Brucia, foto, brucia - di Giorgio De Marchis
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 25/09/2009 alle ore 08:04:05
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Di regole ferree in Via De Amicis 15, interno nove, ce n’erano molte. Ma la più tassativa, ed insieme incomprensibile, riguardava il pranzo delle domenica. D’inverno o d’estate, che piovesse od il sole fosse alto nel cielo, alle dodici e trenta precise, si mangiavano tagliatelle al ragù per primo, pollo con patate al forno come secondo, e budino alla crema per dessert. Eppure, si sarebbe potuto cucinare altro, cambiare, per una volta.
In altre case il cambiamento era all’ordine del giorno, e la fantasia era apprezzata. Si compravano altri mobili, magari di basso costo, così come accadeva per i vestiti; si compravano nuovi televisori, e non solo perché quelli vecchi erano ormai roba fa buttar via; si cambiavano i colori, che altrimenti restavano cupi, monotoni come il passato.
Ma il passato, in quell’appartamento di due stanze più servizi, con due sole finestre opposte l’una all’altra e separate da un lungo corridoio, stretto in mezzo alle due ali laterali e ricche di luce dello stabile, era una religione, e come tale diveniva sempre presente. Ossessivamente, senza speranza, la religione perpetuava se stessa, al rinnovarsi di ogni giorno.
Con disgusto Sandra allontanò con un movimento brusco il piatto di pasta fumante. La tovaglia si increspò e,per poco, il piatto non urtò la bottiglia di acqua minerale, rigorosamente naturale, che campeggiava al centro del tavolo insieme a quella del vino rosso da pasto, come due novelle torri gemelle da abbattere per la seconda volta.
Suo padre, Giovanni, che era già al secondo gustoso boccone di tagliatelle, impiegò qualche secondo per dedicarle la sua attenzione risentita. Lo fece lentamente, sollevando il capo quasi calvo e rubicondo dalla pietanza fumante; le lenti degli occhiali dalla montatura pesante erano appannate e gli occhi azzurri e lucidi si intravedevano appena.
“ Che hai? ” disse alla figlia “ Già ti gira storta?”
Sandra non rispose. Alzò a sua volta gli occhi molto più in alto del padre, fissando lo sguardo al soffitto di un bianco torbido, con due belle ed evidenti tele di ragno negli angoli di destra, e rimase così, in atteggiamento di sfida, ad aspettare che la provocazione fosse accolta e che si cominciasse a discutere.
“ So cosa non ti va giù.” Intervenne Anna, sua madre. “ Ma te l’ho spiegato che tuo padre non può mangiare altro, per i suoi problemi di fegato.”
Era domenica e davvero non gli garbava di dover sedare risse verbali in famiglia. Tra poco ognuno se ne sarebbe andato per fatti propri, nella rispettive stanze. Tutto stava a superare indenni il periodo del pranzo e poi avrebbe avuto un po’ di libertà anche lei. Se lo meritava, accidenti, con tutto il lavoro che affrontava praticamente da sola, in casa, ogni giorno, con una figlia che se ne fregava di darle una mano ed un marito che quasi ancora lanciava i calzini sporchi sul lampadario. Se ne fosse venuta fuori una lite di quelle pesanti avrebbe potuto scordarsi di godersi tre ore di "fiction" accomodata in divano, in perfetta solitudine con l’amato televisore, per correre dietro all’uno e l’altra che si insultavano. Conosceva l’intera procedura a memoria e sapeva che era lunga, spossante e capace di lasciare strascichi sgradevoli, come una micidiale emicrania che sarebbe durata almeno fino all’agognato momento di mettersi a letto. Ma che diavolo aveva quella benedetta figlia da un po’? Non la si riusciva a prendere in nessuna maniera, accidenti! Eppure, aveva ventitré anni e non era più esattamente un’adolescente.
“ Ma esistono anche gli altri, no?” obiettò Sandra continuando a guardare in aria.
“ Sai che non posso fare due cucine. E' troppo faticoso.”
