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LA MORTE AVRA' I TUOI OCCHI - di Eva

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/12/2010 alle ore 00:03:51

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Apparentemente senza una ragione precisa ho cominciato a piangere. Riflettevo sulla mia vita e pensavo che il mondo mi avesse dato tanti di quei pregi fisici da accontentare almeno dieci ragazze insoddisfatte.
Ma io non ho il coraggio di affrontare la vita.
Me lo ricorda ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo una voce martellante. Non esiste silenzio che riesca ad azzittirla, non esiste rifugio che possa isolarla.
“Hai sbagliato tutto, hai sempre fallito, non ce la farai mai, non sarai all’altezza ancora una volta...”
E tu te ne stai lì, sola con le insoddisfazioni e gli insuccessi tra le mani, intorno solo polvere.
Ingoi ciò che riesci a trattenere fin quando non esplodi, non rigetti via tutto.
Quella sera le consuete lacrime non bastarono, cominciò a salire quell’usuale riflusso nauseabondo, le fauci cominciarono ad impastarsi di saliva amara.
Quel solito sapore salmastro, quel giorno divenne insopportabile, tanto che me ne andai in bagno per fronteggiare un eventuale ripulsa.
Attraversato l’uscio mi trovai faccia a faccia con un volto meschino che mi osservava con ribrezzo. A mia volta gli lanciai un’occhiataccia di avversione.
Non parlava, se ne stava silenziosamente a scrutare il riflesso dei miei occhi lucidi di stenti.
Mi osservava nel profondo.
Analizzava il guscio arido che mi trascinavo addosso.
Esaminava il viso segnato dal dolore e ormai inespressivo.
Controllava e squadrava le grida che fuoriuscivano da ogni minuscolo poro della mia pelle.
Guardandomi fisso negli occhi mi porse un phon che stringeva nella mano sinistra, ma il filo dell’elettrodomestico, che sorreggeva nell’altra mano, quella destra, me lo sistemò tenacemente tra i palmi.
Compresi immediatamente.
Quella donna mi conosceva più di chiunque altro.
Lentamente appoggiai il filo elettrico intorno al collo, stringendo tra le mani i due lembi incrociati.
La pressione aumentava, il respiro diminuiva, così come l’affanno, la pesantezza e l’amarezza.
Sentii il collo dolente, poi un improvviso calore sulla fronte, nelle guance, negli occhi. Le orecchie mi si tapparono come se fossi caduta in acque profonde e un brusco formicolio mi pervase mani, arti e testa. Un fischio inaspettato nei padiglioni auricolari sanciva il punto di non ritorno. La lingua ossidata e il gusto ferruginoso che sprigionava ne era la conferma definitiva.
Mentre perdevo le forze, nonostante le iridi gonfie e pesanti riuscivo ancora ad intravedere la mia compagna di morte.
Ansimava sofferente anch’ella: le guance colorite di porpora mi parlavano della sofferenza che provava; gli occhi rigonfi e arrossati mi dicevano quanto fosse oramai pronta a liberarsi in un pianto; il viso quasi completamente tumefatto e agonizzante mi confermavano la fine che stavamo condividendo.
Mentre mi lasciavo cadere a terra morente mi sforzai di focalizzarla ancora una volta, l’ultima, ma ormai lei non c’era già più.
Unico testimone del fulmineo suicidio: un vecchio specchio vuoto.

 

Ultimo aggiornamento: 2010-12-12 00:27:34