Capelli d'oro - di Andrea Festa
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 31/08/2006 alle ore 12:51:54
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Oggi l’ho rivista. Giocherellava con un bimbo che aveva un aquilone attaccato con un filo sottile al braccio destro. Sono a pochi passi da lei, ma sembra che ci sia un oceano di distanza. Tutto attorno c’è la musica della banda del paese a festa, i battenti sfilano ordinati per due file parallele. Hanno i piedi graffiati dall’asfalto, percorso per quattro ore da Monteforte ad Avellino e ritorno. È il pegno che pagano per beneficiare della benevolenza della madonna del Carmine, un segno per dimostrare la loro devozione. L’emozione che provo ad osservare questo spettacolo mistico è cresciuta nel tempo. Le lacrime di gioia dei parenti quando vedono salire i propri cari, vestiti con un saio completamente bianco e avvolti da una striscia rossa di lino, messa a tracolla, con dei fiori in mano da deporre ai piedi della madonna, su per il ripidissimo colle chiamato Portella mi mette i brividi. Ci sono anche alcuni miei parenti con delle smorfie di dolore vero, facce che non chiedono di lenire le proprie fatiche. Qui più si soffre e più ci si avvicina alle grazie della madonna. Anche il prete corre insieme con loro su per la salita.
Dietro la carovana di piedi rigorosamente scalzi di vecchi, bambini, donne e uomini, c’è un’autoambulanza a sirene spente che segue tutto. Due annoiati volontari della Misericordia, seguono col braccio poggiato alla rispettiva portiera col finestrino abbassato lo spettacolo. Da stamattina sono all’interno dell’abitacolo, alla velocità di dieci orari.
Sono arrivati dinanzi la madonna, ci s’inginocchia tutti, e non si osa guardarla in faccia. Il parroco occupa posto e comincia l’omelia. Vedo sfrecciare nel cielo l’aquilone del piccolo, che mi porta dritto a lei. Lei che gioca con lui, gli dice di abbassare l’aquilone, lo impressiona assicurandogli che altrimenti volerà in aria con esso, gli fa l’occhiolino e lo bacia su una guancia, si tira una ciocca di capelli dietro l’orecchio, si accorge che molte donne la guardano, e per un attimo assume un atteggiamento serio. Poi ricomincia a sorridere al piccolo monello, che non ne vuol sapere di stare fermo e zitto.
Guardo incantato le sue azioni, credo d’essere ridicolo. Noto una sua amica che la guarda di sottecchi disapprovando il suo fare. Lei le regala un sorriso, arriccia il naso e abbassa il capo in segno di pentimento esagerato. Ha anche autoironia.
I ragazzi le si avvicinano e fanno gli sbruffoni nonostante ci sia una funzione solenne davanti a loro, le chiedono qualcosa e lei si fa seria seria e li guarda spaventata e stupita, penso Le avranno detto una mascalzonata, miserabili, faccio per avvicinarmi, ma mi ricordo che non l’ho mai salutata in vita mia. Siamo dello stesso paesello, poche anime silenziose che sono buone soltanto a sparlarsi contro, e non ho mai avuto l’occasione di avvicinarmi a lei. Per la verità frequentiamo la stessa chiesa, a volte stiamo in contatto di gomito, ma mi rincitrullisco sempre e non riesco a far altro che guardarla come un demente.
Oggi l’ho vista con occhi diversi, la sua estraneità a tutto ciò che le era intorno, gli sguardi maligni e maliziosi lanciati nella sua maglietta fina e chiara da parte dei ragazzi più audaci, il sole che accecava la vista e mescolava i sensi, le ginocchia screpolate, le invocazioni, i muscoli intorpiditi, i disegni impazziti che faceva l’aquilone nel cielo, gli strilli degli infanti impauriti dalla folla, tutto mi riportava a lei. Lei era sola in mezzo a quella folla, ma non per superbia. Era così e basta. Nemmeno lo sapeva della sua estraneità. I suoi occhi verdi e i suoi capelli d’oro, le sue movenze feline, i suoi zigomi dolci, le braccia esili e le gambe sode, giovani, lasciavano trasparire qualcosa che si leggeva soltanto nel suo sguardo.
