Co e Gi - di Darica
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 27/03/2008 alle ore 18:05:51
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I
L’appuntamento
Si era fatto quasi mezzogiorno ormai, Giulia aspettava da più di mezz’ora.
Aveva disteso i sedili della macchina e si era messa ad ascoltare musica.
“ Questo ritardo sarà sicuramente colpa di mio fratello, Lucilla è una persona così precisa e puntuale, figurati, con la sua buona educazione e i modi da galateo che le hanno insegnato a casa sua... Chissà cos’avrà combinato questa volta Marco.”
Poi sorrise senza dare troppa importanza alla cosa, rinchiusa nelle parole di De Andrè che riempivano l’auto.
Era innamorata di De Andrè.
Durante l’attesa, Giulia ripensò al rapporto che aveva con Lucilla. Si rendeva conto che a volte questo loro attaccamento morboso poteva apparire quasi spaventoso agli occhi di chi le guardava. Si capivano con uno sguardo. Eppure era strano, cresciute in modo così diverso, i suoi genitori reduci delle rivoluzioni del 68, quelli di Lucilla imprenditori ricchissimi...
Era così, fin da ragazzine, quando Lucilla arrivò al corso di chitarra che frequentava anche Marco, avranno avuto 13 anni. Giulia ne fu subito entusiasta, si erano sempre capite e compensate a vicenda, è bastato qualche mese perché Lucilla passasse a essere la migliore amica di Giulia invece che la compagna di esercizi musicali di Marco. Erano cresciute insieme e dopo tanti anni percorrevano ancora la stessa strada, nonostante i naturali litigi e le difficoltà dei cambiamenti, quando Lucilla si era innamorata di Marco.
In realtà poi, il cambiamento vero c’era stato quando Marco aveva improvvisamente capito di essere innamorato di lei, perché per Lucilla invece era stato così da sempre.
Era il suo sogno irraggiungibile. Che alla fine aveva raggiunto e superato.
Intanto Marco guidava freneticamente verso il luogo dell’appuntamento, sapendo di essere in tremendo ritardo. Appena arrivati, lui e Lucilla scesero di corsa dall’auto e raggiunsero Giulia.
“Ce l’avete fatta! Che vi è successo? Lo sapete che papà ci aspetta... Che hai combinato, Marco?”
“ No, stavolta ti sbagli sorella, non c’entro niente io. Com’è che dici sempre tu, Lucilla? Il destino ti aspetta sulla strada che percorri per non volerlo incontrare? Ecco! Visto che il destino sapeva che andavamo di corsa, ha pensato bene di farci prendere una buca simile ad un cratere, mentre venivamo qua... Ho bucato... Ci siamo dovuti fermare in un’area di servizio e...”
Giulia lanciò un’occhiataccia al fratello, come se gli stesse affibbiando la colpa dell’imprevisto. Lui se ne accorse e prima che lei potesse iniziare a parlare le disse ad alta voce:
“Oh! E non mi guardare così! Non è colpa mia se il comune non rifà le strade...”
Lucilla sorrise vedendo le schermaglie di Giulia e Marco, era abituata a vederli discutere anche per le cose più insignificanti, senza preoccuparsi troppo della cosa, si rivolse al marito ridendo.
“Marco, tu che critichi tanto mia zia, ogni tanto faresti bene ad ascoltarla... Hai presente quando dice ««Se ti trovi davanti due strade, una in salita e una in discesa, imbocca sempre quella in salita; è il solo modo per essere sicuri di arrivare in alto »» ? Ecco, se avessi preso la salita di viale Mazzini anziché la strada che hai voluto fare, la buca non l’avresti incontrata...”
Marco abbassò la testa per nascondere l’espressione scocciata. In fondo, stavano andando solo a casa dei genitori, non ad un ricevimento presidenziale...Lucilla se ne accorse, e quasi si morse la lingua, sapeva che a Marco non piacevano i sermoni che sua zia gli propinava così spesso, e non gli piacevano nemmeno le prediche di Carlo quando lo trattava come un bambino viziato. Per sciogliere la tensione e uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciata, montò di corsa in macchina di Giulia.
“Su su, andiamo, continueremo il discorso in macchina. Dai, Giulia, andiamo con la tua, almeno siamo sicuri di arrivare, e magari vostro padre non sbraiterà troppo...”
Giulia partì lentamente dal parcheggio, Marco cercò subito di cambiare il cd nello stereo, ma sua moglie e sua sorella contestarono ferocemente. Arrivarono sorridenti (Marco un po’ meno...) continuando a canticchiare, mentre chiudevano le portiere della macchina.
II
Un compleanno in famiglia
Era il mio sessantaduesimo compleanno.
Mi sembrava davvero strano avere quest’età, la vita era volata via in un attimo.
Probabilmente solo in quel giorno mi posi quella questione perché per la prima volta non avevo organizzato una festa di compleanno (festa, si... Io la chiamo festa, ma in realtà non è mai stata più di una pizza con i più cari e vecchi amici e con la famiglia). Ma sì da il caso che quell’ anno non avessi tutta quella libertà di movimento, visto che mi ero rotto una gamba. Le ossa cominciavano ad essere stanche di sostenere il peso. Un po’ come il cervello che non vede l’ora di trovare riposo.
Ci ho provato una vita a dargli quel riposo, ho cercato la sua pace e la sua serenità per tanti, tanti anni, un po’ spinto dal bisogno di farlo, un po’ dopo aver capito che era possibile visto che molte persone ci riescono, e mio padre era uno di questi.
Per la prima volta non intendevo muovermi di casa nel giorno del mio compleanno, e non avrei visto gli amici. Intendevo passare una tranquilla giornata qua nel soggiorno, esclusivamente con la mia famiglia.
