Il blocco - di Vincenzo Lo Cicero
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 09/11/2006 alle ore 20:29:12
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Del fatto che mi accingo a esporvi, si parlò per settimane, nel piccolo paesino di M. Di omicidi, a M, in passato ce n’erano stati, è vero. Ma nessuno suscitò mai tanto scalpore. La vittima: una giovane scrittrice, bella e, per di più, nipote dell’uomo più ricco del paese (e uno dei più ricchi dell’isola). Nessun legame con elementi malavitosi chè, in un paese come il mio, seimilasettecentosessantacinque abitanti, si sarebbe saputo presto.
Ma procediamo con ordine. Comincerò a narrare la vicenda dal giorno che precedette quello dell’omicidio.
Cinque giorni! Da cinque giorni, quel foglio, bianco era e bianco restava. Una frase, una sola dannata frase che non riusciva a strappare dalla bocca del suo protagonista, don Nenè, e il romanzo sarebbe stato portato a termine.
Andò in cucina, si preparò un caffè forte e si accese la ventunesima sigaretta. Ritornò al suo tavolino da lavoro, prese il portacenere, stracolmo, e lo svuotò. La cenere, sparsa dappertutto, la convinse ad armarsi di pezzuola e mettere un pò d’ordine. Si accorse che l’abbandonarsi a quelle faccende domestiche le aveva restituito un po’ di tranquillità. E proprio mentre spolverava, le ritornarono in mente le parole di un professore dell’ultimo corso : - lo scrittore... - oddio chi era? ma che importanza ha? - preferiva lavorare seduto nei tavolini dei bar affollati, in modo da cogliere frasi, osservare personaggi, prendere spunti dalla vita reale -. Porco Giuda! ma perchè non m’è venuto in mente subito?
Diede un’occhiata all’orologio. Se si sbrigava faceva appena in tempo a prendere la corriera dell’una. Poteva mai pensare di andare a sedersi in qualche bar del piccolo paesino dove abitava? S’era mai vista una femmina seduta fuori, a un tavolino, in paese? in quel paese? No! meglio prendere la corriera e scendere a Palermo.
Alla fermata dell’autobus si ricordò del piccolo registratore che usava all’università, durante le lezioni. Tornò a casa, lo cercò dappertutto ma non lo trovò. Si battè una mano sulla fronte. "Che idiota che sono! L’ho prestato a quella puttana di mia cugina il mese scorso". Nei suoi pensieri, si prendeva la libertà di dare della puttana a chiunque, anche a chi non lo meritava, com’era, appunto, il caso della cugina.
Corse dalla put... ops, dalla cugina, e se lo fece restituire. Non fece in tempo a prendere la corriera dell’una.
Erano le due e mezza quando arrivò a Palermo. I brontolii del suo stomaco la convinsero a mangiare un boccone nelle vicinanze. A due passi dalla fermata, proprio dietro il teatro Politeama, c’era il bar dove andava ogni volta che aspettava l’autobus per ritornare in paese. Sedette a un tavolino all’aperto, prese il registratore dalla borsa, lo mise in funzione e lo poggiò sul tavolo. Ordinò un panino con gamberetti e salsa rosa. Quando l’ebbe finito, ne ordinò un altro e poi un altro ancora. Fumò una sigaretta, si fece portare il conto, bevve il caffè e si alzò. I due uomini seduti nel tavolino di fronte, sulla quarantina, in giacca e cravatta nonostante il caldo di quei primi giorni di ottobre, sembrarono delusi. Per tutto il tempo i loro sguardi si erano posati sulle tette e sulle cosce di Floriana. A lei non fece nè caldo nè freddo: c’era abituata e, in ogni caso, adesso, non riusciva a pensare ad altro se non al suo romanzo.
Decise, a dispetto del vento di scirocco che le appiccicava i vestiti addosso, di fare una passeggiata per il centro.
Attraversò la piazza e imboccò via Ruggero Settimo. Guardava, senza fermarsi, le vetrine dei negozi. Pochi metri prima di piazza Massimo, nel marciapiede opposto, vide la vetrina di una libreria. Vi si fiondò. Strabuzzò gli occhi: l’ultimo libro di Andrea Camilleri! Ma come, non doveva uscire fra un mese? Decise di aspettare l’apertura. Si accese una sigaretta e passò dall’altro lato della strada, all’ombra. Un quarto d’ora dopo, a lei era sembrato un quarto di secolo, eccolo lì, il libro, finalmente fra le sue mani! Si sbarazzò della busta di plastica nella quale l’impiegata lo aveva riposto; le piaceva tenerli in mano i libri: ne assaporava, con voluttà quasi, il contatto fisico, l’odore.
