BLIND parte prima Come una giostra - di Martina Errante
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 28/05/2007 alle ore 17:26:59
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CAPITOLO 1
In un impeto di rabbia fuori dal solito, prese a respirare affannosamente. Tutto le ruotava intorno come una Ferrari lanciata sull’asfalto e lei, in quel Paradiso oscillante, si teneva le orecchie tappate con entrambe le mani e gli occhi serrati, vacillando paurosamente. Si ricordò, in un secondo di ragione, della trottola ricevuta come regalo di compleanno da bambina. C’erano disegnati dei cavalli, lassù. E lei si divertiva a vederli girare follemente su se stessi, alternarsi l’un con l’altro in quella folle corsa. Un puledro dopo l’altro. Lei l’unico Dio in grado di deciderne il destino. Gli unici due dentini in quella bocca da lattante ridevano e le manine paffute continuavano a far girare il diabolico aggeggio. Girate, cavallini. Girate.
Come la trottola, si rese presto conto che non era il mondo a ruotare. Le sue gambe vorticavano furiosamente dentro un ipotetico quadrato di moquette ai suoi piedi. La bocca si apriva e si richiudeva a intervalli irregolari, pronunciando parole insensate. Anzi, non le declamava, le labbra si limitavano a delinearne i contorni, parlava senza che la voce giungesse alla gola. Un silenzioso discorso a un sordo Dio.
Non mi piace far soffrire le persone.
Si piegò ancora di più sulle gambe, tenendo le orecchie tappate e gli occhi serrati, continuando a vacillare.
Un puledro dopo l’altro.
Poco prima che il buon senso l’abbandonasse del tutto, uno spiraglio nella restante ragione, le indicò la porta del ripostiglio. Il ripostiglio è insonorizzato. C’era uno studio di registrazione, una volta. Assassini.
Barcollò fino alla porta socchiusa e ci si infilò di petto, restando in quella assurda posizione.
Un puledro dopo l’altro.
Allontanò le mani dalle orecchie solo per chiudere l’uscio. Un secondo di silenzio. Pace. Poi l’urlo. Assordante, ma solo da lei percepito, inceneriva le pareti; gridava, come solo un uomo posseduto da un demone poteva fare. Un grido rabbioso, furibondo, isterico, fuori dalle norme del mondo edificato da Dio. Un grido e poi una risata acuta, fulminata, un coltello nel cuore di una Caterina da Siena del terzo Millennio.
Un puledro dopo l’altro.
Poi il silenzio. E perse i sensi accasciandosi in terra.
CAPITOLO 2
Quando si risvegliò, il mondo aveva smesso di girare. La sua corsa disperata era giunta al termine. I cavalli avevano tagliato il traguardo.
Si guardò intorno, cercando di convincersi di non essere morta. No. C’era ancora il ripostiglio. C’era il casino allucinante sulle mensole e nelle ceste. C’era persino la sua trottola gettata in un angolo.
Inghiottì le due pasticche di Zotrix conservate in tasca prima di svenire di nuovo.
CAPITOLO 3
Il suo nome di battesimo era Laura Amabel Boyle. Lei preferiva farsi chiamare Royce. Era una ragazza strana con una personalità altrettanto bizzarra. Non amava parlare molto di sé in pubblico, preferiva ascoltare e poi paragonare le virtù degli altri alle proprie, trovandovi analogie e differenze. Non aveva un carattere ben designato: lo modificava dall’oggi al domani, ricostruendolo di volta in volta su fondamenta nuove. Chi fosse e cosa volesse non lo sapeva bene neanche lei.
Quando si risvegliò nell’angusta stanzetta, si sentì molto più leggera. Un masso scaricato. La prima cosa che le venne in mente fu la trottola. Nella sua arena mentale, ora il giocattolo era imbalsamato obliquamente, con un cavallino che sorrideva dalla sua postazione permanente. Le pillole di Zotrix avevano fatto il loro effetto: la depressione era passata. Rimaneva soltanto un acuto mal di testa e la consapevolezza di aver esagerato anche quella volta. Si guardò intorno con gli occhi socchiusi. Una montagna di cianfrusaglie erano accumulate in ogni angolo disponibile. C’erano tre ceste bianche di vimini sotto la scaffalatura di metallo. Le ceste traboccavano di oggetti mai utilizzati, gettati là dentro dall’alba dei tempi, capovolti nel loro disordine, lottando come dannati nell’inferno per emergere dalle acque dell’Acheronte e farsi vedere da quell’ignoto Dio inesistente che non li avrebbe mai salvati. Il vecchio apparecchio per l’asma di Simael sovrastava su una manciata di scatole vuote ricoperte da uno spesso strato di polvere.
“Mamma, non riesco a respirare.” “Prendi l’inalatore, Sim.” “Mamma, non riesco più...” “Tranquillo, c’è l’inalatore”.
Certo, c’era l’inalatore. C’era sempre stato l’inalatore.
Nel silenzio della sua colpevolezza, Royce si drizzò sulle gambe e si domandò da quanto tempo fosse chiusa là dentro. Un odore penetrante di muffa e di sporco le soffocò il respiro. Doveva essere la macchia di umidità sul muro. Nella solitudine delle sue riflessioni, cominciò ad accorgersi che anche il silenzio poteva diventare assordante. Troppo vuoto, troppa pace. Un pulsare ripetitivo di battiti cardiaci e sospiri repressi. Poi il silenzio. Ma non si può morire senza parlare o senza ascoltare. C’era stato l’urlo che aveva infranto il silenzio melodrammatico e poi basta. Royce si chiese se preferiva il silenzio assordante o un grido che lo sferzava. Il suo grido. Quello dell’uomo posseduto dai demoni. Gli stessi demoni che vegliano sui dannati dell’Acheronte.
Si incamminò per i due metri e mezzo di larghezza dello stanzino. Lo studio, pensò. Una volta c’era lo studio. Non si sentì più sola, perché nell’aria aleggiavano le note delle vecchie canzoni registrate.
“Sim, mi fai cantare?”
“Cosa vuoi cantare?”
“Una cosa. L’ho scritta io”.
“Allora non sarà nulla di buono.”
“Voglio provarci.”
Non c’erano più le casse, né i dischi e tutte le copie invendute del singolo “BLIND”. Quelle erano finite probabilmente in qualche discarica della contea da diverso tempo. Royce cercò di ricordare le parole di quella canzone scritta di suo pugno anni prima. Ma per quanto si sforzasse, forse per l’effetto degli antidepressivi non riusciva a ricordare.
“Di che parla questa canzone?”
“Leggila. È carina.”
“Cantala tu.”
“Prima leggila. Non so se ti piacerà”
“No. Se vuoi che io la senta, dovrai cantarla tu.”
Royce appoggiò con la schiena contro la porta. Sentiva il freddo del legno sulle spalle. ( Come poteva anche il legno essere freddo?) Era seduta così quando chiese per la prima volta al fratello di farla cantare. Lui l’aveva guardata con gli occhi fuori dalle orbite, neanche gli avesse chiesto di farsela. L’aveva scrutata attentamente, passandola a raggi X con lo sguardo e poi le aveva chiesto di cantare la sua canzone. Ora era lei stravolta. L’aveva scritta, ma adesso quasi si vergognava a cantarla.
“È quello che mi hai chiesto, no? Allora canta.”
Lei si era schiarita la voce, preparandosi ad essere derisa. A quindici anni si ha sempre una voce piuttosto infantile. Forse adesso aveva l’età giusta per recitarla. Era una canzone impegnata. La storia di un uomo terribilmente innamorato di una donna e del tutto cieco davanti la certezza che lei avesse smesso di amarlo da tempo. La vuotò tutta d’un fiato, quella sera., fregandosene di tutto, di stonare, di andare fuori tempo, di sbagliare le parole. Senza un foglio con gli appunti. Lasciando che fosse il cuore a parlare e non la sua arida bocca.
“He wanted to love her
he was sure she would love him
some things can’t change so much...”