Io, mia moglie Chiara, nostra figlia Giulia e il “piccolo” Marco con sua moglie.
Stavano per arrivare, sentì il campanello.
Dopo i soliti baci e abbracci e le solite domande da terzo grado di Chiara che si preoccupava ancora di cose infantili, anche se i nostri figli erano ormai più che trentenni, ci sedemmo a tavola ed iniziammo a mangiare i tortellini in brodo. Il silenzio era totale, erano troppo buoni per perdere tempo a parlare, ma Chiara d’improvviso lo interruppe, sembrò che tutto ad un tratto avesse nostalgia dei tempi andati:
“ Mi ha insegnato vostra nonna Sara a farli, ve la ricordate nonna Sara? Beh, tu Marco forse eri ancora troppo piccolo quando è morta... Hmmm, dunque vediamo... Avevi un paio d’anni... E tu Giulia? Te la ricordi?”
“ Certo mamma, mi ricordo molto bene tantissimi particolari della nostra infanzia, e ho dei ricordi molto vivi anche dei nonni.”
Lucilla la interruppe:
“Giulia, perché non parli loro di quel sogno e di quel ricordo che ti porti dietro così sfumato da tanti anni? Magari i tuoi possono aiutarti a ricordare...”
“ Ma no Lucilla, quella è una stupidaggine, un pensiero che ogni tanto mi accarezza la mente, niente di più.”
“ E possiamo sapere qual è questo pensiero, tesoro di papà?”
“ Ma è una stupidaggine papà, ogni tanto mi viene alla mente un ricordo strano, però siccome una notte l’ho sognato, ora non so se è un ricordo reale o se è solo il ricordo di quel sogno, tutto qua. Credo sia così comunque, una sorta di immagine costruita da me.”
Rimanemmo tutti in silenzio ad aspettare... Un po’ curiosi, un po’ con l’aria di presa in giro. Giulia era sempre stata così, strana, sopra le righe. Dei nostri due figli, lei era sicuramente l’emisfero emozionale, mentre Marco era l’opposto, troppo realista anche per un reduce del ‘68 come ero io. Passarono pochi secondi e Giulia riprese il racconto:
“ Allora, se insistete... Il ricordo è questo: ecco, alcune volte quando penso al passato mi vengono in mente i nonni. Tutti e 4. Ricordo tutti e 4 con molto affetto. Il mio preferito però era nonno Egidio. Mi ricordo che lui spesso mi prendeva sulle sue ginocchia e mi raccontava delle storie fantastiche o mi insegnava dei trucchetti con le carte da gioco, ma comunque volevo bene a tutti allo stesso modo.
Ora, il punto strano è che a volte ho come la sensazione di averne avuti 5. Non lo so, mi viene alla mente questo “nonnone extra”, che mi voleva tanto bene. Però nella mia memoria assomiglia tanto a babbo natale, chissà che non mi confonda con lui! Vi giuro che non è un’invenzione, mi ricordo anche il suo nome come fosse ieri, nonno Sandro.”
Marco scoppiò subito a ridere. Giulia che già immaginava la reazione del fratello a questa storia, cercò con lo sguardo l’approvazione di Lucilla, che le sorrise in maniera complice, quasi materna.
“ Senti, io sono tuo fratello, se avessimo avuto 5 nonni me lo ricorderei, no?”
“Ma si... Infatti avevo premesso che si trattava di sciocchezze, ora passiamo a cose più serie e mangiamo questo piatto di tortellini!”
Tutti avevano ricominciato a mangiare, io e Chiara ci guardammo fissi negli occhi.
Ero indeciso sul da farsi, dal suo sguardo non capivo se desiderasse o no che tutta quella storia uscisse di nuovo fuori, decisi di tacere, in fondo stavamo per divorziare ai tempi in cui era successo tutto, non volevo riaprire vecchie ferite. Invece lo fece lei, quasi togliendomi un peso, mentre Lucilla palleggiava il suo sguardo tra i miei occhi e quelli di mia moglie, quasi come se avesse capito che c’era qualcosa che sapevamo solo io e lei, e non sapevamo se condividerla o no con gli altri.
“Non è stato un sogno tesoro, tu avevi davvero un nonno che si chiamava Sandro. E l’hai conosciuto anche tu, Marco, davvero non te lo ricordi neanche un po’? Beh, in effetti eri ancora piccolo, abbiamo avuto a che fare con lui nel periodo immediatamente successivo alla morte di vostra nonna Sara. Ora vado a prendervi una foto di là.”
Rivedendo quella foto mi era salito un groppone in gola.
C’eravamo tutti nella foto, Marco in braccio a Sandro e Giulia vicino che lo abbracciava. Io e Chiara sorridevamo da dietro.
Il primo commento fu di Lucilla:
“Dio... E’ impressionante quanto somigli al ritratto che Giulia faceva di lui... Ed io che la prendevo in giro...”.
Sembrava davvero incredula.
Giulia era molto contenta della scoperta, rivedere quella foto evidentemente le aveva davvero risvegliato qualcosa dentro, non posso metterci la mano sul fuoco, ma sono quasi sicuro che le fosse persino scesa una lacrima. L’unico completamente indifferente era Marco. Lucilla, sebbene non avesse vissuto direttamente né il periodo, né tanto meno la nostra vita famigliare di quei tempi, visto che all’epoca in cui fu scattata quella foto lei aveva meno di 2 anni, guardava la vecchia istantanea con un’espressione accigliata, quasi interrogativa, simile a quella di qualcuno intento a tirare fuori dalla mente un ricordo, più che una curiosità. Poi disse ridendo:
“Che strano, mi sembra di conoscerlo questo tizio, ma chi è Carlo?”
