Cinicocaina - di Luca Adami
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 08/08/2008 alle ore 22:29:19
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io tengo stretto fra le mani un orso di peluche, si chiama Mino ed è mio amico. con lui attraverso le montagne di neve e scavalco la polvere delle nuvole là in alto; è l’unica cosa che mi salva dai brutti viaggi. sento che le cose non possono andar male finché stiamo assieme. sento che il ghiaccio che porto dentro ogni giorno finalmente si scioglierà e potrà correre al mare, come un bambino d’estate. ora è inverno; io devo creare il mio sole, le mie spiagge, i miei ombrelloni. non m’importa di chi mi aspetta, sarà solo pure al mare. sarò io con Mino.
lui non fuma, io accendo una sigaretta e gli soffio in faccia. sorride felice. il fumo non uccide.
scrollo di dosso quel senso di civiltà che mi è rimasto, sono appena uscito a comprare delle birre ed ora sono al mare. l’appartamento è piccolo, ma l’acqua trasborda dalle pareti e scroscia ovunque: sul letto, sulla scrivania, per terra... il pavimento è inondato di acque limpide, i pesci saltellano qua e là. il ghiacciaio si è finalmente sciolto e scappa via da tutto, trascinato dal nettare giallo del malto fermentato. non vivo, io sto alla grande.
stronco senza pietà il filtro della sigaretta, la appoggio nel liquido amniotico che ho nel bicchiere. nascerà un pacchetto nuovo, forse... non ne ho bisogno, io sto bene. sono autosufficiente ed ho il pieno controllo di me stesso.
Mino mi guarda e non parla, ancora. io non sono un tipo di molte parole, al massimo ne scrivo. quante ne avrò scritte al liceo? i temi che ci propinavano da ampliare... a chi interessa di quei me-nefreghisti stoici? io funziono. loro no. io vivo nella botte di Diogene.
più volte i sociali mi hanno mal visto, riponendo nelle futili idee il mio disprezzo per loro; il tentati-vo di dissuadermi non può funzionare, anch’io ho rotto la ciotola d’acqua. maledizione, se solo non fossi qui! ma altrove! dove io possa giacere indifferente al mondo dei sociali!
purtroppo abbiamo tutti una croce, ancora da prima del Golgota: la mia è il cibo terreno, non mi nu-tro d’aria. ma a tutto c’è rimedio ed io ho scoperto il soffio dell’angelo. grazie a lui non mangio spesso. grazie a lui mi sento vivo. ed ecco che la mia morale riaffiora, grida con me le ragioni. il tempo atmosferico non mi permette d’uscire: è inverno ed io voglio stare nudo. sono al mare, sulla spiaggia, da solo. anzi, con Mino che è il mio unico bisogno.
non ho voglia di sapere quando il cielo crollerà, potrebbe avvenire domani o oggi stesso. che impor-ta? prima o poi succederà, ed i ghiacciai si scioglieranno per tutti. sarà il nuovo diluvio universale, più dell’acqua degli oceani; non ci saranno navi per salvare le anime e saremo sommersi da un’infinità di balle: ci sarà chi darà la colpa al governo, chi al sistema capitalistico, chi rinnegherà la propria fede, chi vedrà Buddha e Cristo giocare a carte. io resterò fermo nel mio angolo di mare. fi-nirò sommerso senza piangere né gridare. ci sono abituato. vengo ricoperto ogni giorno di menzo-gne ben più grandi di una spiritualità mal riposta.
sento che i sensi si stanno acuendo, riesco a percepire la voce di una zanzara nella stanza. essa rac-conta di ciò che ha visto, del sangue che ha bevuto. dannati sporchi parassiti!
l’ansia... l’ansia ritorna a galla. è sopra il livello del mare, sulle acque che mi cingono al ventre del-la madre terra. se la scovo, la uccido. io posso uccidere senza provare rimorso. le vite terrene non sono il mio pane, non mi interessano.
io sono distante dalle facezie della carne, dal piacere dell’edonismo, dall’atarassia, dal caldo amore di un ottimista per il mondo, dal comune senso del pudore. io ho il controllo totale di me stesso, grazie alla bianca neve che mi scorre dentro, nelle vene. io sono di ghiaccio. mi sciolgo solo per raggiungere il mare, poi risalirò i cieli e diverrò gas, e quando ritornerò al monte saprò congelarmi ancora una volta per non farmi toccare. non sento nessuna fatica, è la mia vita normale.
il cuore bussa insistentemente sotto le ossa, vorrebbe uscire e farsi vedere. tranquillo, amico, lo so che batti. sento rintronare nella testa le campane di una chiesa distante, ritorno a pensare al battesi-mo nell’acqua santa... il pianto del bambino che entra nel club dei servi...
stringo l’esile corpo di Mino, lo avvicino a me perché voglio che anche lui senta il mio cuore batte-re. se siamo in due a sentirlo, non posso sbagliare. Mino lo conferma: sono vivo.
stappo una birra fresca e scende la gola del monte insieme ai ghiacci, l’euforia del sogno non tarde-rà ad arrivare. e pensare che in Sudamerica masticano le foglie! dovrei passare per il Sudamerica qualche volta, anche solo per vedere.
