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BLIND parte seconda profumo di caff่ - di Martina Errante

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 29/05/2007 alle ore 14:09:06

 

L'autore si assume la responsabilitเ di quanto pubblicato.

 

CAPITOLO 1

Un venticello leggerissimo s’intrufolò nella stanza dalla finestra socchiusa, piroettò fra le scatole della pizza vuote e i bicchieri di cristallo con le loro ultime gocce di prosecco. Che bizzarro accoppiamento, pizza ai peperoni e spumante. Per non parlare del sottofondo musicale, quel lugubre lamento dell’epic metal, atmosfera da setta satanica, tipo Eyes Wide Shut, ma senza molte donne, una solo una, lei, la sola. Ancora non riusciva a crederci, ancora non comprendeva a pieno ciò che gli stava accadendo. Eppure erano passati mesi. Quasi tre mesi di melodie stridenti, di fatalità, lui si sentiva stregato e si svegliava ogni mattina nello stesso posto, con lo stesso torpore e la stessa convinzione che se ne sarebbe andato al più presto, non appena lei si sarebbe svegliata. Lei. Rimaneva incantato a fissarla, quella pelle bianca, così candida, la notte non gli sembrava tanto fragile. Ma la mattina, quando il venticello sussurrava attraverso i suoi capelli e i primi raggi del sole le accarezzavano le ciglia, improvvisamente si sentiva colpevole, non solo per esserle stato vicino, troppo vicino, con il rischio di rovinarla, ma anche perché sentiva qualcosa crescere dentro di sé, qualcosa che non poteva accettare, un vortice di emozioni che voleva scacciare, senza esserne veramente capace. Come sempre, anche quella mattina. Rimase incantato mentre il vento l’accarezzava, stupito per come tanta bellezza fosse stata sua durante la notte e poi quando gli occhi non poterono più reggere alla perfezione di quel corpo addormentato fra le onde delle lenzuola si alzò di scatto, si versò le ultime dita di spumante nel bicchiere di cristallo e le mandò giù cercando di non guardarla. Ma era una calamita irresistibile. Se si allontanava troppo da lei sentiva il bisogno, le necessità obbligata di riavvicinarsi, di affondare il naso fra le sue braccia e respirare quel profumo meraviglioso di sale e di vaniglia che aveva addosso.
Proprio in quel momento, lei sbattè le palpebre e sorrise. Un aborto di sorriso. Lei sorrideva poco e i suoi sorrisi erano molto più simili a delle smorfie. Non erano sorrisi felici. Rimase sdraiata a guardarlo. In piedi, quasi nudo, appoggiato al tavolo con la mano destra e la sinistra che ancora reggeva il calice vuoto. Laura scosse la testa.
- Ogni mattina la stessa storia, non è vero? – domandò, saccente.
Lui distolse lo sguardo. Impossibile fissare quegli occhi troppo a lungo.
- Torna da me, allora. Non vorrai lasciarmi attendere troppo. – continuò.
Lui sospirò, cercando di resistere alla tentazione. Lei scostò un po’ le lenzuola e lasciò ciondolare una caviglia bianchissima.
- Torna da me...non c’è altra scelta...
Laura aveva ragione. Wolfgang sospirò di nuovo, poi poggiò il bicchiere e tornò a respirare la sua pelle di vaniglia, affondando nei ricordi.

CAPITOLO 2

Giovedì mattina, a Kansas City, faceva molto caldo. Wolfgang non si trattenne neanche un minuto ad ammirare il paesaggio, a respirare l’aria della libertà. No, era tutto troppo squallido, scontato. E poi non era la prima volta che usciva da Kansas City. La prima volta non si scorda mai. Aveva da poco compiuto diciotto anni e il giudice con quella faccia da spaccone aveva provato un certo piacere sadico nel ricordargli che non gli spettava più il minorile. Già, certe espressioni non si dimenticano mica.
Salì subito sul taxi che gli avevano chiamato. L’autista sembrava teso. Wolfgang sorrise.
- Non preoccuparti amico, sono uno spacciatore. Non ho ammazzato nessuno per il momento.
L’autista s’irrigidì ancora di più senza rispondere. Wolfgang rise di nuovo e gli chiese di portarlo all’aeroporto. Il taxi partì sgommando.
Wolfgang appoggiò la testa al finestrino e chiuse gli occhi. Ancora non riusciva a crederci. Era fuori. Era fuori perché una semi sconosciuta aveva corrotto l’incorruttibile dei giudici e solo perché lui le parlasse del fratello. Cose da pazzi. Doveva tenerci molto a quel ragazzo o forse c’era qualcos’altro sotto perché per Wolfgang era davvero difficile credere che avesse fatto tutto questo solo per curiosità. O peggio ancora per affetto. Lui credeva poco nell’affetto.
Dapprima aveva pensato di lasciarla perdere. Una volta fuori poteva tornare in Colorado per riagganciare le vecchie amicizie, riaprirsi il giro e dimenticare quella svitata e le sue richieste. Ma poi aveva riflettuto un po’ di più. Non sarebbe stato un problema prendere un caffè con quella tipa e raccontarle quattro avventure. E soprattutto una che guida tutta la notte fino a Kansas City e corrompe Mr Sullivan è per forza una in gamba. Una utile, insomma. Chissà, forse finalmente una che possa sostituire Rachel. Già, ma forse sarebbe stato meglio non parlarle di Rachel, di quella strana storia con Simael. Lui ricordava bene cos’era successo, sì che se lo ricordava. Ma quella svitata avrebbe potuto reagire in modo strano se avesse saputo tutto. Wolfgang non voleva sottovalutarla. Doveva calcolare bene le parole, i gesti, farsela amica, poteva convenirgli. Doveva mantenere compostezza e glacialità. Non conosceva ancora il potere di Laura.

