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D'INVERNO - di Stefano Gollinelli

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 08/11/2007 alle ore 11:08:31

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 


D’INVERNO





Il cancello rimaneva ormai sempre spalancato. Lili, come ogni notte, decise di uscire da quella fredda casa che la accoglieva ormai da un’eternità.
Si guardò con sospetto intorno, credendo di esser vista da qualche altro solitario come lei. Non c’era anima viva; superò il crocifisso antico all’entrata e si ritrovò piombata nel buio della sterrata che conduceva lenta giù in paese. Dei cipressi rigogliosi tracciavano due parallele linee di sentiero montano per almeno un centinaio di metri in discesa, dopodichè improvvisamente lasciavano il compito alla sterpaglia e a rudi ammassi di rovi da more. Curve a gomito concedevano il passo a lievi svolte, per poi aprirsi in lunghi rettilinei. Lili ne seguiva l’ipnotico tracciato, segnato da due parti laterali di terra battuta, divise da una modesta lingua d’erba spontanea. Il freddo era tagliente e feriva direttamente la pelle su mani e volto. L’unica illuminazione in un’area di vari chilometri quadri, era la luna piena, che come in un classico da “Notte Horror” concedeva sinistre figure anche alla più spenta immaginazione. Cominciò a scorgere le affievolite luci del paese. Erano circa le 21.00 e a quell’ora, d’inverno, si preferiva restare in casa, col camino e magari qualche amico col quale ridere e bersi del buon vino.
Lili giunse su Via Roma, l’arteria che divideva Rocca Prima vecchia da Rocca Prima nuova. Deviò nella parte più buia, dove le viuzze male asfaltate delle vecchie casette in roccia, permettevano al tipico profumo dei paesi medievali di aumentare dopo ogni pioggia. Si respirava aria di tranquillità; dalle finestre ad altezza d’uomo giungevano rumori di famiglie unite a tavola per la cena, invitanti odori di pietanze artigianali e vocioni di attori americani, doppiati in uno studiato italiano tecnico, che chiedevano allo spettatore di seguirlo nelle loro avventure assurde. La fame stava assalendo Lili. Ormai era in una zona completamente buia, riscaldata timidamente da deboli lampade a muro vecchio stile, offuscate parzialmente da cadaveri polverizzati di mosche, zanzare o falene.
“Oh, che tesoro, piccola.. vieni qui... vieni.. bella nerona!”, apostrofò un uomo sulla quarantina, corpulento, con dei grandi occhi azzurri e mani da vanga. Lili lo guardò dal basso delle sue quattro zampe e, mentre il montanaro si chinava verso di lei, allungandole entrambe le mani, lei rizzò la schiena porgendogli il dorso. Il soffice ma compatto pelo nero ebano, scorreva come la più orientale delle sete, sotto quelle mani lavoratrici. Era come strusciare con forza un anfibio su un tappeto persiano. Forse per solitudine, della quale ne soffriva il grande Ernesto, barista per lavoro e coltivatore di terra da una vita, o forse perché sua moglie Assunta, morta l’anno precedente assieme alla sua amica Elisabetta in un incidente stradale, amava follemente i gatti, decise di prendere in braccio la piccola Lili per farle visitare la sua nuova dimora.
“Ecco qua, non fare la timida, questa è ora la tua casa”, si riferì Ernesto a quei due profondi occhi scuri tagliati verticalmente da un’iride gialla. “Festeggeremo insieme il capodanno... dicono che il 2000 sarà portatore di nuove speranze per tutti... io sono del toro, sai... ho avuto brutti momenti... ma noi col capoccione bovino cornuto siamo tosti e sopravviviamo... e poi.. HAHH!”, fu interrotto bruscamente da una zampata di Lili. Si era liberata con forza da quelle braccia robuste che la stringevano, ed ora era lì, ad un paio di metri da Ernesto e lo stava fissando tenebrosa.
“Ma... brutta bastarda, io ti invito nella mia casa e tu... OH, MIO DIO, MA... OH CAVOL... No, non è possibile.”. Stava stropicciandosi gli occhi, nonostante il sangue che gli fuoriusciva da tre linee lasciate dagli artigli nella sua mano sinistra. Avrebbe potuto giurare di aver visto sogghignare la gatta, seduta sulle zampe posteriori, con due occhi non veri, non animali, da donna.
Riaprì gli occhi e la gatta non era più lì. Silenziosamente si mise a cercarla prima fuori casa, convinto fosse fuggita, poi di nuovo dentro. Niente. Andò allora in bagno per disinfettarsi le ferite, che ora bruciavano come ginocchia sbucciate cadendo dalla bicicletta.
“Tu guarda quella brutta maiala..”, esclamò Ernesto che intanto si sentiva ancor più solo alle porte del tanto atteso da tutti capodanno del 2000. Acqua ossigenata e cotone idrofilo, lasciarono il posto allo spazzolino da denti. Ernesto si asciugò con cura il viso e la barba, poi scivolò verso la camera da letto. Voleva accendersi il televisore, ed insieme ad un paio di birre addormentarsi dopo il film e dopo lo spettacolo sexy della mezzanotte. Allungò la mano non ferita nel buio, verso l’interruttore. L’indice fece click sulla levetta e la luce gli regalò un’immagine improvvisa. La nera gatta era lì, scodinzolante e seria, accovacciata sul suo letto, dalla parte dove per venti anni aveva dormito sua moglie. Lui sobbalzò. Di nuovo quegli occhi di donna lucenti, che subito ripresero forma di due lievi macchioline gialle. “Oh, cavolo... cavolo... brutta Nerona... posso chiamarti così, vero?”, si stava rivolgendo alla tenebrosa felina come ad una bambina che al mare, distrattamente, ti riempie di sabbia il panino, correndo all’impazzata tra gli asciugamani e gli ombrelloni. “Sai che per un attimo mi ero convinto che tu... insomma... oh, cavolo, mi sono ridotto a dialogare con una gatta..”, si era rivolto quest’ultimo rimprovero e sentiva di meritarselo. Non accettava il suo adagiarsi sugli allori, dopo la scomparsa di Assunta, la donna con la quale aveva condiviso ogni cosa, nel bene e nel male, come aveva ordinato Padre Rosario ai due in quella piovigginosa giornata d’ottobre di tanto tempo prima. Tanto tempo prima, sì, ma il ricordo di lei non lo aiutava a sentirsi forte, come le aveva insegnato Assunta fin da quando, da giovani, celebravano i loro primi timidi incontri.

