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L'ultimo sospetto - di Elysabetta Grandi

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 21/04/2008 alle ore 12:20:24

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

1.
Toc..Toc..Toc.la pallina continuava a rimbalzare ormai già da tempo contro la parete spoglia della camera di Maurice.
Il ragazzo se ne stava seduto nell’angolo della stanza appoggiato allo schienale del letto, i lunghi capelli biondi scendevano quasi liquidi sulla bocca scarna, che accennava appena un mezzo sorriso slavato di tanto in tanto.
Sulla parete della stanza diversi poster dei Nirvana e Gun’s rose campeggiavano vittoriosi sulla invece minuscola riproduzione di Madonna, che con i suoi capelli biondi volgeva lo sguardo alla parete circostante con uno sguardo sconfitto, sopraffatta da idoli del rock ormai spenti.
Sulle mensole ormai troppo cariche e che rischiavano di crollare si ergevano imponenti le riproduzioni di alcune delle piazze più belle del mondo, il Campidoglio, Place de la Concorde, con la famosissima statua dedicata a Luigi XV, Place Vendome e molte altre; fedeli piccoli sosia regalatagli dal padre al ritorno da ogni suo viaggio d’affari,nella speranza, magari, di invogliarlo a visitare almeno uno di quei famosissimi monumenti.
Fatica sprecata, le riproduzioni raccoglievano polvere giorno dopo giorno, ora erano ormai ricoperte da una fitta coltre di polvere e ragnatele, che ogni tanto si staccavano e cadevano copiose sulla testa di Maurice.
La sua camera si affacciava su Rue Berge, uno stretto vicolo dietro Rue de Rivoli, una delle vie più imponenti di Parigi, a pochi passi dalla casa, in via Poissonière si trovava il locale sempre straripante di giovane, e frequentato anche da Maurice, il Rex Club.
Il ragazzo, colpo dopo colpo, toc dopo toc rifletteva su ciò che il suo amico Renè gli aveva confidato la sera prima.
Strane voci giravano sul conto della sua ragazza, “niente di importante Maurice, per carità, non voglio nemmeno preoccuparti con queste cazzate messe in giro da due stronzi”. Il suo amico aveva minimizzato le dicerie e tuttora Maurice non sapeva ciò che veramente si diceva tra i suoi amici.
Il ragazzo allora si girò, prese dal cassetto della scrivania una pacchetto nero e cominciò, lentamente, a fumarsi una sigaretta.