“The storm in his life, it cuts like a knife his skin... ” canticchiò Royce. Aveva proprio ragione. Quella era la voce giusta per cantare. La voce di una donna adulta. Se ventidue anni rappresentano la maturità...E intanto le parole erano tornate, le rivedeva presenti, nell’ambito del loro ricordo sfocato. Ricantare come allora. Rivedere Simael fissarla e carezzarsi il mento da principio, poi sorridere e infine restare sorpreso, quasi impaurito.
“The storm in his mind
he didn’t know he was blind...”
La canzone, all’inizio, si chiamava BLIND LOVE. Era stato lui a modificarne il titolo e a volerla incidere quella sera stessa. Fino alle cinque del mattino erano rimasti là dentro, nello studio insonorizzato, due esseri fuori dal mondo concepito da Madre Natura. Lei improvvisava le parole e lui costruiva le note alla chitarra di volta in volta, con una pazienza degna di un professore alle prese con una mandria di discoli.
“Ehi, Royce, sai che sei brava?”
“Lo pensi sul serio?”
“Scrivine ancora. Starei a sentirti cantare anche per il resto della vita”
Come faceva la canzone? Ah, sì. “He was not as the other men...”
Bella frase. Perfetta per Simael.
CAPITOLO 4
Quando la crisi fu passata, si decise finalmente a uscire dalla cameretta. Appena fuori, una sorsata di aria fresca la invase nei polmoni. Scomparsi la puzza di muffa e di sporco.
“Sapevo che eri qua”.
“Ciao, Drew” disse lei, squadrandolo.
“Brava. L’unico posto che non avrei mai violato. Potevi anche morirci lì dentro e nessuno ti avrebbe mai sentita”.
Lo fulminò con gli occhi.
“Scusa” sussurrò lui.
Royce si fermò a fissarlo, schedandolo dal basso in alto come faceva con tutti. Drew. L’unico dei suoi amici con il quale non s’era mai fatta una storia. L’unico dei suoi amici rimastole.
“Drew...In quale momento si riesce a capire se lo stato mentale di una persona tende alla schizofrenia?”
“Quando ci si chiude in uno stanzino buio e polveroso dopo una crisi di nervi, suppongo.” rispose. “Dì un po’, hai intenzione di campare di antidepressivi per il resto della vita?”
“Sì, se fosse necessario”.
“Non sei quel tipo di persona. Questa è tutta una messinscena. Smettila di ammazzarti con le tue mani” la rimproverò, con la voce secca e rovente, tenendola ferma dai gomiti. “È chiaro?”.
“Sarai tu ad ammazzarmi, se mi tieni così”- strepitò lei e si liberò dalla morsa, correndo a rifugiarsi in un angolo dell’angusto corridoio.
Drew provò ad avvicinarsi, ma lei lo scacciò, rannicchiandosi ancora di più in terra e nascondendo il volto tra le braccia.
“Ascolta, Royce tentò di persuaderla, abbassandosi verso lei non hai da temere. Ci sono io. Se il mondo t’ha offerto il suo lato peggiore non fartene una colpa per il resto della vita. Sei solo una vittima del progetto divino. Anche se non ci credi, per me esiste un Dio o perlomeno qualcuno che controlla le nostre mosse. Non siamo destinati a soffrire per sempre. Facciamo parte di un disegno, Royce.”
Un rivolo di lacrime le rotolò sul viso scarno nascosto dagli avambracci.
“Anche tu crederai in qualcosa, Cristo!”
Come una bambina richiamata dalla madre per una monelleria più grave delle solite, Royce alzò la testa di scatto, paonazza, con le lacrime che colavano a fiotti, vomitandogli addosso un nugulo di insulti e imprecazioni.
“Parla, vaneggia pure del tuo Dio! Non m’ha dato mai niente il tuo Dio, m’ha solo tolto i sogni! Dove sono quei..... genitori che dovrebbero sorreggermi? Dov’è Simael? Dov’è finito il mondo, Drew? Non aspetterò per sempre di essere salvata dal tuo disegno divino, hai capito?”
Scoppiò a piangere sommessamente, mentre quelle gocce di disperazione bagnavano l’espressione innocente ricordo di un’infantile ingenuità. Drew la strinse fra le braccia. La sentiva sobbalzare delicatamente, mentre i battiti del piccolo cuore offeso si facevano sempre più acuti. Era così piccola, accoccolata in quella posizione, troppo magra per la sua età, troppo sofferente. In quel momento lui avrebbe preferito addossarsi tutte le sue pene piuttosto che vederla soffrire in tal modo. Povera, piccola Royce. Sarebbe stata un buon soggetto per un romanziere ozioso alla ricerca di un personaggio per il suo nuovo libro. Già se lo vedeva in tutte le vetrina, in testa alle classifiche di vendita, vincitore del nobel per la letteratura: “LA MIA ROYCE” si sarebbe intitolato, o più semplicemente “ROYCE”, perché a lei piacevano le cose semplici e concise.
“Mi manca, Drew...”, sussurrò, in una frazione di riposo dalla desolazione. Poi si addormentò.
CAPITOLO 5
Laura viveva sola in una grande villa alla fine di Carson Road, a Denver. Dopo la morte del fratello e la tragica scomparsa dei genitori, si era tenuta per sé l’abitazione e ci viveva come un eremita, abbandonata alle proprie volontà. Aveva un’altra sorella, più grande di sei anni, di cui ignorava ormai lo stato e le condizioni. Si era sposata appena maggiorenne ed era fuggita in California col marito, senza lasciare notizie. Quando la signora Boyle era ancora in vita, l’aveva data per dispersa.
La vita di Laura era pressoché sempre la stessa: si alzava all’alba, indossava i soliti jeans troppo stretti e i maglioni sformati e cominciava a scrivere. Scriveva tutto quello che le capitava per la testa, dai racconti di fantascienza a spezzoni autobiografici, servendosi di una vecchia macchina da scrivere recuperata a un mercatino delle pulci. Aveva cartelle e cartelle colme di fogli dattiloscritti e testi incompiuti. Aveva steso cinque o sei romanzi, che non si era mai preoccupata di rilegare, gruppi di fogli disordinati, dove i capitoli si mescolavano l’uno con l’altro, dov’erano più le correzioni fatte a penna che non i caratteri d’inchiostro della macchina. Quelle pagine confusionarie rappresentavano un po’ la sua vita: incasinata, caotica, senza una radice alla quale fare riferimento. Non le piaceva molto andare in giro, perché la cosa che temeva maggiormente era il giudizio degli altri. Aveva accettato di collaborare con un paio di giornali. Talvolta scriveva dei racconti brevi che venivano pubblicati a puntate, ma lo faceva solo quando le andava, senza rispettare scadenze e termini.
Non aveva bisogno di soldi perché i suoi avevano lasciato un bel gruzzoletto in banca.
Non doveva pagare il sostentamento della casa perché era di sua proprietà. Il suo scopo era sopravvivere.
Nessuno aveva letto mai i suoi libri. Nessuno tranne Drew. L’aveva sorpreso una volta mentre sfogliava le pagine di un suo romanzo e aveva avuto un’altra delle sue crisi di nervi. Lui aveva dovuto giurare di non farlo più.
CAPITOLO 6
Royce salì in camera vacillando. Voleva evitare quegli atteggiamenti fuori luogo, ma era più forte di lei resistere a quella forza paranormale. Non erano sempre gli altri a causarli, il più delle volte era semplicemente l’ambiente circostante a rievocare i momenti drammatici colpevoli di tali reazioni. La casa. Quella casa la faceva letteralmente impazzire. Si risvegliava di soprassalto nella notte e sentiva lo spirito delle canzoni cantate con Simael che le aleggiava intorno alla testa come un fantasma indomabile. Drew gliel’aveva ripetuto centinaia di volte: vendila. Vieni a stare da me. Ma lei non aveva voluto. Una volta c’era andata molto vicina. Aveva messo l’annuncio sul giornale, aveva esposto sul vialetto il cartello con su scritto “SOLD OUT” e aveva persino trovato un possibile acquirente, un tale Brown che era disposto a pagare il doppio del prezzo richiesto se la casa fosse stata resa disponibile entro la fine del mese. Un’ottima offerta. Si era preparata a smantellare tutto, a trasferirsi a North Village, in un monolocale più adatto alla sua intrepida vita. Poi, però, aveva trovato l’ultima copia di “BLIND” e non c’era riuscita. Lei vedeva segni ovunque. E ritrovare quel Cd non aveva fatto altro che rinnovare le sue convinzioni: quella casa le celava ancora qualcosa che doveva obbligatoriamente vedere prima di andarsene.