“Ciao Ernesto, piacere di conoscerti”;
così gli si era presentata Elisabetta, una cara amica di Assunta, in un pomeriggio estivo, al mare. Ernesto ed Assunta avevano deciso di trascorrere una settimana nel bungalow di famiglia, quasi come ogni estate.
Gli tornava in mente quel momento di una stagione torrida, colorata ma asfissiante, ed erano passati pochi mesi dalla scomparsa di Assunta, forse tre, quattro, ma magari il doppio... adesso si sentiva confuso, lì sul letto, sdraiato e con la sua nuova amica facilmente ribattezzata Nerona.
“Capito cosa mi disse? Semplicemente CIAO ERNESTO, PIACERE DI CONOSCERTI... ed era meravigliosa...Elisabetta.. un nome dolcissimo.. come potevo io non.. oh, cavolo...”, stava guardando negli occhi la gatta, tenendola sdraiata sul suo ventre e col muso verso lui. Sentiva che era una sorta di confessione.
I due, ossia La Bella e la Bestia, erano accoccolati come due teneri amanti su quel freddo lettone. Lei scodinzolava lentamente tenendo la coda a mezz’aria, lui le carezzava le guance con entrambe le mani. “Elisabetta aveva capelli neri, sì, neri come il tuo pelo e occhi blu... la vidi la prima volta... aveva uno splendido corpo, delineato da un costume a due pezzi coloratissimo ed un pareo bianco trasparente.. capisci? Oh, cavolo.. Elisabetta..”. Ora le si rivolgeva come ad una sorta di prete amico in un confessionale per tradimenti o traditori. “Assunta... quella volta restò con noi giusto il tempo di accertarsi che ci fossimo presentati... ci teneva che la sua amica conoscesse suo marito... ed io invece.. oh, cavolo... non riesco a crederci.”. Non riusciva neanche a parlarne.
Quella sera, Elisabetta ed Ernesto, amica e marito di Assunta, una tra le più solari donne del paese, si ritrovarono insieme, nudi, in riva al mare, dietro le cabine, nella parte più scura della spiaggia.
“Non riuscimmo a trattenerci, fu fatale, terribilmente travolgente, non dovemmo nemmeno chiedercelo...”, confessò ora apertamente il fattaccio. La gatta allora si alzò lentamente su di lui, si sgranchì con un’aria indifferente (come se non avesse ascoltato neanche una parola!), sobbalzò ai piedi del letto, raggiunse la porta aperta e lì si fermò. Ernesto le era già dietro, come convinto che Nerona volesse scappare. Al contrario Lili, sorniona, si accovacciò col fianco sinistro su un paio di calzettoni di lana, si assicurò la coda tra le zampe posteriori, diede un ultimo sguardo al suo nuovo padrone, stavolta con occhi felini, e chinò il muso. Si addormentò subito. Ernesto la guardava intenerito e con l’espressione di uno che ha trovato finalmente un po’ di compagnia. La carezzò e, finalmente, proseguì col suo programmino della serata.

