The Entrance - di Francesco Ferrarese
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 08/12/2007 alle ore 17:34:47
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Tutto iniziò quando decisi di partecipare, insieme a Sonia, Luca, Enrico e Caterina, a quel maledetto concorso del cavolo. Un concorso che, non so perché, mi attirava molto, prima del fatto che ha capovolto la mia vita. Io, Marco, giuro solennemente di non mettere più piede in una giostra della paura. Detta così penserete che sono un bambino piccolo, uno di quelli che, dopo aver visto le finzioni di una giostra per grandi, ne esce impaurito. Ma lasciate che vi racconti la storia che mi è capitata, in tutto il suo orrore, e forse cambierete opinione su di me.
Era la mattina del 3 marzo di quest’anno, ovvero il 2007; era una bella giornata ed il sole illuminava le strade, gli alberi, come se volesse augurare un buon giorno a tutti gli abitanti, oggetti compresi. Subito mi alzai e mi precipitai in cucina, senza passare per il bagno, per augurare buona giornata alla mia famiglia, ma una brutta sorpresa stroncò il mio ribollito entusiasmo: in cucina non c’era anima viva, nessuno con cui parlare. Ritornai sui miei passi, in cerca dei miei genitori, ma non ve n’era traccia. Conclusi che non potevano che essere partiti per il lavoro in anticipo, senza prima avvisarmi. A seguito di una rapida ricerca, trovai che i miei sospetti erano fondati: sul banco della cucina, a fianco del fornello, scorsi un biglietto, che recitava con scritte ordinate e precise, tipiche di mia madre:
“Siamo al lavoro. Siamo partiti presto, non abbiamo potuto avvertirti. Scusa e ciao”.
Riposi il biglietto sul banco e pensai a quanto sia difficile per altri ragazzi sopportare l’essere a casa da soli: rumori inquietanti, ululati secchi, voci soffocate... finché è giorno, le paure sono minime, ma al calare delle tenebre, i nostri più profondi tormenti fuoriescono senza lasciarci respiro. Per fortuna a me non capitava spesso di rimanere a casa da solo, ma comunque, quando capitava, i miei genitori tornavano sempre prima del tramonto. Si stava facendo tardi. Andai al bagno, mi vestii, feci un’abbondante colazione e mi avviai a scuola. In ricreazione, Sonia mi parlò (cosa comunque normale, dato che era una tipa molto loquace):
“ Sai che abbiamo vinto?”
“Cosa?”
“Come cosa?! Ti ricordi il concorso alla quale abbiamo partecipato qualche mese fa?”
“Quello che ti premiava con un ingresso gratuito alla nuova giostra della paura, che apre da oggi pomeriggio?”
“Esattamente”
“Incredibile!”
Non riuscivo più a trattenere la gioia. Per me vincere un concorso era come vincere il primo premio ad una gara olimpica: memorabile!
“Allora ci andiamo oggi!”
“Sì, il biglietto è valido per cinque persone. Ho chiamato anche Caterina, Luca ed Enrico. Verranno con noi”
“Perfetto!”
Il concorso metteva in palio un biglietto valido per cinque persone, che garantiva a questi l’ingresso gratuito. L’ attrazione in questione era una nuova giostra della paura, che proprio in quel giorno esordiva nella nostra città. Era in assoluto la prima volta che apriva al pubblico. Di natura, ero molto curioso, non riuscivo a trattenere la voglia di entrarci e prendere qualche spavento con i miei più cari amici, così ho fatto una specie di “giro di perlustrazione”, due ore prima dell’apertura dell’attrazione, tanto per ammirare come era fatta all’esterno. Così, mi sono avventurato nel luna park prima dell’orario stabilito e ho dato un’occhiata a quell’attrazione: era piccola, dall’aspetto minaccioso ed inquietante. Mi avvicinai alla porta d’entrata, quando sentii un brivido freddo percorrermi la schiena, per poi tramutarsi in paura e angoscia. Quella strana porta aveva qualcosa di tenebroso, oscuro, qualcosa che la mente umana non era ancora riuscita a decifrare, qualcosa che avrebbe dato seri grattacapi ai più effimeri studiosi di psiche di questa Terra... l’angoscia si tramutò in terrore e , preso dal panico, fuggii da quell’orrenda attrazione. Mi bloccai quando fui appena fuori dal luna park e pensai: cosa mi era successo? Chi o cosa mi aveva contorto la mente in tal modo da provocarmi paura e terrore? Come hanno fatto? Queste domande fluttuavano nella mia mente, in cerca di un appiglio alla quale fare riferimento. Fatto sta che la fatidica ora era arrivata. I miei amici mi raggiunsero a casa. Il suono incessante del campanello mi fece sobbalzare dalla sedia sulla quale ero seduto. Ad un tratto, sentii la voce di Enrico, tipo piuttosto grassoccio e basso:
“Muoviti, o arriveremo tardi per l’apertura di Hell Door”.
