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Addio - di Flavia Cantini

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 19/02/2010 alle ore 23:21:46

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

“Addio”.
La porta si chiude lentamente con un leggero cigolio, quasi non volesse far rumore timorosa per la delicata situazione; la porta si chiude e segna la fine di molte cose, della speranza e dei sogni in primo luogo.
Lei se ne va adesso, lei se n’è andata pochi secondi fa, senza troppi discorsi ma soltanto con una tagliente parola che riassume in sé tutta la delusione, la tristezza, l’amarezza che una persona può provare.
“Addio”.
E’ tutto. Non c’è stato altro da aggiungere, non è stato il caso di correre per impedire alla porta di chiudersi, di implorare un ripensamento, di perdersi in inutili promesse dettate solamente dalla circostanza.
I sogni come sono venuti ora se ne sono andati, leggeri e inafferrabili, e hanno lasciato amarezza e rimpianto... ma così doveva essere, la fine di tutte le cose non si fa attendere poi molto, è sempre puntuale e categorica e, spesso, una porta si chiude alle spalle del sogno, una porta di cui non si ha il coraggio di fermare la chiusura...
Kristian rimane immobile dinanzi allo specchio fissando il proprio volto senza emozioni; non avverte nulla intorno a sé, non percepisce la concretezza delle cose, non sente, non ascolta i suoni della vita al di fuori nel paese.
Il vuoto colma ogni cosa, tutto lo spazio intorno è ovattato come in un sogno, i suoni sono lontani e indistinguibili; ogni pensiero fa male, ogni proposito, ogni progetto ferisce l’animo che avverte la lenta morte dentro, tutto è superfluo ora, tutto è accessorio e fuori luogo adesso che i sogni non appartengono più alla vita.
Kristian non pensa, non riflette su cosa significhi quell’abbandono ma appare a se stesso come un automa senza respiro; lentamente e con gesto automatico si lega i capelli e, dopo aver dato un’ultima occhiata al proprio volto nello specchio, si siede sull’ultimo scalino che dal corridoio porta alle stanze e accende una sigaretta.
E’ dolce, nella lenta consunzione dell’animo, fermarsi a guardare in alto senza pensieri; è dolce perdersi nei vagabondaggi della mente osservando le leggere nuvole di fumo innalzarsi e creare strane figure.
Kristian fuma lentamente, abbassando spesso la sigaretta e portando gli occhi al cielo, quasi non gli fosse possibile rimanere fermo per più di qualche breve istante; e infatti nel silenzio e nell’immobilità la mente si concentra disperata su quanto ha perso, sul passato che non tornerà mai più, e la tristezza cresce fino a rendere insopportabile ogni cosa.
Così, Kristian non riesce a rimanere immobile e fuma nervosamente passando la sigaretta da una mano all’altra e cercando di liberare la mente da ogni possibile rimpianto; ma la mente è debole, è provata dall’abbandono e inevitabilmente il pensiero ricade sulla donna che, chiudendo quella porta poco tempo prima, ha ucciso i sogni e la speranza.
Ingrata ? Forse.
Crudele ? Anche.
I pensieri sanno diventare un vortice e mescolarsi a più riprese tra loro, finendo per distruggere ogni possibilità di quiete e di sana riflessione; Kristian sente lentamente salire dentro di sé il dolore della perdita unito all’impossibilità di riparare all’accaduto.
L’ingiustizia, il dolore, l’amarezza sono troppo forti; la sigaretta cade dalle mani tremanti del giovane e finisce la sua vita consumandosi vanamente a terra.
Kristian si alza senza forza, non ha più senso vivere adesso, la vita non è per chi soffre nel dolore di una perdita, la vita è per la gioia, e, a pensarci bene, è anche per la sopportazione: ma per chi non ha il coraggio di sopportare, la vita non è nulla, soltanto dolore lancinante che non ha diritto di essere provato.
“La vita non è un obbligo” pensa Kristian, “la vita non è un contratto che vincola per sempre e a qualunque condizione... e io posso revocare questo contratto...”.
Questi pensieri si fanno prepotentemente strada nella mente del giovane e gli danno forza, sono un toccasana per la sua mente disperata e il suo animo turbato; Kristian si sente forte adesso, forte del proprio coraggio e della propria decisione.