Si svegliò presto. Sembravano essere le sei e mezza, o le sette.
Ernesto, appallottolato nel suo lettone, coperto fino alla fronte, spostò lentamente con la mano destra il piumone, si guardò intorno nella stanza un po’ confuso, poi trovò i tre numeri verdi in serie che indicavano l’ora anche al buio. Erano le 9.13. Era domenica e poteva godersi un altro po’ quel letto riscaldato al punto giusto. L’unico rumore nella stanza proveniva da fuori, composto da vento e pioggia leggera che però si infrangeva sul vetro della finestra, provocando un soporifero suono continuo e monotono. Sulla sinistra, lievemente illuminata dal chiarore cupo esterno, appariva una foto. Quella del matrimonio di Ernesto ed Assunta.
“Proprio non dovevo farti ciò che ti ho fatto...”, disse ad alta voce Ernesto alla foto, rivolgendo però lo sguardo verso il volto di Assunta, o almeno verso la sagoma della sua testa, data la leggera presenza di luce sul quadro. Ricordò la sua nuova amica, Nerona, e il graffio triplo che gli aveva inflitto la sera prima. Si toccò la mano sinistra. Di nuovo un leggero tocco, poi un altro ancor più intenso. Si sentì gelare il sangue e, per un attimo, il suo caldo letto divenne una cripta abbandonata.
Accese la lampada sul comò, si guardò incredulo la mano. Neanche un graffio dei tre che ricordava. Guariti per miracolo, scomparsi. Sobbalzò, sentì il sangue prima gelare, poi bollire. Stava già sudando. Annaspando cercò la sua bottiglia d’acqua vicino il comò, per terra. Era aperta e mancava metà del contenuto. Ricordò di averla messa lì intera la sera prima. Gli cadde di mano ed il resto del liquido fuoriuscì, veloce e rumoroso, ma non trasparente. Un corposo fiume rosso stava inondando il tappeto tra il letto ed il comò; “...sangue..”, sospirò incredulo Ernesto. Gettò in aria la coperta e si alzò di scatto. Iniziò a correre per uscire da casa, forse gridando, chiedendo aiuto, forse...
Si fermò, improvvisamente rapito da un canto. L’aria, così come il tempo, sembravano congelati, immobili. Era una soave voce di donna quella che stava echeggiando lieve nella stanza. Anni di matrimonio, soprattutto se ben riuscito, permettono di rabbrividire nel sentire in un momento inaspettato la voce della propria amata cantare un vecchio motivo anni 50. Soltanto che Assunta era seppellita, ed Ernesto sentiva ancora il dolore agli occhi per quanto aveva pianto.
“..ti stai vendicando, amore, vero?... oh, cavolo...”, quasi gridò tenendosi stretti gli occhi con le punte delle dita di entrambe le mani. Il canto in quell’istante si placò, tornò il tenebroso motivo musicale della pioggia. Si voltò lentamente. La sua confusione aumentò quando vide che il tappeto era sì zuppo, ma di acqua, non di sangue. Guardò di nuovo la foto del loro matrimonio, sicuramente per trovare conforto negli occhi di lei.
“Ma che cavolo... ah, sei tu... Nerona... vieni qui”.
La gatta le si era infilata tra le caviglie e si strusciava a destra e a sinistra. Facendo attenzione a non rovesciare acqua sul pavimento, portò nella vasca da bagno il tappeto, tenendo accovacciata Lili nel braccio destro. Ritornò lentamente in camera, si sdraiò sul letto e confessò le sue allucinazioni alla felina.