Qualcosa mi risuonò nell’orecchio: da quando in qua i miei amici chiamavano una giostra, un’attrazione, con il proprio nome, ovvero Hell Door? Non era mai capitato prima d’ora. In effetti, era un nome molto ad effetto, dato che tradotto significa: “Porta dell’Inferno”; ma non so perché, quel nome racchiudeva in sé qualcosa, tipo un avvertimento, che, intriso di significati a noi sconosciuti, tentava di scoraggiarci dall’entrare in quella giostra. Fatto sta, che tra un pensiero e l’altro, eravamo già in cammino verso il luogo nella quale avevano deciso di aprire al pubblico il luna park. Mentre i miei amici parlavano di come fosse stata la giostra che da lì a poco saremmo andati a visitare, io ero assorto nei miei pensieri, ma soprattutto in quel momento, quando davanti all’entrata della giostra, il terrore e l’angoscia mi assalirono. Pensavo e ripensavo, ma non riuscivo a ricavarne una causa plausibile. Non avevo la ben più che minima idea di cosa mi avesse provocato quelle terribili sensazioni. Eravamo arrivati. La giostra da noi prescelta stava proprio di fronte a noi; sembrava quasi che ci stesse aspettando. Non appena mi trovai di fronte al bigliettaio, estrassi dalla tasca il buono che ci permetteva di entrare senza sborsare un cent.
“Prego, la porta è aperta” bisbigliò l’uomo, guardandomi con viso minaccioso. Eravamo pronti. Il mio cuore batteva all’impazzata, senza mai fermarsi, come un maratoneta che deve finire la corsa. Però, che strano! Il terrore non si era fatto sentire, e tanto meno l’angoscia. Solamente la paura di quello che ci può essere dentro, ma credo sia normale. Nessuna delle sensazioni che mi avevano assalito nel mio “giro di perlustrazione” si era fatta sentire. Ok, stavamo per entrare. Le nostre bocche avevano smesso di parlare, le nostre orecchie di sentire... la porta si stava aprendo davanti ai nostri occhi fragili e impauriti. Cosa avremmo visto, una volta entrati? La porta era aperta del tutto, e aspettava solo che noi entrassimo. Entrammo. La porta si chiuse di scatto, provocando un frastuono che fece eco tra le pareti della sala. Quella giostra aveva una particolarità: nel caso che qualcuno avesse avuto troppa paura, poteva tornare indietro ed uscire dalla stessa porta dalla quale era entrato. Almeno, era quello che stava scritto sul biglietto di presentazione! Eravamo lì, senza luce e senza pensieri. Il buio faceva sovrano.
“Come si fa adesso?” domandò sottovoce Caterina, tipa solare e dolce.
“Non lo so, ma credo che ci sia un interruttore da qualche parte. Forse premendolo si accenderanno le luci” risposi, con la bocca che mi tremava. Un rumore agghiacciante ci fece piombare nel più assoluto sconforto e terrore: una risata diabolica, forte e maligna, risuonava nella sala in cui ci trovavamo e nelle nostre menti. Il livello di terrore saliva, pian piano, fino a toccare limiti indicibili.