“ E allora lascia che mi faccia qualcosa per me” la rimbeccò Sandra. “ Hai sessant’anni ed ancora sei gelosa se metto le mani ai fornelli.”
Era vero, dopotutto. Con lei si sarebbe potuto trattare e raggiungere un compromesso su ogni aspetto delle varie faccende domestiche, tranne che sulla scelta dei cibi e sulle modalità che li avrebbero condotti in tavola, per essere degustati. Della strana particolarità non sapeva trovare una ragione. Avrebbe dovuto scrivere una lettera alla psicologa del settimanale che acquistava, sempre, di giovedì, per avere un’idea, un’interpretazione di quella mania di possesso esclusivo.
Ma che, almeno, dopo essersi sciroppata trent’anni di matrimonio grigio, e non essersi fatta mai una vacanza, per vari motivi, e non solo economici, gli si lasciasse un minimo di potere! Era stata sempre lei a dover capire gli altri. Che cominciassero a rispettare un po’ le sue competenze, una volta per tutte.
Rimase in silenzio.
Fu allora che Giovanni, stizzito dalla piega che la cosa andava prendendo, decise di spiegare in campo tutta la sua autorità.
“ Per cominciare, cara ragazzina “ disse a Sandra “ impara a guardare in faccia chi ti sta parlando. Secondo: non mi va che mi si dia la colpa di quello che si mangia. Non ho chiesto io di fare sempre questo, ogni domenica. La consiglia tua madre e mi sta bene. Rispetto le sue scelte perché di lei mi fido. E poi…” si interruppe per respirare a fondo, per un vecchio soffio al cuore rimediato già vent’anni prima “ in casa di mio padre buonanima si mangiava tutti la stessa roba senza obiettare. Non importa chi lo volesse, se ci dovessero essere gnocchi e bistecche o bucatini e filetto. C’era quello si trovava e basta. Niente storie!”
“ Scommetto che si facevano sempre tagliatelle e pollo al forno, anche lì” : osservò Sandra, con tono tagliente di voce.
Anna si ricordò che Giovanni non aveva ancora preso la sua cardioaspirina. Se suo marito si agitava troppo rischiava si sentirsi male davvero.
“ Basta “ impose a Sandra “ se non vuoi mangiare puoi andartene in camera tua. E’ nostro diritto stare in pace almeno di domenica.”
Sandra non rispose. Dal soffitto sprofondò lo sguardo sull’odiato piatto di tagliatelle, poi, velocemente si alzò.
“ Cerca piuttosto di trovarti qualcosa da fare” aggiunse malignamente suo padre mentre lei usciva dal salotto.
Non appena entrò in camera Sandra chiuse la porta a chiave, si sdraiò sul letto e si rimise a fissare il soffitto. Anch’esso bianco, anch’esso con delle tele di ragno.
Perché si comportava in quel modo? Cosa la spingeva la portava a guardare in alto, che si trovasse al chiuso o negli spazi aperti, sotto un tetto od il cielo immenso? Era un’ abitudine che aveva preso da bambina e che, da allora , non l’aveva mai abbandonata. Di certo sapeva che la tentazione di mollare il piano terreno e di rifugiarsi nella contemplazione delle altezze la conquistava nei momenti di difficoltà, quando ci si confrontava con qualcuno o qualcosa di poco piacevole. In casa,ad esempio, come era avvenuto poco prima, e durante i colloqui di lavoro.
Nel secondo caso quello strano atteggiamento, la faceva passare per essere impreparata o, addirittura, per avere qualche notevole problema di natura psicologica. Aveva ragione suo padre, allora, a spiegare così ogni suo insuccesso nella ricerca di un’occupazione? E non erano più i tempi delle scuola, all’istituto tecnico commerciale, dove, i fin dei conti, i professori erano delle anime pie sempre pronte a capire e perdonare pur di non strascinarsi dietro per chissà quanti anni un’alunna mediocre. A scuola le era andata bene, ma, nella vita sarebbe stata soltanto una nullità, se non si fosse svegliata.