Marco scoppiò a ridere: “Ma dai amore, io avevo circa due anni a quanto dicono, quando i miei avevano a che fare con questo tizio, sicuramente lo confondi con qualcun altro.”
“Forse hai ragione... Aspetta, è vero, ora che lo guardo meglio ho capito chi mi ricorda... Qualche mese fa ho visto uno spettacolo a teatro, che raccontava la vita di un giornalista, l’attore principale... Si, sembra proprio lui!”
Lucilla è sempre stata una persona particolare, molto sensibile. Quando lei e Marco si erano sposati, io e Chiara eravamo molto contenti visto che lui è sempre stato un tipo molto pratico e noi tutti pensavamo che avesse bisogno di un animo gentile vicino. Lei riesce sempre a portarlo sulla giusta strada, non lascia mai che si perda nei sentieri della sua esagerata razionalità. Quando è entrata nella famiglia è come se ne avesse fatto parte da sempre, nessuno ha dovuto faticare per entrarci in confidenza, è stata una di noi da subito. Certo, il fatto che abbia frequentato casa nostra da quando era piccola ha sicuramente aiutato.
D’ improvviso, Giulia esplose distogliendomi dai miei pensieri.
“A questo punto invece mi sembra scontato che devi raccontarci tutto di questo tipo... A parte Marco che per quanto mi riguarda può anche finire i tortellini ed andarsi a fare il suo solito riposino pomeridiano, tutti noi vogliamo sapere no? Non pretenderai mica che dopo aver scoperto di non avere le allucinazioni, io non chieda di aggiungere particolari ai miei ricordi!”
“No no, a Marco va benissimo!” - disse lui ironicamente – “Basta che non mi togliate il piatto da sotto, potete raccontarvi tutte le fantasie che vi pare”
“Non lo so Giulia, sono stanco ed oggi è il mio compleanno, mi piacerebbe passarlo in altro modo, magari conoscere i particolari delle vostre di vite... dai magari un’altra volt...”
“ Dai papà mio, ti prego!”
E’ incredibile, è da quando ha iniziato a parlare che mi frega con questa semplice frase. Quando dice “papà mio” mi sciolgo tutto...
Guardai Chiara che già da un po’ annuiva con la testa:
“E che sarà mai Carlo? Sono ricordi, forse oggi, dopo trent’anni sarà anche bello riviverli. Dai, racconta loro tutta la storia.”
Anche Lucilla sembrava entusiasta di ascoltarla:
“Ma si,Carlo, dai. Tutto questo mistero mi mette così tanta curiosità!”
“E sia... Ma vi avviso, è una storia molto carica di emozioni. Vi lascerà tutti interdetti se non sconvolti. E’ la storia che ha cambiato per sempre il modo di vedere le cose, mio e di vostra madre, è la storia che ci ha portato ad essere come siamo oggi. Vado davvero avanti? “
Altro coro unanime:
“Vai!”
“Chiara tu intanto vai di là e prendi la scatola di biscotti, io inizio a raccontare com’è cominciato tutto, come siamo passati dalla vita che ci avevano costruito intorno, alla nostra vita, a quella che, senza saperlo entrambi anelavamo...”
««Immaginatemi in un pomeriggio di primavera seduto di là, in quella che un tempo era stata la camera da letto dei vostri nonni...
Ero chiuso in camera con le tapparelle semichiuse e mi guardavo intorno, cercando un appiglio per superare il dolore.
Mi sentivo solo nel giorno del funerale di mia madre...»»
III
Caccia al tesoro
Mi sento solo nella penombra e vorrei non dover mai più aprire la porta di questa camera che ora mi sembra l’unico posto al mondo che sia sicuro e tranquillo.
Se esco da qua dovrò incontrare mia moglie, i miei figli, i miei amici.
Sono tutti di là, a parlicchiare a bassa voce e a ricordare i momenti che hanno passato insieme a te, mamma.
Non voglio, non posso.
Non riesco ad affrontare nulla ora.
Bussano. E’ Chiara.
“Amore dovresti venire di là, il tipo delle pompe funebri ti reclama per firmare i documenti e lo sai che tuo zio ormai è troppo anziano.”
“Arrivo, amore, arrivo.”
Arrivo... se ci riesco.
Sento di nuovo bussare, stavolta è la mia bambina, la mia cucciola che vuole il suo papà.
Mi alzo e vado a sistemare le cose, in fondo anche mamma lo diceva sempre “ti godi il riposo solo dopo che hai finito il lavoro”, sistemiamo le faccende che devono essere sistemate. Non è più come quando da piccolo ero triste e mi sdraiavo su questo letto, in attesa che la mamma portasse il latte con i biscotti; a quanto pare essere adulti prevede la forza di alzarsi e risolvere tutto, prima di avere il tempo di farsi il latte da soli.
La camera da pranzo sembra il set di uno di quei film americani in cui ai funerali si fa una festa e tutti parlano, mangiano, bevono. Non c’è un buffet, ma per il resto è davvero simile. Mi da un grande senso di tristezza.
I parenti che non vedi da anni, la gente che neanche conosci ma che dice di aver amato tua madre. Le facce più familiari forse erano quelle delle vicine di casa, dopo la morte di papà, la mamma ci si era tanto affezionata, avevano creato fra vedove un gruppo unito, in cui si sostenevano l’una con l’altra.
“Salve signora Cinti, la ringrazio di essere venuta...”