“Voglio uscire di qui!” disse con voce tremolante Caterina.
“Ma se siamo appena entrati! E poi, è ovvio che la giostra della paura, faccia paura!” rispose Enrico. All’improvviso, una luce fioca e piccola, illuminò la stanza che stavamo visitando, rischiarando parte della sala.
“Cosa hai premuto?” mi chiese Luca.
“Io non ho fatto assolutamente niente, l’avranno accesa dall’esterno!”. Quella luce era un sollievo per noi, perché ci illuminava la strada. Ma, se guardavamo attentamente, si poteva scorgere, un bel po’ di metri più lontano, che la strada finiva e si divideva in due corridoi.
“Forza, andiamo” esortai. Ci mettemmo in cammino, dopo un po’ di tentennamento.
“Sentite anche voi?” domandò spaventato Sonia.
“E’ terribile!”. Delle urla si sentivano in lontananza, ma non erano normali: erano atroci, come di qualcuno sotto tortura, che non potendo liberarsi, urlava dalla disperazione. Io, personalmente, sono abituato ai rumori inquietanti (sono un appassionato di film horror), ma quel terrore, che si faceva strada fra i miei pensieri, era del tutto anormale. In fondo alla strada, attaccata sul muro, c’era un cartello, con su riportato:
“Un’anima per un’uscita”.
“Che vuol dire?”
“Non preoccuparti, sono i soliti cartelli che mettono per spaventaci, nulla è vero”
“Andiamo a destra o sinistra” chiese Luca, prendendomi alla sprovvista.
“beh, così, su due piedi... a destra”. Godevo di una certa autorità nel gruppo, perciò gli altri facevano (quasi) tutto quello che gli veniva impartito da me. Non appena girammo l’angolo verso destra, una macabra sorpresa ci attendeva, degna del miglior regista horror di Hollywood: qualcosa stava avanzando verso di noi, qualcosa di sconosciuto, che camminava velocemente.
“Che diavolo è?” urlò Caterina.
“E’ solo un trucco, un semplice trucco grafico” dissi. Qualsiasi cosa sia stata, non si fermava. Avanzava velocemente verso di noi. Dopo qualche secondo, quella cosa arrivò da noi. Era orribile. Un uomo senza pelle, che mostrava solo carne putrefatta e due occhi rossi e macabri.
“Non preoccupatevi, state fermi e vedrete che vi attraverserà senza toccarvi. E’ solo un trucco”. Così non fu. L’ orribile uomo attaccò Sonia.
“Aiutatemi, vi prego!”. In preda al terrore, presi la penna che avevo sempre con me e incominciai a perforargli il petto. La scena fu ancora più macabra e cruda, dato che dai fori fuoriusciva una sostanza gialla e verde.
“Aiutatemi, vi prego!”. Sonia si lamentava continuamente, attaccata da quell’essere. Luca ed Enrico tentavano di distogliere l’uomo da Sonia, ma invano. Bucai l’uomo più che potevo, ma non dava segni di cedimento. Ad un tratto, l’essere sparì. Sparì senza lasciare traccia. All’improvviso Sonia rimase immobile, scossa come non mai. Ma lo eravamo tutti.
“Voglio andarmene da qui il più in fretta possibile” disse Enrico.
“Sono d’accordo con te” affermai. Ci lanciammo verso l’uscita, ma la sorpresa che ci aspettava era tutt’altro che amichevole: la strada era scomparsa. Al suo posto c’era un’enorme fossa grondante lava e fuoco.
“Dove diavolo siamo capitati?” urlò disperata Sonia.
“Non lo so, ma so che dobbiamo andarcene da qui e al più presto possibile”
“Ma come? L’uscita è la in fondo, irraggiungibile!”