Sì, lascerà la vita, abbandonerà il dolore che sa di non poter sopportare e eviterà di ridursi a una larva umana, senza gioia e senza più nulla da dare agli altri.
La forza della decisione, unitamente alla consapevolezza di aver trovato una, seppur estrema, soluzione gli danno sollievo e determinazione; sì, lui troverà una via d’uscita, un modo per andarsene senza clamore e tutti, prima o poi, vedranno che aveva trovato l’unica via possibile da percorrere e non lo biasimeranno come invece avrebbero fatto se fosse rimasto in vita senza motivazione, come un parassita a strappare l’energia degli altri.
Kristian è forte adesso, ha coraggio e si sente sicuro del fatto suo: procederà senz’altro... ma ad una condizione però.
Prima vuole ripercorrere e rivivere alcune delle situazioni più belle che la vita gli ha dato, vuole salutare luoghi e persone a lui care, ascoltare canzoni che lo hanno spesso rallegrato, rivedere il film preferito che conosce a memoria, sentire il calore del sole su di sé, assaporare la fresca acqua di fonte che scende lentamente dalla gola e dà refrigerio... insomma, vuole andarsene con metodo e custodire sensazioni e situazioni per sempre con sé.
E così sarà: l’indomani, con il sorgere del nuovo sole, Kristian comincerà il proprio conto alla rovescia verso l’abbandono, countdown fatto di emozioni, sensazioni e situazioni, pieno di vita e di ritmo, per niente triste e monotono, ma ricco di esperienze anche ordinarie e banali che però, in quel contesto, saranno tutte straordinarie e uniche.

E’ l’aurora: il sole si affaccia ancora una volta sul mondo, sulle fatiche dell’uomo, sul suo lavoro e sulla vita ornata di gioie e di pianti.
Kristian apre gli occhi al giorno e ora sa.
Il conto alla rovescia è cominciato ed egli, che si alzava sempre tardi al mattino, quasi sempre verso le undici, ora è già in piedi alle sei e un quarto.
Riprovare tutte le sensazioni positive, ripercorrere alcuni degli istanti più belli che la vita avara talvolta riesce a regalare, custodire, conservare gelosamente: questo è l’ultimo obiettivo di Kristian, l’obiettivo di qualcuno deluso dall’esistenza che tuttavia non accetta di andarsene così, da un istante all’altro, ma sfida ancora la vita per carpirle i momenti positivi, le sensazioni più elementari ma appaganti e dice a se stesso “comunque sia, non ho vissuto invano”.
Allora è tempo di cominciare la sfida con la vita.
Kristian esce di casa e, camminando con passo lento, decide di andare a trovare l’amico Roberto e pensa “ questa volta non litigheremo, non discuteremo di alcun argomento ma saremo buoni amici e io me ne andrò con questa sensazione, con questo ricordo e la vita non mi avrà dato dispiaceri riguardo alla nostra amicizia”.
Sorride, è un pensiero confortante.
Ancora pochi passi ed ecco Roberto, già in piedi a quell’ora, in giardino a lavare e controllare come sempre l’amata ed inseparabile moto da corsa.
“Ancora in cerca di nuovi incidenti?” sorride Kristian.
“Ehi ! Ma sei proprio tu sveglio a quest’ora?” ribatte l’amico finendo di spolverare la sella.
Kristian annuisce con espressione divertita poi rimane ad osservare la dedizione di Roberto per quella moto.
“Ecco”, pensa, “ mi basta soltanto questo, soltanto rivedere alcune situazioni ordinarie della mia vita ormai quasi passata”.
“Ehi amico, è stato bello rivederti questa mattina” Kristian si congeda propenso a non sprecare un solo momento di quell’ultima giornata.
Roberto risponde con sbrigativo cenno della mano: sempre burbero, sempre roccia, tuttavia sempre un vero amico nonostante l’apparenza; ma i veri amici si giudicano dalla vicinanza nel dolore e in questo, nella comprensione, lui c’era sempre.
E ora, il mare... dov’è il mare, dov’è il profumo della salsedine e l’indomabile vento tra i capelli?
Kristian vuole rivedere il mare adesso, vuole sedersi ancora una volta sulla sabbia fine e vuole perdersi fissando l’orizzonte o il volo di qualche gabbiano di passaggio....