Tra le facce sconosciute che intravedo in quel salone, una in particolare mi incuriosisce per un attimo, una ragazza giovane, avrà avuto la mia età, mi sarebbe piaciuto sapere come conosceva mia madre, che tipo di legame aveva con lei, ma in questo momento non ho a minima intenzione di fare conversazione.
Non posso che essere felice del fatto che la mamma conosceva così tanta gente che le voleva bene, ma il mio bisogno più grande ora è di rimanere solo con i miei pensieri e il mio dolore.
I miei bambini sembrano non aver capito perché tutta questa gente è in casa dei loro nonni. Per loro è solo una delle tante occasioni per giocare con i bambini dei vicini.
Il più piccolo, Marco, sta correndo dietro ad una bambina con le trecce e gli occhioni azzurri, la segue in quel nuovo, divertente gioco. Chiara cerca di fermarli dicendo loro che sono stanco e mi devo riposare, ma io le dico di non preoccuparsi, mi piace guardarli giocare e sorridere un po’, finalmente.
Marco durante i girotondi si accorge che il nipote della signora Silvana ha un interessantissimo trenino tra le mani, e dimenticata all’istante la bella bimba, corre incontro alla nuova attrazione. La piccolina si consola subito prendendomi per mano e chiedendomi di giocare con lei. La seguo fino alla camera da letto e mi inginocchio per non sembrarle troppo grande, e la piccola, forse incuriosita da quel mio atteggiamento, inizia a gattonare per la stanza, cercando di imitarmi, tanto che ad un certo punto non la vedo più e mi abbasso ancora di più per vedere se fosse finita sotto al letto. Ma una volta alzati i lembi del copriletto anziché la bimba, trovo una scatola. E’ una di quelle scatole di biscotti dei vecchi tempi, di latta, disegnata. Probabilmente ci sono gli aghi della mamma.
Appoggio la scatola sul comodino mentre la piccolina sbuca fuori da dietro all’armadio. La prendo per mano e torno di là, c’è ancora tanta gente da salutare.
Arriva sera finalmente, anche l’ultima mano è stretta, decidiamo di rimanere a dormire là io e la mia preziosa famigliola.
Ci abbiamo messo tanto a far addormentare i bimbi stasera, per loro è sempre difficile abituarsi ad un letto nuovo, ad un posto che non sia il solito.
Non hanno mai dormito in questa casa nonostante ci siano venuti spesso, comunque alla fine riusciamo a farli dormire.
Dormono beatamente adesso, mi sdraio un po’ in veranda, il mio tesoro arriva quasi subito, come se non vedesse l’ora di verificare le mie condizioni. Solo ora mi rendo conto che ho lasciato gestire molte cose a lei, probabilmente sarà distrutta almeno quanto me.
“Allora? Come ti senti?”
“Distrutto, distrutto. Non riesco ad immaginare perché Chiara, perché? Quante cose non ho visto negli occhi di mia madre per non aver mai intuito? Quanta sofferenza mi sono lasciato scappare dalle mani invece di afferrarla e toglierla dalla sua vita? Insomma, andiamo, credi davvero che si sarebbe lasciata morire così, senza parlare a nessuno della sua malattia e senza neanche provare a curarsi, se qualcuno si fosse preso più cura di lei? E chi doveva farlo se non io? Ho messo il lavoro, le passioni, gli interessi personali davanti a troppe cose amore...”
“ So che ora sei stravolto tesoro, ma credimi, non potevi salvarla tu, non poteva salvarla nessuno. Nessuno può salvarti da te stesso, nessuno può liberarti. Fidati di me amore, non farti catturare da un circolo vizioso di sensi di colpa, paure ed insicurezze. Evidentemente tua madre aveva bisogno di più pace rispetto a quella che trovava qua. Lasciala andare e, una volta che il dolore sarà passato, continua a vivere. Per te, per me e per i nostri bimbi.”
“Chissà... Andiamo a dormire, è meglio.”
Entriamo silenziosi nel letto dei miei genitori, siamo in aprile, eppure sembra gelato come se fosse inverno.
Provo a dormire, ma è inutile, mi giro e mi rigiro mille volte, Chiara ogni tanto russa, deve essere molto stanca poverina, ma questo non migliora la situazione.
Mi alzo.
Mi ricordo che spesso nell’ultimo periodo in cui papà era vivo, si alzava di notte ed andava in cucina a scrivere. Passava nottate intere a scrivere, se gli si chiedeva qualcosa diceva che stava lavorando e che non voleva essere disturbato.
Forse dovrei provare anch’io ora che non ho sonno, sedermi in cucina e scrivere... Ma cosa?
Io non ho nulla da dire, ho sempre avuto poco da comunicare agli altri, sono sempre stato un discreto solitario... Devo aver preso poco da papà, forse perché non mi è mai piaciuto.
Sempre così freddo, così distaccato.
Se escludiamo tutte le passioni politiche e sociali che inevitabilmente ti trasferisce addosso un uomo che un tempo è stato un membro fondamentale della Resistenza, posso dire tranquillamente che non avevamo niente in comune.
A volte mi chiedevo come facesse la mamma a sopportare i suoi modi di fare così bruschi e che riflettevano sempre il suo profondo egoismo, l’egoismo di chi mette sempre se stesso prima degli altri. Deve essere stato un uomo davvero meschino. Lo ricordo poco papà, sono passati troppi anni e soffrivo troppo quando lui era vivo, mi sentivo schiacciato dal suo voler avere sempre ragione, dal suo sapere sempre tutto. Io e la mamma sembravamo sempre bambinetti capricciosi al suo cospetto, mai un compromesso, eravamo sempre noi a sbagliare. Sembrava quasi che per lui fosse un obbligo stare con noi, che si sentisse stretto in quella casa. Posso sembrare cinico, ma la sua morte ha solo migliorato le cose per me.