“Dobbiamo andare a sinistra”. Così, ci incamminammo lentamente e con molta prudenza. L’agguato poteva avvenire da un momento all’altro. Il corridoio era lungo e stretto. Si doveva procedere in fila indiana, sempre facendo attenzione a dove si mettevano i piedi. Il terrore era ormai alle stelle, anche il mio, che ero tipo da “The Grudge” e “The Ring”. Ma quella volta era diverso, tutto era reale e non c’era nulla di fittizio. Raggiungemmo una sala, molto grande e spaziosa. Al suo centro c’era un tavolo rotondo, molto vecchio e impolverato, con qualche ragnatela qua e là. Attorno al tavolo c’erano cinque sedie, più o meno della stessa epoca.
“Che ne dite di sederci? Sono stanchissimo, mi sembra di aver percorso degli interi chilometri...” disse Luca.
“In effetti è troppo grande per stare nel piazzale del luna park. Proprio non riesco a capire dove siamo capitati”. Ci sedemmo e nella sala rimbombò il fragore inquietante dello scricchiolio delle sedie che si piegavano sotto il nostro peso. L’unica persona ad essere rimasta in piedi era Caterina.
“Cati? Guarda che c’è un posto libero, puoi sederti” dissi con gentilezza. Nessuna risposta.
“Cati? Ci sei? Puoi sederti”. Ancora nessuna risposta. A quel punto decisi di alzarmi e di andarle a parlare faccia a faccia. Mi avvicinai a lei e scoprii che era in lacrime. “Perché piangi? Se è perché sei terrorizzata, consolati, perché lo siamo tutti”. Lei si limitò ad alzare lentamente il braccio per indicare qualcosa. Alzai la testa e scoprii cosa la affliggeva: nel soffitto era appesa una persona per il collo. Stranamente non perdeva sangue, nonostante il gancio trapassasse per il largo il collo. Un tuono. Un rumore incessante di voci elettriche e metalliche, rimbombavano nella sala. Era un suono terribile. Mai nella mia vita avrei pensato di ascoltarle, erano veramente paurose. Ad un tratto, tutto cessò. Il tavolo si sollevò da terra per circa 10 metri e crollò improvvisamente al suolo. I pezzi che erano crollati si unirono da soli e formarono una frase a dir poco intollerabile: “Benvenuti all’inferno”. La tensione per quello che accadeva stava diventando generale. La cosa che avremmo desiderato di più al mondo era un’uscita, un’uscita qualsiasi, anche se ci fossimo ritrovati al polo Nord, era lo stesso, bastava uscire da quell’incubo. Purtroppo, però, nella stanza non c’era nemmeno una finestra; l’unica luce che ci consentiva di vederci chiaro era quella prodotta dalle lampade a muro. All’improvviso, sentimmo dei passi, pesanti e regolari, avvicinarsi sempre di più. Il rumore era inquietante, perché c’era rimbombo, ma anche perché rompeva il silenzio. Si presentò un uomo. Un uomo vestito completamente di nero. Aveva il volto cupo e misterioso, occhi penetranti, capelli lisci e ben pettinati. Camminava verso di me. Ad un tratto si fermò. E mi parlò:
“Il mio nome è Ghlorious. Sono stato incaricato di sottoporvi alle tre prove della vita”. Aveva un tono solenne, ma allo stesso tempo pacato.
“Quali prove? Dove siamo? Che razza di posto è questo? Facci subito uscire di qui!”. Ero piuttosto irritato.
“Non ho motivo di stare qui ad ascoltarvi ancora. Ma vi prego, seguitemi”.
“Noi non andiamo da nessuna parte. Abbiamo già subito abbastanza, Sonia è stata aggredita, siamo tutti scossi. Dicci dov’è l’uscita o non mi muoverò da qui”.
“Non ti conviene fare tante storie, Marco; la tua vita dipende da me. Vedi questo oggetto?”. Mi mostrò una specie di telecomando, di quelli che si usano per aprire i cancelli.
“Se io premo questo pulsante, tu muori”. La frase mi fece sobbalzare sul posto e così decisi che era meglio obbedirgli.
“Seguitemi”. Lo seguimmo. Durante il tragitto, abbiamo avuto occasione per ammirare le orrende carneficine che stavano marcendo nel corridoio: parti umane mozzate, animali sgozzati, occhi spappolati...