“Vedrai la tua fine, se resti, ecco cosa vedrai!”- le aveva ribadito Drew. Ma lei era rimasta ugualmente.
In quel momento la sua stanza le sembrò terribilmente spoglia. Buia, con le serrande abbassate come sempre, un mucchio di coperte rovesciate sul pavimento color vomito, il letto desolato nell’angolo, l’armadio aperto stracolmo di oggetti di ogni origine, tranne che di natura “indossabile”. Non c’erano specchi. Non c’era un solo specchio in tutta la casa, nemmeno in bagno. Li aveva fatti togliere. Temeva il giudizio di se stessa più di quello degli altri.
Non mi piace far soffrire le persone.
Il suo sguardo si soffermò sulla finestra buia. Era piccola e stretta, di quelle a scatto. Anche sollevando per intero il vetro sottostante non ci sarebbe mai passato neppure un bambino. Ma lei era più magra di un bambino. In lei i muscoli non erano più presenti da un bel pezzo, solo un mucchietto di ossa rette in piedi da un miracolo. Era sempre stata così magra? Sì, per quanto potesse ricordare. A quindici anni pesava 36 chili, a diciotto 43. Poi era dimagrita ulteriormente. Non aveva mai pensato seriamente alla morte e a suo parere era anche abbastanza ottimista. Passava davanti la finestra ogni sacrosanta mattina eppure l’aveva sempre e solo vista come una fonte di luce oscurata dalla serranda. Afferrava i coltelli per tagliare il pane eppure non li aveva mai considerati possibili armi per tagliarsi la gola. E le pasticche di Zotrix, delle quali si imbottiva ogni mattina....sapeva che se avesse esagerato la razione di una sola pillolina in più per lei sarebbe stata la fine: avrebbero agito sul cervello trasformandosi in una droga e lei non avrebbe mai più potuto farne a meno, non solo la mattina, ma anche tre o quattro volte a giorno, se non di più, finché la famosa sostanza rosa non le avrebbe polverizzato la materia grigia.
Le piaceva la sua vita, le piaceva la sensazione di torpore dalla quale si risvegliava dopo le crisi di nervi, le piaceva l’idea di poter guardare il sole sorgere ogni mattina dalla portafinestra dello studiolo al piano di sotto. Talvolta trovava gusto sadico nello sfottere Simael, durante un riverbero isterico gridava in quel suo sordo richiamo: “Hai visto, Sim? Io vedo la luce e tu no! Io vedo....la luce...e ....tu ....noooooooo!” Traeva forza dal rimprovero al fratello e si reputava fortunata per essere stata prescelta a restare sulla terra. Ancora segni. Lei, i segni li vedeva ovunque.
Si gettò sul letto di schiena, fissando il soffitto di assi ricurve. C’era una ragnatela tra il primo e il secondo piolo. Una ragnatela vecchia e sfilata, senza il suo costruttore.
“Eccola pensò un’altra casa senza padrone”.
Quando si risvegliò, capì di aver sognato tutto. Era stato Drew a portarla su di peso. Lei non aveva guardato il casino sul pavimento, non aveva notato la finestra, né la ragnatela senza padrone. Infatti, alzando gli occhi al tetto si accorse non c’era più. O meglio, non c’era mai stata. E il letto era ordinato. L’aveva rifatto lui, così come aveva richiuso l’armadio e impilato i libri di De Mello. Caro Drew. Non sapeva come avrebbe fatto senza di lui.
CAPITOLO 7
“Vorrei che ci venissi. Dico veramente” disse Drew, sorseggiando il suo caffè.
Il locale era semivuoto. C’erano solo due camionisti che si scambiavano dritte in un tavolo in fondo e il barista affaccendato a ripulire il bancone prima di ritirarsi.
“Non lo so” gli rispose Royce.
Era passata una settimana dall’ultima crisi di nervi, ma la mente di Royce era ancora in preda agli eufemismi dello sgomento.
“Hai bisogno di uscire, è questa la verità. Non sarà una festa cattiva, siamo solo una decina di persone.”
“Una festa oligarchica” disse, dando un’altra prova della sua inesauribile ironia.
“Esatto. Vieni?”
Lei sospirò.
“Una grande orgia”. esclamò, esprimendo il suo pensiero.
“Ci saranno anche Michael e Vincent” cercò di convincerla.
“Appunto. Una grande orgia. Sai che non hanno una buona stima di me”
Drew mescolò il liquido rimasto nella tazza con rassegnazione. Già, non avevano gran stima di lei. Eccome se non ne avevano. Ma lui stavolta non avrebbe lasciato che ci provassero con lei liberamente. Facile approfittarsi delle persone deboli.
“Se hai proprio bisogno d’affetto vieni da me. Lasciali perdere.”
“Posso venire da te in qualunque momento e non ho bisogno di una festa per farlo.”
“Ricordi la promessa, Royce?”
“Certo”.
“E allora ricorda anche che puoi stare al sicuro”.
Non mi piace fare soffrire le persone.
“Quando fai così mi ricordi Simael”.
Drew si trattenne. Avrebbe voluto sfiorarle una guancia, ma i patti sono patti. E lui non li avrebbe mai violati.
Lui e Royce diventarono amici due anni prima. Lei si era già girata buona parte dei ragazzi che conosceva. Era una bella ragazza, alta, avvenente, gli piaceva il suo modo di sorridere, quelle rare volte che sorrideva. Ma non ci aveva mai provato con lei, non si era mai approfittato delle sue condizioni e tutte le volte che l’aveva aiutata durante le crisi, non gli era neanche passato per l’anticamera del cervello di farsela. L’abbracciava, sentendola esile come un cerbiatto e chiedendosi come facessero quelle gambe sottili a reggerla in piedi. E lei, con la voce rotta dal pianto gli aveva chiesto perché non faceva come tutti gli altri. Lui era rimasto stravolto e provò ancora più rammarico nei confronti di chi l’aveva sfruttata. Perché ti voglio bene, le aveva risposto, preso dal rancore e dalla tenerezza, senza riuscire a staccarsi da quell’abbraccio, cosciente della solitudine che quel piccolo cuore aveva dovuto affrontare. Da allora erano diventati amici. Lei l’aveva guardato, con gli occhi colmi di riconoscenza e avevano promesso. Mai, mai, mai si sarebbero baciati, mai lui l’avrebbe guardata come un’amante osserva la sua innamorata, mai sarebbero stati più vicini di un abbraccio d’amicizia. E lui non avrebbe infranto la sua promessa per niente al mondo.
“Allora? Hai deciso?”
“Passa a prendermi alle otto”.
CAPITOLO 8
“Che soffrire sia solo una tappa verso l’infinita gioia? Ne dubito. Sto a guardare quel mondo così paradossalmente stereotipato e mi chiedo se c’è davvero un destino già scritto, se lo spirito di un eterno Aristofane ha steso un copione da seguire. Oh, perdersi nella consapevolezza di una strada già asfaltata è triste, ma come in tutti i sentieri ci sono buche, fosse e anche tratti dimenticati che si possono edificare sul momento e sconvolgere il restante percorso. Conoscendo il futuro...si potrebbe dormire sugli...”
“Torndelll?”
Royce lo ammonì con lo sguardo.
“Wiggler.” Mi hai interrotto, perché mi hai interrotto, dannazione?
“Lo stile è simile”.
“No, Drew. Torndell era un debole, un disilluso, un rassegnato. Scriveva per non morire. Wiggler scriveva per convincere gli altri a vivere”.