Forse oggi però mi rendo conto che per la mamma non era così. Chissà se ha mai superato il dolore di averlo perso.
Basta, sto cadendo in vecchie trappole che ormai devo aver superato. Dovrei dormire, ma non ho sonno per niente.
Mi sdraio di nuovo nel letto, mi giro e mi rigiro, ma niente.
Decido che un bicchiere di latte caldo mi potrebbe aiutare, e mentre mi alzo per andare in cucina, nella penombra vedo qualcosa vicino a me, sul comodino.
La scatola dei biscotti! Me l’ero completamente dimenticata. Vado in cucina e accendo la luce, apro. Un bel pacchetto di lettere e sotto un quadernino, è la scrittura di papà, a quanto pare non sono gli aghi della mamma... Devono essere le lettere che papà le scriveva, magari quelle dei tempi del militare.
Sorrido ancora... Che piacere avere un ricordo così profondo proprio in questa giornata così difficile. Leggiamo un po’...
««Ciao Co.
Stamattina sono uscito di buonora, ho pensato di fare colazione al bar prima di andare in ufficio.»»
Co? Chi diavolo è Co? La mamma si chiamava Sara.
Probabilmente usavano dei nomignoli che io non conoscevo.
Non so se proseguire o no la lettura, ho sentito uno strano brivido percorrermi, quando ho letto quel “Co”, ho già un’idea abbastanza distorta della vita di mio padre...
IV
Anamnesi
“Era il giorno del funerale della nonna, quindi, quando è iniziata questa storia?”
“Sì Giulia, esattamente quel giorno.
C’è una premessa che devo farvi, perché l’idea che avevo io di mio padre probabilmente non è conosciuta da tutti quanti voi. Dovete tutti capire che per me mio padre era da sempre un pessimo padre, e all’inizio ritrovare quelle lettere è stato bellissimo. Per un attimo ho pensato di trovarmi in un romanzo rosa in cui il protagonista soffre per tutta la sua infanzia e adolescenza e invece poi gli succede qualcosa che lo rende felice per sempre. Beh.... Mi sbagliavo. Ma forse era un errore solo in apparenza, forse, in realtà, avevo ragione”
“Ma quindi la nonna si è suicidata? Io non immaginavo...”
“Non proprio tesoro, si è lasciata morire. Ha deciso di non curare la sua malattia, credo che la sua vita avesse poco senso, da quando era morto il nonno.”
Lucilla era commossa dall’idea di un amore così puro fra i miei genitori, Giulia riprese la parola.
“Comincia ad essere difficile starti dietro papà, queste lettere ti hanno reso felice o no? E hanno cambiato o no i tuoi sentimenti verso il nonno?”
“Vedi Giulia, la felicità è un discorso relativo, non puoi quasi mai essere sicuro che sia davvero così, inoltre i sentimenti mutano sempre, in ogni momento.”
“ Ok, ora mi hai incuriosito davvero, di che parlavano queste lettere?”
Giulia sembrava impazzita, tutti se ne stavano in silenzio ad aspettare che io andassi avanti, ma lei non riusciva ad attendere, sembrava non poter resistere all’idea di rivivere cose che forse dentro di lei, un po’ ricordava.
“No, non ho intenzione di riassumerle, è già troppo complicato farvi capire tutto ciò che è successo, le lettere sono una parte fondamentale della storia e invece di riassumerle ve le leggerò”
“D’accordo allora, inizia a leggere la prima, non vorremo mica perdere ancora tempo vero? Non credo che tu dopo averle ritrovate, ti sia messo a tergiversare.... Le avrai lette subito no?”
“Non sia mai che vi faccia ancora aspettare... Eccovi la prima. Spero che leggendole io possa ricordare esattamente le sensazioni di allora, altrimenti sarà difficile spiegarvi cosa ho provato, voi aiutatemi.
V
L’inganno
01 settembre 1965
Ciao Co.
Stamattina sono uscito di buonora, ho pensato di fare colazione al bar prima di andare in ufficio.
Ho preso il giornale e sono andato a lavorare come al solito.
Alle 11 avevo appuntamento con Varnina, sai, quest’anno il mio solito “check up” è stato diverso dal solito. Il professore mi ha richiamato qualche settimana fa perché voleva rivedermi, visto che qualcosa lo aveva insospettito.
Non chiedermi perchè non te ne ho parlato, lo so che avrei dovuto. Tu dici sempre che è la paura a farci fare tutti gli errori, lo dici sempre.
Hai già la tua risposta dunque, la paura. Ho avuto paura di dirti che qualcosa non andava, ho avuto paura di incrinare gli equilibri dei nostri movimenti. E data la tua solita capacità di intuizione, capirai anche che forse non era tanto a te che avevo paura di dirlo, ma a tutto il resto del mondo.
A volte in realtà ho pensato di dirtelo, ma quando mi sono deciso mi rendevo sempre conto che non sapevo da dove partire, cosa dire. Se c’è una cosa che in questo momento mi fa paura più di tutto il resto, è sapere che presto i miei occhi potrebbero non vedere più tutta questa energia, tutta questa magia. Quella magia che mi ha fatto crescere, maturare, capire tante e tante cose.
Oggi sono andato, avevo appuntamento col mio destino e sono andato.
In qualsiasi modo fosse andata oggi, il solo pensiero che ci fosse la possibilità di essere davvero arrivati alla fine, senza possibilità di scampo, mi ha scatenato una miriade di pensieri, come mai prima Co, mai.