“Senti, Ghlorious, ma chi ha fatto tutto questo?”
“Il mio padrone. Dovete sapere che non è la prima volta che questa attrazione viene aperta. Nel 1967 eravamo in America, a Dallas. Nel 1987 eravamo in Asia, a Tokyo. E,come vedete, c’è stato qualcuno che si rifiutava di seguirmi”. Lo spettacolo era sempre più raccapricciante, man mano che avanzavamo.
“Dimmi la verità. Che posto è questo?”.
“Dovreste averlo capito da soli”.
“Beh, abbiamo avuto dei suggerimenti, ma non abbiamo la più pallida idea. E poi, perché non si può uscire?”.
“Nessuno può uscire prima di aver superato le prove. E nessuno fino a questo momento c’è riuscito. Le prove sono dei test, per misurare la vostra capacità di...”.
“Di... cosa?”
“Lo scoprirete da soli”. La curiosità aumentava quanto il terrore.
“Non ci posso credere. Queste cose accadono solo nei film, o nei libri dell’orrore. Non è reale. E’ solo un sogno, un brutto sogno.”
“Fidati, Marco. Niente è più reale di quello che stai vivendo”. Mi veniva da piangere. Non mi sembrava vero quello stavo vivendo. Quelle lacrime, però, erano lacrime di terrore e non di gioia. Eravamo arrivati. La stanza prestabilita era stata finalmente raggiunta. Era una camera buia ed impolverata. Negli angoli della camera c’erano degli attrezzi di ferro ed acciaio strani, molto strani e non avevo la minima idea di che cosa servissero. Al centro c’era una macchina anch’essa di ferro, ma con rifiniture in legno. A quel punto ho realizzato: era una camera delle torture. Le macchine che avevo visto servivano per torturare le persone. Ghlorious prese la parola:
“Adesso vi applicherò uno alla volta una di queste trappole di tortura e se riuscirete a liberarvi entro 5 minuti, avrete superato la prova”. La questione era terrificante; quelle macchine erano state fatte apposta per torturare la brava gente. Quanto può essere assurda e autodistruttiva la mente umana! Io e i ragazzi ci scambiammo degli sguardi terrificati e dai nostri occhi si poteva leggere la nostra paura. Enrico domandò:
“Perché mai dovremo sottoporci a questa prova?”
“Se preferisci morire, dillo, che premo il pulsante”. Quella frase mi colpì:
“Come sarebbe a dire? Tu hai detto che muoio solo io se premi il tasto. Cosa c’entrano i miei amici? Lasciali in pace!”
“Cavolo, dev’essermi sfuggito... piccolo dettaglio, Marco; se muori te, muoiono tutti”. La responsabilità accollatami aveva un peso pazzesco. Avrei avuto sulla coscienza la morte mia e quella di quattro persone. Ghlorious era proprio spietato! Mi domandai come avevo fatto a dargli confidenza, prima...
“La prima è Caterina”. La povera Cati si fece avanti e, chiusi gli occhi, si fece intrappolare dal malvagio Ghlorious. La scena alla quale stavamo assistendo era orrenda: la smorfia di dolore sul volto di Caterina parlava da sola; la gabbia era situata nella gamba destra e doveva fare veramente male. Caterina riuscì a liberarsi in 1 minuto, dopodiché cadde a terra, distrutta dal dolore. Passarono anche Luca, Enrico e Sonia. Ora toccava a me. Le vite dei miei amici dipendevano da me.
“Signore, aiutami!”. La gabbia era dolorosissima: un meccanismo antiquato ma infernale, stava lentamente girando la mia gamba destra. Il dolore era insopportabile. La gamba era sul punto di spezzarsi, quando, ad un tratto, raggiunsi la chiave e potei così liberarmi. Caddi. Sfinito. Quella prova era stata terribile.
“Bravi, avete superato tutti la prima prova. Ora passiamo alla seconda”.
“Ancora non riesco a credere che tutto questo stia accadendo veramente. E’ tutto così assurdo! E per quale motivo poi? Chi ci sta mettendo alla prova in questo modo così perfido?”
