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ANGELO VERONESE - di John Square

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 11/07/2010 alle ore 19:41:36

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

L’immagine di Marta è fissa nella mia mente. I suoi lunghi capelli biondi, gli immensi occhi verdi e quell’aria da bambina che tanto le si addice. Sono felice. Quando penso a Marta sono sempre felice.
La mia felicità è interrotta dal grido isterico di mia madre:- Svegliati ! Sono le cinque e mezzo e il treno non si ferma ad aspettarti.
Raccolgo un pò di energia e giro la testa per guardare il quadrante luminoso della radiosveglia. Malgrado il mio sforzo riesco a vedere solo delle macchie luminose di colore rosso. Ritento. Si, i numeri sfuocati della sveglia danno ragione a mia madre. Sono in un ritardo mostruoso: ho solo venti minuti per svegliarmi, prepararmi, e lasciare casa.
Dopo una corsa folle lunga dodici chilometri e durata sette minuti arrivo alla stazione appena in tempo per prendere il treno per Verona. Tra gli studenti universitari e gli extracomunitari scorgo alcuni volti conosciuti. Tra facce di cui non mi ricordo il nome riconosco Matteo un mio ex compagno di classe, e poco più in la sta seduto Giuseppe, Beppe per gli amici, che m’invita a sedermi.
Il tempo scorre più velocemente se si può chiacchierare con qualcuno ed io, che sono un rivedibile, improvviso un a piccola conferenza per spiegare a Beppe come si svolge la visita di leva.

Arrivati alla stazione Porta Nuova raduniamo la nostra piccola squadra attorno al banco del bar. Dopo dieci minuti di discussione tra una brioche e un cappuccino io e Beppe decidiamo di raggiungere la caserma Martini con l’autobus mentre gli altri preferiscono prendere un taxi.
Dopo aver appurato che l’unico autobus che arriva alla Martini è il 61, guido Beppe al marciapiede D dove circondati da studentesse ci dilettiamo ad ammirare quelle dalle forme di Venere e l’atteggiamento da Amazzone.
I minuti scorrono velocemente mentre osservo uno strano rituale che si ripete ogni volta che arriva un autobus: Beppe si lancia davanti alla porta per mischiarsi con le ragazzine che scendono.
Improvvisamente vengo colto dal panico. Sono le otto meno dieci e non è ancora passato il 61. Ho paura. Ho paura di aver sbagliato a voler prendere l’autobus. Ho paura di arrivare tardi e di essere sgridato.
- A che ora passa il 61 ? - chiedo alla persona ferma di fianco a me.
- Alle otto meno quattro. - risponde lei con aria sicura e tono gentile.
- Prendi anche tu il 61 ? - chiedo mentre con lo sguardo esamino più dettagliatamente la ragazza che mi sta di fronte. E’ alta circa un metro e sessantacinque, porta un caschetto di capelli ricci di color castano biondo che, fatto insolito, non lascia cadere ciuffi davanti agli occhi marroni. Le linee curve che scolpiscono il suo corpo tendono alla perfezione ma, la sua bocca è ciò che più attira la mia attenzione.
La sua bocca che si muove mentre mi risponde:- Si. Oggi ho perso la corriera e così devo prendere il 61.
Dopo essermi presentato inizio a chiacchierare finché non arriva il nostro autobus. Una volta salito, dopo aver ordinato a Beppe di far fermare l’autista davanti alla caserma, mi dirigo in fondo al pullman dove c’è Chiara. I suoi occhi m’accompagnano lungo tutto il corridoio finché giungo a lei che mi accoglie con un sorriso malizioso tipico della sedicenne sveglia e sicura di se.
- Eccomi qua ! - esordisco imitando con la voce Mike Buongiorno nel suo mitico allegria.
- Ciao. - mi risponde offrendomi una generosa carrellata dei suoi denti.
- Scendi prima o dopo la Martini?
- La fermata dopo.
- Sei sfigata. Ti posso tormentare per quasi tutto il viaggio. -, parlo con far sicuro e aggiungo, - Mi avverti quando arriviamo alla Martini?
- Si. Stai tranquillo.
Chiacchieriamo per circa sei o sette fermate e una decina di minuti. Sono succube della sua personalità al punto da dimenticare completamente ogni impegno. Sto esplorando un deserto marrone, quando Beppe mi tira un pizzicotto per segnalarmi che m’ero perso negli occhi di Chiara.
- Allora quanto manca a questa caserma ? - la sua voce è sarcastica perché è felice di avermi colto in catalessi.
- Mancano ancora tre o quattro fermate. -, risponde la ragazza.
- Lo sai che mi devi avvertire ... io mi fido di te.
- Conosco la strada ci passo tutti i giorni.
- Non e che tu mi porti a scuola ? -, le chiedo con tono ironico, - Guarda che poi dovrei portarti in caserma per giustificare il ritardo.
Ride divertita.

