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Così è - di Mimi

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 14/11/2006 alle ore 15:10:50

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Così è. Sì. Decisamente, imprevedibile, tutto quanto. Camminava per strada da solo e neppure si accorse che attorno a lui, si stava scatenando l’inferno. Era talmente concentrato su stesso che neppure quel fastidioso rumore che fanno le sirene delle ambulanze, lo avevano distratto. Già perchè forse per lui e solo per lui, c’era una qualcosa di talmente importante da isolarlo completamente dall’esterno.
A Milano,c’è talmente tanto caos nelle persone e per le strade, c’è la più nascosta violenza in piccoli gesti quotidiani, e l’indifferenza più vera negli sguardi. Ed è difficile non sentire tutto questo, davvero difficile. Ma certo è che quel giorno per Andrea, niente era così importante da distrarlo dal suo pensiero, neanche quando attraversava i semafori. Ci sono vie in cui è persino rischioso passare col verde per i pedoni, perchè, chissà per che o per cosa, ci sono automobilisti che passano col rosso, al limite del giallo, giocando con il tempo senza pensare che forse stanno giocando con sè stessi. E poi a volte anche i pedoni se ne infischiano, sfidano il traffico, passano, attraverso migliaia di marmitte e gomme, in un baratro metropolitano che dà poco spazio alla fantasia, ma ne da tanto al denaro, al consumismo, all’ossessione di rincorsa delle tecnologia, della comunicazione, dell’attualità.
Andrea era sempre stato un tipo tranquillo, uno di quelli che non si smuove proprio , ai limiti della pigrizia. E forse questa, era stata un’abile difesa agli attacchi naturale di una società in guerra con sè stessa e con i propri limiti. Però non si piaceva, proprio. Non si piaceva, in giacca e cravatta, seduto ore a fare home banking, e non si piaceva neppure a casa, indifferente e refrattario a ogni tentativo di stimolo familiare.
Il suo lavoro lo sapeva proprio fare e bene, ma non gli era mai piaciuto , nemmeno l’università, quella più famosa, la migliore, la più cara, la più voluta e forzata dai suoi genitori. Vedeva la sua viltà nel non essersi opposto al suo macello, alla sua carneficina, violenta e insinuata sin da quando da piccolo gli si diceva cosa sarebbe dovuto diventare, chi avrebbe dovuto sposare. Infamia nel non opporsi, nel limitare la sua vita ai suoi segreti, sinceri e veri, più di tutta la sua esistenza, vittima che non ha mai lottato per sopravvivere.
Avrebbe potuto vivere tutta la vita così e continuare a sorridere, a essere buon figlio, marito e padre. Senza mai svelare niente.
Aveva una piccola ossessione per cui in ufficio era soprannominato BIC, amava collezionare penne da scrivere, e spesso le sottraeva senza neanche chiederle, non possedeva sue penne ma solo quelle di altre persone, e ogni scusa era buona per chiederne una. Già. Bic, era chiamato e molti sapevano, ma in fondo era rispettato e qualche mania poteva certo essergli perdonata.
A casa, a un’ora di distanza dal suo ufficio, aveva una collezione di biro, catologate, per ricordarsi il proprietario e spesso erano biro di fattorini, postini , gente comune, ma lui sapeva dove e quando le aveva possedute. In ogni minimo particolare. La moglie , una gentile signora,perfettamente integrata nel qualunquismo generalizzato, con ottimi sentimenti e nascosti desideri inespressi, era la ragazza di sempre, mai desiderata e sempre avuta, ma per Andrea il sesso aveva solo un valore animale, nessun concetto legato all’amore e nessuna tentazione al tradimento. Meramente un bisogno, senz’anima. Lei non sapeva niente di queste biro, se non che erano lì in un cassetto, nel cassetto del ripostiglio di Andrea, dove spesso trascorreva ore e ore nel sabato e la domenica.
Quel giorno Andrea uscendo dalla metropolitana camminava con incedere sicuro, insensibile a tutto il caos esterno, sfiorando uomini e donne che rincorrono il presente in cerca del passato. A un kilometro da lì il suo pensiero si sarebbe realizzato, forse, ma anche solo il forse era per lui motivo di frenesia, eccitazione.
La prima biro che Andrea decise di sottrarre fu quella di suo padre, un signore anziano rispetto ai figli. Un giorno, avrà avuto si e no otto anni, si introdusse nello studio del padre, un giornalista affermato, uno di quelli a cui un bel bicchiere di vino e una pipa bastano per assaporare i piaceri della vita e pensare che il tutto sia solo un pretesto per raccontare, per esporre, per parlare, un uomo di amore violento irascibile e iroso, grande e grosso,maniacalmente innamorato della sua donna e della sua posizione sociale. Arrivava a malapena alla scrivania, ma sapeva cosa cercare, lì c’era stato spesso in punizione a leggere l’edizione in latino della bibbia o la divina commedia,e quando , tra uno schiaffo e l’altro, riusciva ad allungare l’occhio, lì sulla scrivania, bellissima e terrificante, luccicava la penna del padre. Una penna classica, di quelle che pesano un kilo, in oro, perfetta e banale.