Vuole correre in riva al mare e scacciare i pensieri negativi come spesso aveva fatto durante gli anni appena trascorsi; vuole ascoltare il fragore del mare e perdersi, perdersi e cancellare tutto.
Ed ecco il mare, laggiù in fondo, subito dopo la curva: il mare è vasto e guardandolo sembra che ci sia sempre speranza, sembra che ci sia una possibilità per tutto e per tutti ma la realtà non concede sogni a ciascuno ma soltanto a pochi, scelti chissà come...
Kristian procede sicuro nonostante questi pensieri: lui ormai è distaccato, è superiore a tutto, si sente intoccabile da qualsiasi disgrazia perché ormai sa che sta trascorrendo le ultime ore in questo mondo e nulla potrà più ferirlo.
E così, mentre si siede in riva al mare e tocca l’acqua con le mani, assapora soltanto la sensazione di libertà e di infinito che il mare sa dare e non si lascia andare in tristi riflessioni come spesso capita quando si fissa il lontano orizzonte.
Kristian ora ha un piacevole ricordo del mare e si sente ristorato dopo essere stato sulla spiaggia in solitudine e aver conservato di quella situazione soltanto la libertà e la pace.
Mentre abbandona la spiaggia e procede lungo la strada che conduce al centro storico, Kristian sorride pensando a quanto gli sembri incredibile, con la pace che sente dentro in quel momento, che la sua storia d’amore sia finita propria ieri e non piuttosto un secolo prima...
Davvero lei se n’era andata da così poco tempo?
Davvero lei aveva sbattuto la porta ed era scomparsa per sempre?
A Kristian tutto questo ora sembra così impossibile e distante...
Sente davvero che si sta distaccando dai dolori e dalle preoccupazioni del mondo e la pace interiore scende ancora di più dentro di lui.
E sente ancora che non avrebbe comunque amato nessuna oltre lei perché lei era la vita, la gioia, il sorriso, il sole e ancora infinite cose ed era tutto...
Kristian non l’avrebbe mai lasciata per nulla al mondo perché soltanto lei ormai era il suo mondo... Ma siccome lei se n’è andata per sempre ora lui non ha più un mondo dove vivere e più niente per cui vivere... O, almeno, non ha più nulla per cui gli importi davvero vivere.
E il countdown procede.
Kristian si guarda intorno, non smette di guardarsi intorno un solo istante mentre cammina, con passo lento e le mani in tasca, come se stesse facendo una passeggiata qualunque, in un giorno qualunque e non l’ultima passeggiata nell’ultimo giorno.
La sua è una semplice e tranquilla cittadina sul mare, troppo affollata d’estate e troppo solitaria d’inverno, ma a Kristian è sempre piaciuta, si è sempre accontentato di ciò che poteva, nel suo piccolo, offrirle e, soprattutto, lo ha sempre affascinato quella scogliera a picco sul mare, laggiù, proprio dietro l’ultima curva che segna il confine tra il suo paese e quello successivo (o precedente, dipende dai punti di vista).
Ed è proprio lì che Kristian si sta dirigendo ora, attraversando il centro senza fretta, mentre le ore scorrono e la gente si affanna, corre, vive con gli occhi sull’orologio, cerca di barcamenarsi tra un impegno urgente ed un altro ancora più urgente; ma Kristian non ha fretta, per lui il tempo non ha più importanza, il suo orologio è finito a terra, prima, e forse qualcuno lo raccoglierà, qualcuno che ha bisogno del tempo, qualcuno che deve vivere con il ticchettio dell’orologio a scandire la sua giornata.
Kristian sorride a questo pensiero e si guarda il polso: anche a lui, fino a poco tempo prima, aveva fatto comodo un orologio.
Poi, il tempo di chiudere per un solo istante gli occhi, ed ecco la brezza che si fa sempre più forte vicino a quella scogliera a picco sul mare: Kristian apre gli occhi di scatto e si incanta, ancora una volta, ancora un’ultima volta, dinnanzi a quella spuma bianca che si infrange con rabbia sugli scogli levigati dalla calma o dalla furia del mare; con una breve corsa, il giovane scende, con attenzione, lungo il poco terreno praticabile e si siede sulla roccia più in alto di tutte mentre il vento, forte e imperterrito, gli scompiglia i capelli e dirige onde rabbiose verso gli scogli più in basso.