In quello stato di grazia si diresse verso piazza Massimo. Sedette a un tavolino di un bar da dove poteva scorgere l’imponente ingresso del teatro Massimo. Mise di nuovo in funzione il registratore, ordinò una coppetta di gelato, nocciola e panna, e si abbandonò alla lettura del libro.
Alle otto prese la corriera per tornare a casa. Nel frattempo, aveva sostato, sempre con il registratore in funzione, in quattro o cinque bar del centro. Aveva percorso via Maqueda fino ai quattro canti, girando a destra in corso Vittorio Emanuele fino alla cattedrale. Infine era tornata indietro, aveva riattraversato i quattro canti proseguendo fino in via Roma. Da lì era tornata verso la fermata dell’autobus al Politeama, passando prima per il mercato della Vucciria.
Sulla soglia di casa trovò il suo fidanzato, seduto sui gradini.
«Nenè» fece buttandoglisi al collo «che sorpresa!».
«Ti sorprendi?» sbuffò lui, «cinque giorni che non ti fai nè vedere nè sentire... e ti sorprendi?».
«Amore, hai ragione, potrai mai perdonarmi?».
E’ possibile non perdonare un angioletto? No, non è possibile, si disse Andrea. La strinse a sè e la bacio. Le tette di Floriana, quarta misura, schiacciate sul suo petto, gli procuravano sempre un’erezione immediata. «Cos’è, cinque giorni di astinenza ti fanno questo effetto?» domandò lei. Risero entrambi. «Vieni saliamo, il nemico ci ascolta! E ci vede anche» fece Floriana indicando con il mento le persiane socchiuse della casa di fronte.
Varcata la soglia di casa, Andrea tentò di spogliarla subito; lei lo fermò: «aspetta, prima devo fare una doccia. Sono tutta sudata» e corse in bagno, senza dargli il tempo di protestare.
Quando uscì, il fidanzato si era già tolto giacca, cravatta e pantaloni. Era rimasto in camicia e slip. Tolta la camicia, rimase immobile a farsi ammirare dalla sua ragazza. Non frequentava una palestra ma faceva quasi ogni sera i suoi esercizi a casa: qualche flessione, un po’ di addominali e via. Floriana impazziva per quei muscoli appena pronunciati, per quella forma a V che si disegnava sul corpo di Andrea. Si sfilò l’asciugamani e questa volta fù lei a compiacersi degli sguardi del suo ragazzo. Alta, la vita sottile, collo, gambe e braccia ben modellati; i capelli lunghi, neri, bellissimi, le scendevano quasi fino al fondoschiena. Quell’aria candida, poi, abbelliva i suoi tratti ancor più delle divine proporzioni, come le definiva Andrea, che la natura le aveva donato.
Alle sette del mattino seguente, Floriana era già al lavoro. Riavvolse il nastro del piccolo registratore e si mise ad ascoltarlo mentre si preparava il caffè. L’odore arrivò nella camera da letto. Andrea si presentò in cucina, nudo. Floriana non lo degnò di uno sguardo. Sembrava tutta intenta a riavvolgere e riascoltare il nastro.
«Amore, il caffe!» disse Andrea affrettandosi a spegnere il fuoco «è diventato una schifezza!».
«Oh, mi dispiace, non mi ero accorta. Puoi rifarlo tu per favore?» rispose Floriana continuando ad armeggiare col registratore, «usa l’altra caffettiera, quella da sei tazze. Ma prima mettiti qualcosa addosso».
«Agli ordini!». Quando ritornò, in mutande, Floriana gli sorrise «Nenè, ho trovato la frase che mi serviva!».
«Per il tuo romanzo?» chiese lui.
«Si, ascolta» alzò il volume del registratore : "... quello è un morto che cammina...".
Andrea rimase a bocca aperta. «Ma... ma... ti rendi conto che potrebbe trattarsi del progetto di un omicidio?».
«Si Nenè, lo so.» rispose Floriana con quella sua aria candida. Solo che, ora, Andrea la trovava sconcertante.
«Adesso caro Nenè» riprese lei «mi fai il grandissimo favore di rivestirti e passare dai carabinieri con questo nastro, prima di andare al lavoro».
«Va bene» fece lui «ma vorranno parlare con te. Vorranno sapere dove hai registrato quella conversazione.».