“Non fare troppe domande, Marco. Tutto questo ha un senso. Basta capire. Concentrarsi. E tutto verrà a galla”. Intanto ci eravamo già avviati sulla strada che conduceva al luogo della seconda prova. Avanzavamo lentamente, tra un urlo di dolore e l’altro, per colpa della gabbia della prima prova. La strada era la stessa, inquietante e macabra come la prima. Arrivammo in un luogo tenebroso: una casa visibilmente vecchia, tanto antica che perdeva pezzi di legno sparsi da tutti gli angoli. L’atmosfera era quasi surreale: una sottile ma perforante nebbia copriva la casa ed il suo giardino spelacchiato.
“Questa è la casa dei fantasmi”
“La casa dei fantasmi? Ma se non esistono!”
“Entrate e vedrete. Dovete attraversare tutta la casa, senza mai tornare indietro, altrimenti...”
“Sì, lo so. Non serve ripeterlo”.
“Buona fortuna. Ne avrete bisogno”.
Questa prova sembrava senz’altro più semplice di quella precedente, ma non bisognava mai sottovalutare quello che Ghlorious ti fa passare. Ci avvicinammo alla casa. La struttura era visibilmente instabile e, spesso e volentieri, cadevano a terra pezzi di legno che si staccavano dal tetto o da altre parti della decrepita casa. Salimmo le scale che portavano alla porta d’entrata; anch’esse portavano i segni del tempo, con crepe e incrinature sparse qua e là. La porta era stranamente senza alcuna crepa e appariva nuova; questo, ovviamente, significa che qualcuno l’aveva cambiata. Non appena aprii la porta, sentimmo tutti uno strano brivido percorrerci tutto il corpo.
“Che strana sensazione... come una strana tristezza, un’angoscia che mi blocca sul posto” disse Enrico.
“Ricordati che non puoi tornare indietro, non dimenticarti quello che ha detto Ghlorious!” rispose Sonia. L’agglomerato di sentimenti che provavo in quel momento è del tutto simile a quello che mi aveva invaso davanti all’ingresso dell’Hell Door. Ci facemmo avanti, intenti a superare con successo la prova. Il clima che c’era all’interno della casa era pessimo, come una negatività. Continuammo il nostro cammino, con l’angoscia nel cuore ed alla ricerca della porta sul retro, e, ovviamente, prima di trovarla, bisognava attraversare tutta la casa. Una antico proverbio diceva: “ Meglio soli che male accompagnati”. In questo caso è proprio vero, perché non poco dopo l’entrata, i miei amici si fermarono di colpo e interruppero il loro proseguimento. Io, per un attimo, non mi accorsi di questo, ma non appena udii che nella casa c’era l’eco solamente dei miei passi, mi voltai e vidi i miei amici che fissavano nel vuoto, come posseduti da qualcosa di ignoto. Li chiamai e richiamai, ma non c’era verso che mi ascoltassero.
“Ehi, ragazzi, cosa state vedend...”. Qualcosa mi colpì. Non capii immediatamente cosa. Forse un fantasma, un pezzo di legno... non lo so. L’unica cosa che so è che mi ritrovai fuori dalla casa, steso a terra, accerchiato da Sonia, Enrico, Luca e Caterina. Ghlorious mi guardava da lontano.
“Ragazzi, cosa mi è successo? Chi mi ha colpito?”. Mi toccai il punto dove presumevo di essere stato colpito e trovai un’amara sorpresa: ero grondante di sangue.
“Ma sono ferito!”
“Sì, ma non gravemente. Tamponando con un fazzoletto, dovrebbe guarire. E’ solo un piccolo taglio”.
“Chi è stato a colpirmi?”.
“So che può essere incredibile, ma è stato un fantasma”.
“E come avrebbe fatto?”. Nella mia domanda si poteva notare un po’ di sottile ironia, dovuta al fatto che sia stato un fantasma a colpirmi.
“Non lo sappiamo esattamente. Sappiamo solo che ti è piombato addosso e tu sei svenuto”.