CAPITOLO 3

Durante quella settimana Laura aveva rimesso a posto la casa, l’aveva pulita tutta, da cima a fondo, lasciando perdere solo lo stanzino di Simael. Aveva persino consegnato una paio di racconti al giornale locale, come faceva ogni tanto, l’avevano pagata e gliene avevano chiesti degli altri.
Non aveva cercato Drew. Neanche una volta. Era passata per caso davanti la libreria dove lavorava e aveva visto che al bancone c’era un altro ragazzo, mai visto prima. Non aveva intenzione di seguirlo chissà dove. Drew non capiva quanto fosse importante sapere la verità e se davvero avesse tenuto a Simael come pretendeva anche lui avrebbe aiutato Laura. Le sarebbe rimasto accanto invece di sparire nel nulla. Laura sapeva di avere ragione e l’orgoglio le impediva di vedere oltre. Che importa. Ora c’è Wolfgang. Lui mi dirà tutto. E se lo frequentava Simael non capisco perché non potrei uscirci anch’io. A me non fa paura nessuno, perché non m’importa di nessuno tranne che di me stessa. La me stessa di dentro, Royce, quella di fuori può anche andare a farsi sparare. Solo corpo, niente spirito, niente passione. Un involucro protettivo, così mi ha detto Simael.
Giovedì pomeriggio, verso le cinque, un taxi accostò davanti la villa di Carson Road. L’autista, stavolta, non conoscendo i precedenti del suo cliente eseguiva il suo compito laconicamente, chiese i soldi con lo stesso tono mellifluo e si allontanò apatico, lasciando un giovane biondo davanti il cancello di ferro battuto.
Wolfgang non sapeva che Simael abitasse proprio in quella casa. L’aveva vista molte volte. Da bambino quando era arrivato a Denver per la prima volta con sua madre l’autobus aveva indugiato in quella via per fare scendere della gente e lui aveva chiesto se quella era la loro casa. Sua madre gli aveva accarezzato la testa, con quel sorriso malinconico che non avrebbe mai dimenticato e gli promise che un giorno quella casa sarebbe stata davvero loro.
- Vedrai, figlio mio, vedrai...
Ma lui non aveva visto niente, se non lo scantinato buio dove aveva passato la sua adolescenza. Quel maledetto scantinato in Terminal River.
E ora nella casa della sua infanzia si accingeva ad entrarci da ospite. Come se in qualche modo sua madre avesse mantenuto la promessa.
Laura era rimasta a guardare la scena dalla finestra della cucina, mentre preparava il caffè. Come se avesse invitato a merenda un vecchio amico d’infanzia e non un ex detenuto che mezza città riteneva pericoloso. Eppure non si sentiva agitata. Anzi, era molto serena. Riempì la macchinetta mentre lo vedeva scendere dal taxi e restare impalato davanti la facciata principale della villa.
-Vedi, è solo un bambino. – si disse – S’imbambola appena vede le cose da ricchi.
Andò ad aprire la porta e tornò in cucina a versare il caffè. Sentì distintamente i passi di Wolfgang sul pavimento del corridoio.
- Non ricordavo che Simael vivesse in questa casa. – disse, entrando in cucina.
- Dubito che tu l’abbia mai saputo. – rispose Laura.
Wolfgang la fissò incuriosito. Laura ricambiò lo sguardo.
- So che non eravate amici.
Lo sguardo di Wolfgang divenne interrogativo, oltre che saccente.
- Se sai che non eravamo amici perché vuoi che ti parli di lui?
- L’amicizia non conta con quello che voglio sapere.
Era stata una risposta secca, durissima. Wolfgang non domandò altro.
- Siediti. Ti ho preparato il caffè.
Wolfgang obbedì. Si sentì improvvisamente un cagnolino davanti al suo padrone. Prese la tazza con entrambe le mani. Si chiese come mai una persona tanto fredda si era curata di preparargli il caffè. Lo assaggiò. Era buono, caldo. Familiare.
Laura restò in piedi, con la schiena appoggiata al frigorifero. Non era a disagio. Ebbe quasi l’impressione di ospitare in casa un vecchio amico.
“Bè, in un certo senso...” – pensò. In fondo lui e Simael erano amici. O no? Drew diceva di no e lei si era fatta forte di quel parere. E poi Wolfgang non aveva smentito.
Si soffermò a guardarlo per qualche secondo. Indossava un paio di jeans scuri, sformati, un po’ troppo larghi per le sue gambe. La maglietta invece era stretta, aderente sulle spalle e sulle braccia. I riccioli biondi gli spiovevano selvaggi sul collo, tra le orecchie, sulla fronte. Una fronte limpida. Una pelle pulita e pallida. Niente occhiaie, nessuna traccia di barba. Due archetti sottili e appuntiti sopra le palpebre. E le labbra, rosse come sangue, scarne e taglienti appoggiate alla tazza del caffè.
Diamine. Era proprio bello, Wolfgang.
Laura si andò a sedere di fronte a lui e si concentrò sulla sua tazza di caffè. Wolfgang aveva terminato di bere e sedeva a braccia conserte, immobile.
- Come hai fatto a corrompere Sullivan? – domandò d’un tratto.
Royce sorrise compiaciuta. Bella domanda. No, non gli avrebbe detto la verità, non voleva fargli sapere che il giudice Sullivan era il padre di Donnell. Le era bastata una telefonata per ottenere il rilascio. E non aveva pagato nemmeno un centesimo di cauzione.
- Trucchi femminili. – rispose, lasciando appositamente un tono vago che voleva intendere la sua scarsa disponibilità a dire altro. – Qui le domande devo farle io se non sbaglio.
Wolfgang l’aveva fissata con attenzione. A Kansas City non si era accorto di quanto fosse attraente quella ragazzina.
- Come hai conosciuto Simael?
Eccola. La domanda impossibile, l’unica a cui si era ripromesso di non rispondere per nulla al mondo da un lato per evitare l’umiliazione, dall’altro forse per non essere costretto a parlare di Rachel. Laura continuava a fissarlo. Wolfgang sapeva che lei lo stava guardando, sentiva come sangue sgorgare dai punti del suo corpo su cui si posava quell’ardente sguardo glaciale. Doveva mentire per forza. Almeno a quella domanda. Si era preparato una risposta alternativa.
- Ci vedevamo a scuola di tanto in tanto. La prima volta che ci siamo parlati è stato in un negozio di musica.
Certo. Musica, c’era da scommetterci. Laura doveva saperlo. In fondo l’affare che Simael e Wolfgang avevano in comune riguardava proprio la musica, perlomeno in apparenza e perlomeno stando a quanto aveva saputo da Simael. Quindi era normale che dovevano essersi conosciuti per la musica.
In realtà non si trattava di una vera e propria bugia, si disse Wolfgang. Avevano parlato di musica fin dal primo istante, ma di certo non si trovavano in un negozio di cd.
- Tu piacevi a Simael?
Wolfgang alzò le spalle.
- Chi lo sa. Lui a me è sempre piaciuto.
- Perché?
- Era un tipo in gamba.
- Che intendi per “un tipo in gamba”?
Wolfgang non rispose. Quelle domande assillanti lo stavano innervosendo.
- Che intendi per “un tipo in gamba”? – ripetè Laura.
- Senti, ragazzina, tuo fratello era un bravo ragazzo e devo anche dirti che mi è dispiaciuto quando è morto. Non sono venuto al funerale solo perché ero dentro. Io non lo frequentavo costantemente, ci si vedeva ogni tanto, per la musica e non credo che i miei ricordi possano esserti utili per...
Già, diamine, per fare cosa?
- Io ho bisogno di sapere tutto quello che ricordi di lui! E’ indispensabile, non capisci?
Laura aveva alzato il tono di voce. Respirava affannosamente, pericolosamente. Si girò verso la credenza, dove teneva le pillole di scorta, girando le spalle a Wolfgang. Non voleva una crisi, non adesso. Aveva bisogno di mantenere la sua lucidità.
Quando si voltò di nuovo, Wolfgang non si era scomposto. Sorseggiava il suo caffè dalla tazza ostentando una fastidiosa sicurezza.
“Non deve essere lui a condurre il gioco.” – pensò Royce.
- Io e te ci siamo già conosciuti, ricordi? – chiese a Wolfgang.
Lui si limitò a inarcare un sopracciglio. In verità non ricordava nemmeno che Simael avesse una sorella più piccola. Sapeva della grande, la vedeva in giro a scuola, ma della piccola non si ricordava neppure.
- E’ successo quando tu e Simael frequentavate l’ultimo anno di liceo. Esattamente sei mesi prima che lui morisse.
Wolfgang fece di nuovo spallucce.
- Simael voleva che io cantassi. E mi ha portata in Terminal River.
L’espressione di Wolfgang si corrugò. Non gli piaceva parlare di Terminal River.
- Ho un brutto ricordo di quel posto. Ho capito che c’era qualcosa di ambiguo, non mi piaceva stare lì. Sono scappata via appena ho sentito che volevi guardarmi da vicino.
- Sei scappata da me?
- Sì, l’ho fatto. E Simael mi ha inseguita.
- Sei scappata da me e poi sei venuta a cercarmi fino a Kansas City?
Bè, sì, l’aveva fatto. Contro qualsiasi logica razionale e soprattutto contro l’opinione di Drew che in quegli anni era stata la più influente nella sua vita.
- Ho bisogno di sapere quante più cose possibile.
- Perché? Era tuo fratello!
- Lo so. Ma non ho sono riuscita a capire per quale ragione non l’ho mai conosciuto. Parlavamo di nascosto, ci vedevamo di nascosto, come un amore clandestino. C’era qualcosa, qualcosa che non so dire, un sensazione più che altro, come se...non vorrei esagerare, ma come se...
- Come se stesse nascondendo qualcosa?
Laura si morse le labbra e annuì col capo.
- Tu sai di cosa sto parlando?
- No, ragazzina. Non facevo parte di un misterioso progetto in combutta con tuo fratello. Non so cosa fosse il suo...bè, chiamalo segreto, se vuoi.
- E allora perché mi hai detto tu stesso....che Simael nascondeva qualcosa?
- Non ti ho detto che avevamo qualcosa in comune. E’ solo che anch’io ho sempre avuto la stessa impressione.
- Portami in Terminal River.
- Che cosa?
- Portami in quel posto. Ho bisogno di vederlo.
- Levatelo dalla testa.
- Tu e Simael vi incontravate lì. Simael era fissato con la musica e voi facevate musica, ho bisogno di andare lì.
- Ti ho detto che è fuori discussione.
- Devo ripercorrere i suoi passi, riscrivere la sua vita, istante per istante, devo farlo per forza, non posso saltare un passo, io devo guarire...
- Guarire da cosa?
Laura si zittì. Alzò gli occhi da terra e fissò Wolfgang. Un lungo sguardo gelato, iridi oceanine affogate come barche nelle loro stesse onde, rivoli di lacrime dense, quasi batuffoli di cotone, tanto molli, tanto bianche.
Laura si mosse verso l’armadietto a muro, prese una manciata di scatole di Zotrix e le riversò sul tavolo. Wolfgang restò immobile a fissare le pillole, tentando di dimenticare quel mellifluo sguardo bagnato che attraversandogli le vene, era entrato in circolo nel suo sangue e adesso gli pervadeva ogni terminazione nervosa del suo corpo, scuotendolo fino alla punta dei piedi. Quella ragazza era malata, ma malata di cosa? Quello sguardo...prendeva antidepressivi, no non erano solo antidepressivi....dannazione a quello sguardo...si stava mettendo dietro a una nevrastenica, un’altra nevrastenica nella sua vita non era possibile....erano una persecuzione quegli occhi...non voleva tornare in Terminal River, aveva giurato che non ci avrebbe messo più piede...quello sguardo...non voleva stare dietro a una pazza, ora era fuori e poteva fare quello che gli pareva, perché sprecare le sue giornate dietro le follie di una schizzata? Maledizione a quello sguardo, era una ferita dell’anima...hai mai sentito sangue sgorgare dallo spirito? Dannazione.