l’adrenalina pulsa forte dappertutto, la vedo crescere dalle punte dei piedi fino alla testa. ho le vene che scoppiano. sono perfettamente cosciente del viaggio interrotto della dopamina, il neurone stupi-to si starà domandando che fine ha fatto...
benedetta dinamite, quante volte mi ha salvato dal congetturare! se non fossi qui, ora, probabilmen-te starei a manifestare qualche valore scarno od in carcere a maledire il sistema. meglio così, è me-glio essere indifferente ai bisogni e mantenere l’autosufficienza. è necessario sapersi arrangiare, al giorno d’oggi. io lo so. e lo sapeva anche Antistene.
mi manca viaggiare. potrei scrivere quella storia randagia del pellegrino che esplora le culture, o il volo del gabbiano Johnatan Livingstone tra i grattacieli moderni, o della caduta dell’Impero Roma-no d’Occidente. che data era? 476 d.C., mi pare. che importa? per uno che cade, ce n’è subito un al-tro che prende il posto. la vita è un susseguirsi di sistemi, più o meno concatenati, che funzionano in malo modo finché a qualcuno non scoppia la testa. e decide di finirla.
non ho mai pensato di poter essere io quella persona che farà finire il mondo. ma sarebbe eccitante! io, il factotum degli emarginati; io, un bagnante al mare; io, un ghiacciaio.
bevo la birra, non ho fame, poi mi guardo intorno alla ricerca di qualcosa da fare. potrei suonare la chitarra ma non ho voglia d’alzarmi. intanto la musica viene dal cielo, sono gli angeli a cantarmela dentro le orecchie: in fin dei conti mi basterebbe seguirla. ma Mino si sentirebbe solo, quasi abban-donato. e non posso permetterlo.
lui è la mia debolezza nei confronti del mondo che ho costruito. mattone dopo mattone, il castello si è allargato, si è venuta a formare una corte di amici immaginari. Mino è l’ultimo legame che ho con il mondo esterno, ed io non posso dimenticare la terra su cui ho messo piede meno di trent’anni fa.
vorrei che il mio sangue sprizzasse alle stelle, la pressione dentro me sta salendo, io sono sulla vetta del successo. come John Belushi, che ha lasciato la vita terrena per entrare nel poster che ho in ca-mera. perché io sono il mio miglior successo.
restano le fotografie a guardarmi, quasi a spiarmi dalle pareti per osservare come mi muovo sulla spiaggia. maledetti voyeur! che diavolo hanno da guardare? non bastava il mondo dei sociali ad im-picciarsi degli affari miei? mi sento perseguitato da chi non voglio vedere, da chi non esiste! sono loro i fantasmi! degli sporchi insetti parassiti delle vite altrui, subdoli ciuccia-mammelle senza spina dorsale che non aspettano altro di prendere il mio posto! potete scordarvelo, io resto qui!
le cimici corrono sulle mie gambe, e risalgono! maledette, maledette! andatevene affanculo da un’altra parte!
stringo il fedele Mino al petto, strizzo le palpebre, gli occhi si rovesciano all’indietro fino a vedere il cervello. i succhi che ci sono dentro scivolano da tutte le parti, sembra quasi un fiume in piena, e vedo finalmente il monte da cui sono disceso. è altissimo. so che dovrò ritornare lassù, solo là nes-suno potrà raggiungermi. devo ritornare tra la mia neve bianca.
tentenno con la mano, timoroso di schiacciare qualche cimice, ma devo raggiungere la birra. mi ser-ve un anestetico! mi serve il cocaetilene! ed eccola!
lancio un grido di gioia, afferro la bottiglia fra le mani, Mino tracolla al suolo e odo il suo collo spezzarsi. lui grida. è la prima volta che lo sento parlare di oggi, forse l’ultima. tracanno avidamente l’ultimo sorso di nettare giallo ed aspetto che faccia effetto; poi apro gli occhi.
va tutto bene. le cimici sono scomparse, la zanzara che volava intorno è morta, Mino è là a terra e-sanime. calo un braccio e lo raccolgo, gli occhi vitrei mi guardano ancora spalancati. deve aver vi-sto il volto del demonio. cosa fare? ogni fine del viaggio, lui mi abbandona! maledetto, maledetto orso!
mi alzo in piedi e vado verso il bagnasciuga. l’oceano salverà la vita di Mino, almeno spero. altri-menti dovrò imparare a fare a meno di lui.
immergo il piccolo corpo senza vita nelle acque pulite: qualche pesce gli passa sopra, altri lo osser-vano. mi sembra di sentire un fremito. forse, forse... lo sollevo, avvicino il suo petto all’orecchio. c’è un battito! un piccolo fottuto battito!
sorrido felice ed estraggo dall’armadio un phon; lo asciugo con cautela, cercando di non bruciargli il pelo. è ancora vivo, il viaggio verso il monte può continuare assieme. anche Mino sorride.
infine ci guardiamo negli occhi, è lo sguardo dell’amico ritrovato di Uhlmann. siamo due amici, non ce ne importa nulla del mondo. e stiamo alla grande.
Luca Adami, giovedì 20 dicembre 2007
