Il passato di carmen - di Simona Bertocchi
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 04/11/2006 alle ore 09:32:26
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Non è ancora l’alba quando Carmen mi sveglia strattonandomi violentemente, trema e non riesce a trattenere una crisi isterica.
- La foto... guardate la foto!
Qualcuno ha cancellato la faccia di Carmen sulla fotografia scattata al concerto di Woodstock, ma quel che è peggio è che c’è una rosa nera accanto a quell’immagine deturpata.
L’angoscia cresce e ci esplode dentro, abbiamo volti di pietra e occhi segnati dalla paura. Uno strano e minaccioso silenzio ovatta l’interno della casa mentre dal giardino arrivano rumori di passi sulla ghiaia del cortile. Qualcuno ha tagliato i fili del telefono, i cellulari sono spariti, impossibile comunicare con l’esterno. Rebecca corre a perdifiato verso il suo fuoristrada parcheggiato nel cortiletto ma si accorge subito che ha le gomme squarciate, anche la macchina di Carmen ha i copertoni a terra.
Torniamo in casa alla ricerca di armi rudimentali: coltelli da cucina, forbici, bombolette; è la disperazione che ci fa muovere, nessuna riesce a pensare a quale volto possa avere l’assassino, l’importante è agire, anche senza avere chiaro la direzione ma agire.
Dal giardino giunge uno strano rumore, ci stringiamo sempre più man mano che quel cigolio si avvicina, e allora il respiro si ferma, gli occhi si dilatano per la paura. La grande porta-finestra si apre lentamente, i raggi della luna delineano l’immagine chiaro scura di un uomo in carrozzina che entra a fatica, la sua sagoma fluttua davanti alla vetrata. Ha un impermeabile e un cappello calato sugli occhi, poi l’ombra della sua mano si alza per scostarsi il cappello e compaiono due occhi profondi e diabolici su un volto butterato e sfregiato. E’ molto invecchiato ma le donne riconoscono subito Egidio Gatti, il marito di Rosa.
- Era meglio se mi uccidevi, Carmen, che ridurmi così- ha una voce inquietante e profonda che graffia le parole - ho giurato vendetta a tutte voi, non mi è bastato avere fatto uccidere Albert .
- Bastardo, sei stato tu ad ucciderlo - dice Carmen scattando verso di lui ma glielo impedisco afferrandola per un braccio.
- Io sono finito su una sedia a rotelle e lui vi ha fatto uscire di galera, si, Albert doveva pagarmela.
Ci siamo guardate furtivamente, abbiamo ben stretto tra le mani i coltelli e impugnato le bombolette ma l’ombra scura punta una pistola verso di noi.
Due giganti vestiti di nero ci picchiano e ci imbavagliate con dello spesso nastro per pacchi che. sento la loro presenza alle mie spalle, i loro aliti e la stretta della loro mani. Carme, invece, la lasciano a terra sul pavimento.
La sedia a rotelle di Egidio avanza verso mia suocera che gli butta addosso uno sguardo di odio.
- Voglio che ognuna veda la fine dell’altra - dice dilatando ancora di più gli occhi inquietanti.
Punta la pistola contro Carmen che tremante gli lancia addosso il coltello ma non lo coglie.
Mi sento mancare, non credo di riuscire a resistere a tanto, i nervi stanno cedendo, il cuore è incontrollabile e mi fa male il petto tanto scalpita, il sudore mi si è ghiacciato addosso.
Non voglio morire.
Parte un colpo di pistola che rimbomba nella stanza e dentro di me, mi echeggia dentro, mi sconquassa, fa tremare i miei sensi come corde impazzite, chiudo gli occhi e non voglio più aprirli.
Il grido di Carmen mi obbliga a reagire, è accovacciata sul pavimento, si stringe a sé come un animale ferito. Fiotti di paura e orrore escono dal mio grido, sento il cuore sfibrarsi e i muscoli cedere, fisso mia suocera con un dolore senza fine. Carmen si muove, si trascina a fatica sul pavimento ma non è morta, non sanguina. Egidio Gatti, invece, è accasciato con la testa a penzoloni, dalla tempia il sangue scende a zampilli densi e continui, i suoi occhi demoniaci continuano a fissarci inermi.
Il colpo è partito dalle scale, è stato Lorenzo a sparare. Gli uomini della polizia entrano fulminei e ci liberano dai corpulenti aggressori, mentre mio marito ha ancora la pistola puntata verso il cadavere di Gatti e lo fissa sconvolto e irrigidito.
Saliamo sulle ambulanze che ci avrebbero portate tutte all’ospedale per accertamenti. Lorenzo mi stringe al petto e mi chiude dentro di sé, attingo da lui le forze che mi mancano.
Fuori, intanto, si alza silenziosa un’alba che nessuno sperava più di vedere.