Kristian ascolta la voce del mare, una voce ora tonante e potente, e il suo sguardo ora si perde all’orizzonte per seguire il percorso delle onde che percorrono una notevole distanza soltanto per infrangersi sulla nuda roccia: che sia così anche la vita dell’uomo?
Ma al giovane questo non importa, non è più tempo di porsi domande filosofiche o troppo astratte, ora è tempo soltanto di lasciarsi incantare dalla bellezza della natura e dalla forza del mare; ora, è tempo di immergersi in quello scenario e di portarne con sé l’essenza in quel domani dove il ricordo del male ricevuto dalla donna amata sarà soltanto un sorriso fugace nell’immenso.
Il sole è alto nel cielo, forse è quasi mezzogiorno, ma a Kristian questo non importa, non oggi; oggi Kristian mangerà soltanto nel momento in cui ne avrà voglia e non soltanto perché la convenzione pone il pranzo ad un certo orario; e così, mentre il paese si siede a tavola, il giovane rimane sulla scogliera ad ascoltare le potenti onde infrangersi sugli scogli e ad osservare i gabbiani volteggiare nel cielo.
Questo è un giorno senza tempo, senza limiti, senza convenzioni: questo è un giorno puro, un giorno fatto per raccogliere il meglio dalla vita, soltanto il meglio, solamente le cose che si amano, questo è un giorno in cui ascoltare la voce del mare ed osservare la potenza della natura non sono perdite di tempo, come nella vita ordinaria.
Kristian, dopo ore o soltanto minuti, si alza e, con la gioia perduta durante gli anni, comincia a correre per le strade e a ridere, a sorridere, a sprigionare tutta l’energia che, spesso, si è costretti a tenere dentro, a nascondere per uniformarsi alla civilizzata società; e ora il ragazzo, in quell’ultimo giorno, incurante degli sguardi allibiti dei passanti, si sente, per la prima volta, vivo, si sente un essere vivente libero come gli animali del bosco, della foresta, libero come il vento, come il mare, il suo amato mare.
Un istante, e si toglie la giacca, la abbandona al vento ed essa comincia a volteggiare sopra le teste delle persone presenti che scuotono la testa e vedono, nella libertà, la follia.
La giacca vola via lontano, sospinta dal vento, e Kristian ride, ride con una risata piena che non potrebbe mai trattenere, ride forte, ride nel vento e nel sole, salta e corre e vive.
E non è follia, quella, ma è vita.
Kristian, mentre sente il cuore accelerare il battito e il fiato farsi sempre più corto, si ferma e si china, appoggiando le mani sulle ginocchia, chiude gli occhi e sorride ancora.
Non sa che ora è, ma che cos’è il tempo, adesso ? Che cos’è un orologio dinnanzi alla vita?
Il ragazzo ha fame ora, ha fame quando gli altri già hanno pranzato da un pezzo e vuole provare, ancora, il favoloso gusto del gelato al pistacchio con una spolverata di nocciola.
E, seduto ad un bar, chiude gli occhi e sorbisce così, cucchiaio per cucchiaio, lentamente, il suo gelato, sentendo il fresco aroma scendere lungo la gola; mai, ricorda il ragazzo, aveva assaporato così a fondo i gusti, mai si era soffermato così a lungo su un sapore.
Ma questo è il giorno in cui lui riscopre la libertà di vivere, in cui soltanto le cose belle e positive avranno diritto di esistere.
Kristian, al momento di alzarsi, forse è stato seduto pochi minuti o forse qualche ora, ma questo non ha più importanza, ormai.
Fuori, il sole non è più alto all’orizzonte e, inevitabilmente, il giorno giungerà alla fine; tuttavia, Kristian è in pace, non ha preoccupazioni o problemi e, adesso, con la mente traboccante di esperienze positive, sorride al pensiero della sua donna che chiude la porta e gli dice “Addio”; sorride, poiché lei non potrà mai assaporare quella totale libertà, lei non saprà mai cosa sia la vera vita, sorride poiché lei è un’ombra sfuocata adesso, lei è qualcosa di negativo che, ormai, nella mente di Kristian, non può più essere visualizzato.