La verità era che si sentiva perduta in partenza, prima ancora di cominciare a combattere. A che serviva parlare con i suoi, o raccontare stronzate ai selezionatori di azienda per un posto di banconista in un supermercato?
Come per le regole che vigevano in famiglia, anche per le assunzioni i giochi erano fatti molto prima dei colloqui. Le assunzioni erano decise a tavolino, dettate dai rapporti di forza tra dirigenti e politici locali e dalle capacità di pressione che i vari candidati potevano esercitare.
Lei lo percepiva chiaramente, entrando nei vari uffici, quando si trovava davanti ai suoi concorrenti. Alle sue concorrenti, soprattutto. C’erano le giovani, e le più anziane, magari persone con un curriculum di tutto rispetto, che avevano lavorato già da anni e che erano state buttate fuori dalle solite ristrutturazioni aziendali, compiute per fronteggiare la crisi ed il conseguente calo delle vendite. Le preferite, però, avrebbero dovuto essere loro, le giovani, con nessuna o minima esperienza, perché rientranti nell’area dei contratti di formazione ed a termine, senza figli sulle scatole, poco esperte e maggiormente manovrabili. Ma anche al loro interno vigevano gerarchie e gruppi di privilegio. Il primo era costituito dalle raccomandate. Con loro c’era poco da scherzare. Entravano nella stanza del colloquio con sicurezza, dando il “ buongiorno “ ed il “lei” al momento giusto. Magari potevano essere un po’ esitanti, perché la fregatura della falsa parola data era sempre in agguato, ma si vedevano, si riconoscevano perfettamente. E poi c’erano quelle che di raccomandazioni non ne avevano trovate, ma avevano scelto di vendersi un'altra merce, un prodotto che aveva zero costi di produzione, basandosi su una materia prima innata che abbisognava soltanto di una manutenzione neanche troppo approfondita, solo che si fosse avuta un po’ di fortuna. Andare a letto con commercianti e loro amici era facile come bere un bicchier d’acqua, e vantaggioso. Sulle prime non ci aveva creduto. Aveva detto alle quattro amiche che gli mettevano la pulce nell’orecchio che erano delle pazze maligne. Ci si poteva vendere il corpo per qualcosa di più importante. Per avere una parte in un film, per incidere un cd, o magari, come si sentiva in televisione, per entrare in politica dalla porta buona. Insomma la posta in gioco doveva valere la pena. Ma che ci di desse via per una promessa di assunzione di commesso e di portapacchi magazziniere proprio non riusciva a crederlo. Poi, però, le voci non gli erano sembrate più tanto delle assurdità. Erano venute le prove, i riscontri che non lasciavano più spazio alle illusioni. La sua città, tutte le altre città, il mondo intero era pieno di ragazzine appena svezzate che avrebbero buttato via il loro culetto prezioso per sgobbare a quattrocento euro al mese tra scaffali di barattoli e bottiglie, trattate come animali dai colleghi più anziani. E lei, poi, che di selezioni non ne aveva superate ovviamente nessuna, cosa avrebbe fatto, avendone finalmente l’occasione?
L’idea le faceva schifo. Letteralmente. Immaginava il puzzo di sudore, le mutande sudice di qualche cinquantenne sposato con figli, e che sua moglie, ignara, avrebbe lavato, all'alito pesante ed al respiro affannoso . Le si accapponava la pelle per il ribrezzo. Eppure, al tempo stesso, provava lo stesso schifo nel sedere vicino a suo padre, anche lui grasso, sudato mentre mangiava voracemente, con le lebbra macchiate di sugo. Quattro o cinquecento euro non erano davvero da buttare. Erano una miseria, va bene, ma con quei quattro fottuti soldi avrebbe potuto ritagliarsi uno spazio minimo di indipendenza in quella stessa casa. Comprarsi qualcosa di decente da vestire, una volta tanto, andarsene al cinema senza elemosinare, provare a curarsi la sua calvizie dovuta al funzionamento pazzo della sua tiroide. Quel pezzo di carne collocatole alla base del collo che le emetteva in circolo ormoni senza una regola, obbedendo soltanto al principio che, nel dubbio, era meglio abbondare.
