Damon Gallagher in Il Signor G - di Simonecensi
Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Horror > Damon Gallagher in Il Signor G
© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 11/02/2010 alle ore 12:51:12
L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.
Era tempo di decidere. Dopo quella brutta, bruttissima giornata, il Signor G. non ebbe più dubbi: qualcosa doveva cambiare, ed anche al più presto. S’infilò la giacca da camera a quadri gialli e sedette alla scrivania di fronte alla porta finestra. Fuori pioveva e le luci dell’Hotel Corso erano accese sulla strada trafficata. Questa volta avrebbe programmato ogni cosa. Un promemoria dettagliato sarebbe stato il punto da cui partire. Accese il computer e incominciò a segnare il da farsi, una sorta di piano a cui attenersi scrupolosamente.
Di colpo si sentì invadere da un senso di profondo benessere, come gli capitava ogni volta che in testa riusciva a dare un ordine alle cose ed agli eventi.
Ma era solo un fattore mentale e purtroppo per lui di breve durata.
Dal riflesso del vetro appannato riusciva a stento a vedersi, ancora non era del tutto ritornato alla normalità e sentiva un freddo pungente.
Era completamente bagnato e le vesti impregnate di sangue, innocente, non suo.
Era stata una pessima giornata, che aveva concluso una delle settimane più brutte della sua esistenza.
In pochi giorni “i cacciatori” avevano fatto fuori tutti, erano stati scaltri e veloci, mentre loro non erano stati attenti ai segnali d’allarme che c’erano nell’aria.
Quella mattanza era evitabile. Lui lo sapeva.
Come era evitabile anche quello che ne era conseguito.
Ogni volta che il Signor G. ritornava nella tana dopo una nottata di scempi, aveva sempre quel rimorso che lo logorava dentro, come se fosse stato vittima di quello che era.
Il peggio veniva ora però; di tutti quelli che lui conosceva, era rimasto l’unico della specie ad essere in vita.
Probabilmente ce ne sarebbero stati pure altri, ma lui non ne aveva la certezza e ora quello che faceva compagnia alla sua disperazione, era solamente una agghiacciante solitudine.
Dalla manica a quadri gialli, notava la peluria ritirarsi, mentre le unghie non gli davano più fastidio sulla tastiera.
La pagina era bianca sul monitor ed il cursore lampeggiava di fronte ai suoi occhi, che si stavano lentamente riabituando alla luce della lampada. Un acre odore di sangue gli invadeva le narici, ma la stanchezza gli comandava di rimanere seduto lì dov’era.
Trattenne un attimo il fiato, come per prendere concentrazione e poi iniziò a buttare giù i nominativi di chi aveva già colpito e di chi ancora rimaneva in piedi.
La lista di sangue era lunga, si era dato veramente da fare, ma ora era stanco di tutto questo. Ogni riga un nominativo e ogni nominativo un volto, ogni volto un immagine di dolore e le pagine si riempivano e scorrevano, una dietro l’altra.
L’elenco si chiudeva con la vittima del giorno, alla quale si era aggiunta un’altra, non voluta.
Oggi aveva fatto gli straordinari, il Mostro. Sì, così si appellava, così si scherniva, così si infliggeva la condanna per le sue colpe.
Quella bruttissima giornata era passata, ma aveva chiesto in cambio la vita di una innocente.
Era lì per caso e non riuscì a trattenersi.
Non ne poteva proprio più il Signor G., non ne poteva proprio più di questa storia, ma la vendetta chiamava vendetta e sul punto di morte aveva giurato al fratello, che non si sarebbe fermato davanti a niente e nessuno, almeno fino a quando quel maledetto elenco di persone da uccidere, non fosse stato completato.
Quel maledetto elenco.
Gli stavano dietro da parecchio tempo al Signor G., subito dopo quella strage alla metropolitana, ma quella era un’altra storia.
Lo seguivano da tempo “i Cacciatori”, lo controllavano e doveva stare nascosto, al riparo.
Poi un giorno Tom, il più giovane di loro, venne ferito durante un agguato e sanguinante tornò di corsa alla tana, per prendere una fiala.
Lo seguirono. Ammazzarono tutti come cani.
Quando il Signor G. ritornò, trovò in fin di vita solo suo fratello al quale giurò vendetta.
Adesso era solo, con l’anima agonizzante, voleva morire anche lui e voleva liberarsi da quella promessa di morte, che ancora lo ancorava a questo mondo.
Lo avevo aspettato in piedi tutta la notte e finalmente era lì davanti a me, di schiena.
Il temuto Signor G.
Dopo l’incursione nella sua tana, era rimasto solo e costretto a vivere per alberghi.
Non era stato facile individuarlo, considerando che quando non lo colpisce la metamorfosi, è uno qualsiasi come tanti, che incontri al market a fare la spesa, ma alla fine l’avevo trovato.
Bastava saper seguire la scia ematica... in una serata di bagordi.
Ora era lì, esausto e lordo di sangue, non suo, appoggiato su quella sedia, davanti al portatile acceso, in quella buffissima giacca da camera a quadri gialli.
Centellinavo pure i respiri, quella bestia aveva i sensi molto sviluppati.
In quei momenti interminabili e in quel silenzio sconvolgente, mi sembrò quasi sentirlo singhiozzare.
Strano.
Non me lo chiesi più di tanto, il braccio teso e la pistola ben ferma, con in canna un proiettile d’argento marcato Russo.
Russo fabbricava per noi del giro, pallottole d’argento anti-licantropo e se le faceva pagare come se fossero fatte d’oro.
Ad un tratto un lampo fuori la finestra e il riverbero della luce dal vetro davanti a lui mi tradì.
Tutto successe in un attimo, lui se ne accorse e in quel fatale attimo di esitazione che ebbi, lui non si mosse, sembrò sorridere però, lo vidi riflesso incrociandone lo sguardo.
Premetti il grilletto e quel elenco di morti, che appariva sul monitor, fu macchiato questa volta del suo di sangue.
Morì sorridendo, lo potrei giurare, per lui qualcosa era cambiato.