Ti conosco da sempre, non ricordo una parte della mia vita in cui tu non sia stata presente per quanto mi sforzi, ed ho imparato negli anni ad essere onesto con te.
Devi sapere queste cose senza conoscere in precedenza l’esito delle mie riflessioni e delle mie decisioni, perchè comunque sia andata io ora sono un uomo diverso, oggi vedo qualcosa che ieri mi era sconosciuto.
La fine.
Spesso ho sentito dire che la fine può essere un nuovo inizio, che non bisogna mai perdere la speranza che tutto possa migliorare anche di fronte a quello che ci sembra il punto di non ritorno. Ma trovarmi di fronte ad una cosa così immensamente e tremendamente più grande di me mi ha provocato delle sensazioni che in questo momento non riesco a descriverti, non riescono a prendere forma con le parole. E credimi, non è semplice trovare in sé stessi la forza per affrontarle, neanche per chi, come me, negli anni ha provato ad intraprendere un percorso che avrebbe dovuto portarlo ad affrontare le avversità con l’animo più leggero e con le spalle più larghe. Un solo pensiero mi afferra in questo momento con più forza degli altri, quello della fine di tutto. E anche se so che in qualche parte profonda di me ho la forza per lasciarlo scivolare via, per guardarlo in maniera disincantata e disinteressata come riesco a fare con tutti gli altri pensieri, in questo momento la paura sovrasta ogni cosa. Prima di arrivare da Varnina, mi sono fermato in una cartoleria ed ho comprato questo quaderno. Prima di conoscere la verità ho capito che comunque fosse andata io avevo il dovere ma soprattutto il bisogno di condividerla con te. Vorrei scriverlo e non dirtelo, perchè le parole che volano in questo momento non riescono a mettersi nell’ordine giusto e so che qualsiasi sia il destino questa cosa ci impegnerà oltre ogni misura. Devi conoscermi di nuovo perchè non sono più quello di ieri. Condividi con me questo momento Co, è sacro come ogni altro momento che abbiamo affrontato insieme.
Mi ha dato fiducia questa idea e sono entrato lì dentro sicuro che comunque fosse andata tu saresti stata con me sempre. Vedi amore mio, forse può sembrarti sciocco, ma in questo momento sento ancora più forte del solito il bisogno di farti capire quanto tu sia stata importante per me, quanto io sia sempre stato convinto che comunque fossero andate le cose, tu non mi avresti mai abbandonato. So che mi hai sempre detto e ripetuto che non c’è bisogno di dimostrare nulla a nessuno quando si ha in se stessi la certezza dei propri mezzi, di quello che si ha, ma vedi, in momenti come questo, quando senti che le forze potrebbero abbandonarti e che la fede potrebbe non bastarti, anche un gesto che in altre situazioni appare semplice e scontato, può aiutarti a non crollare.
Ti scriverò questi miei ultimi mesi perchè tu sappia davvero quanto è difficile andare via, anche se forse la verità è che spero tu possa aiutare me a capirlo. La fine può arrivare in qualsiasi momento tu lo sapevi? Magari credi di saperlo, ma sei sicura anche di questo? Come potevo dirti che all’improvviso ne avevo paura? Come potevo non vergognarmi al tuo cospetto di queste paure? Della paura di lasciare tutto dopo che per una vita non abbiamo cercato altro? Ti avrei solo soffocato di me amore, ti avrei solo riempito delle mie paure. Ora però questa è più che una possibilità, è una certezza. E forse in fondo non sapevo come ci si sente di fronte ad una certezza, anche se a te può sembrare strano, tu sei sempre stata così sicura di tutto... Forse è proprio questo che ci ha tenuti legati per tutti questi anni, la tua incrollabile fede nelle tue certezze, quella che ha permesso a me di crescere e maturare, e quella che ha permesso a te di avere la pazienza di sopportare e capire i miei sbandamenti, i miei dubbi, i miei tormenti. Quella stessa fede che spesso ci ha fatto discutere, litigare, a volte ci ha fatto perfino allontanare. Ricordi quante volte mi sono infuriato di fronte alla tua fermezza? Quante volte mi sono tormentato chiedendomi come fosse possibile che nulla riuscisse a farti dubitare, e quante volte mi sono chiesto se quella che ti dominava non fosse in fondo soltanto l’incapacità di sentirti “normale”, come tutte le altre persone... A volte ho quasi odiato questa tua capacità di rimanere distaccata anche davanti a quello che agli occhi degli altri sembrava insopportabile. L’ho odiato fino a quando, inconsciamente, ho capito di poterci arrivare. Fino a quando non ho ammesso a me stesso che era proprio lì che volevo arrivare. E’ strano sai... Proprio ora che ero convinto di essere quasi al traguardo, ho invece la sensazione di sentirmi perso. Ho tanti dubbi, tante paure, tante lacrime bloccate in gola. Come può una persona sentirsi persa proprio nel momento in cui si trova di fronte alla più forte certezza della propria vita? Hai una risposta per questo amore mio? Hai una risposta che può placare le onde del mare in tempesta in cui sto navigando? Avrai anche stavolta la capacità di tenere sia me che te sulle tue spalle? Scusami ma io in questo momento non posso far altro che fare quello che ho sempre fatto, cercarti, trovarti. Da adesso saprai tutto ciò che succede in me, se lo vorrai.
Gi.
Ciao Gi!
Non posso crederci, tu che mi scrivi!
Tu non hai mai scritto, ed io l’avevo sempre imputato al tuo modo di vivere, così attento agli eventi intorno a te da non poterli fermare neanche per un attimo.