Forse, per quattrocento euro si sarebbe spogliata in un auto, od in qualche sgabuzzino oscuro e polveroso, pieno di scope e detersivi, per dimostrare all’uomo che poteva darle la spinta giusta quanto fossero puttane tutte le donne, specialmente a vent’anni e giù di lì, tutte con il prurito vaginale che non le faceva ragionare. Si sarebbe sottomessa al volere del suo eventuale mentore per gratificare il suo desiderio innato di potere. Lo avrebbe fatto, mascherando il disgusto come meglio gli sarebbe riuscito, pensando magari di fare l’amore con l’angelo bello e biondo del quadruccio che le avevano regalato in parrocchia, dopo aver fatto la prima comunione, e che ancora teneva affisso al muro, proprio sulla testiera del letto. Purtroppo per lei, non si sarebbe donata a nessuno dei due: i dirigenti preferivano le ragazze dal fisico slanciato, con tutte le curve al posto giusto, e gli angeli, le creature celestiali che scendevano di notte dal paradiso per soddisfare e far bruciare di piacere le giovani vergini, non esistevano. La verità era che lei era brutta. E se la parola risultava eccessivamente sbrigativa, poteva correggere la definizione con altri aggettivi ed adeguati avverbi: poco attraente, melensa, sgradevole.
Non si sarebbe nemmeno fatto scrupolo di rimediarsi la cosiddetta “ buona parola” salendo le scale e bussando alle solite porte di uffici del centro. Avrebbe promesso voti, per quanti ne fosse riuscita a racimolare, rompendo le scatole a parenti ed amiche, e di impegnarsi per fondo per qualsiasi partito o corrente del cavolo. Sempre che suo padre, sempre lui, non le avesse detto di non avere le conoscenze giuste, avendo trascorso la sua vita di lavoro a fare il suo dovere e basta, rispettando le leggi, per non aver noie. Il posto, lui, non se l’era trovato con le amicizie; aveva studiato duro e basta. Se non avesse vinto il concorso al comune, avrebbe continuato fare il contadino, con suo nonno. Tutto lì. Erano gente onesta, che non poteva soffrire gli intrallazzi. Ed avevano comprato casa risparmiando, senza concedersi il minimo sfizio, e comprando qualsiasi cosa quando veramente ce n’era stato bisogno. Non avevano mai chiesto niente a nessuno e ne erano fieri. Potevano camminare a testa alta non avendo mai leccato i piedi di nessuno. Se tutto questo era vero, allora i suoi, ed i loro genitori erano dei marziani. Lei preferiva credere che non fosse vero, e che il rifiuto di accompagnarla da qualche alto dignitario locale fosse dovuto soltanto a pigrizia ed a mancanza di comprensione per la sua situazione. Pensava che per loro fosse meglio rispondere che non c’erano soldi per comprarsi il posto e persone da omaggiare e pregare, piuttosto che ammettere di non voler intraprendere il tran tran delle visite, delle strette di mano, di dire “ bravo” ad imbroglioni che speculavano sulle necessità e le speranza di morti di fame.
Per lei non c’erano porte da aprire. Il futuro non esisteva. O meglio, visto come si mettevano le cose, non le rimaneva che la prospettiva di assistere i suoi nella vecchiaia. Cucinare finalmente, lavarli, cambiare le lenzuola del loro letto maleodorante; gestire le loro pensioni quando no sarebbero più stato in grado di andarsele a riscuotere nell’ufficio postale. Avrebbe avuto almeno quaranta anni, per allora.
Fuori il sole era stato coperto da qualche nuvola. Le previsioni davano pioggia nel pomeriggio. Se fosse venuto giù un temporale l’alternativa era di mettersi sotto il portico laterale dei mercati e farsi qualche spinello con un po’ di grappa e Martini, insieme al gruppo. Alcuni, abbastanza sbronzi, si sarebbero messi a pomiciare; lei e le altre, le sfortunate, invece, avrebbe parlato di attori e di cantanti.