CAPITOLO 4

Mary Rose Danielson girò la chiave e diede una botta alla porta con la spalla. Era un vecchio chiavistello, una vecchia serratura e una vecchia casa. Un seminterrato per l’esattezza. Niente a che vedere con la meravigliosa villa di Carson Road che aveva colpito la fantasia del piccolo Wolfgang. La stanza era molto buia ed emanava uno sgradevole odore di vecchio, di marcio.
- Stiamo proprio sotto un vecchio acquedotto, è questa la puzza. – spiegò in poche parole la donna.
Wolfgang era rimasto in piedi sul penultimo gradino, avvolto dall’ombra e nel nauseabondo olezzo. Non riusciva nemmeno a vedersi bene i piedi e non sapeva su cosa li avrebbe poggiati se fosse giunto alla fine delle scale. Così rimase fermo, in attesa di indicazioni. Mary Rose, però era letteralmente scomparsa nelle profondità del buio e Wolfgang non riusciva a distinguere la sua sagoma. Si sentiva indistintamente il suono della sua voce, come se stesse cercando qualcosa...
- Eccola! Finalmente!
D’improvviso la stanza si riempì di un debole chiarore che diede corpo a tutte le forme. Non era una luce sfavillante, ma nel suo pallore era perlomeno riuscita a fendere l’oscurità cavernosa.
Era una piccola stanza con un grosso divano grigio che occupava quasi metà dell’area. Su una parete laterale era montata una scaffalatura di ferro piena di vestiti buttati alla meno peggio. Su uno scaffale noto un forno elettrico, su un altro alcune confezioni di tonno in scatola. L’altra parete era occupata da un frigorifero alto poco più di lui, con un lungo specchio incollato all’esterno dello sportello.
- I fornelli sono nel bagno, se ti vuoi cucinare qualcosa. – disse Mary Rose, quasi come se avesse letto nel pensiero di Wolfgang. Il bagno era separato dalla stanza da una pesante tenda rossa . Wolfgang procedeva a piccoli passi, nonostante la fioca luce avesse reso più facile l’orientamento. Era un posto strano. Non era un posto antico come casa della nonna, ma non era neanche un posto nuovo. Era un posto vecchio. Era un posto che non gli piaceva.
- Tu puoi stare qui tutto il tempo che ti pare. – disse Mary Rose. – E ti ho iscritto alla scuola pubblica della sedicesima strada, devi prendere il numero 8 per arrivarci, ma non è lontano. Puoi uscire, puoi mangiare quello che vuoi, puoi fare venire tutti gli amici che vuoi.
“Cosa sono gli amici?” – pensò per un istante il ragazzino.
- C’è una sola cosa che non puoi fare. Vedi quella porta là dietro? Non aprirla mai. Non devi entrare mai in quella stanza, d’accordo?
Wolfgang lanciò una timida occhiata verso la porta di plastica e ferro poco più a sinistra delle scale da cui erano scesi e annuì educatamente.
Mary Rose sembrò soddisfatta di quella risposta e continuò a muoversi per la stanza. Scostò la tenda rossa ed entrò nel bagno, si fermò davanti al piccolo specchio sopra il lavandino e si sciolse i capelli. Lunghe ciocche nero corvino, morbide onde scure balzarono sulla spalle e sui fianchi della donna, come danzando. Wolfgang era rimasto annichilito al centro della stanza, davanti al divano, con la sua valigetta fra le dita. Fissava quella donna estasiato e sbalordito come se avesse appena fatto una grande scoperta.
- Non sarò spesso a casa. Il lavoro mi tiene molto impegnata, ma quando torni da scuola dovresti trovarmi qui. Ci vedremo di certo.
Mary Rose chiuse la tenda e ritornò nella stanza. Si accorse che il bambino era rimasto immobile con i bagagli in mano e si lasciò sfuggire un mezzo sorriso.
- Suvvia, non vorrai restare lì impalato tutto il giorno! Sistema la tua roba, fatti un giro, riposati. Questo è il tuo letto. – disse indicando il divano grigio.
Wolfgang posò lentamente la valigia per terra, ma restò fermo. Quell’ambiente non lo rendeva tranquillo. Continuò a seguire gli spostamenti di Mary Rose. Sua madre. Diamine, quant’era bella! Quei capelli erano un sogno, volavano per la stanza insieme a lei, precedendola, accompagnandola. Wolfgang raccolse tutto il fiato e il coraggio che aveva in gola e decise di parlarle, di chiederle qualcosa. Doveva stabilire un contatto.
- Cosa c’è dietro quella porta?
Una domanda curiosa, una domanda da bambino, una voce da bambino. Si vergognò come non mai in quel momento di essere tanto piccolo. Forse era la domanda sbagliata. Forse quella donna si sarebbe arrabbiata con lui. Wolfgang stava quasi per pentirsene quando Mary Rose, con il più sereno dei toni, gli rispose:
- C’è la mia camera.
Rotto il ghiaccio, Wolfgang azzardò una seconda domanda, stavolta con meno timore di apparire infantile.
- Perché sono qui?
Mary Rose si avvicinò al ragazzino e si abbassò sulle ginocchia per guardarlo negli occhi.
- Vuoi sapere perché ti ho voluto con me? E’ semplice. In questi anni non ho potuto tenerti perché non mi è stato permesso. Non mi sono dimenticata di te. Ora sono di nuovo libera di fare quello che mi pare e allora ti ho cercato, come avrei dovuto fare anni fa. Il tuo posto è questo.
Si rialzò in fretta. Wolfgang guardò di nuovo la stanza e non gli parve più tanto brutta.
- A proposito, - continuò Mary Rose – d’ora in poi puoi chiamarmi mamma.