Dopo averle dato appuntamento per venerdì mattina scendo alla mia fermata e scortato da Beppe raggiungo mestamente il portone dove presento il precetto al soldato che sta di piantone.
L’orologio si muove al rallentatore tra una visita e l’altra e l’immagine di Chiara mi stravolge i pensieri ad intervalli intermittenti. Non capisco cosa mi sia successo, non riesci a pensare a nient’altro che a Chiara. Quella biondina dal faccino angelico sembra aver resettato la mia memoria.
Alle tre quando ci rilasciano guido Beppe, il mio fedele scudiero, alla stazione dove veniamo intercettati dal Socio che decide di aggregarsi a noi.
Acquistiamo il supplemento e ci rechiamo al quarto binario per aspettare l’intercity delle quattro e venticinque. Beppe ci raggiunge con alcuni minuti di ritardo perché si è fermato ad acquistare la rivista pornografica che sfogliamo per ingannare il tempo fino all’arrivo del nostro treno.
Le foto che mi guardano dalla rivista mi fanno pensare all’angelo veronese. Mi fanno pensare alle sue curve, a come mi farebbe godere se solo potessi possederla.

Arrivo alla stazione, dove Beppe mi aspetta, giusto in tempo per prendere il treno. Oggi siamo molto più tranquilli di ieri perché la tensione del primo giorno è ormai dissipata.
Osserviamo attentamente le carrozze rallentare per fermarsi, dobbiamo scegliere la più tranquilla per il nostro viaggio. Entriamo nel vagone che si ferma davanti a noi e constatiamo che con tutti questi extracomunitari non si può proprio stare in pace, così ci incamminiamo verso la testa del treno per cercare dei posti appartati.
Durante il viaggio elaboriamo una strategia di pesca da attuare una volta arrivati a destinazione. La nostra filosofia è molto semplice: a Verona ci sono un sacco di ragazze, quindi se le proporzioni restano invariate anche quelle fighe sono molte di più e abbiamo più probabilità di portare a buon fine un abbordaggio.
Rispondo automaticamente a Beppe mentre i miei pensieri volano alla ricerca del ricordo di quel sorriso ipnotico.
- Beppe, come ti sembra Chiara?
- Chi ? La biondina di ieri.
- Si. A me sembra ... abbastanza.
- Abbastanza... quella è figa!
- Pensi che la vedremo anche oggi?
- Guarda che vi siete dati appuntamento per venerdì.
- E’ vero, ma non si sa mai.
- Che cosa pensi di dirle?
- Non lo so. Potrei darle un biglietto.
Apro lo zaino per prendere un mio biglietto da visita formato gigante dove scrivo una frase con qualche complimento gentile prima di aggiungere il numero del mio cellulare. Un numero speciale da dare solo alle persone speciali.
Dalle sette alle otto registro ogni movimento che si manifesta attorno al marciapiede D ma purtroppo non riesco a notare alcuna traccia della ragazza che cerco.
Chiara resta latitante anche venerdì mattina confermando le mie supposizioni più pessimistiche. Cerco di reagire. Non posso rimanere indifferente di fronte a uno smacco così grosso. Inizio a perlustrare la stazione alla ricerca di qualche possibile preda e in una ventina di minuti individuo già tre possibili bersagli.
La bionda con la coda di cavallo e una malboro light stretta tra le labbra è la mia preferita. Un paio attillato di fuseaux neri e un top esaltano le sue forme e mi lasciano ammirare il suo ombelico ornato da uno splendido orecchino. La mia attenzione è subito catturata dalla sua siluette perfetta ma nonostante tutto, non trovo il coraggio per l’abbordaggio. Non so perché. Sembra irraggiungibile, una di quelle che poi se la tirano, e ho paura che Chiara arrivi da un momento all’altro.