Drew abbassò il finestrino della Station wagon e buttò in strada la sigaretta ancora accesa. Royce si assicurò che la spiegazione gli fosse bastata e riprese a leggere.
“Conoscendo il futuro....si potrebbe dormire sugli allori aspettando che venga compiuto...ma dove sarebbe la magia nello scoprire qualcosa di già terribilmente noto? Oh, amara solitudine, oh rinnovata speranza che trova il suo centro là dove si perde il senso di tutto! Cosa fare per non perderla, ella che è nuda e affranta e perduta nell’ammissione di una scontata colpa ? Immaginarsi note della stessa melanconica melodia, quando invece....”
“....si è protagonisti di armonie diverse non è forse arrendersi al destino di quella medesima strada?”
Royce chiuse il libro con un tonfo.
“La conoscevi?” urlò, offesa. Lui calò la testa ammiccando un sorriso sotto gli occhiali scuri.
“Mi hai mentito!” strepitò, stravolta.
“Oh, no! ribatté lui Non ti ho affatto mentito. Conoscevo le parole non l’autore”.
“Cosa...” sibilò lei, confusa.
Drew si mise a canticchiare le parole della poesia di Wiggler articolandole sullo scheletro di una vecchia canzone abbastanza conosciuta.
“È di Jim Soudrix” disse infine, con il tono lievemente canzonatorio dell’uomo furbo che ha appena giocato la sua preda.
“Lo sapevo” rispose lei, arrampicandosi sugli specchi per non dover ammettere la verità. Odiava essere fregata. Non capiva perché dopo tanti anni di studio e di rinomata cultura, s’inceppasse in trucchetti come quelli.
“No, che non lo sapevi!”
“Sì, invece!”
“No, fragolina!”
A quel punto un sorriso le colorì il volto pallido e, nonostante cercasse di rimangiarselo era ormai affiorato troppo in superficie. Anche Drew sorrise. E poi scoppiarono a ridere tutti e due. Una risata allegra e gaia, finalmente, niente trilli isterici, no, no. Faceva bene ridere qualche volta. E lei lo faceva così raramente....il riso e l’alimentazione erano per Royce due optional, inseriti casualmente nelle richieste dell’automobile. Ma lei era tanto carina quando rideva....peccato, per Drew, ammettere che quand’era triste fosse ancora più bella.
CAPITOLO 9
Simael era stato, in vita, un ragazzo molto attraente. Fin dal secondo anno di liceo, quando era aumentato di mezza spanna in altezza rispetto al professore di chimica, si era assicurato dietro uno sciame di ragazze che non lo avrebbe più mollato fino al giorno della maturità. Che fosse un bel ragazzo non c’era alcun dubbio. Qualcuno, però, gli attribuiva o per rinuncia a per invidia l’appellativo di noioso e paranoico. Nel complesso si poteva definire un Dio solitario, l’Apollo delle adolescenti, amante della musica più di ogni altra cosa. E le malelingue non si erano risparmiate nel dubitare della sua virilità, dato che nessuno l’aveva mai visto in giro con una ragazza all’infuori della sorella. Ciò indusse i più fantasiosi a pensare che fra i due ci fosse qualcosa di più di un semplice e disinteressato amore fraterno. Qualcosa che li legasse di più. Qualche peccatore di immaginazione aveva diffuso in giro la voce che, ogni notte, nello studio insonorizzato, i due non parlassero solo di musica. Anzi....là dentro non parlavano affatto! Eppure, per quanto Simael fosse a conoscenza del pettegolezzo non aveva mai fatto niente per smentirlo e questo aveva incentivato le battutine maliziose e i sorrisi delle smorfiosette che le diffondevano. Nonostante tutto, Laura era conosciuta soltanto per sentito dire o per citazione di pochi. Quasi nessuno l’aveva mai vista, poiché non aveva ancora messo piede alla Hight School di Denver, ma appena iniziò il corso di studi non pochi rimasero sorpresi. Tutti gli scettici che se l’erano figurata come la classica sorellina paffuta e con l’apparecchio per i denti, rimasero a bocca aperta accorgendosi di avere a che fare con un’avvenente bruna dagli occhi di ghiaccio e un fisico mozzafiato. La cerchia di amici di Simael quell’anno, aumentò vistosamente, mentre Laura veniva attorniata da cumuli di ragazze provenienti da tutte le classi dell’istituto che si dichiaravano sue migliori amiche. Compagni disposti a tutto pur di essere invitati un solo pomeriggio a casa Boyle.
Ma la strada dei “Bellissimi” non si era aperta con Simael. Quattro anni prima che entrasse lui, era stato il turno di Megan, la sorella maggiore. Aveva molto in comune con la “piccola”: stesso fisico, stessi occhi azzurri, stessi voti alti. Anche Megan era stata molto corteggiata, persino all’università anche se all’ultimo anno aveva sorpreso tutti dicendo che era incinta e che dopo la festa del diploma si sarebbe sposata niente poco di meno che con Brian Sullivan, un anonimo appassionato di informatica che nessuna si era mai degnata di prendere in considerazione.
Laura non vide mai il suo nipotino. Dopo la laurea, Megan e l’anonimo si sposarono con un matrimonio civile e andarono a trascorrere due settimane in luna di miele sulle montagne rocciose. Le due settimane divennero un mese, poi un anno e poi tutta la vita. Laura sapeva soltanto che il bambino portava il nome del fratello. Simael. Gli avevano messo Simael. E se fosse stata una femmina si sarebbe chiamata Laura.
“Per me i nomi sono tutti uguali, tanto vale chiamare il piccolo col nome delle persone a cui tengo più al mondo, no?” le aveva detto Megan l’unica volta che si erano sentite per telefono: nove anni prima, per l’esattezza. Nove anni.
CAPITOLO 10
Una spessa nube di fumo le si aprì dinanzi. Fumo e caldo. Un caldo orribile. Le tornò in mente la trottola ed ebbe un’esitazione ad aprire gli occhi: temeva che il mondo, o la sua mente (per quanto essa potesse essere paragonata al globo terrestre) avessero ripreso a girare e il timore era talmente radicale da impedirle non solo di aprire le finestre sull’universo, ma persino di muoversi.
Un puledro dopo l’altro.
Imbambolata in quella strana posa di compressione aerea si chiedeva se si potesse morire di solitudine. Nonostante il legame non c’entrasse molto in quella situazione, si rese conto che la cosa che l’aveva sempre terrorizzata maggiormente era l’eventualità di restare sola. Perdere tutto.
“Oh, che problema c’è? ragionò in quella sua mente annebbiata Ho già perso tutto ciò che potessi perdere. I miei genitori. Simael. Megan. Oh, non che mi sia mai importato molto di lei. Io ero la sua sorellina. Lei era la grande e io la piccola. Meglio che se ne sia andata”.
Non era neanche riuscita a finire di focalizzare il pensiero che un altro si subissò subito a rimpiazzarlo. Era entrato un nuovo odore nell’aria. Un odore acre e amaro, come di...carta bruciata. No, non era carta bruciata, era qualcosa di...come dire...più dolciastro. Già. Acre e dolciastro. Che razza di definizione.
Si costrinse a non aprire gli occhi, ma azionò il fiuto. L’odore si era fatto più intenso. Alcool. Ecco cos’era. Alcool. Doveva essere brandy o qualche altro liquore mescolato con del gin. In definitiva, però, era un odore confortante. Non la faceva sentire sola, perlomeno.
Il caldo tornò a premerle addosso. Adesso si trovava vittima di tre sensazioni: la calura opprimente, la puzza di fumo e quello strano odore di alcool. Ora che ci rifletteva, quell’olezzo non era del tutto confortante. Aveva capito di non essere sola. E anche di non essere più alla festa. Era in compagnia di qualche sconosciuto, o di qualcuno di cui ignorava l’identità, almeno per il momento. Poteva essere chiunque, da Superman a uno psicopatico appena fuggito dal manicomio di Colorado Spring. E se era un pazzo con dell’alcool in mano avrebbe potuto fare qualunque cosa. Poteva ubriacarsi e poi ucciderla. Oppure poteva dare fuoco alla casa e poi scappare come aveva fatto dalla casa di cura.