“Ma come mai quando vi ho chiamato non rispondevate?”. Sonia e Luca si scambiarono uno sguardo interrogativo.
“Guarda che tu non ci hai mai chiamato. Cosa ti stai inventando? Stavamo camminando insieme e poi è accaduto il fatto all’improvviso. Tutto qui”. Feci una smorfia. Una smorfia come per dire: “Mah!”.
“Siete almeno riusciti a superare la prova?”.
“Certo. Anche se non è stato facile. Dopo che sei svenuto, Enrico ti ha portato in spalla e insieme abbiamo cercato la porta sul retro”.
“E l’avete trovata?”
“Sì, nonostante le difficoltà. Avresti dovuto vedere... c’erano fantasmi dappertutto! E non solo si vedevano, ma anche mettevano nel cuore l’angoscia che abbiamo avuto ancora prima di entrare!”. La mia permanenza in quel luogo aveva cominciato a stancarmi. Uno spavento dopo l’altro. I nostri genitori avranno già allertato la polizia, dato che ormai eravamo fuori da parecchie ore.
“Siete stati brillanti anche nella seconda prova! Mi meraviglio di voi! Siete davvero bravi. Meritate un premio”. Sbatté le mani. Tutto attorno a noi scomparve. Buio pesto.
“Ho come la sensazione i esserci già stato qua” disse Luca.
“Sì... è il corridoio d’entrata!”. In fondo al corridoio c’era una luce, una luce familiare, già vista in quel posto orrendo... la porta d’uscita!!
“Non ci posso credere, è proprio la porta d’uscita!” urlò Luca. Era talmente euforico che si lanciò verso la porta. All’improvviso, la porta si chiuse. Il rumore fu tale che dovemmo tapparci le orecchie.
“Luca, aspetta! Mi sembra tutto fin troppo facile... Ghlorious non ci aprirebbe mai le porte per la libertà così...”
“E poi manca la terza prova...” aggiunse Enrico. Per un momento, anch’io avrei voluto lanciarmi verso la porta per scappare, ma mi trattenei e ragionai.
“Io me ne infischio! La porta è lì ed io voglio andarmene da questo posto infernale!”. Così, si avvicinò alla porta, con forza la aprì e...
“Aaaargh! Non ci vedo più! Aiutatemi! Aiuto!”. Un bagliore accecante fuoriuscì dalla porta.
“Nooo, non ci vedo più! Aiutatemi!”
“Non agitarti. Ora faremo qualcosa Ti avevo detto di non aprirla, quella maledetta porta!”
“Era questa la terza prova! E noi l’abbiamo fallita!Cosa ci accadrà adesso...”
“Assolutamente nulla”. Era ricomparso tutto intorno a noi, Ghlorious compreso.
“Luca ha avuto la punizione che si merita per avere ceduto alla tentazione. Ora per voi, anzi, solo per Marco, ci sarà l’ultima prova, quella definitiva”. Quella novità non fu ben accolta da me e subito protestai.
“Ma come? Le prove erano tre! Avevi detto che se le superavamo, ci facevi uscire!”
“Il mio padrone vi vuole vedere”
“Ma...”
“Non protestare”. Così lo seguimmo. Non avevamo idea di quello che ci sarebbe capitato una volta dal “padrone”, ma di sicuro non una bella cosa.
“Padrone, gli ospiti sono arrivati”. Dal centro della stanza (completamente vuota) si levò una persona, completamente vestita di nero e incappucciata. Il suo volto non era visibile. Non aveva per niente un bell’aspetto.
“Così, voi sareste gli ospiti che il mio fedele Ghlorious ha sottoposto alle prove... mi complimento con voi! Ma dovete sapere che da qui non è mai uscito nessuno vivo. Vi ricorda qualcosa la frase “Un’anima per un’uscita”?”
“Ma sì, è la frase che c’era scritta all’entrata del corridoio. Solo che noi non ne potevamo capire il significato...”
“Ebbene, ve lo spiegherò: o uno di voi si offre per morire e gli altri verranno rilasciati, o uno di voi combatterà con me, e se perderà, colui che ha osato sfidarmi, verrà massacrato con una punizione mille volte superiore alla prima”.