Ora il ragazzo passeggia, sereno, a testa alta con le mani in tasca, passeggia sul lungomare e, guardandosi intorno per catturare ogni attimo, raggiunge il paese confinante e continua a proseguire mentre il sole corre a rifugiarsi oltre le colline per far posto alla notte.
Kristian ammira il tramonto da una panchina sul lungomare, respirando a fondo con lo sguardo perso oltre l’orizzonte; non vuole rendersi conto del paese in cui ora si trova, non vuole avere coordinate né spaziali né temporali: vuole solo assaporare, l’unica volta possibile, cosa sia la vita con le sue emozioni autentiche.
Il tramonto del sole lascia spazio all’amica notturna, alla confidente lontana di tanti sospiri, alla luce pallida ma non per questo meno forte: la luna.
Ecco, la luna Kristian non voleva proprio perdersela!
Gli occhi del giovane fissano, rapiti, quell’astro dal fascino magico e soltanto pace e calma traspaiono da quella sera, o notte, illuminata lievemente dalla luna e dalle stelle.
Le onde, metri sotto, non smettono di infrangersi, con veemenza, sugli scogli e Kristian, rapito dalla luce lunare, non smette di ascoltare la voce del mare; ora è solo per gli uomini ma non è solo per la natura, non è solo poiché riesce a vivere davvero, è riuscito a sintonizzarsi con una dimensione ancestrale, con la dimensione che l’uomo, forse, un tempo, aveva.
Chissà dopo quanto tempo Kristian si alza e comincia a percorrere il lungomare, questa volta verso casa.
Navi da crociera imponenti e illuminate da cima a fondo solcano il mare e Kristian, mentre cammina, non manca di osservare il riflesso intenso della luce sull’acqua scura e profonda.
Poi, dopo ore o dopo pochi minuti, ecco la porta di casa, la stessa porta che, chiusa con odio il giorno precedente da una figura ormai sbiadita, ora viene aperta da una figura totalmente in armonia con se stessa e con il creato, da una persona che ha vissuto, in un giorno soltanto, più che in tutti gli anni codificati dal calendario o in tutte le ore percorse da una lancetta di orologio.
Kristian si sdraia a letto, senza sapere a che ora “si è coricato”, vuole soltanto sognare ancora una volta, dormire e riposare il proprio corpo ancora una volta e i suoi occhi si chiudono e il sonno giunge, mai così ristoratore.

Una musica rock squarcia, all’improvviso, il silenzio della stanza: Kristian apre gli occhi, riposato e sereno e, guardando la sveglia, fa una smorfia di disappunto e sorride al pensiero di aver dovuto, ancora una volta, servirsi dell’orologio e delle sue ore codificate dall’uomo.
Sono le 6.45, il sole è sorto e, con esso, anche il giorno di Kristian.
Canticchiando il motivetto della sveglia, il ragazzo lascia scorrere l’acqua nella vasca e, nel frattempo, apre la finestra al nuovo sole e lo fissa intensamente, abbagliandosi.
L’acqua scorre e aumenta di volume nella vasca fino a quando il ragazzo non ritiene sufficiente la sua quantità e spegne il rubinetto; poi, prende una manciata di sale e la butta nell’acqua: “Così sarai il mio mare” pensa con un sorriso.
Kristian collega il phon alla presa e, tenendolo saldo nella mano destra, si immerge nella vasca; soltanto il phon e la sua mano destra, ancora asciutta, sono fuori dall’acqua che ora è salata come quella di mare.
Il ragazzo sta per abbandonare il phon e abbandonare se stesso quando una serie di pensieri gli si fanno strada, come un vortice, nella mente:
“Vuoi davvero non vedere mai più il sole che sorge e tramonta sulla scogliera?”.
“E vuoi privare la luna del tuo sguardo puro e incantato su di lei?”
“Non vuoi vivere, ancora una volta, una giornata libero e felice come è accaduto ieri?”.
Kristian scuote la testa rivolto a se stesso e sorride.
Si rialza, si riveste e appoggia il phon, collegato alla presa, sul pavimento; poi aggiunge ancora un pizzico di sale nell’acqua.
Poi, indossata un’altra giacca, esce, senza orologio, nell’aria tersa del nuovo mattino.