“Calma, Royce, - si disse hai solo un’immaginazione troppo fervida. Non c’è nessuno qui. O se c’è qualcuno, non è certamente uno psicopatico. Questo accade nei romanzi che scrivi, non nella realtà.”
Eppure doveva scoprire come stavano le cose. Non aveva certo intenzione, chiunque fosse il suo compagno di stanza, di lasciarsi bruciare viva senza averlo prima visto in faccia. Doveva trovare la forza di aprire gli occhi, nonostante la trottola e il mondo ruotante. Anche con il rischio di incombere in una crisi di nervi. Ma prima doveva togliersi quell’afa di dosso. Stava impazzendo. Così, tenendo le palpebre serrate, si sfilò prima il maglione e poi si sbottonò la camicetta, lentamente, per assaporare di più la frescura ritrovata.
“Ehi, vacci piano. Non vorrai farmi venire un infarto proprio adesso!”
Royce si voltò di scatto. Senza accorgersene aveva aperto gli occhi e con suo sommo stupore non stava girando niente. Tutto era fermo. Tutto al proprio posto.
La voce che aveva appena sentito veniva da dietro. Una voce maschile suadente, confortante. Si voltò con calma. Era seduta su un divano piccolo, di quelli senza braccioli ai lati, foderato con uno strano tessuto rosso a fiori tropicali. La casa era graziosa, un monolocale arredato con poco. Il pavimento scarno, le pareti tinte di uno strano giallo ocra. Sulla sua destra c’era una portafinestra lunga e sottile che lasciava intravedere difficilmente l’esterno. Attaccata da una parte alla maniglia e dall’altra a una vecchia lampada c’era un’amaca diroccata, con un buco fra i nodi di reti.
Royce girò completamente la testa, oltre lo schienale del divano. Davanti ai suoi occhi c’era un cucinino e un piano da bar, con su un paio di bottiglie di brandy. E un ragazzo che si accingeva a mescolarne il contenuto in dei boccali.
“Ti sei svegliata, finalmente! Li avevo avvertiti di non esagerare.” disse il giovane, senza alzare gli occhi dal suo compito.
“Chi...” biascicò lei, con il poco fiato recuperato in gola.
“Se hai caldo, non rivestirti. Scherzavo prima. Anzi infilati questa” disse lui, e le lanciò una maglietta, che lei si affrettò ad afferrare.
“Tu sai chi sono, non è vero?” le chiese.
“No” fu la risposta, secca, dall’interno del colletto della T- shirt.
“Donnell Sullivan, ero nella stessa squadra di tuo fratello, all’ultimo anno. Basket, ovviamente. Non ti ha mai parlato di me?”
“No”. Lui parlava solo di Wolfgang, avrebbe voluto dirgli.
“Ci avrei giurato” replicò lui, come se le avesse letto nei pensieri e si avvicinò con i due boccali colmi di liquore. Royce lo guardò per la prima volta negli occhi: erano azzurri, come i suoi. Piccoli e acuti, di un azzurro intenso. E poi somigliava al marito di Megan, l’appassionato di informatica, solo che meno rude, meno rozzo di quel tizio che aveva visto nelle foto. Quasi aggraziato, nelle sue spalle robuste.
“Bevi, ti farà sentire meglio. Quel sonnifero deve averti fatto passare un brutto quarto d’ora”.
“Quale sonnifero?” - pensò Royce, ma si affrettò a bere, perché sentiva la gola in fiamme. Tutti quegli odori non le avevano fatto riflettere sul fatto che non aveva preso la sua capsula di Zotrix e la dipendenza era ormai talmente forte da non poterne fare a meno.
“Tu, non....non sai quanto mi dispiace per la situazione in cui ti trovi. Non ero seriamente convinto, te lo giuro. Ha fatto tutto Vincent. Come ti senti?”
Royce gli restituì il bicchiere svuotato.
“Meglio. Ma voglio sapere dove sono”.
“Siamo a casa mia, sul fiume. Tranquilla, tra non molto tornerai a casa. Non ho certo intenzione di tenerti bloccata qui per sempre!”
Lei lo fissò con gli occhi sbarrati. Se tendeva l’orecchio riusciva a sentire gorgogliare il Cherry: ma, perché, se la casa si trovava presso il fiume faceva così caldo? Si sollevò un po’ la maglietta e si mise tranquilla. Meglio controllare i movimenti prima di restarci fregata.
“Laura, io....ti ho sempre tenuto sotto controllo. E il mio sogno era proprio quello di star qua a parlare a quattr’occhi con te. Quando sei arrivata a scuola...bè, ero a conoscenza dei pettegolezzi che aleggiavano intorno a te e Simael e pensavo che tu fossi...sì, solo una bambina che aveva approfittato dell’occasione per farsi conoscere. Poi ti ho vista....ed è stato diverso. È stato diverso da tutti gli altri, Laura, devi credermi. Loro fantasticavano di imboscarsi con te in qualche vicolo buio, io speravo soltanto di riuscire a parlarti. Così come sto facendo adesso. Una volta ti ho incrociato in corridoio. Non riuscivi ad aprire l’armadietto e ti ho chiesto se avessi bisogno d’aiuto. Ti ricordi?”
C’erano duecento ragazzi in quella scuola e il mio armadietto era costantemente inceppato, cosa cavolo vuoi che mi ricordi?, pensò lei. Ma pensò bene di rispondere affermativamente, per non deluderlo.
“E invece non ricordi, lo so. Per me quel secondo di conversazione è stato favoloso, ci ho fantasticato sopra per un mese, tu invece nemmeno lo ricordi. Ho cercato tante volte di capirti, sai? Hai una personalità terribilmente emblematica e complessa, neanche Freud riuscirebbe a comprenderti. Mi sono iscritto in psicologia giusto per questo.”
“Per capirmi?”, chiese lei, sorpresa. Quel pazzo stava seguendo un filo rosso che lei non riusciva ad agguantare.
“Già. Tu non puoi capire, ma senza volerlo hai condizionato tutta la mia vita ed ogni mia scelta. Ho studiato, su di te. Esattamente come si studia un autore famoso, un tizio con una psiche simile a quel tizio italiano...Leopardi. Ne hai mai sentito parlare?”
“Sì, ma non ne ho mai letto nulla.”, rispose in tutta sincerità, ma ancora stupita per la sua comunicazione.
“Dovresti. È molto bravo. E ha una psicologia particolarissima, scriveva per non pensare, per non essere costretto a vivere nella cupa realtà che il mondo gli aveva offerto. Proprio come te.”
Royce s’incupì. Il liquore le stava dando alla testa e un’ondata di calore le aveva sconvolto i pensieri. Si sentiva stanca e pesante. E poi un’altra riflessione l’aveva portata a distrarsi dal discorso di Donnell, così una parte di sé continuava a seguirlo e un’altra ragionava su un parallelo filo conduttore. Drew mi è sempre stato accanto, in questi momenti...
“Cosa c’entro io? E...come cavolo sai che io scrivo?”
“Oh, Laura, io so molte più cose su di te di quanto immagini! Te lo detto, ho ricercato, ho studiato, ho raccolto testimonianze e informazioni, possiedo una biblioteca di materiale dalle proporzioni indescrivibili! Conosco più cose io riguardo te che non tua madre!”
La nostra promessa, lui ci sarebbe stato per sempre e non mi avrebbe mai lasciata sola a soffrire, perché io adesso sto soffrendo perché ho paura e sono qui da sola da sola da sola...
“Tu potresti fare molte più cose! Non solo scrivere quei romanzetti, ma diventare la Agatha Christie del terzo millennio, l’erede di Ellis Peters e della Alcott! Lo credo fermamente, Laura, la tua immaginazione, se potesse essere misurata in litri di benzina, azionerebbe un jet, facendogli compiere due volte il giro del mondo e ancora non sarebbe finita! Io credo in te, Laura. E le prese la mano fra le sue non mi darò pace finché tu non ritroverai la tua.”