Quel giorno, finita l’ennesima sgridata, Andrea si metteva spesso nei guai da solo, era una sua abilità,fu fatto sedere dal padre di fronte alla scrivania, questa volta con in mano le poesie di Leopardi, a leggere ad alta voce, mentre il padre dietro di lui, seduto sulla poltrona, si fumava la pipa. Andrea terrorizzato, anche se non era la prima volta , conosceva la rabbia del padre e conosceva la sua serietà nel rispettare le punizioni, leggeva ad alta voce, quasi con le lacrime pronte a esplodere infantilmente stanco di non capire il perchè di tutto. Il respiro del padre, si fece profondo,così leggendo Andrea si voltò per controllare , e vide il padre russare sulla poltrona. Sapeva di non poter interrompere la sua lettura, sapeva che il padre si sarebbe svegliato , e le sue mani avrebbero ancora firmato il suo volto, così stufo, cominiciò a inventare ad alta voce: " or vedo, quel signore, che ode il rumore e vedo il volto privo di vista, vedo il suo corpo molle e flaccido, ondeggiare grasso. . . . " e intanto si avvicinò alla scrivania, camminando all’indietro. All’improvviso urtò qualcosa per terra, ma la mano veloce corse sulla penna e in un attimo , nello stesso attimo in cui il padre si sveglio di soprassalto, Andrea si infilò la penna nella manica della camicia . Non fece neanche a tempo a realizzare il tutto che l’imponente ombra del suo genitore incombeva su di lui. Sapeva che la punizione sarebbe stata ben più grave, ma il padre comunque non si accorse del furto della sua penna. Fu quella la sua prima penna. La più importante, la più difficile.
Adesso che ne possedeva più di 100 tutte senza inchiostro, Andrea aveva raggiunto ciò che si era prefisso e niente avrebbe più potuto cambiare questo.
Ci furono episodi legati a questa mania, che a volte rasentavano l’assurdo, piccole bugie, mezze verità, ostinate fissazioni, il tutto per conquistare la penna di qualcun altro.
Le penne erano in totale 112. Ed erano tutte quelle che gli sarebbero servite.
C’era una penna , rotta e sporca, che aveva comprato da un barbone, alla stazione centrale, per ben 1000 euro, dopo anche essersi beccato gli insulti dello stesso, stupefatto da una tale maniacale ossessione al punto che tento di vendergli anche tutto quello che aveva addosso. Per quela penna , Andrea aveva sperato per giorni, ogni giorno che passava davanti a quel barbone, che chissà poi cosa se ne faceva, portava la penna infilata nel taschino. Andrea lo sapeva perchè e non aveva bisogno di chiederlo al barbone, era per questo che la voleva. Ci mise mesi a convincerlo. E si conobbero e divennero amici, quasi si capivano, come pari, il che, a Milano , è già qualclosa di assolutamente unico , e non sono in questa città.
112 penne da scrivere , un bottino di 35 anni, ora a 43 anni, aveva chiuso il cerchio, il suo cerchio, e non quello di sua madre, di suo padre, o di chi ha sempre vissuto la sua vita.
C’erano penne di impiegati, segretarie, ferrovieri,illustrinotai,commercialisti,barboni,bambini,penne di tutti i colori e di tutte le forme.
Non ne comprò mai una. Mai.
Andrea era cresciuto con la visione di suo padre, seduto a quella scrivania, appensantito dall’incedere presuntuoso e mortificante degli eventi che leggeva sui quotidiani,suo padre, così immerso nel mondo da non vedere il figlio, Andrea, sottrargli la sua penna. L’unico gesto che compì fu quello di aprire il cassetto e estrarne un altra bellissima e uguale.
Era pronto adesso. Pronto. Con il suo solito sorriso. Era arrivato dove voleva, non a casa , non al lavoro. Ma alla stazione ferroviaria, in centrale.
Si spogliò di giacca e cravatta,si tolse i pantaloni, sì cambiò, si mise maglietta e jeans, riprese in mano il suo zaino. Pieno delle 112 penne. Si sedette e estrasse un foglio, con un elenco, con 111 punti.
Mancava solo il 112, che avrebbe scritto con l’ultima penna conquistata, quella appartenuta a un prete, della cappella dell’ospedale, dove vide morire suo padre, proprio pochi giorni fa.
Prese la penna e scrisse: 112. Sono libero adesso. A tutti ho voluto bene, ma non a me. E per questo non posso più vivere in questo modo. Siate felici perchè io lo sarò per voi.
Chiuse la penna , chiuse il foglio con 112 punti, e la spedì. A casa, nella sua presunta casa. Poi prese lo zaino con le penne, lo gettò sotto un treno di passaggio e le vide distruggersi frantumarsi, sparire, come lui stesso. Prese un treno, non tornò mai più. Reo dell’abbandono, artefice di una nuova vita. Sospeso nell’ombra della sparizione, e tardivamente legato all’amore per la vita.
I 112 motivi, divennero poi un libro best seller con la quale la moglie, vendendo la storia a uno scrittore,a giornali e a tv,visse una vita da signora. L’unico pregio che le fu riconosciuto fu quello di non voler cercare Andrea. Forse in un attimo , in quei 112 motivi, aveva trovato anche lei un motivo per vivere. Giusto o sbagliato.