stata già tua e...