Dove cavolo è il mio principe azzurro sul tappeto volante? Dov’è finito il nostro patto?
“Tante volte ho cercato di farmi amico Simael solo per riuscire a comprenderti. Sapevo che tramite lui avrei scoperto un nuovo lato di te. Ma era così....così, come dire, scostante, come se non gliene importasse niente del mondo. Viveva per la musica. Solo per quella. Ho scoperto che era stato selezionato per giocare nella squadra di basket e ho fatto l’impossibile per rientrarci anch’io. L’altezza c’era, ma a quel tempo ero un manico di scopa. Mi hanno preso, mi sono impegnato, ho fatto palestra...ma è stato inutile. A ogni allenamento lui era sempre più lontano, sempre più assente. C’era, ma non c’era. E io capii che non avrei mai ricavato niente da lui.”
Perché mi parla di Simael solo Drew può parlarmi di Simael basta non ne voglio più sapere, dove sei, dove sei?
“ Ho rinunciato a innamorarmi di te, Laura, perché sapevo fosse un’impresa impossibile. Ho invidiato Drew perché lui aveva l’esclusiva sui tuoi pensieri e...”
“Dov’è Drew!?” strillò lei, in un grido talmente acuto da apparire quasi disumano. Lui, che per tutto quel tempo aveva parlato come a se stesso, in una sorta di trance, si risvegliò di botto e si accorse che lei stava piangendo. Sorrise.
“Sta arrivando, Drew. È con Vincent. Gli abbiamo dato la stessa roba che hai fatto fuori tu.”
“Drew....sempre...con me. .” provò a farfugliare, mentre un rivolo di lacrime le scivolava sulle labbra secche.
“Lo so. Ci avrei dovuto giurare che tu avresti cercato lui. Non voglio costringerti, Laura, e tra poco andrai via, te lo prometto.”
“Pr-prometti?” singhiozzò.
“Sì. Tra qualche istante quella porta si aprirà e te ne andrai via con lui, sta tranquilla. Ma adesso devi ascoltarmi. Sono tre anni che ogni settimana passo in rassegna tutte le nuove entrate in libreria sperando di veder troneggiare su qualche testo il tuo nome. Ma niente! Finora hai scritto solo memorie, appunti, pensieri. Io voglio, io pretendo che tu racconti qualcosa! Voglio leggere un tuo libro, perché credo che aspettare ancora sia una formalità stupida! Tu sei un artista, Laura. E...”
Drew, Drew, Drew, forse Donnell ha ragione...
“...potresti fare di tutto. Dalla danza alla pittura, cantare, recitare, scrivere poesie....il mondo è tuo, sei figlia adottiva dell’arte perché ti sei rifugiata in essa per sfuggire alla tua realtà. Ascoltami, Laura. Ti prego.”
Donnell le prese di nuovo le mani e si avvicinò al suo viso rigato dalle lacrime asciutte. Era così vicino che lei si accorse di un piccolo neo che il ragazzo aveva nascosto in prossimità dell’occhio sinistro.
“ Royce!”
Laura si alzò di scatto dal divano e saltò fra le braccia di Drew. Esattamente come Donnell aveva detto, lui era là, piazzato sulla soglia con le gambe divaricate e il sudore che colava a fiotti. La strinse forte, mentre lei piangeva: “Mi hai abbandonato, Drew....”
“No! Non ti ho abbandonato, mai lo farei! Lo sai. Perché io...”
Donnell si alzò e venne avanti strascicando i piedi.
“Sei soddisfatto, Sullivan? Hai avuto quello che volevi! D’ora in poi sei bandito dalla sua vita. È chiaro?” tuonò Drew.
“ Chiaro come il sole, Logan.”.
CAPITOLO 11
Il vento le faceva volare i capelli e li impregnava del fumo della sigaretta accesa. Sembravano esser tornati al pomeriggio precedente. Niente avventure, niente Cherry, niente Donnell.
“Dove sei stato?” riuscì a chiedere alla fine, aspirando forte una boccata di nicotina.
“Da Vincent. Buttala, ti fa soltanto male.”
“E non aiuta a dimenticare.” concluse lei, gettando il mozzicone giù dal finestrino.
“Che ti ha detto quell’idiota?”
“Non che abbia capito molto mentì lei ma l’unica cosa che ho mi ha colpito è stata...quando m’ha detto che mi studiava.”
Drew accennò una smorfia con il labbro superiore, ma gli occhi coperti dalle lenti scure rimasero inespressivi.
“Sì, mi sono sentita come uno di quegli insetti conservati nelle reti nella sala di scienze naturali della Denver Hight School. Conservata per essere esaminata in seguito, per studiarne gli atteggiamenti. Tutto attorno, era stato riprodotto l’ambiente naturale e quel mostriciattolo schifoso non si accorgeva di nulla.”
Drew fece un’altra smorfia, stavolta una bozza di sorriso.
“Sai perché Donnell è così attratto da te?”
Royce scosse la testa. Drew frenò. Erano arrivati davanti la villa di Laura.
“Ognuno di noi ha due vite continuò lui solo che tu le distingui nettamente. C’è chi pensa una cosa, ma preferisce non dirla perché potrebbe offendere l’altro; tu invece ne dici una e ne sei convinta, mentre l’altra parte di te, quella che io ho imparato a conoscere e che ho chiamato Royce ragiona in un modo totalmente diverso. Ecco perché Donnell ti studia”.
Royce cominciò a tremare. Il mondo stava riprendendo la sua folle corsa.
“Tu lo sapevi!” strillò, con le labbra serrate, i pugni chiusi e il sudore che lentamente colava sugli zigomi.
Lui la guardò sereno, completamente rilassato. E con altrettanto atteggiamento le rispose:
“Anche tu lo sapevi. Ma faceva parte della maggior parte delle cose che sai ma che scansi dalla tua banca dati per non soffrire”.
“Tu lo sapevi!” ripeté lei, a un passo dal solito scoppio d’ira.
“Basta, Royce, smettila. la fermò, mantenendo il massimo del controllo Non ho intenzione di venire a salvarti un’altra volta.”
Un puledro dopo l’altro.
Royce spalancò la portiera e ci si appoggiò contro con la schiena. Prese a singhiozzare. Tutto era così...terribilmente strano! Voleva tornare indietro, rivedere i suoi genitori, Simael, Megan...Rivivere quell’adolescenza tanto frastagliata dalle ambiguità.
“Dio, Drew! balbettò Io...voglio essere normale!”
“Se il grado di paranormalità si definisse in questi termini, saremmo tutti un po’ pazzi.”
Royce si voltò, il viso rigato di lacrime.
“Non sono una strega, Drew.”
“Lo so, Laura.”
CAPITOLO 12
Drew accese il computer, posò la giacca a vento e prese posto dietro il bancone. La libreria era sempre quasi vuota a ora di pranzo, così non si doveva dare molto da fare. Era esausto. La testa gli pulsava ancora per tutto l’alcool che aveva mandato giù. Ma in fondo non avrebbe potuto fare diversamente. Sapeva di dover proteggere Royce, l’aveva giurato a se stesso prima di promettere a Simael. Sapeva che l’incontro con Donnell l’avrebbe scossa, sapeva che gli avrebbe dato del traditore. Ma non aveva potuto tirarsi indietro. Donnell gli aveva rivelato qualcosa di importante, di fondamentale. Di incredibile. Quando Drew aveva capito era rimasto senza parole. Donnell poteva essere un tassello indispensabile per aiutare Royce. Già, perché Drew aveva promesso di proteggerla e pensava che questo sarebbe bastato. E invece aveva anche bisogno di essere curata. Drew non sapeva da dove cominciare. Donnell gli parve un miracolo. Però ogni cosa ha un suo prezzo e la rivelazione di Donnell gli era costata quell’incontro con Royce e la promessa di non dirle nulla in proposito. Doveva restare un segreto fra Donnell e Drew, almeno per un po’.