«Lo so, lo so, ma nel frattempo avrò già finito di scrivere il mio ultimo capitolo. Anzi, puoi riferire che sarò da loro tra un’oretta, diciamo alle otto e mezza?».
«Sei sicura che non si siano accorti di niente quei due?».
«Non lo so Nenè, ma penso di no. Avrebbero cercato di fermarmi non ti pare?».
«Non hai notato niente? Non li hai visti in faccia?».
«No Nenè. Mi sono fermata a bere qualcosa in sei o sette bar, ma ero tutta concentrata a leggere un libro».
«Bene!» fece lui. Arrossì leggermente sotto lo sguardo di Floriana «beh, per te voglio dire... se non li hai visti in faccia...».
«Vai adesso Nenè, che si fa tardi».
Un’ora e mezza più tardi, Floriana si presentò alla stazione dei carabinieri. La fecero accomodare nell’ufficio del maresciallo Tuttolomondo, comandante la stazione di M.
«Vuol dirmi tutto di quel nastro?» chiese il maresciallo. Floriana chiese il permesso di accendersi una sigaretta e riassunse i suoi movimenti del giorno prima, i bar dove si era seduta, le vie che aveva percorso.
Aveva avuto l’impressione di essere seguita a un certo momento? No. Sicura di non ricordarsi nessun volto, di non avere udito niente, seduta ai tavolini dei bar? Sicurissima! Stava leggendo. Nell’autobus, al ritorno, non aveva notato qualche faccia strana? Ancora no.
«beh» riprese il maresciallo «potrebbero averla seguita in macchina»
«E’ possibile, ma non m’è parso. Sono quasi sicura di no».
«Non ha notato niente di strano rientrando a casa?».
«No».
«Bene!» disse il maresciallo - Si, bene, benissimo! pensava, questa qui non ha visto nè sentito un accidente di niente!
L’accompagnò fino all’uscita della caserma, le strinse la mano e la seguì con lo sguardo per un pò.
«Bella fimmina ah?» disse il piantone strizzando l’occhio al maresciallo.
«Bella si, bellissima. Ma io, ormai, penso solo a mia moglie» mentì il maresciallo, chè durante il colloquio, qualche fantasia gli era venuta, sopra a quella fimmina.
Floriana rientrò a casa e rimase per un po’ seduta in cucina, a riflettere sulla faccenda. Tante volte aveva scritto di assassini e mafiosi nei suoi romanzi e racconti, ma adesso era lei a trovarsi coinvolta in quella situazione: reale, che però, tale, non le sembrava.
- Nel quale si tratta della cosidetta nuda verità, che non convince nessuno, e di verità «aggiustate», che invece sembrano più autentiche della realtà -.
Cosi aveva intitolato il secondo capitolo del suo "Le memorie di Maigret", Georges Simenon. Con qualche aggiustatina, pensò Floriana, potrei scriverci su un racconto o un romanzo. Il romanzo! Doveva rileggersi l’ultimo capitolo che aveva finito quella mattina e apportarvi gli ultimi ritocchi. Bevve una tazzina di caffè freddo, rimasto nella caffettiera da sei, e si mise al lavoro. Al pari della scrittura vera e propria, del momento della creazione, le piaceva quella fase del suo lavoro. Adorava rileggersi, vocabolario e libro di grammatica accanto, aggiungendo ma, molto più spesso, togliendo intere frasi, periodi o paragrafi. A quel lavoro da maestrina, - come lo aveva definito Simenon, intollerabilmente noioso diceva (ma ben consapevole dell’importanza che avesse nel mestiere della scrittura) - Floriana si dedicava con passione.
Finì il lavoro che erano già le due e mezza. Si preparò il pranzo e cioè: telefonò alla rosticceria vicino casa sua e si fece portare una porzione, abbondante, di pasta al forno. La mangiò nel vassoietto con la forchetta di plastica fornita dalla ditta. Mangiò anche un po’ di frutta che il nonno si premurava di farle avere ogni giorno, dalle sue terre, nelle quali coltivava di tutto. Grazie al nonno, ricco possidente e proprietario di un’azienda vinicola che esporta in tutto il mondo, Floriana poteva dedicarsi a tempo pieno alla sua attività di scrittrice, che di certo non le garantiva entrate sufficienti per poter campare.
Soddisfatta, si abbandonò nel divanetto della sua stanza e si addormentò.
