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Cerchi nel grano - di Nicla Zidda

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 14/10/2009 alle ore 20:18:23

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Cerchi nel grano


“Fanculo , sbotta tra sé e sé Robert, ora mi da del pazzo anche quel fottutissimo strizzacervelli ! Non sono pazzo so quello che ho visto so quello che ho sognato, ammazzato da quei tre figli di puttana , si solo una puttana può mettere alla luce dei figli in grado di uccidere loro padre”.
Ferma il suo Pick Up davanti al rifornitore di Cummings, inizialmente solo un’armeria aveva ora riunito entrambe le due attività, poggia la fronte sul volante e si prende un attimo, non per pensare, no, invece prende un attimo per trovare il coraggio. Poi senza neanche richiudere la portiera proietta verso l’armeria, entra.

“Salve Robert, recuperato il raccolto?”, alcune risate giunsero dal retrobottega
“…o quei cerchi ti danno ancora il tormento?“ ancora risate.
“Senti Cummings, rispose Robert, non sono qua per scambiare quattro fottute chiacchiere con un dannato alcolizzato figlio di padre alcolizzato, se son tanto rincoglionito come pensi è meglio che mi vendi subito quel fottuto Benelli che hai appeso sopra la testa... prima che decida di andare in città, prenderlo da Jacobs per poi tornare a usarlo su di te e sui quei quattro stronzi seduti nel retrobottega a bere il loro stronzo salario”.
Guarda Cummings negli occhi e quest’ultimo spalanca la bocca ma da li non esce neanche un suono… poi dopo una breve pausa afferra il fucile e lo poggiandolo sul banco dice: ”Sono 295 $ Rob”.
“Ho 100 $ ti porterò il resto domani in mattinata… aggiungi sul conto anche questa” continua Robert afferrando una scatola di proiettili del rispettivo carico.
Poi prende il fucile e lascia il negozio, Cummings lo guarda andar via non sa che non salderà mai il suo debito, non sa che quella è l’ultima volta in cui quel piccolo paese vedrà la faccia di Robert Addizson, o per lo meno da vivo…….
Robert posa il fucile nel cassone sale sul Pick Up e riparte alla volta di casa Addizson…
Si ferma sotto il salice piangente, piantato dalla nonna quando suo padre ancora non era nato. Si era sempre fermato a guardare e sentire le fronde di quell’albero accarezzare la sua faccia, ma ora no, non dava più niente al suo cuore non dava niente al suo spirito immerso nella follia.
Prende il fucile, lo carica, poi prende altre cartucce e le butta nel tascone della sua tuta di jeans .
Quando muove il primo passo verso la casa una lacrima incide la polvere di cui è pieno in volto, lacrime di pagliaccio, pensa… poi il vuoto ritrova il suo nido nella sua anima, i lati della bocca si abbassano mentre le narici si stringono, respira a stento, ma respira e l’aria di quel campo di grano è intrisa di odio e di morte.
La porta cigola le sue scarpe da lavoro non sono mai state dolci col pavimento di legno ,lo percuotono.
“Ragazzi, ragazziiiiiii venite” inizia a urlare con voce agghiacciante “dobbiamo discutere di una certa faccenda” e sentendo una voce che non è la sua non sa in che lingua parla… ma non è la sua.
Nessuna risposta solo dei passi che si muovono veloci al piano di sopra.
“Ragazzi” continua a urlare ,ma lo urla solo nella sua mente in realtà bisbiglia.
Ancora passi, lontani, si ferma ad ascoltare ma i passi scompaiono, si fermano perché sono i suoi, tanto distanti i suoni come tanto distante è la sua mente.
Sale le scale lentamente cercando di tornare con la mente ai giorni felici, ma ogni pensiero è ambiguo quasi corrotto, sfocato come la sua razionalità…
Alla fine delle scale due occhi lo fissano, gonfi di lacrime, è Jeffrey il suo secondogenito non parla ma implora, implora col suo sguardo, ma implora ad occhi vuoti.
“Dov’è finito il bianco dei tuoi occhi papà?”
Un ultimo segno di umanità, ecco cosa implorano.
“Papà non ho fatto il monello questa volta, ho anche aiutato Mickayla a fare i piatti papà”.
Ma quello non è suo padre, non più.
Un ultima carezza gli viene offerta dalla fredda canna del fucile, poi lo sparo, il calore umano sprecato come un’offerta di sangue sulle pareti.
Colt è il suo primogenito, osserva da dietro la fessura della porta del bagno, sente la paura, sente il calore delle sue urine correre lungo le gambe.
Vorrebbe poter essere forte e grande, ma non può i suoi undici anni non sono sufficienti a reggere tanto terrore, i singhiozzi stuprano la sua gola… li sente provenire dal bagno, ormai di umano non gli resta quasi nemmeno la forma, la sua pelle cade secca come squame, e sotto è pallida come la luna, ma più tetra della notte più oscura.
Non ci saranno occhi da guardare questa volta… punta il fucile direttamente verso la porta e fa fuoco.
Fuoco, che al piccolo pare di averlo dentro la pancia, le sue mani sono intrise di sangue come di sangue è macchiato il suo conato, vede quel mostro che lo osserva, quasi incuriosito, non si chiede perché il padre abbia fatto questo, sa che quello non è più suo padre, no, è come nei suoi sogni, quel mostro ha ucciso prima suo padre e poi lui. Muore solo, in un freddo bagno su una pozza del suo stesso sangue.
“Ti voglio bene papà” sussurra, ma non avrà nessuna risposta, l’ultimo pensiero va a Mickayla, poi un brivido e dopo, la morte.
“Papààààà… pààààààààà”, Mickayla lo chiama ad alta voce, non sembra turbata.
Robert esce nel cortile e la vede correre dentro i cerchi del campo di grano.
“Ciao pàààà vieni vieni dai”, dice sorridendo al padre.
Si vede riflesso nel vetro della finestra vede le sue occhiaie, si incanta davanti a quell’immagine, un fantasma ecco cosa sono un fantasma, pensa frammentariamente.
“Pàààààààà“ ripete Mickayla.
Si dirige verso di lei.
“Vieni papà guarda guarda”, insiste Mickayla.
La raggiunge, lei lo guarda raggiante, indica una pozza d’acqua e dice: “Vedi papà, noi ci specchiamo”.
È l’orrore, lui ha la sua solita forma nella verità dichiarata da quel riflesso lui è Robert Addizson, lui ha di nuovo la sua mente e ora vede tutto, e capisce.
Lei sorride accanto a lui, ma i suoi occhi sono neri.
“Mickayla dov’è il bianco dei tuoi occhi” chiede il padre alla figlia e il sorriso di lei diventa una risata forte, troppo forte per non essere vera, esplicita, una risata sadica.
Lei si allontana da lui ridendo mentre il suo corpo cambia forma, poi si volta e col suo vero viso sogghigna: “Ciao papà”.
Robert cade in ginocchio davanti a quella pozza, davanti alla realtà, manipolato, con in mente un’ultima immagine di un viso alieno, non erano mostri, o almeno lo era solo lei, lo aveva usato, lei lo aveva fatto diventare il carnefice della sua famiglia.
Ricarica il fucile, poi poggia i calcio sull’erba e accosta la canna all’osso ioide, vi voglio bene ragazzi, ma questa volta una risposta c’è: il boato di uno sparo.
Di nicola zidda