Drew sospirò. Iniziò meccanicamente a inserire sul server le richieste per le nuove pubblicazioni. La sua mente continuò a vagare, a chiedersi se avesse fatto la cosa giusta. Ma certo. Laura non si sforzava di cercare l’origine della sua malattia semplicemente perché non pensava di essere malata. Lei sentiva soltanto qualcosa di strano, come un anello mancante nella sua vita che non le permetteva di capire il Tutto. Drew sapeva perlomeno dove andare a cercare. Doveva conoscere il suo passato, aveva bisogno di scavare in quella nube buia di ricordi e sensazioni che non venivano mai allo scoperto. Forse sotto la spinta di Donnell, Laura si sarebbe decisa a scrivere qualcosa.
CAPITOLO 13
Laura gettò un maglione a collo alto nella borsa. Faceva freddo sulle montagne rocciose. Quella notte aveva pensato molto a Donnell. Non tanto all’esperienza vissuta, quanto più alle parole che lui le aveva detto: la Agatha Christie del terzo millennio, l’erede di Ellis Peters e della Alcott! la tua immaginazione, se potesse essere misurata in litri di benzina, azionerebbe un jet, facendogli compiere due volte il giro del mondo e ancora non sarebbe finita!
Sdraiata supina nel letto, con gli occhi rivolti al soffitto, aveva provato a immaginare cosa volesse dire sfruttare il talento che le era stato donato. Provare seriamente a mettere qualcosa per iscritto, tentare una pubblicazione. Aveva tanti spunti nei suoi notes, ma erano spunti disordinati, senza testa né piedi. Aveva bisogno di cominciare qualcosa di nuovo. E per farlo non doveva assolutamente restare in quella casa.
Aprì il secondo cassetto della scrivania e cercò di trovare dei fazzoletti e magari anche qualche pacchetto di sigarette. A Angel’s Fortress non c’erano negozi, né tabaccherie. Solo montagne, campi incolti e un vecchio maniero abbandonato, oltre alle residenze estive degli abitanti della città.
Non aveva messo molta roba nel borsone, perlopiù abbigliamento pesante. Non andava lassù da quando aveva dodici anni, ma per quanto la sua memoria le permettesse di ricordare non faceva molto caldo. Aveva cominciato a preparare la sacca alle cinque del mattino, dopo aver passato una notte in bianco a pensare a Donnell. Quando si era finalmente decisa a partire, aveva aperto le ante dell’armadio e aveva iniziato a gettare sul letto tutto ciò che le capitava per le mani: maglie, pullover, salopette, magliette, fuseaux, jeans e giacche a vento, tutto in rigoroso stile “Royce”: maglie troppo larghe, pantaloni troppo stretti.
Quando la borsa stava per scoppiare tirò la zip e afferrò un altro zainetto, che di solito usava per la tenuta da ginnastica quando andava al liceo, e si catapultò in cucina. L’armadietto delle medicine sembrava aspettarla. E lei non si fece attendere. Rovesciò nello zaino aperto tutto lo stretto indispensabile: pillole per la tosse, pillole per il mal d’auto, aspirina, vitamina C, crema contro le ustioni, pomata contro le punture d’insetti e preparato contro i morsi di serpente, cerotti, etere etilico, disinfettante, soluzioni per il mal di stomaco, spray contro le allergie, crema per gli strappi muscolari, unguento per funghi e infezioni, anestetici e antidolorifici vari. Si assicurò di aver preso pacchetti di Zotrix a sufficienza e si infilò in macchina.
“Non stai scappando, Royce si disse stai solo andando in vacanza”. Ma non ne era poi tanto sicura.
Si guardò nello specchietto retrovisore. Era da molto che non si osservava la sua immagine riflessa. I capelli scompigliati le si arruffavano sulla fronte, costruendo una sorta di ragnatela. Era sudata e ansimante, ma non capiva per quale ragione. Sbatté la testa contro lo schienale e socchiuse le palpebre. Non aveva detto nulla a Drew e si rese conto che non era giusto.
“Devo avvertirlo. Lui mi ha sempre informata di ogni suo minimo spostamento. Altrimenti non è amicizia reciproca” pensò. Ma erano appena le sette. A quell’ora doveva essere nel mondo dei sogni.
Prese a guidare lentamente fino a North Village e si fermò davanti casa Logan. No, era davvero troppo presto per suonare. Scarabocchiò qualche parola su uno scontrino del market trovato sul cruscotto, corredando il tutto con alcune indicazioni in caso volesse rintracciarla. Ma gli chiese espressamente di non andarla a trovare. Si sarebbero rivisti al termine dell’estate, quando sarebbe rientrata dalla sua “vacanza”. Lasciò il biglietto nella buca delle lettere e rimise in moto. Stavolta doveva darsi da fare. Non andava ad Angel’s Fortress da più di dieci anni e l’ultima volta aveva guidato suo padre. L’ultima volta lei non sapeva neanche come si accendesse una macchina.
CAPITOLO 14
I signori Boyle andavano ogni anno in vacanza sulle montagne rocciose. Era una località pacifica e tranquilla, un ottimo posto dove rilassarsi senza dover pensare al lavoro e ai problemi casalinghi. A Laura piaceva quel posto. La signora Pattensburg, la proprietaria della pensione dove alloggiavano quasi tutti i viandanti e i frequentatori del posto, era molto simpatica ed era anche una cuoca eccellente. Lei e la signora Boyle condividevano entrambe la passione per i fiori e passavano la maggior parte del tempo a creare composizioni floreali. Il signor Boyle, invece, amava leggere e quando il vento montanaro gli solleticava la musa ispiratrice, metteva su qualche riga del suo famigerato romanzo. Un romanzo che non avrebbe mai pubblicato ma che gli serviva come antistress per scaricare l’ansia dovuta al troppo lavoro.
Laura si trovava bene. Aveva una cameretta tutta per sé, con una finestra che si affacciava direttamente sul lago e un lettone enorme con dei cuscini morbidissimi. Si era fatta persino degli amici, dei ragazzi che salivano lassù dalla città. Con loro si divertiva da pazzi. Facevano sempre il bagno vestiti nel lago o escursioni nei boschi o gite in bicicletta. Quella che però le stava più simpatica si chiamava Rebecca. Era una bella bambina, con i capelli castani, riccissimi e la boccuccia a cuore. Era sempre abbronzata perché stava a contatto col sole tutto l’anno e sprizzava energia da tutti i pori. Durante l’infanzia si divertivano molto tutte e due, da sole. Fingevano di essere principesse esiliate tra le montagne da un’immaginaria strega cattiva e di venire salvate da un bellissimo principe che accorreva su una nuvola magica. Bè, il principe arrivò anche se non così trionfalmente.
Era l’ultimo anno che Laura sarebbe andata in vacanza a A. Fortress, anche se lei non lo sapeva ancora. Durante l’inverno, sia lei che Rebecca erano molto cambiate. Sbocciate come un fiore, avrebbe detto la signora Boyle. Reby aveva perso la ciccia infantile, le erano cresciuti i capelli e si era fatta la reputazione della ragazza più bella della scuola, giù in città. Tutti i suoi compagni e anche qualcuno più grande le correvano dietro come cani affamati. Ma non avevano ancora visto Laura. Quando salirono sulle Montagne per le vacanze, sperando in una storia con Reby, restarono a dir poco scioccati: la bambinetta pelle e ossa, con il volto cadaverico dell’anno prima si era trasformata in un’autentica Venere olimpica. Superava Rebecca in altezza di otto centimetri buoni, era ancora magrissima, ma con le forme giuste nei punti giusti, i lunghissimi capelli corvini le correvano lisci e setosi fino al sedere. Diversi sostenitori di Rebecca cambiarono velocemente partito e lei, che aveva pronosticato di fare un po’ di pratica con qualcuno dei tanti pretendenti rimase notevolmente delusa e alquanto stizzita. Il suo obiettivo in particolare era un tale Rich, che puntava da parecchie settimane. Una sera eccezionalmente calda, mentre Laura mostrava le sue grazie in bikini blu notte facendo il bagno nel lago, uno dei ragazzi propose una gara di nuoto fino alla riva opposta. Reby, consapevole di essere nettamente più brava della nemica amica, accettò fiondandosi in acqua, mentre Laura si tuffava con la grazia di una sirena, ma con lo stesso atteggiamento paranoico e annoiato di chi si accinge a studiare un capitolo di storia bizantina.