2.
Il padre di Maurice, messieur Pierre Cartian, svolgeva il prestigioso incarico d’Art Director presso una delle più famose imprese pubblicitarie di Parigi, la Pfc Design.
Ricopriva quest’incarico ormai da vent’anni, ideando marchi di successo e pubblicità assolutamente straordinarie per originalità e freschezza. Il suo guadagno era pari alla sua scaltrezza e molti in azienda pensavano che dopo di lui sarebbe stato difficile se non impossibile trovare un sostituto con gli stessi requisiti. Sotto i suoi folti baffi grigi e il sorriso sornione si nascondevano, infatti, un carattere d’acciaio e nervi di ferro, nessuno poteva porre il veto sulle sue affermazioni e quando nel suo ufficio qualcuno veniva richiamato non c’ era parola o scusa che potesse far fronte alle sue sfuriate.
Chiacchiere d’ufficio sussurravano che avesse un carattere così scorbutico a causa della moglie, Juliette, un’avvizzita donnina bionda che occupava le sue giornate spendendo i soldi guadagnati dal marito,invece di badare al figlio ventiquattrenne Maurice, sbandato e considerato dal padre un neo da nascondere al mondo.
“Pierre,ho le bozze che mi hai chiesto.”Michelle, il suo collaboratore più stretto, entrò trionfante nel sontuoso ufficio del capo, arredato in stile giapponese e in cui campeggiavano diversi quadri con ideogrammi cinesi. Il capo aveva una fissa per il mondo orientale.
Michelle era arrivato ad essere così vicino al capo nonostante la giovane età,aveva solo ventinove anni, grazie ad un’ illuminazione riguardo una campagna pubblicitaria su un’ automobile che nessuno,nemmeno i veterani dell’ azienda, riusciva a risolvere, aveva inoltre gestito l’ azienda ricoprendo perfettamente il ruolo di Pierre durante le sue ferie.
Si avvicinò con passo deciso alla prestigiosa scrivania di ciliegio con le ingombranti brochure in mano, esibendole al capo.
“Perfetto ragazzo, ci siamo, ci siamo, falli stampare e spediscili subito, io me ne torno a casa, c’è altro per oggi?”
“No capo, io vado allora ci vediamo domani”uscendo il collaboratore salutò il suo principale e sparì dietro alla pesante porta nera.
Pierre seguì con lo sguardo il ragazzo che usciva”Perché Anche Maurice non può essere così?dove ho sbagliato?dove?lui e quel maledetto locale di merda. Tossici beoni e chissà che altro c’è”
L’odio che Pierre provava per il Rex Club era giustificato dal fatto che più di una volta Maurice tornava da lì ubriaco, o,peggio, fatto come un cammello,sbattendo contro le pareti di casa,sbatacchiando finché ,finalmente, riusciva tentoni a trovare la maniglia della sua stanza.
Come se non bastasse, più di una volta la polizia francese aveva fatto irruzione nella sontuosa casa del pubblicitario convinta di trovarci chissà quali tipi di sostanze, solo perché poco prima avevano beccato suo figlio in qualche angolo delle strade vicine al locale in evidente stato di fattanza, e pensavano che uno così potesse anche svolgere qualche compito di spaccio.
Questo era uno dei principali motivi per cui odiava così tanto quel figlio indisciplinato, che in un lasso di tempo brevissimo si era trasformato da ragazzino che giocava col papà, in uno strafottente giovanotto irresponsabile che non sapeva fare niente.
Anzi, gettava anche fango sul buon nome di famiglia, per colpa delle irruzioni della polizia, che producevano un effetto uragano di voci e pettegolezzi che era difficile zittire.
Almeno la sua vita coniugale fosse andata bene, ma nemmeno quello era possibile purtroppo,
Juliette non l’aveva mai tradito, almeno da quello che sapeva lui, ma il loro matrimonio era finito già da diverso tempo purtroppo, e secondo lui in buona parte per colpa del loro scapestrato figlio, s’incolpavano a vicenda del reciproco fallimento come genitori, usando parole pesanti e cariche d’odio.
“Perché, perché, perché..dove ho sbagliato”si ripeteva Pierre, il cuore spaccato dalla disperazione,il rimorso di non essere stato un buon padre,diverso da quello che aveva avuto lui, burbero e costantemente assente.
Preso da un attimo di rimpianto afferrò la cornetta e compose il numero del cellulare di Maurice.
Uno,due,tre squilli...niente.
Posò la cornetta, già pentito di quel gesto”cosa credevo di ottenere?cosa gli avrei detto?come stai figliolo ti prego smettila di fare lo stronzo e vieni qui a lavorare con tuo padre?”
Pensieri sconsolati attraversarono la mente del pubblicitario mentre indossava l’impermeabile, una triste giornata piovosa lo attendeva fuori dall’azienda.e anche un lungo tragitto a piedi lungo ruè de Rivolì,lui odiava i tassì.
Uscì lungo lo stretto passaggio che conduceva sul marciapiede, affollato da gente frettolosa, francesi che camminavano ogni giorno fianco a fianco ignorando lo splendido paese in cui dimoravano, facce scure che non chiedevano niente al mondo se non quello di tornare nelle loro case dopo un’asfissiante giornata di lavoro.
L’ingresso del metrò era affollatissimo e Pierre ebbe ben cura di non passare in mezzo alla compatta folla che straripava sul marciapiede, essendo quello uno dei punti più indicati per farsi sfilare il portafoglio in mezzo alla confusione generale. Si soffermò solo pochi secondi ad ammirarne l’ ingresso,realizzato dall’architetto Guimard,una splendida costruzione ferrosa campeggiata da un tettuccio di vetro composto a ventaglio.
Affrettò il passo, aveva fame il pubblicitario,e voleva arrivare in tempo a casa per accertarsi che suo figlio non fosse ancora uscito,era già da un po’ di tempo che voleva fargli un certo discorsetto ed ora che aveva finalmente trovato le parole adatte non voleva farsi sfuggire l’ occasione.
I negozi parigini arridevano alla folla con le loro luci sfavillanti, i negozianti sorridenti e le vetrine luccicanti,tanto che messieur Cartian decise di entrare in un negozio di dischi e impianti stereo per fare un regalo al figlio.
“Si prendono più mosche col miele che con gli schiaffi”si disse Pierre entrando con passo deciso nella bottega.Un tintinnio accompagnò a sua entrata e un giovane commesso pieno di brufoli si avvicinò subito per servirlo.