E’ un piacere infinito per me poter godere di queste parole più e più volte, godo delle tue comprensioni sempre, anche se sono piene di paura come ora.
Non credo di aver ricevuto nella vita un regalo più grande di questo quaderno, mi sento la regina del mondo fra queste righe. Io potrò leggere del vero “te” qua sopra? E’ questo che mi stai dicendo? Mi stai offrendo il paradiso!!!
Ti stupirò forse, ma non mi sono arrabbiata perché non me ne hai parlato. Capisco quanto il momento possa essere oneroso, e poi... eccoti qua!!!
Oggi mi hai onorata dandomi questa lettera e non solo. Il tuo tacere ha aiutato anche me. Intendiamoci, sapevo che qualcosa non andava come al solito, era palese il tuo impegno mentale in qualcosa di grande, di immenso, di diverso da tutto il resto, ma il fatto di non sapere cosa fosse mi ha dato tempo per abituarmi all’idea, per sviluppare delle ipotesi plausibili. Si vedeva che era qualcosa di enorme.
Questo tempo mi è stato utile per essere pronta a sapere, ero convinta che lo avresti condiviso con me.
Ed eccomi qua adesso, davanti alla verità, sembra davvero che tu stavolta non voglia trattenere niente e dirmela tutta, la verità.
So che forse fino in fondo non capirai le mie lacrime di gioia, perchè ti sembrerò solo cinica nell’estasiarmi di questo tuo ultimo faticoso regalo, ma senza che tu te ne renda conto mi stai dando la cosa più preziosa che esiste, e mi sento così colma d’amore da non poter rimanere ferma a piangere. Devo onorare il tuo dono prendendone più che posso. E tu devi onorare la tua promessa non trattenendo niente.
Hai ragione, siamo insieme da sempre e tutte e due le nostre vite sono cresciute insieme, anno dopo anno. Io ho sempre saputo che sarei arrivata a vederti tramite i tuoi occhi prima o poi, che prima o poi avresti abbandonato ogni riserva verso di me, io sono tua e tu sei mio. Adesso davvero, Gi.
Sono serena ora, perchè sei davvero dentro di me e so che mi lascerà il tuo corpo, ma tu sarai qui, perchè io ti avrò visto davvero e tu avrai visto me. Se diventi me vivrai finché vivo io.
Capiremo insieme dove andare e cosa fare, ci daremo la mano e ci strattoneremo l’un l’altra per evitare di perderci, io ci sto.
Stamattina quando mi hai salutata prima di uscire mi hai chiesto se avessi letto la lettera, se avevo qualcosa da dire, il mio sorriso silenzioso e sereno deve averti lasciato confuso.
Devi saper leggere anche un sorriso, amore, se vuoi davvero capire come e dove si va, e se non vedi le parole sulle labbra, eccotele qua, scritte dove potrai sempre leggerle.
Niente finirà mai, non c’è neanche niente che debba continuare o finire, tutto avrà il suo corso, vedrai. Tu non interrompi nulla, non puoi scusarti per ciò che semplicemente è. Non puoi scusarti per ciò che non puoi ricordare di aver fatto.
Ti ricordi quando ci siamo conosciuti? Tu avevi circa 20 anni ed io ti vedevo passare a volte dalla finestra. Un giorno eri seduto sulle scalette di fronte a casa mia e piangevi, piangevi senza poterti fermare. Decisi di scendere e di parlare con te, sembravi sul punto di svenire per la sofferenza.
- Che c’è?- ti dissi neanche fossi un’amica di vecchia data.
- Mi ha lasciato, forse non valgo niente, nessuno mi amerà mai. Non posso sopportare di vivere senza la donna che amo e sen....
Ti ho interrotto quasi subito:
- Beh, io vado a casa, non voglio passare il mio tempo con una persona che nessuno ama e che non vale niente- e me ne andai via.
Mi sembra così strano a pensarci oggi. Mi veniva quasi da ridere al pensiero che tu non capissi una cosa così semplice.
Sono passate settimane prima di avere delle nuove su di te. Tre per l’esattezza, poi ho trovato un bigliettino sotto la porta di casa: "Non so bene cosa volessi dire, ma non ho pensato ad altro. Egidio."
Questa è la nostra storia di sempre, il nostro cammino equilibrato e corretto. Questo ho sempre amato in te, la voglia di capire e di imparare, la voglia di vedere e di vedermi senza orgoglio, con la fiducia di chi sa che sarà ripagato, ma non lo fa per esserlo.
Dal momento in cui ho letto quel biglietto ho capito di avere davanti qualcosa di unico e sapevo di non doverlo mai lasciare andare, sentivo il dovere di superare qualsiasi ostacolo purché tu capissi tutto ciò che volevi e dovevi, a prescindere da quanto fosse alta la posta in gioco.
Lo so che hai tanta paura, non è così strano neanche per te e per il tuo percorso, è la naturale via da percorrere quella della paura. Quello che peggiorerebbe davvero la situazione sarebbe il tuo lasciarti prendere da questo pensiero della paura. Non puoi fermarti lì. Sai già dentro di te che passerà, sai già che è una fase e che finirà. Arriverà un giorno in cui ti sentirai sereno, in cui non avrai più paura. Lo sai che è così, ormai sai farlo e allora puoi anche anticipare i tempi ed andare oltre, non credi?Io ti aiuterò in questo se vuoi, ti aiuterò a lasciarti alle spalle ciò che copre la verità.