“ Non ti va di nuotare?” le chiese Rich, avvicinandolesi sguazzando.
“Insomma....ci sarebbe di meglio da fare...” rispose, con la malizia e la sensualità che la contraddicevano per natura e che nessuna lezione scolastica avrebbe mai potuto insegnare a Reby.
“Ah, sì? E cosa ad esempio?”
Rich era più grande di cinque anni, ma fra i due la donna di mondo sembrava lei. Lo condusse fuori dall’acqua e attese che fosse lui a fare la prima mossa.
“Da che parte vorresti cominciare?” le chiese, avvicinandosi pericolosamente ai suoi fianchi.
Laura lanciò un’occhiata maliziosa agli altri che nuotavano nella loro direzione e si slegò il laccetto del reggiseno.
“Ho dodici anni. Ho solo dodici anni pensò E sono una lolita.” Scoppiò a ridere. Del resto la vita si vive una volta sola, no?
Non erano arrivati fino in fondo, lei si era fatta solo strapazzare un po’. Non era riuscita a reprimere l’istinto di cattiveria nel dimostrare che lei era la migliore, che lei ce la faceva con tutti.
Nella settimana restante di vacanza, Rebecca non le aveva rivolto la parola. Si era fatta beccare in giro a flirtare con due o tre ragazzi diversi, ma non era servito a placare il suo orgoglio perduto e il dolore per il tradimento subito. In un primo momento, Laura non aveva capito esattamente il perché di quel comportamento meschino e senza cuore, ma quando si era resa conto di cosa aveva fatto e della gravità della situazione aveva cercato in ogni modo di farsi perdonare. L’aveva chiamata, era andata a trovarla, ma lei l’aveva sbattuta fuori, durante l’autunno le aveva spedito un regalo per il suo compleanno, ma non era servito a niente, lei gliel’aveva tornato indietro.
“E va bene, non vuole accettare le mie scuse? Resti a cuocere nel suo brodo! È lei che ci perde.” si era detta.
Ed era rimasta della convinzione di essere perfetta.
CAPITOLO 15
Il maniero c’era ancora e pure le vecchie case senza tetto dove si divertiva a nascondersi da bambina. Tutto uguale, sembrava non fosse cambiato niente. Una volta la signora Pattensburg le aveva detto: “Questo è il posto dove il tempo si ferma quando il resto del modo continua a girare” e non aveva tutti i torti.
Frenò bruscamente in prossimità di un bivio. La strada si divideva: a destra saliva su verso il maniero, a sinistra scendeva scoscesa e ripida in direzione del lago. Imboccò la seconda e staccò la radio. La voce di Penny Bridge di Channel 4 che annunciava le classifiche musicali di quel week end le stava dando alla testa. “Lo so che Marilyn Manson è ancora in testa, che bisogno ho di sentirmelo ripetere ogni sei giorni?” pensò.
C’era una brezza piacevole nell’aria, faceva meno freddo di quanto si ricordasse e il profumo dei fiori invadeva l’odore di chiuso della vecchia macchina. Per la prima volta da tanto tempo si sentiva bene.
“Chissà se Drew ha trovato il mio messaggio” si chiese. Non aveva pensato all’amico nemmeno un istante durante il tragitto, però adesso non le sarebbe dispiaciuto averlo lì con sé. “No disse, ripensandoci lui appartiene al presente, alla mia vita di oggi. Questo posto è il mio passato.”
Posteggiò la macchina sulla riva del lago e s’incamminò in direzione dell’ostello della vecchia Pattensburg. Aveva voglia di stirarsi, di correre, di sgranchirsi le ossa. Del resto guidava da più di quattro ore accompagnata solo dalla voce cantilenante di Penny Bridge.
“Mrs Pattensburg? C’è qualcuno?” domandò, titubante. La porta era aperta, ma la pensione sembrava deserta.
“Signora? Mi sente? Sono Laura Boyle!”.
Com’era strano sentire la sua voce pronunciare il suo vero nome! Forse avrebbe dovuto avvertire prima di catapultarsi lassù. Probabilmente non tutto era rimasto come un tempo, tutto sommato erano passati dieci anni!
“Arrivo, eccomi!” disse una vocina dietro una tenda gialla. La signora Pattensburg, in jeans alla pescatora e una enorme maglia sformata, uscì dal séparé con un mazzo di gardenie in mano. Appena alzò gli occhi e vide Royce, i fiori le caddero di mano.
“Si ricorda ancora di me?” chiese lei con una vocetta flebile. L’anziana signora non era cambiata. Era ancora piccola, rotondetta, con i modi di fare allegri e giovanili e un abbigliamento tutt’altro che démodé.
“Oh, mio Dio! Megan! esclamò Allora sei tornata!”. Corse ad abbracciare Laura, anche se la sua testolina le arrivava solo al seno.
“No, no! rise Royce, sciogliendosi dalla stretta e piegandosi sulle ginocchia Non sono Megan. Sono Laura.”
La vecchietta strabuzzò gli occhi. Non doveva avere più di sessantacinque anni, anche se i suoi modi di fare non lo dimostravano affatto. Girò intorno alla ragazza, stupita.
“Tu sei Laura?” chiese scandendo bene le parole. Era scioccata.
“Già”.
La donna si andò a sedere su una poltrona scamosciata.
“È è incredibile! balbettò Sei identica a tua sorella! O meglio...a com’era tua sorella l’ultima volta che l’ho vista e cioè... - riflettè un momento - nove anni fa!”
Mrs Pattensburg si alzò di scatto e improvvisò una tarantella intorno a Royce, imbarazzatissima.
“Signora, io...mi dispiace essere venuta senza avvertire, ma...”
“Stai scherzando? Oh, è un onore averti qui! Non sai quanto mi è dispiaciuto sapere che non sareste più venuti! Vi ho tenuto le stanze libere ogni anno, in caso avreste cambiato idea!”
“Signora...ci sarebbe una camera disponibile per me? farfugliò Royce avevo pensato di...trattenermi qualche giorno.”
“E me lo chiedi? Certo che c’è! Non è ancora arrivato nessuno, e non ci sarà il pieno prima di due settimane. Questa è casa tua, piccola!”
CAPITOLO 16
Laura uscì dalla doccia con gomiti e gambe grondanti d’acqua e andò ad affacciarsi alla finestra. Il paesaggio era incantevole, file di monti innevati e nodi di bosco verde, un profumo dolcissimo nell’aria, quel profumo che si può riscontrare solo ad alta quota. E proprio sotto di lei, circondato da pini e querce, il lago.
Si voltò verso il tavolo. Una pila di fogli A4 bianchi la stavano aspettando accanto alla macchina da scrivere e sembravano chiamarla, implorarla. Non che avesse molte idee, a dir la verità. Credeva che il clima alpino e il luogo le avrebbero stimolato la fantasia e invece era stato un buco nell’acqua. La sua mente non voleva saperne di sfornare spunti. Si ritrovò a pensare a Drew. Chissà se aveva trovato il suo biglietto, chissà se si stava divertendo. Forse per una buona volte sarebbe riuscito a farsi una vacanza in santa pace senza doverle fare da baby sitter.
- Posso entrare? sentì.
Si voltò di scatto. Era ancora avvolta nell’asciugamano, ma Mrs Pattensburg era già entrata. Con un vassoio stracolmo di dolci.
- Non sapevo quali fossero i tuoi gusti, così ho portato un po’ di tutto si giustificò la donna, poggiando il piatto sul comò. Sembrava in imbarazzo. Forse perché Laura non era vestita.
- Metto qualcosa disse, andando alla ricerca di un copricostume nel borsone.
- No, tesoro,