“Perché fai tutto questo? Chi sei veramente?”.
“Io ero una persona normale, uno come voi. Ho perso i genitori quando avevo 15 anni. Ho perso mio fratello e mia sorella, quando avevo 18 anni. Rimasi solo. I miei compagni mi deridevano, invece di consolarmi. Vedevo le loro facce felici e contente, quando io soffrivo interiormente. Da allora, mi promisi che li avrei massacrati di dolore, fino a farli sparire quell’orrendo viso felice. A 20 anni ne ho uccisi 4 e l’anno dopo mi sono suicidato per il dolore. Sulla soglia dell’inferno, feci un patto: io potevo avere tutti i poteri che volevo , costruire una stanza delle torture, in cambio della mia anima e di altre. Allora, ho costruito questo luogo. Tutti nella vita devono soffrire. Io ho sofferto fin troppo. Ora tocca a voi”.
“Così vuoi scaricare tutta la tua rabbia sul prossimo? Ti sembra giusto?”
“Niente è più giusto che vedere gli altri soffrire o morire”.
“Ti sbagli. Nella vita esiste il perdono. Io, Marco, ti sfido”. Tutti si ammutolirono. La mia decisione li aveva spiazzati.
“Marco, non farlo, ti prego! Tu sei il nostro capo, il nostro più caro amico... come faremo se tu non ce la fai?”
“Abbiate fiducia in me”. Abbracciai tutti i miei amici caldamente.
“Vi voglio bene”. Caterina scoppiò in lacrime.
“Dai una spada a questo sventato”
“Non ho paura di te”
“Aspetta a parlare”. Portai la spada sul volto e dissi sottovoce:
“Dio, aiutami. Quest’oggi ho capito che l’amicizia e l’amore sono indispensabili se si vuole vivere felici. Amen”
“Iniziamo!”. Le spade si incontrarono innumerevoli volte, gli sguardi si incrociarono con occhi penetranti e di sfida, i miei amici, li vedevo con la coda dell’occhio, non osavano guardare. Ad un tratto, tutto si fece quieto. Non sentivo più la fatica, non sentivo più le urla del mio avversario, non vedevo nulla. Era come se il tempo si fosse fermato. All’improvviso, sentii qualcosa attraversarmi il corpo: era la spada del mio avversario. Era conficcata nel mio stomaco. Il sangue sgorgava come un fiume in piena e tutto mi sembrava strano. Estrasse la spada. Caddi a terra. Stremato. Stavo per morire.
“Signore, prenditi cura di tutti i miei amici”. Vidi qualcosa venire giù dal cielo. Era una pietra. Andò sulle mie mani. Era affascinante, a forma di cuore e di un colore rosso vivace. Feci quello che mi venne d’istinto: scontrarla con il volto del mio avversario. Si sprigionò una luce fortissima, che avvolse tutta la stanza. Ero in paradiso. Il mio avversario urlò di dolore, coprendosi il volto con le mani. Solo in quel momento capii tutto: quella perfida persona ci aveva sottoposto alle tre prove per farci soffrire, come quanto lui aveva sofferto (tentazioni, fantasmi e dolore fisico), ma, sorpreso dalla nostra unione di amicizia e dalla nostra forza, decise di sfidarmi per vincere ed uccidermi. Ma io , con la forza di volontà, l’ho sconfitto ed ho salvato i miei amici, sacrificandomi. Dicono che la pietra dell’amore venga sulla Terra una volta ogni 2 secoli e solo chi è in possesso di una grande forza di volontà e di valori del bene, la può usare. Questa è la mia storia. I miei amici vissero felici e, nel segno dell’amore, io continuerò a guardarli ed a proteggerli da quassù. L’attrazione, il giorno dopo, sparì e nessuno si ricordò mai più di averla vista. Questa storia fu solo un brutto ricordo, e tutti, d’ora in poi, dovranno vivere sotto il segno di due parole: amicizia e amore.