Intanto, però, per colpa del cielo coperto che impediva al sole di scagliare raggi luminosi attraverso la finestra, il soffitto diveniva scuro, e le crepe dell’intonaco sembravano allargarsi. Lo spettacolo del bianco terso finiva. Meglio destinare l’attenzione verso altro. Già, che cosa?
Le venne in mente, apparentemente per caso. Forse, probabilmente, per il pensiero che aveva rivolto di sfuggita ai suoi amici, quella matta di Sonia. Era maniaca degli oroscopi e dei tarocchi, ed era brutta a sua volta. Aveva sempre pensato che la fissa di voler predire il futuro non fosse che un espediente un po’ strambo per attaccare bottone con qualche ragazzo. Gli arcani maggiori e minori, gli amanti, l’appeso ed altre immagini misteriose ed un po’ romantiche. Non poteva mai darsi che ci scappasse qualche confessione intima, Da lì in poi, secondo la tradizione delle leggende metropolitane più accreditate, il passo era breve per lasciarsi andare ad un bacio e far volare la mano in luoghi proibiti. Se lei, Sonia, affermava invece che non le interessava nulla di certi mezzucci, che la lettura delle carte e l’arte della divinazione erano cose serie, con tanto di cultura millenaria spalle, si metteva a ridere, anche se non lo faceva apertamente. Rideva dentro di sé, divertita, mostrandole una faccia con espressione soltanto vagamente scettica. Non voleva urtarla. Si volevano bene o almeno ne erano convinte, E poi, un tipo come Sonia le era utile per confrontarsi: si vedeva superiore nella sua disperata concezione realistica, spietata, della situazione. Era incredibile a come potesse appiccicarsi una ragazzina grassoccia e con l’acne giovanile che non le spariva dal volto, pur di mascherare il suo disperato bisogno di sesso. E di amore, naturalmente, quello vero e puro che sognavano tutte, anche se non lo avrebbero mai confessato, pena non vedersi più intorno un ragazzo per i prossimi dieci anni.
Però, in quel pomeriggio con l’aria che da fredda diveniva tiepida ed umida, con le nuvole che si mangiavano il sole, qualcosa le suggeriva di cambiare opinione sulla sua amica sempre vestita di nero, e con due pentacoli tatuati sul dorso della mani, appena sopra le falangi. Vi credeva davvero. Si era fatta una sua religione personale, infilandoci dentro le cose che più le piacevano e la affascinavano. Un miscuglio di cose da tenersi ben strette e da non regalare agli altri, a meno che non se lo meritassero davvero. Forse quell’insieme di stupidaggini tenebrose la aiutavano a vivere, a darsi un po’di importanza, a non farla sentire una nullità come tante altre. Una marea di stronzate che però davano forza, e ti facevano sentire, appunto, un po’ esclusiva. Era come andare al supermercato dove non sarebbe mai riuscita a lavorare – l’uno o l’altro non faceva differenza – e prendere quello che ti serve. L’esatto contrario della chiesa e delle prediche idiote di Don Aldo, il suo parroco. Le aveva fatto un “didietro” così ai tempi del catechismo, per la comunione ed il regalo dell’angelo, con una serie di proibizioni e raccomandazioni che non finivano più. Pregare tante volte al giorno, con le stese frasi che facevano addormentare, e tentare disperatamente di riflettere sui percorsi che il cristiano vero deve intraprendere e mai abbandonare. Riflettere sul valore del piacere e del dolore: non masturbarsi, non desiderare l’uomo di altre; ricordarsi che la sofferenza poteva essere un dono fatto a Dio. Ma chi aveva voglia di soffrire per regalare qualcosa ad altri, fosse anche il Padreterno?
Che significato avevano quelle storie?