La giornata sembrava scurirsi sempre più. Ernesto aprì di scatto gli occhi e capì che si era addormentato in compagnia di Nerona. “Sveglia dormigliona, sono le 11.00, devo preparare il pranzo..”, si riferì all’animale come ad un’amante. Guardò poi verso la finestra e per poco non venne colpito da infarto. Tra le nere ombre degli alberi in giardino e sullo sfondo il plumbeo cielo, vide lei, Assunta. Era sotto il ciliegio scosso dal vento ed annaffiato dalla pioggia. Un lungo e stracciato vestito nero le copriva il ceruleo corpo. La mano sinistra, bianca come la luna, poggiava sulla spalla destra ed il capo, rivolto verso essa, era ricoperto da neri capelli, i quali però restavano immobili nonostante il vento. In un istante una ciocca nera si spostò dal suo profilo, lasciando intravedere il suo morto sguardo. Occhi senza iride, bianchi e venati di rosso, spalancati e profondi, colpirono quelli increduli di Ernesto. Poi quello che sembrava essere lo spirito di Assunta, si gettò repentinamente contro il vetro, la sua mano marmorea lo colpì con forza e la presenza svanì dopo un secco urlo di Ernesto. Con due balzi si ritrovò con la testa fuori dalla finestra, per vedere che fine avesse fatto quell’orribile creatura. Il ciliegio era lì, solitario. Verso la strada vide un gatto nero che fuggiva tra le gocce, strattonato dal vento. Credendo fosse Nerona spaventata dal suo grido, si voltò istintivamente dentro la stanza. La nera quadrupede era lì, come una statua di Anubi, a fissarlo vitrea. “Oh, cavolo... hai visto? Sto impazzendo forse? Dimmelo tu... non so cosa... “.
Si sdraiò di nuovo. La sua amica Nerona non si mosse, restando di spalle ad Ernesto che ora stava piagnucolando con le mani sulle tempie a cercar conforto.
“...Perché, ma cos’ho?”, non riusciva davvero a capire.
Un ruggito gutturale interruppe il silenzio nella stanza. Lili si era voltata di scatto verso Ernesto ed aveva spalancato le sue fauci. Improvvisamente aveva assunto l’aspetto di un diavolo nero, una grossolana specie di lupo mannaro. Nella confusione dell’istante Ernesto non riuscì a capire. Vide denti aguzzi come pugnali imbevuti di saliva, una nera lingua enorme e gli occhi, di nuovo quegli occhi di donna ma ancora più appariscenti, orribili. Lo sguardo della Morte. Fu in ogni modo un istante, neanche un grido da parte del barista con una passione per la terra da coltivare.
Poi il silenzio. Un ultimo sguardo alla foto del loro matrimonio... Assunta lo stava guardando con una strana aria... sembrava fiera. Poi di nuovo il silenzio, definitivo.

Lì, sulla collina, era di nuovo notte. Gelida.
Il cimitero era accarezzato da una lieve nebbia che fermava la sua discesa a circa un paio di metri dal suolo, lasciando scoperte lapidi e statue funeree. Superò il cancello senza voltarsi, lasciandosi alle spalle anche i neri cipressi. Sorniona si sedette su una lapide. Lili era stanca, dopo una giornata così piena. Vide la sua amica arrivare, un’altra gatta nera. “Ce l’hai fatta!”, insinuò quest’ultima, senza neanche rivolgere lo sguardo alla sua compagna. “Non ha neanche gridato.. ma di paura ne ha avuta, sta tranquilla”, rispose Lili sogghignando. Si guardarono intorno, vedendo pipistrelli sbucare qua e là silenziosi dalla nebbia ed evanescenti figure fermarsi di fronte ad una pietra, sfiorarla e poi sparire dietro essa o magari fuggire per la sterrata che conduceva lenta giù in paese.
Decisero in silenzio, entrambe, di tornare a dormire. Lili svanì al di sotto della pietra tombale sulla quale era seduta, quasi come fumo di sigaretta preso dal risucchio d’aria di un finestrino d’auto leggermente aperto; l’altra gatta fece altrettanto nella tomba affianco. Entrambe le lapidi riportavano un epitaffio, scritto a mano con cura dall’artigiano del paese e con un carattere classico ma diretto. Su una, impresse come foglie secche in un libro, le parole: “ELISABETTA... AMATA TENERAMENTE DA AMICI E PARENTI COME ‘LILI’...”; sull’altra, parole taglienti come colpi di fuoco: “PER SEMPRE L’AMORE DELLA MIA VITA.. UN SOGNO ETERNO. TI AMO ASSUNTA. TUO MARITO ERNESTO”.

La notte trascorse gelida e madre per alcuni lupi ululanti e famelici. Fino al mattino presto, quando il paese fu risvegliato da un grido di donna. Un grido di terrore.