CAPITOLO 5

Wolfgang girò la chiave e diede una botta alla porta con la spalla. Si girò verso Laura per farle cenno di seguirlo lungo la buia scalinata. Lei rispose con uno strano, malinconico sorriso. In quel posto c’era ancora l’odore di vecchio e di buio che Wolfgang aveva sentito la prima volta che ci aveva messo piede. Come diavolo fa il buio ad avere un odore? Anche a Kansas City c’era buio, anche dietro le sbarre di Denver e Cleveland, ma in nessun altro posto Wolfgang era riuscito a toccare l’odore del buio, un odore maledettamente invadente.
Era rimasto tutto come l’aveva lasciato ai tempi di Simael. Non riusciva a vederlo perché ogni cosa era stata mangiata dall’oscurità, ma sentiva le forme, quasi distingueva i colori. Divani rossi, un largo comò di legno, il frigorifero con lo specchio attaccato sopra. E poi tre flipper, una macchina per il videopoker, un tavolino rotondo con un mazzo di carte fermo all’ultima partita, un cerchio bianco per terra su cui doveva cantare la ragazza in questione. La camera da letto di sua madre era stata divisa in due parti da una tenda simile a quella che faceva da porta la bagno. Dopo l’arresto di Mary Rose, quando Wolfgang era entrato nella sua camera da letto si era stupito di quanto fosse grande. Quasi quanto il soggiorno.
Wolfgang si mosse nel buio alla ricerca dell’interruttore. Non lo accendevano mai così non ricordava nemmeno dove fosse finito. Tastò la parete accanto alle scale per un paio di volte, ma non trovò niente. Tirò fuori l’accendino dalla tasca per fare un po’ di luce.
Laura si voltò di scatto. Il ricordo aveva preso consistenza all’improvviso. Non era più un alone di passato che galleggiava nella sua mente, ora quel ricordo era lì, vivo.
- E’ così che ti ho visto la prima volta.
Wolfgang si voltò verso di lei, tenendo ancora la fiammella fra le dita. Quel debolissimo chiarore rasentava appena il lato sinistro del suo volto, plasmava la pelle chiara, il naso affilato che sembrava voler squarciare quella tenue luce gialla, pochi riccioli biondi piovuti sul collo. Senza accorgersene quasi Laura percorse con le dita nell’aria il contorno di quei tratti fino a sfiorare con le unghia il collo di granito, freddo forte, lucido. E non si accorse nemmeno, Laura, che di fronte a lei, anche Wolfgang la stava guardando. Guardava la parte destra del suo volto, il viso di cera, quelle labbra chiare, appena distinte dalla pelle diafana, i lunghi capelli scuri che aggredivano quel delicato pallore sbattendoci contro come vorticose onde in tempesta. Le sue dita sfioravano l’aria, poi sfiorarono le ciglia, che teneva socchiuse. Quelle ciglia erano custodi del vero segreto....Laura le sollevò. Le iridi esplosero con tutta la loro violenza contro le misere pupille di Wolfgang. Si sentì cadere dentro una pozza d’acqua gelida, boccheggiando come se fosse in apnea. La luce sparì fra le sue mani. Non vide più nulla. Sentì soltanto.

CAPITOLO 6

Subito dopo essere stata con un uomo Laura di solito faceva immediatamente una doccia, per togliersi di dosso quella patina di fumo che la faceva sentire sporca fuori. Poi si fumava una sigaretta, per tirare fuori anche il fumo rimastole dentro.
Ma quella volta andò diversamente. Restò distesa accanto a Wolfgang, sul pavimento polveroso dello scantinato di Terminal River. Fermi tutti e due. Per ore.
Wolfgang si sentiva perduto. Mai nessuna ragazza l’aveva fatto sentire così. Lui aveva sempre dominato, incurante e superficiale. Nessuna storia importante. Modi diversi di trascorrere la sua banale e spenta esistenza. Ma Laura aveva qualcosa, qualcosa di inesprimibile, di intoccabile. Con lei era come provare una vecchia sensazione e al tempo stesso qualcosa di assolutamente nuovo.
Lei non disse nulla, né tantomeno Wolfgang le domandò qualcosa. La osservava con la coda dell’occhio e si accorse che aveva una certa espressione soddisfatta. Wolfgang si accorse di essere quasi felice. La nuova e improvvisa circostanza gli aveva svuotato la testa. Non aveva nemmeno la forza di formulare la miriade di domande che gli si andavano accumulando in mente.
Che strano. Doveva essere Laura a porgli delle domande e invece i dubbi erano sorti a lui. Cosa voleva da lui? Perché l’aveva cercato? Solo perché lui raccontasse qualche ricordo privo d’importanza sul defunto fratellino? Poteva mai essere così importante ciò che lui avesse da dire?
Wolfgang si sentì piccolo piccolo, come quando sua nonna scoprì che teneva nascosta sotto il materasso una scatola di caramelle al caffè. Non sapeva sua nonna che l’oltraggio fosse ancora più pesante, perché il piccolo nipote consumava una caramella ogni sera, proprio subito dopo essersi lavato i denti. Wolfgang si vergognò di sé, come sempre. Ma quando vide la nonna che buttava tutte le caramelle nella spazzatura per la prima volta si era posto la domanda fatidica, quella domanda che lo convinse un paio d’anni dopo a fuggire in un taxi con una sconosciuta che diceva di essere sua madre: che c’è di male?
Eppure la sua vita da spavaldo, da parassita, da divoratore dell’esistenza era evaporata in un secondo, davanti a quel primo malinconico sorriso che Laura gli aveva rivolto davanti il portone dello scantinato. Non gli aveva sorriso a Kansas City. E nemmeno nella bella villa di Carson Road. Aveva sorriso in Terminal River. Wolfgang non l’avrebbe più scordato.


CAPITOLO 7

- Spacciava, Simael? – domandò Royce.
Wofgang appoggiò sul tavolo del caffè il suo bicchiere di birra e si sistemò meglio sullo schienale di vimini della poltroncina su cui era seduto.
- No. – si limitò a rispondere.
Laura gli lanciò un’occhiata alquanto scettica.
- Non l’ho mai fatto neanche io, se è per questo.
L’occhiata di Laura si piegò verso l’incredulità totale.
- Davvero! – replicò Wolfgang. – Che credi? Non mi piace macchiarmi le mani. E non me n’è mai fregato nulla della droga. Mi interessava avere soldi, non ha mai avuto importanza come farli.
- E allora come ti organizzavi? – domandò Laura.
Wolfgang alzò le spalle.
- Dipende. In genere trovavo qualcuno disposto a lavorare per la squadra.
- Tipo?
- Ragazzini.
- Ragazzini senza un centesimo, disposti a fare qualsiasi cosa?
- Più o meno.
- Ce n’erano parecchi a scuola?
- Qualcuno.
- Come Drew?
Wolfgang sgranò le pupille inorridito.
- Che diavolo sai di Drew?
- Quello che mi dirai tu.
- Non se ne parla nemmeno!
- Devi farlo!
- Era un’idiota!
- Che ha fatto?
- Avrebbe dovuto fare una brutta fine per quello che ha fatto!
- E perché non gli è successo nulla?
Wolfgang si zittì, ponendo repentinamente fine a quell’interrogatorio. Ecco dove voleva arrivare quella ragazzina.
- Tu sai tutto.
- Io voglio sentirlo da te.
- A te non importa nulla del perché quel ragazzetto l’ha fatta franca, tu vuoi sapere perché non ho fatto nulla a tuo fratello!
Wolfgang era diventato livido, nero di rabbia. Serrava i pugni sul tavolo proteso su quella ragazza. Riusciva sempre a fregarlo. Si cominciava a sentire incastrato. Lei sapeva ogni cosa, non c’era particolare che le sfuggisse, ogni sua domanda era mirata ad un obiettivo nascosto sotto le maglie della superficie. Lo tartassava. Lo distruggeva. Wolfgang sentiva il peso di quella situazione che cominciava a schiacciarlo verso l’abisso. Non poteva più fare a meno della compagnia di quella ragazza. Se n’era accorto con grande amarezza proprio nel momento in cui aveva pensato di andarsene. Il primo giorno, usciti da Terminal River, si era detto che lei l’aveva posseduto fisicamente solo per convincerlo a raccontarle ancora, a togliere le ragnatele dal passato. Ma nel momento in cui si era deciso a sparire da Denver una furia improvvisa si era impossessata dei suoi sensi. La desiderava, sempre, sempre, sempre, in ogni secondo, aveva bisogno di averla intorno, di sentire la sua pelle, il suo odore, la sua voce stridente come le corde di un violino nelle orecchie. Voleva andarsene, doveva andarsene e quella morsa di ferro aggrappata ai suoi fianchi lo trascinava indietro, lo divorava, lo rinchiudeva nel buio delle sue tenebre sensuali. E lui desiderava il suo corpo, ma ardeva nella passione per le sue parole...Voleva ogni cosa di lei, inebriato di piacere e dolore, godimento e disperazione. La voleva e non era sua. Non lo sarebbe mai stata. La stava ad ascoltare attendendo che gli facesse una domanda personale, una sola, una che dimostrasse in qualche modo il suo interesse per lui, ma lei chiedeva solo ciò che riguardava Simael. Sempre e solo Simael. Ascoltava le sue domande assillanti, la sua voce di sirena nel cervello, il suo odore che gonfiava l’aria, la invadeva subdolamente, senza dargli pace. E lei era ancora lì, seduta su quella poltroncina di vimini del caffè, in attesa. Attendeva una risposta così lontana da Wolfgang e che al tempo stesso solo lui poteva darle. Inconsapevole. Incurante del turbinoso tormento che si agitava nel suo animo. Senza pietà. In attesa.
Wolfgang sospirò.
- C’era un appuntamento. Quel ragazzetto non si è presentato. Non era poi così strano, alcuni ogni tanto sparivano o trovavano un committente più ricco. Pensavo che l’avrei strapazzato un po’ e tutto sarebbe tornato a posto.
- E invece?
- E invece il tuo fratellino ha avuto il coraggio di venire da me, di guardarmi dritto negli occhi e di dirmi “Lascialo perdere, Wolf”. Non mi ha detto perché e non mi ha pagato per non toccarlo.
Royce sentì un fremito di profondo sgomento. Era una sensazione strana, ignota in lei, difficile. Sentì un nodo in gola.
- E allora perché non gli hai fatto niente?
Wolfgang alzò lo sguardo. Fissò Laura dritto negli occhi. Coltelli affilati scorrevano sulle sue viscere.
- Simael non mi ha spiegato, non mi ha pagato, non mi ha pregato, non mi ha minacciato. Ha solo avuto il coraggio di guardarmi in faccia come si guarda un uomo e di trattarmi come si fa con un essere umano. Non aveva paura di me. Aveva fiducia, Laura.
In quel momento il nodo in gola si trasformò in pianto. E Royce capì che la sensazione che provava era nostalgia.