Iniziava a capire Sonia , e le sue stranezze. Una sera, mentre si trovavano sempre al solito posto, le aveva rivelato che c’era un modo per colpire chi le voleva male. E non solo, quella pratica magica poteva cambiare il futuro. L’importante era distruggere il passato, il luogo del tempo in cui erano stati gettati i semi del presente. Ovviamente, la metafora poteva essere interpretata secondo l’esperienza personale. Infatti,a giudicare dal “suo” presente più che di semi sarebbe stato giusto parlare di erbaccia, di gramigna, per essere maggiormente precisi, come nella famosa parabola di Gesù, ricordata spesso anche da don Mario.
Comunque, alla fine, che fossero chiacchiere o no, il gioco gli sembrava divertente. Tornare indietro nel tempo e cancellare i brutti momenti, le illusioni che i maligni, ce n’erano stati sempre intorno a lei, le avevano ficcato in testa per prenderla in giro, crudelmente, ed i fatti che l’avevano condizionata fino a farla diventare la persona che era, la “ cosa “ in cui si era trasformata.
Però servivano le foto. Non era un problema, ne aveva diverse, nascoste sul fondo dell’armadio per gli abiti invernali, proprio nella sua stanza. Le aveva rubacchiate nel corso degli anni a sua madre, colei alla quale le consegnavano tutti coloro che erano legati in qualche modo alla famiglia: zii, cugini e via di seguito. Lei era la curatrice delle testimonianze; la persona cui il marito aveva delegato il compito solenne di conservare gli attimi immortalati del passato per evitare che finissero nel nulla. Sua madre aveva anche una raccolta di lettere che forse sarebbe stata anche più interessante, ma leggere era una barba assoluta. Le foto, invece, erano più immediate, e raccontavano sensazioni più segrete, che ci si guarda bene dall’esprimere in una lettera: la scrittura è ipocrita; arriva sempre dopo averci pensato non una, ma mille volte...
Le foto rubate erano una decina, e se ne stavano collocate al riparo di maglioni di lana pesante, ancora inadatti all’autunno dalla temperatura mite.
Sandra si alzò, raggiunse l’armadio, ne aprì l’anta di sinistra, ed infilò la mano sotto una delle maglie, toccando il foglio di carta che separava gli indumenti dal fondo di legno castagno. La busta era lì. La prese e tornò sedersi sul letto; ne estrasse una decina di foto; le dispose a raggiera tra bacino e ginocchia, facendo attenzione che non scivolassero sul pavimento. Nonostante la loro esiguità, le foto erano state pescate con criterio: c’erano sua madre e suo padre, da soli ed insieme, e c’era lei, ovviamente con loro. La più recente risaliva a qualche anno prima, i tempi delle superiori: una gita domenicale in un parco nazionale: due adulti annoiati ed un’adolescente già troppo su di peso che sorridevano con una cascata in sottofondo. Successivamente, durante il viaggio di ritorno a casa, i suoi si erano presi di brutto per il costo dell’iniziativa. Certi sprechi erano un’assurdità con il mutuo della casa ancora da finire di pagare, ed i libri per la scuola che rincaravano di anno in anno. Quella sera, la ragazzina seduta sul sedile posteriore dell’auto, muta e con gli occhi sbarrati dallo sgomento, aveva realizzato che il sogno di provare una qualche felicità con i suoi genitori era svanito definitivamente. Da allora in avanti sarebbe stato meglio continuare a tacere; guardare oltre le loro nauseanti facce vuote di sensazioni, verso il cielo o comunque tutto ciò che si innalzasse di qualche buon metro dal livello deprimente del terreno.
Si chiese chi odiasse o, meglio, poiché la parola le sembrava nonostante tutto un po’ forte, chi dei suoi le riuscisse più difficile sopportare. La risposta era talmente scontata che neanche perse tempo a pensarci. Afferrò istintivamente una foto di suo padre: un ragazzo sulla ventina, in uniforme, nemmeno fidanzato a quel tempo, con il suo volto già grassoccio, rubicondo ed insignificante.