Sono le nove quando mi siedo di fronte al tenente medico. Osservo per alcuni minuti le pareti della stanza: quattro stampe incorniciate e uno schedario di ferro rendono l’ambiente ancora più tetro.
L’ufficiale finisce di compilare la cartella di Musolino, il Brandon Lee di San Bonifacio, e mi chiede le generalità. Dopo un sommario interrogatorio scrive il mio nome nell’agenda con impressa la scritta cardiologia sotto il sedici luglio e mi consegna una cartolina di viaggio.
Lascio la caserma alle nove e un quarto e mi dirigo verso la stazione dove trascorro un ora tra gli elenchi del telefono per trovare il numero e l’indirizzo dell’ateneo frequentato da Chiara.
Seduto su una panchina cerco di fare il punto della situazione. Annoto in un bloc-notes tutti gli elementi che mi possono aiutare a rintracciare il mio angelo veronese. Grezz..., Grezz..., la mia mente abortisce degli abbozzi di parole, abbozzi del nome del paese dove abita la mia bella.
Acquisto una carta geografica della provincia di Verona per cercare di individuare Verona nord, Bosco Chiesa Nuova, .... Ecco ! Grezzana, il paese che tanto cercavo, dista solo nove chilometri dalla città. Chiudo le mie cose nello zaino e vado a fare un giretto in centro.
Ritorno nei pressi della stazione a mezzogiorno meno dieci e mi dirigo subito alle piazzole da dove partono gli autobus per i paesi limitrofi. Dopo aver individuato la piazzola numero otto, quella che devo sorvegliare, mi concedo un pò di relax girovagando qua e la.
Mi fermo ad osservare la marea di studenti muoversi freneticamente quando mi accorgo di essere seguito da due tipe che qualche minuto prima erano accampate al terminale numero otto. Sono due studentesse di circa quindici anni alte sul metro e sessanta, una ha i capelli neri a caschetto e l’altra una cascata di riccioli castani che termina sulle spalle. Proseguono per una quindicina di metri e, dopo essersi voltate per un istante, si dirigono verso il terminale per Grezzana. M’attardo un minuti prima di raggiungerle a causa di un rimorso di coscienza. La più simpatica delle due è Barbara, la riccia, con cui entro subito in confidenza. Resto con loro finché non viene annunciato il loro autobus.
Mentre le saluto scorgo un sorriso che mi calamita, un sorriso famigliare, il sorriso della mia Chiara.
- Ciao.-, mi saluta con voce soave non appena m’intravede.
- Ciao.
- Come mai qua?
- Per te.
- Ma dai ... -, mi risponde con l’aria di un bambino emozionato perché deve parlare in pubblico.
- Lo giuro. Guarda, avevo scritto anche un biglietto per te.
- Posso leggerlo subito?
- E adesso dovrei telefonarti ? -, chiede dopo aver letto il mio “biglietto da visita”.
- Beh ... è un pò difficile che ti telefoni io se non mi dai il tuo numero.
La saluto dopo averle fatto promettere di chiamarmi. So che non chiamerà ma almeno così ho l’impressione di non averla persa per sempre.

Sono le tre e mezzo del pomeriggio quando il mio cellulare inizia a squillare incessantemente. Lo squillo deve attendere un pò prima che io mi decida a rispondere: mi sto preparando per andare a studiare a casa di Alice e mi secca correre a rispondere. Raggiunta la camera da letto prendo il cellulare che avevo dimenticati sul comodino e rispondo:- Si?
- C’è Federico ? -, chiede una voce femminile che non riesco ad associare a una faccia.
- Sono io.
- Ciao, sono Chiara. -, non ha ancora finito di pronunciare la frase che nella mia mente si stampa un ritratto tridimensionale del mio angelo veronese.
- Ciao. Che bella sorpresa, ormai pensavo che non avresti più chiamato.
- Vedi, non si può mai dire. Cosa fai domani?
- Sinceramente dovrei andare a scuola, però...
- M’accompagneresti al lago di Garda?
- Tu e chi?
- Noi due. Ci troviamo al marciapiede D alle sette e mezzo.
- Ok. Non tirarmi un pacco come l’altra volta.
- Sta tranquillo, ci sarò.

L’indomani mattina Chiara arriva puntuale all’appuntamento. Sono in estasi, mi sembra di sognare solo all’idea di passare tutta la giornata con una tipa degna di partecipare alla finale di Miss Italia.
La giornata trascorre così piacevolmente che non mi rendo conto del passare delle ore. Alle sei del pomeriggio l’accompagno a casa dove m’invita a salire per bere un goccio visto che i suoi devono ancora arrivare. Accetto volentieri: cosa c’è di meglio di scolarsi un paio di martini ghiacciati in un giorno caldo e afoso come oggi?
Entriamo e Chiara si avvicina al tavolino dove c’è il telefono per controllare la segreteria telefonica: lampeggia. Preme un tasto, dopo di che ascoltiamo la voce di sua madre dirle che questa sera dovrà cenare da sola perché “ci fermiamo dai Bocchese”.
- Bene ! Anche oggi si mangia pizza al taglio.
- Succede spesso ? -, chiedo provando un pò di compassione.
La osservo accarezzarsi i bottoni della camicetta mentre ha lo sguardo perso nel vuoto. E’ bella, tanto bella, bellissima ma ha l’aria d’avere tanto bisogno d’amore. Onestamente non so quanto amore potrei offrirle, lei ha bisogno d’affetto, di qualcuno che la segua, non di qualcuno che la vuole solo scopare.
Improvvisamente mi prende la mano, mi trascina in bagno, e m’invita a fare una doccia. Ci amiamo.

Abbracciati sl divano ci coccoliamo mentre lo schermo del televisore da ventotto pollici irradia nella stanza le immagini di un vecchio film di Verdone.
- E’ stata la prima volta?
Cazzo, non mi aspettavo una domanda così a bruciapelo. Come posso dirle che nonostante fosse la prima volta, nonostante il piacere provato, sono ossessionato al solo pensiero di aver fatto un torto a Marta. Si, la donna della mia vita è riapparsa nella mia mente dopo tre settimane di vuoto. Il vuoto creato dentro di me dallo sguardo ipnotico dell’angelo di fuoco che stringo tra le braccia.
- E’ inutile inventar balle, l’ho capito che c’è un’altra.
- E allora?
- Torna da lei.
- E noi due ? Cosa ne sarà di noi?
- Resteremo amici. Torna dalla tua donna, ora che sei diventato un uomo. Ricordati sempre che puoi contare sull’aiuto del tuo angelo custode.