CAPITOLO 8

La porta dello scantinato si aprì di botto e dei passi veloci si susseguirono sulle scale. Wolfgang ebbe appena il tempo di coprirsi con il lenzuolo. Una luce inaspettatamente accesa invase la stanza, costringendolo a schermarsi gli occhi con le mani. Due uomini in divisa si avvicinarono rapidamente al letto, altri due spalancarono la porta della camera da letto di sua madre.
- No! Là dentro non si può entrare! – strillò il ragazzo, buttandosi giù dal letto e fiondandosi verso l’ingresso. I due uomini lo agguantarono per le spalle e lo bloccarono fuori dalla stanza.
- Chi sei tu, un cliente? – domandò con fare autoritario uno degli uomini rimasti in soggiorno.
- Diamine, Cliff, ma che cliente, questo qui avrà l’età di mio figlio! – replicò un altro uomo in divisa.
- Quanti anni hai, ragazzo? – domandò di nuovo il primo.
- Non sono fatti vostri! Che volete? Che state facendo? – strepitò Wolfgang, cercando di liberarsi dalla stretta dei due invasori.
Il primo uomo non si scompose.
- Quanti anni hai? – chiese di nuovo.
- Sedici, per la miseria!
- Hai visto Cliff? Che ti avevo detto?
- Che ci fai qua dentro?
- Ci vivo!
- Paghi l’affitto?
- Questa è casa mia!
- Ehi, Cliff, mi sa che questo è il figlio.
- Non ha figli, John.
- E allora questo chi è? Chi sei ragazzo? Sei il figlio di Mary Rose Danielson?
- Certo che sono il figlio! Che cosa volete da me?
- Hai visto Cliff? Avevo ragione di nuovo.
L’uomo in divisa che aveva parlato per primo si avvicinò a Wolfgang.
- Dov’è tua madre, ragazzo?
- Mia madre...io non...non lo so, lei non c’è...
- Ok, ragazzi, lasciamo perdere. Torniamo al Luxury. Però portiamoci il ragazzo, in caso Maddalena si faccia rivedere.
- Voi non andate da nessuna parte con mio figlio!
In cima alle scale Mary Rose teneva le gambe divaricate, piantate saldamente per terra, brandiva una pistola scura che si distingueva nel buio solo per il luccichio dell’acciaio.
- Mamma! – urlò Wolfgang.
- Mary Rose Danielson, - cominciò l’uomo che rispondeva al nome di Cliff – lei è in arresto per l’omicidio di Mohammed Dajdlab....
- Era il suo protettore, tanto per cambiare.. – sussurrò fra i denti uno degli uomini che tenevano fermo Wolfgang.
- ...ha il diritto di restare in silenzio, se non può permettersi un avvocato gliene sarà fornito uno...
Dall’alto della scalinata si sentì un urlo e la pistola che la donna reggeva fra le mani rotolò giù per i gradini. Un altro agente era comparso dalla strada e aveva acciuffato Mary Rose senza che lei avesse il tempo di reagire. Gli altri uomini si avviarono di corsa alla porta.
- Ma che fate? Dove la state portando? Mamma! Mamma, dove vai? – gridò Wolfgang raggiungendo l’ingresso.
La donna si dimenava come un’anguilla fra le braccia di ferro degli uomini in divisa. Uno stivale lucido che Wolfgang non aveva mai visto si contorceva fuori dalle pieghe del suo lungo cappotto scuro. I capelli corvini sbattevano taglienti come lame contro le mani villose di quegli uomini.
- Io non ho fatto niente, maledizione! Levatemi le mani di dosso, porci!
- Deve essere una frase che ripete spesso. – biascicò con mezza risata quello che si chiamava John.
- Lasciatela stare, vi ha detto! – strepitò Wolfgang cercando di liberare sua madre.
- Non ho fatto niente! Non ho fatto niente! Non ricordo mai niente! Diglielo, Wolf, diglielo figlio mio che non ricordo mai niente! Diglielo che la mamma è malata!
- Mamma... - Wolfgang farfugliò senza capire, sconvolto da quell’improvvisa vitalità ferina di sua madre. Non era più bella, in quel momento, era solo violenta, una belva assatanata, con artigli anziché unghia, morsi al posto di parole.
- Diglielo figlio, diglielo quante medicine prende la mamma per guarire, diglielo quante! Verranno a cercarle, prendile, fagliele vedere le mie pillole! Lo Zotrix, ricordi figlio?
La trascinarono in macchina prima che potesse dire altro e Wolfgang rimase lì a fissarla mentre il suo volto dietro la lastra di vetro si allontanava, il suo occhio argentino gli faceva cenno di ascoltarlo, di assecondare quella presunta pazzia, di cercare pillole che non esistevano...La guardò allontanarsi senza pensare più a niente. E quando la macchina fu scomparsa dalla strada, se ne tornò a dormire.

CAPITOLO 9

- Così era in questo posto che Simael passava tutto il suo tempo. – disse Wolfgang muovendosi per lo stanzino.
Era passato quasi un mese da quando Laura era andata a Kansas City, ma non aveva ancora mostrato a Wolfgang lo studio di Simael. Le sembrava quasi la violazione di un tempio sacro. Profanazione di reliquie, ecco cosa le sembrava quell’intrusione.
Eppure alla fine erano entrati, era giusto che lui vedesse pure quel posto, il paradiso dei balocchi delle sue crisi di nervi. Era tutto perfettamente come l’ultima volta. C’era pure la giostra dei puledri in cima allo scatolone.
Wolfgang si muoveva in circolo, senza fare rumore, i suoi passi attutiti dalla moquette. Si muoveva, guardava, ma non toccava niente. Lo sguardo vigile di Laura alle sue spalle gli alitava sul collo.
- Ti ha mai fatto sentire la mia canzone? – domandò.
- Me ne ha fatte sentire parecchie, non so se una di quelle era tua.
- Le faceva cantare alle ragazze?
- A volte sì, a volte cercava di venderle.
- La mia ha cercato d venderla.
Wolfgang alzò le spalle. Dentro quella stanza i suoni erano smorzati, più morbidi. Gli dava quasi fastidio parlare.
- Di che parlavano le canzoni di Simael?
Wolfgang alzò le spalle di nuovo.
- Non ci ho mai fatto molto caso.
- Non ne ricordi nemmeno una?
Wolfgang socchiuse gli occhi per un secondo, poi fece una smorfia e cominciò a canticchiare.
- D’ebano sono i ricordi
Nebbia nebbia
La pioggia cancella i resti del relitto
Cambia la rotta, il timone è vecchio...

