Lo specchio - di Davide Sommovigo
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 03/04/2008 alle ore 19:55:53
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È una mattina invernale lenta e fredda come la neve che scende attraverso un velo pioggia sottile sui viali spogli del cortile. Per la prima volta mi trovo solo in quest’ala del palazzo fatta eccezione per pochi domestici e quel che resta del diabolico strumento che mi ha sottratto la mia preziosa Moira proprio al culmine dei festeggiamenti per celebrare la nostra unione. Lo specchio di Moira! Ancora adesso dalla sua cornice riversa sul pavimento il grottesco volto ghignante scolpito sul retro sembra aspettare una nuova vittima in mezzo alle affilate schegge di vetro sparse per la stanza. Lo aveva visto un giorno esposto all’esterno di un piccolo negozio di antiquariato poco distante dalla zona portuale della città e dopo esservisi specchiata lo aveva voluto per sé nella propria stanza. Io e Moira eravamo cugini. Ero con lei quel giorno, da qualche tempo avevamo iniziato a passeggiare insieme lungo i viali della nostra antica città e in quei momenti io la osservavo per lunghi minuti senza parlare, cogliendo ogni suo gesto, ogni movimento dei suoi occhi limpidi come cristalli. Ma da quanto più tempo io seguivo ogni suo movimento tra le mura della nostra antica abitazione! All’inizio di nascosto, ma lucidamente consapevole, mi lasciai rapire dal vezzo che si esprimeva in ogni suo più piccolo movimento e in poco tempo il mio interesse divenne così evidente, apparendo nel contempo così puro e appassionato, che la decisione del nostro matrimonio fu incoraggiata dalle nostre stesse famiglie. Nonostante non abbia un ricordo preciso dell’inizio della mia ossessione per Moira un particolare più di ogni altro è rimasto impresso nella mia mente, la disinvoltura con cui ella era solita portare alla bocca il cibo facendo attenzione che non entrasse in contatto con il rossetto vistoso, specie quando le capitava di mangiare pietanze che non richiedevano posate. L’immagine delle sue labbra che si arricciano con elasticità scoprendo la sua bianca dentatura, facendola sporgere per addentare un boccone, è per me come un morso famelico sul mio stesso cranio, scatena nella mia mente un’urgenza di contatto insoddisfatta che sembra volermi trascinare alla pazzia. Fu forse questo il primo gesto in cui notai la voluttuosa concretezza di Moira, ma non fu l’unico. Il suo modo di muovere le dita durante una conversazione, le sue dita lunghe ed eleganti benché inequivocabilmente robuste, il modo di sistemarsi i lunghi capelli biondi con le mani, la festosa disinvoltura con cui si riprendeva quando (di tanto in tanto succedeva) le scarpe col tacco sembravano non voler seguire la sua andatura vivace, tutto in lei era per me fonte di un desiderio irresistibile di possesso e conoscenza. Conoscenza! Tutto di lei avrei voluto conoscere, e mentre insinuavo le mie dita tra i suoi ricci vaporosi mi figuravo di penetrarle fin dentro il cranio, tra le pieghe del suo cervello. Le avrei seguite tutte con la punta della lingua, morbide come crema delicata come le immaginavo. E quando le mie mani le scendevano sulle tempie, le avrei volute come piccole bocche rigide e affilate come tagliole, per poter mordere con fulminee falcate la sua saporita materia cerebrale ed osservare le piccole e sanguigne deflagrazioni conseguenti ad ogni morso. Allora le mie dita si muovevano più ansiose sulla sua pelle e lei ridendo si faceva schermo con le mani, guardandomi divertita con quegli occhi luminosi e tondi come perle. Quante volte ho immaginato di avvolgerli con la lingua e strapparli dalle orbite per poi ingoiarli interi, come uova prelibate di qualche pesce esotico... E quante volte in abbracci appassionati mi figuravo un grottesco e innaturale attorcigliarsi di colli, quante volte il mio innocente morderle il lobo dell’orecchio nei momenti di intimità aveva risvegliato in me una fame inconfessabile e furiosa, finché dovetti cominciare a sfogarla accanendomi su oggetti inanimati non appena Moira mi lasciava solo, rompendo ramoscelli di legno che si spezzavano nelle mie mani con uno schianto secco che non poteva fare a meno di riportarmi alla mente le sue ossa, le bianche ossa di Moira! E così accadde questa notte, dopo che Moira uscì dalla sua stanza per incontrare gli ospiti: io ero rimasto solo nella sua stanza, con la sua immagine davanti agli occhi, bianca e preziosa come avorio. Davanti a me vedevo il retro del grosso specchio di fronte a cui mia cugina si stava pettinando quando l’avevo raggiunta per avvertirla che gli invitati erano già tutti nel salone. Sulla superficie di legno era intagliato un orrendo volto con un buco in mezzo alla fronte come un terzo occhio la cui espressione sorridente mi è sempre risultata insopportabile e inquietante... come se avesse qualcosa di arrogante, di malefico. Così senza pensare lo sollevai dal piedistallo e lo scaraventai a terra con tutta la forza che avevo. Si alzò una tempesta di frammenti e schegge di vetro che si sparpagliarono ovunque per la stanza, e in ognuno mi sembrò per un istante di vedere la mia immagine che azzannava con una voracità inaudita il corpo di Moira straziandolo. Pochi attimi dopo dal salone al piano di sotto si levò un coro di urla agghiaccianti; sconvolto mi precipitai sul balcone e vidi, tra la folla atterrita, Il corpo di Moira fatto a pezzi immerso in un bagno di sangue, come se una pesante vetrata le fosse rovinata addosso per poi scomparire senza lasciare traccia.