Per questo ti chiedo ora, rispondendo alla tua richiesta di condividere qua sopra questo nostro importante tratto di vita insieme, lo vuoi davvero? Perchè se così è, non passerò neanche un minuto a piangere o a commiserarti, vivrò in tutto e per tutto questa occasione. Possiamo anche semplicemente vivere ciò che viene lasciandolo andare via, nessuno ci obbliga ad esporci, nessuno obbliga te a non goderti nel modo più semplice questi giorni difficili. Ti chiedo solo di decidere seriamente e con onestà. Sarà già difficile far capire a te stesso che devi andare. So anche che è importante ancora di più per te oggi dimostrarmi il tuo amore, lo stai facendo come mai hai fatto in tanti anni, mi stai dando così tanto che mi sembra di volare... Anche quando mi offri le tue paure. So bene quanto mi ami e tu sai bene quanto io sia indissolubilmente legata a te. Io non ti abbandonerò mai, fino alla fine e anche più in là. Ho delle risposte alle tue domande, a tutte le domande che ti poni. Ho le mie risposte che saranno anche tue, ma non ora. Ora hai bisogno di vivere ancora un po’ questa tua incertezza, ora hai bisogno di affogare nei tuoi sentimenti. Le mie risposte ti costringerebbero ad una scelta troppo radicale e ferma, hai bisogno di chiederti ancora perché e se davvero ne vale la pena.
Lasciati il tuo tempo amore, quello che hai a disposizione usalo tutto e usalo bene.
Buonanotte.
Co
Dio, non avrei mai pensato che mamma e papà si amassero così tanto. E’ incredibile come siano riusciti a cambiare nel corso degli anni, proprio loro, che da quando riesco a ricordarli sono sempre stati così freddi e distaccati l’uno con l’altra. Co, Gi... Sembrano due adolescenti, non mi stupirebbe sapere che Co fosse l’abbreviazione di Coccinella o Coccolina o sciocchezze simili.
Non pensavo che papà avesse saputo così presto della sua malattia... Non me ne aveva mai parlato durante quegli anni. Vero che il nostro rapporto non era dei migliori all’epoca, a vent’anni non ero proprio il massimo dell’espansività, figuriamoci, tutto preso dalle mie lotte di classe, dalla mia voglia giovanile di cambiare il mondo e fare giustizia per tante cose. Oltretutto nonostante il suo passato così simile al mio sotto questo punto di vista, la cosa non ci legava affatto, anzi, quando lui mi dava consigli su come comportarmi io lo prendevo sempre come un modo per mostrarsi migliore di me. Persino le sue lotte dovevano in qualche maniera risultare sempre più importanti delle mie. Però almeno avrebbe potuto accennare al fatto che era malato, o perlomeno avrebbe potuto farlo mamma.... Come ha potuto anche lei tenermi nascosta per più di dieci anni una cosa come questa? Proprio lei che non faceva altro che ripetermi che io ero l’unica cosa buona della sua vita, che avrebbe fatto qualunque cosa per me...
Dio, mamma, non ti ci vedo proprio a dire certe cose, specie a papà poi! Mi chiedo dove hai nascosto questo spirito in tutti gli anni che ti ho conosciuta.
Curioso, non ho neanche mai chiesto loro come si erano incontrati la prima volta, sono sempre stato convinto che li avesse presentati lo zio Paolo, Dio, saperlo in questo modo mi sembra così strano... Mi sembra strano anche rendermi conto di non averli conosciuti affatto, se non avessi trovato queste lettere sotto al loro letto, se qualcuno me le avesse fatte leggere senza dirmene la provenienza, tutto avrei pensato tranne che potessero essere dei miei genitori.
In effetti, però, pensandoci, le due persone che ho conosciuto io potrebbero soltanto essere il risultato delle due persone che leggo qua sopra, sommate alle tante difficoltà della vita.
Forse tutta la pazienza che mamma metteva nell’essere così devota ad un uomo che a me è sempre sembrato l’emblema dell’egoismo, aveva delle radici profonde nel loro passato.
Chissà magari papà se la meritava davvero tutta quella pazienza.
E’ così strano, ancora non riesco a farla mia questa nuova realtà, mi sembra tutto troppo surreale.
Forse dovrei smettere di leggere, in fondo se mentre erano in vita non mi hanno mai reso partecipe di questi loro lati oscuri, evidentemente non volevano che li conoscessi.
Mi viene da sorridere pensando a mamma, lei mi direbbe “dobbiamo rispettare le scelte di tuo padre”, quante volte l’ha ripetuto! Alla fine sembrava quasi un disco rotto, una frase che non aveva più senso. Bisognava sempre rispettare qualcosa che voleva papà, lui ha sempre avuto diritto a tutto, come se in fondo ci stesse facendo un favore a stare ancora con noi.
Non lo so, un po’ mi spaventano queste lettere, ne ho lette solo due e mi accorgo che già stanno tornando a galla i risentimenti di tanti anni, che con estrema fatica avevo chiuso nella bara, insieme a lui.
Voglio essere sereno, non voglio più provare rabbia, chiudo questa scatola e vado a dormire, credo che brucerò queste lettere prima di leggerle o la curiosità la farà da padrona prima o poi.
I miei genitori... Due giovinetti innamorati... Che immagine assurda ...
Da una parte la paura, dall’altra la voglia e la speranza che sia andata così. Sarebbe bello scoprire che la mamma ha sofferto meno di quello che ho sempre pensato, e forse questo spiegherebbe anche la sua voglia di lasciarsi andare alla morte senza lottare, in fondo perdere un uomo così deve essere stata una cosa dura da affrontare, ma sarebbe spaventoso dover accettare di aver sofferto per anni senza che poi ce ne fossero tutti questi motivi. Sarebbe davvero troppo doloroso.
Se mio padre era davvero la persona profonda e innamorata che leggo qua, allora io non ho mai capito nulla...