- Ma non ha senso! – sbraitò Laura
- Forse per lui ce l’aveva. Non lo so.
- Ne ricordi qualche altra?
Wolfgang ricominciò a canticchiare.
- Uomo, oh uomo
Aspettami prima di fare blues

- Diamine! E’ peggio di prima!
- Non sempre le canzoni hanno un significato. O forse sono scritte proprio perché gli altri non possano capirlo.
Laura scosse la testa.
- La tua canzone aveva un senso?
- Sì.
- Qual’era?
Lei fece un gesto stizzito con la mano e scosse di nuovo la testa.
- Io...non lo so di preciso, ecco. Non lo so. C’era una storia, ma il senso....
- E allora perché cerchi un senso nelle canzoni di Simael?
- Perché lui mi ha detto che nella mia c’era.
Wolfgang ricominciò a camminare per la stanza, i suoi passi attutiti dalla morbidezza della moquette. Passò in rassegna gli scatoloni polverosi, gli strumenti coperti dalle lenzuola grigie, guardando tutto ma ben attento a non toccare niente.
Era da molto tempo che Laura non entrava nello sgabuzzino. L’ultima volta non era stato bello, aveva avuto il suo solito panico, poi era arrivato Drew. Caspita, Drew. Non aveva più pensato a lui. O meglio, ci aveva pensato perché aveva chiesto delucidazioni a Wolfgang riguardo la storia che Drew le aveva raccontato, ma non aveva veramente pensato a lui. Non aveva pensato che lui non c’era, che se n’era andato dalla sua vita. Forse era successo perché era arrivato Wolfgang a riempire subito il vuoto causato da quell’assenza, ma con Wolfgang era diverso, ogni cosa era diversa. Drew la controllava, senza invaderla, la proteggeva, ma senza dirle cosa poteva o non poteva fare. Wolfgang invece sembrava non poter fare a meno di lei, del suo corpo, della sua vicinanza fisica. Lui l’attraeva, ma quel rapporto aveva bisogno di un contatto costante, morboso. Troppo vicino, troppo dipendente. Laura cominciò a sentire un fastidioso prurito alle mani.
Wolfgang, intanto, aveva smesso di camminare. Si era fermato davanti lo scatolone con la giostra dei cavalli.
Un puledro dopo l’altro.
- Sai, forse mi è venuta in mente un’altra canzone, una che canticchiava spesso nell’ultimo periodo che l’ho visto.
- Ha un senso? – domandò Laura. Il prurito alle mani stava diventando più fastidioso e cominciò a sfregare le dita fra loro, per cercare di alleviarlo.
- Non lo so. Non ricordo bene le parole. Ricordo il motivo.
Ora il prurito si era fatto più intenso e si stava estendendo anche alle braccia. Laura si prese i gomiti con le mani e prese a grattarsi nervosamente.
- Vuoi che te lo canti?
- Sì. Va bene.
Wolfgang era ancora lì, accanto alla giostra con i cavalli. Era da tanto tempo che non entrava nello sgabuzzino e l’ultima volta non era stato bello per niente. Un puledro dopo l’altro. Poi era arrivato Drew. Chissà dov’era adesso Drew, non c’era, non sarebbe tornato.
Wolfgang cominciò a canticchiare un motivetto malinconico. Una melodia che Laura conosceva bene. La sua canzone. Il prurito continuava a camminare verso il suo collo, il suo petto e lei si grattava convulsamente, ovunque, quasi spingendo il fastidio a pervaderla.
Wolfgang era ancora voltato verso lo scatolone quando i cavalli della giostra presero a muoversi. Si muovevano insieme alla stanza. Wolfgang canticchiava e i puledri giravano tutto intorno insieme alla stanza.
“Da quanto tempo non prendo lo Zotrix?” – pensò Laura, mentre seguiva ossessivamente il prurito lungo le gambe, intorno alle ginocchia, sui polpacci.
La musica di Wolfgang diventò parole. Da lontano Laura sentì la sua voce dire che aveva ricordato il testo.

“The storm in his mind
he didn’t know he was blind...”

Laura si piegò in ginocchio per grattarsi i piedi, i talloni, le caviglie. Dove passavano le sue unghia restavano marchiature sanguigne, smalto rosso, strisce incise in ogni angolo scoperto della sua pelle. Le mani cominciarono a sanguinare sotto la pelle che strappava via altra pelle. Sentì il sudore freddo polverizzarsi sulle tempie.
- Forse questa ce l’ha un significato, no? – chiese Wolfgang.
In quel momento si voltò. In quel momento il prurito ripercorse tutto il corpo di Laura, ogni vena, fino ad esploderle in testa. Drew. Un puledro dopo l’altro. Wolfgang. Simael. Megan. Un puledro dopo l’altro. Royce. Un puledro dopo l’altro...


CAPITOLO 10

Il sole sospirava attraverso le serrande della finestra socchiusa quando Laura aprì gli occhi. Si accorse di essere distesa sul letto dei suoi genitori, con una coperta di lana sulle gambe. Provò a muoversi, ma si sentì incredibilmente pesante. Sollevare le dita le causava una fatica tremenda. Decise di stare ferma, a contemplare il soffitto bianco, le pareti vuote, come non aveva mai fatto. Si accorse che era la prima volta che si stendeva sul letto di sua madre. Da bambina non le piaceva quella stanza e non piaceva neanche a Megan. Una volta sua sorella le aveva detto che da piccoli lei e Simael si divertivano a nascondersi dentro l’armadio con le serrandine che occupava tutta la parete di fronte al letto e che una volta per sbaglio si erano chiusi a chiave là dentro. I loro genitori erano di sotto e non avevano sentito i loro richiami fino all’ora di cena. Era stato molto brutto. Dalle serrandine i bambini respiravano e vedevano l’esterno, ma non era sufficiente per evitare il claustrofobico senso di prigionia che provavano. Laura aveva paura di quella storia e di quell’armadio.
Il prurito era finito. Ormai Laura si sentiva solo pesante e terribilmente stanca. Del resto era passato molto tempo dall’ultima crisi e lei aveva quasi dimenticato come avveniva. C’era stato un periodo in cui le venivano quasi tutti i giorni. Era stato prima che le prescrivessero lo Zotrix e da allora era riuscita a controllarsi con le sue pillole. Eppure negli ultimi tempi aveva smesso di prenderle. Non aveva deciso di smettere di farlo, né l’aveva dimenticato, semplicemente non le prendeva più, senza ragione e senza un fine. Così come era abituata a condurre buona parte della sua vita, senza causa e senza fine. Anche Simael sembrava lontano in quel momento. Forse non le importava più.

In soggiorno Wolfgang aveva spento l’ultima sigaretta del suo pacchetto ed era giunto alla conclusione che Laura o aveva realmente bisogno di sapere qualcosa oppure doveva smettere di cercare di scoprire verità che potevano condurla alla pazzia. Il dottor Mayer le aveva prescritto dei tranquillanti, ma aveva chiarito che non si sarebbe assunto la responsabilità delle conseguenze future. Voleva parlare con lo psichiatra che seguiva la ragazza, quel tipo di problemi non si curavano con un’aspirina. Wolfgang però non conosceva lo psichiatra, non conosceva proprio nessuno. Aveva solo fatto la cosa più sensata, ovvero chiamare il 911.
“Strano che io abbia fatto una cosa sensata fra le tante idiozie della mia vita” – pensò.
Ora Laura dormiva e lui doveva capire come comportarsi. Sarebbe dovuto scappare via su due piedi senza pensarci un momento di più, ma sapeva che non sarebbe stato capace di farlo. E non tanto perché non era la cosa giusta lasciare da sola una nevrastenica orfana e senza neanche un amico, ma perché non voleva starle lontano. Scappare significava non vederla mai più e lui aveva bisogno di lei più di quanto Laura potesse dipendere dalla sua assistenza in quel momento. Anche questo lo turbava. La sua virilità scomparsa dietro una debolezza inspiegabile che riaffiorava ogni volta che il suo sguardo incrociava quei tristissimi occhi liquidi incapaci di parlare, ma abili alla supplica e al dominio. Accanto a lei, riviveva di nuovo quel ragazzino timido di provincia, cresciuto con i nonni nell’ambiente austero di preti e puritani. Wolfgang combatteva ogni giorno contro se stesso per non farlo venire fuori, per non farlo parlare, per non fargli confessare che tutti quegli anni dentro e fuori di galera non erano stati altro che un vano tentativo di ritrovare sua madre dietro le sbarre...
Il dottor Mayer aveva detto di non lasciare la ragazza da sola. Nei giorni successivi a una crisi del genere il malato tende a sentire i sintomi caratteristici della depressione e potrebbe spingersi verso atti inconsulti. Per il momento avrebbe seguito il consiglio del medico. In fondo non aveva nulla da perdere. Viveva nella villa dei suoi sogni senza pagare l’affitto, non doveva lavorare né cercare altri modi per fare soldi, dormiva ogni notte in compagnia di una donna stupenda. Che importava se ogni tanto andava fuori di testa...