E se una qualche entità demoniaca le si era posta vicino, incuriosita ed interessata dal gioco che stava per iniziare, doveva ben sapere che i motivi di tanto astio non stavano soltanto nel fatto che suo padre era un gran rompiscatole, un incontentabile maniaco delle precisione e dell’ordine , burbero e sempre attento che non le uscisse dalla bocca qualche espressione poco educata. No davvero, caro ospite perverso che le aveva fatto l’onore insperato di una visita! Bastava vederlo lì ed in un'altra delle foto: rotondo, con il bacino troppo largo e la tendenza ad ingrassare micidiale ed inarrestabile. Laido, antiestetico, goffo nel camminare. Uno spettacolo penoso vederlo arrancare in bicicletta, su un pendio della città vecchia in un’immagine di qualche tempo dopo, quando era stato assunto in comune. Che cosa ci aveva trovato sua madre di particolare in uno come lui costituiva un autentico mistero. Al contrario, lei era bella, con i lineamenti leggeri del viso, ed un fisico che parecchie attricette dell’epoca avrebbero inviato, sodo e slanciato. La prova della diversità tra i due risiedeva nella foto che la ritraeva a passeggio, in una giornata di sole, nel viale del lungomare. Ma la bellezza è debole e le leggi della trasmissione ereditaria dei caratteri capricciosa: di sua madre, che aveva fatto girare la testa ed inturgidire il batocchio di parecchi maschi, a lei, legittima figlia, non era andato nulla. Si era dovuta accontentare di essere bassa, sgraziata e stempiata come suo padre, una specie di palla che a stento le diete estenuanti riuscivano a limitare l’estendersi pericoloso della circonferenza. E poco importava che sua madre, in gioventù bellissima, si fosse ridotta ad essere ormai una baldracca senza alcuna cura di se stessa, pigra, con il gusto delle tinture per capelli color giallo paglierino da far ridere. Loro, le donne della famiglia, erano accomunate dal destino di aver vissuto una vita o buona parte di essa sotto le grinfie di un’ameba adiposa e ripugnante. Così, c’era anche bisogno di chiedersi chi bruciare per primo, depurando con la fiamma purificatrice il segno di un esistenza infima, indegna di affannarsi tanto nel prolungarsi nel tempo?
Con decisione, accese un fiammifero e lo portò a contatto con la foto di suo padre militare. Dall’angolo inferiore di sinistra la fiamma si estese al collo, poi, lentamente, quasi volesse assaporare al massimo grado il piacere della sua avanzata, attaccò il resto del volto: prima la bocca e gli occhi. Per l’azione del forte calore la carta si accartocciava su se stessa e l’espressione del viso diveniva strana, sofferente. Era grottesca. La rivelazione di quanto suo padre, dentro si sé, nell’anima, fosse ancora più sgradevole . Sandra sostenne la foto che ardeva, stringendone un angolo tra il pollice e l’indice della mano sinistra, fin quasi a bruciarsi i polpastrelli delle dita. Finalmente la lasciò andare, ridotta ad un pezzo di cenere maleodorante, abbandonandone la presa in modo che cadesse sul pavimento.
Aveva la sensazione che dovesse compiere quel gesto da molto. Poteva proseguire e togliersi qualche ulteriore soddisfazione. E l’avrebbe fatto, ma non subito. Le era venuto sonno, quel desiderio di dormire che arriva alla fine di un’impresa rimandata per troppo tempo. Si distese e si addormentò quasi subito.
Il premio le giunse in sogno. Il soffitto, tornato improvvisamente fulgido, si liquefaceva, dissolvendosi. Il sole inondava la stanza ed un angelo calava su di lei, avvolgendola in una spirale luminosa di piacere. Nel frattempo il demonio che li si era acquattato vicino, mentre eseguiva la sua opera di giustizia, resosi finalmente visibile, se la rideva.
N.d.A.: I personaggi e gli eventi narrati sono frutto di pura fantasia. Pertanto, ogni riferimento a persone esistenti e ad avvenimenti reali deve considerarsi casuale.