Quello sguardo racconta di una ragazza che ama la vita senza cercare i suoi eccessi, senza fronzoli; quello sguardo racconta di una ragazza che ama amare senza le implicazioni erotiche che ciò comporta, lei ama puramente. Chissà quante volte ha sognato di ballare con un principe azzurro tutto suo, qualcuno che non le chiede di più, niente bassezze, solo carezze, carezze, carezze... Come quelle che ora dona alla guancia del piccolo monello, che neanche sa quale privilegio gli è accordato, senza che lo chieda.
Quello sguardo racconta di desiderio di coccole e di dolcezza da scambiare al buio, di favole d’amore indissolubile e crescente, di fantastiche vite immortali, di amicizie inaffondabili. Sento che in quel suo sguardo lei ci crede davvero. Sento che gli infidi che le stanno attorno non la toccano, neanche si accorge che proprio adesso due donne stanno sussurrando qualcosa sul suo conto, ora che sta sorridendo a due ragazzi dei boy-scout.
Quello sguardo racconta di una vita che vuole essere vissuta ogni istante, ecco che si avvicina a delle amiche, e magicamente dà luce anche a loro, come l’arcobaleno che illumina il paesaggio sottostante.
... - La messa è finita, andate in pace.
- Rendiamo grazie a Dio.
Ecco che mi viene incontro con le amiche, la fermo, la chiamo, mi presento, eccomi, sono io... mi sfiora e non mi guarda, tocca una signora e si scusa. Un’altra occasione è andata perduta, ma forse è giusto che sia così. È giusto non sapere mai chi sia veramente, neanche qual è il suo nome, sì perché non so neanche quello. Ed è del mio stesso paesello. Non ho mai voluto informarmi, credo di essermi tappato le orecchie ogni volta che qualcuno da lontano la chiamasse.
Sì, siamo su due pianeti diversi, e sono condannato ad amarla più di me stesso senza dirglielo, tanto a che servirebbe. Sono condannato ad ammirare ogni singolo movimento da lontano, nascosto. E la vedo sorridere alla vita, non poteri mai dirle niente. Anche dirmi di no le costerebbe un pezzetto di felicità, si sentirebbe in colpa ogni volta incontrandomi in giro, abbasserebbe lo sguardo per non umiliarmi con un’occhiata pietosa, odierebbe sé stessa per non contemplare nel suo animo la possibilità di riamare un paralitico. Le farei soltanto del male. Io sono la pianta marcia che non può far morire il fiore rubandogli la luce del sole. Io la luce del sole non potrò mai donargliela, lo so bene. So anche che tutti quei discorsi che mi fanno i miei cari o i miei amici, lasciano il tempo che trovano. Mi dicono Tutti abbiamo un’anima gemella, l’amore è cieco, non essere così duro con te stesso. Ma quando rispondo loro Vorreste che mi fidanzi con le vostre sorelle, dormissi nel loro letto e facessi sgorgare nel sangue di nostro figlio un po’ di quello malato che mi ha inchiodato su questa carrozzina?, loro si guardano in faccia impalliditi, e lo so cosa pensano. Lo penserei anch’io.
La mia, per la verità, è una dolce condanna. Sono obbligato ad immaginare una vita parallela con lei, la vivo nei miei sogni ogni notte, percorro con la mano le sue guance, bacio il suo ventre, le racconto di amori impossibili, le scrivo poesie bellissime, la innamoro ogni giorno, e in quei sogni io sono alto, bello, forte, dolce. Ma poi viene giorno.
Dentro il mio mondo lei è capelli d’oro, tale deve rimanere. È troppo importante che la realtà non cambi l’idea che mi son fatto di lei. E quel giorno che la vedrò mano nella mano con un altro, mi sentirò un amante tradito. Eppure mi sta bene così, gli altri un giorno potranno averla, ma capelli d’oro non potrà rubarmela nessuno, perché è dentro di me, solo in me. E non saprà mai quale profonda miniera di bene ho per lei. Non sarebbe giusto. Questa carrozzina su cui sono inchiodato, la mia croce, non posso affliggergliela, non posso. Soffrirebbe forse più di me, se sapesse quanto amore c’è per lei.
Ho giurato che glielo dirò soltanto quando diventeremo polvere.