CAPITOLO 11

Un venticello leggerissimo s’intrufolò nella stanza dalla finestra socchiusa, piroettò fra le scatole della pizza vuote e i bicchieri di cristallo con le loro ultime gocce di prosecco. Che bizzarro accoppiamento, pizza ai peperoni e spumante. Per non parlare del sottofondo musicale, quel lugubre lamento dell’epic metal, atmosfera da setta satanica, tipo Eyes Wide Shut, ma senza molte donne, una solo una, lei, la sola. Ancora non riusciva a crederci, ancora non comprendeva a pieno ciò che gli stava accadendo. Eppure erano passati mesi. Quasi tre mesi da quando lei, la santa e la strega, la pace e la disperazione l’aveva tirato fuori da una squallidissima prigione del Missouri per condurlo verso l’apoteosi del piacere e dello sgomento. Lei. Rimaneva incantato a fissarla, quella pelle bianca, così candida, la notte non gli sembrava tanto fragile. Ma la mattina, quando il venticello sussurrava attraverso i suoi capelli e i primi raggi del sole le accarezzavano le ciglia, improvvisamente si sentiva colpevole, non solo per esserle stato vicino, troppo vicino, con il rischio di rovinarla, ma anche perché sentiva qualcosa crescere dentro di sé, qualcosa che non poteva accettare, un vortice di emozioni che voleva scacciare, senza esserne veramente capace. Ogni sera si diceva che la mattina dopo se ne sarebbe andato, ogni mattina rimandava alla sera. Lei era bella, ma malata. Aveva paura che scoppiasse in un’altra crisi come quella che l’aveva sconvolto tempo prima, ma non era più successo. Lei prendeva le sue pillole miracolose. Una volta Wolfgang le aveva prese di nascosto tentato dal gettarle nel cestino della spazzatura. In quel momento si era sentito potente, molto potente, quasi un dio, capace di controllare la normalità degli altri. Di lei. Ma poi non l’aveva fatto e non sapeva neanche lui perché. Aveva riposato le scatole al loro posto ed era tornato alla sua quotidiana condizione di schiavitù. Aveva liberamente deciso di essere uno schiavo. In quel momento, lei sbattè le palpebre e sorrise. Un aborto di sorriso. Lei sorrideva poco e i suoi sorrisi erano molto più simili a delle smorfie. Non erano sorrisi felici. Rimase sdraiata a guardarlo. In piedi, quasi nudo, appoggiato al tavolo con la mano destra e la sinistra che ancora reggeva il calice vuoto. Laura scosse la testa.
- Ogni mattina la stessa storia, non è vero? – domandò, saccente.
Lui distolse lo sguardo. Impossibile fissare quegli occhi troppo a lungo.
- Torna da me, allora. Non vorrai lasciarmi attendere troppo. – continuò.
Lui sospirò, cercando di resistere alla tentazione. Lei scostò un po’ le lenzuola e lasciò ciondolare una caviglia bianchissima.
- Torna da me...non c’è altra scelta...
Laura aveva ragione. Wolfgang sospirò di nuovo, poi poggiò il bicchiere e tornò a respirare la sua pelle di vaniglia.

CAPITOLO 12

Fu precisamente in quell’istante che Laura realizzò che cosa aveva bisogno di sapere. Per tre mesi aveva tartassato quel ragazzo di domande inutili, aveva cercato di scovare segni provenienti da un passato nebuloso senza rendersi conto dell’unica verità visibile, l’unica, quella che fin dall’inizio Wolfgang le aveva rivelato: lui non sapeva nulla. Lui non poteva dare risposta alle domande che aveva formulato perché non ne sapeva la risposta. E Laura l’aveva capito improvvisamente in quell’istante quando, inerme davanti alla sua ennesima volontà, Wolfgang era tornato fra le sue braccia, avvolto dalle nefande promesse delle lenzuola e si era lasciato accarezzare i lunghi capelli biondi da quelle grinfie amorevoli, abbandonato alle cure di un’amante folle.
Provò tenerezza per quel bozzolo, ebbe quasi compassione di lui, lei che l’aveva temuto, che aveva riposto in lui, in quel bambino, la sua salvezza. No, Wolfgang non poteva rispondere, non a quelle domande. Per la prima volta si accorse del male che gli stava facendo trattenendolo a sé, pensò per la prima volta che era lui ad avere bisogno d’aiuto. Del resto i malati affascinano quando si vede in loro qualcosa di se stessi. Wolfgang aveva trovato la sua spiegazione.
- Dobbiamo allontanarci. – disse Laura, perentoria, continuando ad accarezzare la fronte del cucciolo aggrovigliato a lei. Wolfgang rimase in silenzio. – Credo di dovermi allontanare per qualche tempo e penso che tu dovresti parlare con il dottor O’Grady. E’ quello psichiatra di cui non conoscevi il nome e che non hai chiamato l’altra volta. E’ meglio che sia io ad andare via e non tu. Puoi restare in questa casa, se ti va.
Wolfgang sentiva le parole di Laura e ogni parole era un respiro. Sentiva come allentarsi quella cinghia d’acciaio che l’aveva ferito per tanto tempo. Non rispose, ma sentì dentro di sé il trionfo che aveva atteso a lungo: per una volta, una volta finalmente, Laura aveva parlato di lui.
Royce si alzò lentamente dal letto e andò a vestirsi. Prima gli aveva detto che non c’era altra scelta. E invece un’altra scelta c’era ed era indispensabile. Si vestì con cura, i jeans troppo stretti, il maglione troppo largo, i capelli troppo scuri. E nel frattempo pensava alla sua domanda, l’unica che avrebbe dovuto fare a Wolfgang fin dall’inizio. Anche Wolfgang si era alzato e si stava rimettendo i suoi vestiti, quelli con cui era arrivato il primo giorno da Kansas City. Gli sembrava di nuovo di galleggiare, una zattera solitaria in un oceano di silenzio. Un oceano come gli occhi di Laura. Forse quegli occhi gli sarebbero mancati, ma non voleva dire addio, almeno in questo voleva mantenere quel briciolo di dignità che gli era rimasto. In fondo, neanche a sua madre aveva detto addio. Era rimasto imbambolato a guardarla andare via e poi era tornato a dormire. Anche Laura avrebbe fatto così. Avrebbe completato di vestirsi, avrebbe messo due cose nel suo zaino insieme alle scatole di Zotrix, si sarebbe truccata, avrebbe preso i soldi dal terzo cassetto della scrivania, si sarebbe accesa una sigaretta e dall’uscio gli avrebbe rivolto la sua domanda, l’unica alla quale Wolfgang non avrebbe voluto rispondere e che invece lo colpì lì, dritto al petto, distruzione della sua ultima volontà, senza lasciargli via di fuga.
- Dov’è Rachel?

CAPITOLO 13

Clareta Maria Rachel Aguilar a prima vista poteva soltanto sembrare una punk. Vestiva sempre di scuro, con i pantaloni stretti o le gonne lunghe e pesanti e portava gli occhiali da sole anche di sera. Aveva i capelli cortissimi tinti dello stesso viola con cui amava colorarsi le labbra, unica macchia scura sul suo viso scarno. Eppure, sotto quei capi pesanti, il suo corpo era piccolo e fragile come quello di un rondinotto appena nato, dalle maglie ingombranti affioravano dita sottili e veloci e dietro le lenti scure due occhi di cristallo restavano immobili in ogni istante. Rachel, come preferiva farsi chiamare a discapito dell’eredità peruviana paterna, era cieca dalla nascita. Sua madre, infermiera nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Denver, quando l’aveva saputo aveva cercato di fare la qualsiasi per aiutare la piccola. L’aveva fatta vedere da tutti i migliori medici del Colorado, aggrappandosi ad una vaga speranza lei ed il marito erano partiti pure in Canada con la piccina ancora in fasce per cercare di fare qualcosa. Ma la risposta era stata sempre la stessa. Rachel avrebbe sviluppato altri sensi, sarebbe riuscita a ritagliarsi comunque un posto nel mondo. In effetti, Rachel l’aveva fatto. Le importava poco di toccare le persone, ancor meno di assaggiare e distinguere i sapori. Ciò che le riusciva veramente bene era sentire, ascoltare con le orecchie e con il naso tutti i suoni e gli odori che si alternavano intorno a lei. Riconosceva le persone dall’odore che emanavano. Si accostava discretamente alle loro giacche, ai loro capelli, alle loro mani e respirava, inspirava profondamente quasi come nel tentativo di risucchiare quella fragranza umana. Dagli odori comprendeva la bontà delle persone.
E poi c’era la musica. Orecchio finissimo. Non c’era genere o gruppo che Rachel non ascoltasse o di cui non sapesse qualcosa. All’età di quattordici anni, suo padre, colpito dalla cultura musicale della figlia, l’aveva convinta ad andare a lavorare part – time nel music shop di un suo amico. Era stato l’apice. Il signor Ferrero, un altro peruviano sposato con un’americana, amava leggere le biografie dei cantanti più che ascoltare la loro musica. Leggeva a Rachel per ore e ore e talvolta se entravano clienti nel bel mezzo del racconto di un tour dei Nirvana restavano talmente affascinati della dialettica del negoziante che finivano con l’acquistare l’intera discografia del gruppo in questione.
Ma Rachel aveva anche l’olfatto. Sentiva gli odori. Riconosceva le persone da lontano. Percepiva le emozioni. E sapeva che c’era un ragazzo, forse di appena un anno più giovane di lei, che ogni giorno la guardava da lontano. Sapeva che c’era, che entrava nel negozio, che andava sempre verso lo scaffale del gothic metal e che se ne andava dopo qualche minuto senza comprare mai niente. Aveva un odore molto penetrante, esotico e dolcissimo, foresta amazzonica e bolle di sapone, acqua di mare, scogli e muschio, tutto insieme, un po’ uno e un po’ l’altro. Rachel si chiedeva cosa cercasse, perché la cercasse. Sapeva che la stava cercando, che le voleva parlare, ma non sapeva perché. Quando il ragazzo si avvicinò per la prima volta al bancone lo riconobbe subito. Odore inconfondibile. Da vicino riuscì a distinguere anche un altro profumo, un profumo più facilmente riconoscibile, profumo di caffè. Il ragazzo le chiese dove poteva trovare qualcosa degli Stradovarius.
- Un amante dell’epic, a quanto pare. – esordì Rachel, senza riflettere. Le parole le erano arrivate alla bocca senza essere elaborate dal cervello. Ebbe anche l’impressione di essere arrossita.
- Ascolto di tutto a dir la verità. – rispose il ragazzo con un tono di voce caldo, pacato, rassicurante.
Rachel dimenticò subito l’imbarazzo. Quel ragazzo trasmetteva serenità, calore. Rachel si sentiva al sicuro. Si presentarono. Lei pronunciò il suo nome per intero, ma disse che preferiva essere chiamata Rachel, o Royce, il diminutivo che si era inventata. A dir la verità di quel diminutivo non aveva mai parlato a nessuno. Lo teneva per sé, come un’identità segreta. Il ragazzo aveva un nome strano. Disse che si chiamava Simael.
Parlarono per più di un’ora di musica, spaziando dall’hard core alla musica etnica, da Bob Marley a Debussy, dai System of a down a Lorena McKennit. Era la prima volta che Rachel riusciva a parlare con una persona così colta. Si sentiva perfettamente a suo agio, sicura. Quando Simael le chiese perché non toglieva gli occhiali, lei non rispose con la solita risposta evasiva che dava a tutti. Disse semplicemente la verità. Era cieca. Simael rispose che avrebbe voluto ugualmente vedere i suoi occhi. Rachel ribattè dicendo che forse un giorno glieli avrebbe mostrati.
Continuarono ad incontrarsi ogni giorno. Simael andava al negozio e parlavano di musica o ascoltavano musica, mentre Rachel metteva l’adesivo con il prezzo sulle copertine dei cd. Eppure lei sapeva che Simael non era andato a cercarla solo per parlare di musica. Lo sentiva. Ma lui non sembrava pronto a confessare e allora lei continuava a godersi quei momenti, a parlare di Enya e Sinatra e a sorridere. Finchè un giorno pensò che una persona speciale come Simael avrebbe dovuto conoscere Wolfgang.

CAPITOLO 14

Quando Wolfgang Finch era arrivato in ospedale, quella mattina di Febbraio, tutto lo staff medico concordava nel definirlo un miracolo. Quella mattina il giovane Wolfgang, sedici anni, lunghi capelli biondo cenere, residente in uno scantinato in periferia che almeno teoricamente avrebbe dovuto condividere con la madre, si era alzato di buon’ora, si era rasato, aveva messo su la caffettiera. Dopodiché aveva sciolto due aspirine in mezzo litro di coca cola, aveva mandato giù tutto e aveva completato con sei compresse di valium e una tazza di tequila. Quando i medici decretarono che con una lavanda gastrica sarebbe stato fuori pericolo, non c’era corridoio in cui non lo si nominasse come “il sopravvissuto”. Quando appena sveglio Wolfgang scoprì di non essere morto gli venne una crisi isterica talmente violenta che furono costretti trasferirlo al reparto psichiatrico. Lì, la signora Aguilar fu la prima a occuparsi del paziente in crisi. Rachel, che spesso andava a trovare la madre, cominciò a parlare con Wolfgang. Il sopravvissuto si lasciava cullare dalla voce melliflua della ragazzina cieca che ogni mattina si andava a sedere al capezzale del suo letto e per la prima volta pensò all’ipotesi di continuare a vivere.
Rachel aveva sentito in Wolfgang il profumo di qualcosa di diverso. In ospedale sentiva sempre l’odore della malattia che non era solo il nauseabondo aroma del disinfettante, ma un odore più acre, quasi simile all’aceto. Tutti all’ospedale dicevano che Wolfgang era malato, anche se “sopravvissuto”, ma lei non riusciva proprio a sentire in lui l’odore della malattia. No, quell’odore non c’era e lei era certa di saper riconoscere gli odori. No, Wolfgang sapeva di qualcosa di diverso, inspiegabile. Però siccome gli odori delle persone a volte sono simili a quelli di alcune cose, Rachel diceva a se stessa che Wolfgang sapeva di pane. Sì, ma non del pane caldo, con la mollica morbida e fragrante che suo padre comprava in panetteria ogni domenica, ma del pane del market all’angolo della 18^ strada, quel pane fatto con tanta crusca e una crosta spessa. Quel pane povero che mangiavano durante la settimana e che sembrava ricordare alla famiglia la precarietà della loro esistenza, rischiarata solo dal candore del pane della domenica, era invece il pane che Rachel preferiva. E Wolfgang sapeva di quel pane, emanava l’amarezza di non essere venuto fuori esattamente come il fornaio avrebbe voluto, ma non per sua mancanza, bensì perché alla fine la crusca aveva sopraffatto la farina.
Quando aveva deciso che Wolfgang doveva conoscere Simael, o meglio che Simael doveva conoscere Wolfgang era sicura di aver fatto la scelta giusta. Simael era tante cose, muschio e acqua di mare, scogli e bolle di sapone, ma era anche caffè. E il caffè si dovrebbe sempre bere accompagnato da un pezzetto di pane, per non fare buchi nello stomaco e il pane con tanta crusca andrebbe sempre bagnato in una tazza di caffè per prendere un po’ di sapore.
Wolfgang e Simael non si piacquero, come non si piacciono il pane e il caffè, ma allo stesso modo capirono di aver bisogno l’uno dell’altro per essere meno insipidi. Wolfgang restò in ospedale un’altra decina di giorni e quando uscì lui e Simael misero su un locale nella vecchia casa di Wolfgang, quello scantinat