La telefonata arrivò alle tre e venti di quel pomeriggio. Il carabiniere-telefonista annotò l’ora, il nome e l’indirizzo che la donna, all’altro capo del filo, gli aveva comunicato. Telefonò a casa del maresciallo, infastidito al pensiero di doverlo disturbare, chè certo in quel momento, si stava godendo il solito riposino pomeridiano.
«Maresciallo, c’è stato un morto, anzi, una morta».
«Dove?» domandò il maresciallo, con la bocca ancora impastata dal sonno e dall’arrosto di castrato.
Il carabiniere-telefonista gli comunicò l’indirizzo. Il maresciallo bestemmiò ma senza farsi sentire dal carabiniere.
«è dove abita quella ragazza che è venuta stamattina».
«Come?» chiese il carabiniere-telefonista, imparpagliato, chè aveva preso servizio all’una.
«Niente, niente. Manda subito una pattuglia a prendermi qua a casa, tanto gli viene di passaggio». Riappese. Nemmeno il tempo di indossare la divisa, che l’Alfa Romeo dei carabinieri era già sotto casa sua.
I carabinieri ebbero il loro bel da fare per tenere a bada la folla di curiosi che si era radunata davanti al portoncino della casa di Floriana. Lei era lì, distesa sul divanetto, pareva addormentata. Nella testa, proprio in mezzi agli occhi, un grumo nerastro.
La telefonata l’aveva fatta la cugina di Floriana, Maria, che, riferì al giudice, era andata lì a dare una mano per le pulizie di casa. Aveva trovato la porta aperta e aveva chiamato la cugina ad alta voce. Preoccupata, era salita per il corridoio lungo e stretto che porta all’appartamento di Floriana e lì l’aveva trovata, morta. Non riuscì a dire altro. Il giudice le diede il permesso di andare a casa, accompagnata dal padre.
Ai funerali partecipò il paese intero. L’omelia - ...il cuore pieno di tristezza, ma anche di gioiosa speranza... - commosse e strappò qualche lacrima anche a chi era venuto spinto solo dalla curiosità.
Il maresciallo Tuttolomondo, perso in pensieri neri, la rabbia frammista a sentimenti di dolore e ai sensi di colpa per non aver saputo proteggere quella giovane vita, giurò a se stesso che avrebbe messo le mani su quel pezzo di merda che aveva sparato.
«Da quanto tempo stava con la signorina Floriana?» chiese il maresciallo.
«Da circa due anni. Ci siamo conosciuti in banca, dove lavoro. Sono all’ufficio fidi» rispose Andrea.
«Lo sappiamo. Mi dica, la signorina bazzicava spesso in ambienti, diciamo così, poco salubri?».
«No! Perchè avrebbe dovuto?».
«Beh, per via del suo lavoro, per esempio. So che scriveva racconti polizieschi a sfondo mafioso».
«Si maresciallo è vero. Ma le sue storie erano frutto della sua fantasia, glie l’assicuro! A volte prendeva spunto da episodi reali, è vero, ma non le era mai saltato in mente di andare a frequentare certa gente».
«Tranne che in occasione del suo ultimo lavoro».
«Già» fece sconsolato Andrea, «ma di sicuro, non pensava di andarsi a cacciare in un guaio simile. In fondo, non ha fatto altro che andare a sedersi in qualche bar del centro storico di Palermo».
«Col registratore acceso!» sbottò il maresciallo, passandosi una mano sul viso teso dai nervi.
Congedò Andrea e si mise ad ascoltare il nastro, nella flebile speranza di riuscire a cavarne qualcosa in più, un indizio, un appiglio. Tutti quei rumori in sottofondo, macchine, venditori ambulanti e, parve al maresciallo, anche un venditore di panelle che abbanniava a bordo del suo moto ape, rendevano difficoltosa l’operazione che tuttavia, diede i suoi frutti: una frase, appena percettibile in mezzo a tutto quel casino: "il lavoro... a Butti...".
Il maresciallo Tuttolomondo ebbe un fremito di gioia. Finalmente un appiglio, un piccolo, debole, appiglio: si sentiva come un cirneco che comincia a fiutare la preda. Strana sensazione, pensò, chè della caccia era sempre stato nemico e amava gli animali e gli si stringeva il cuore a pensare alle sofferenze che doveva patire un coniglio ancora vivo, in bocca al cane da caccia.
Ma basta, non pensiamoci più. Telefonò al maresciallo Lo Iacono, comandante la stazione di Palermo centro, suo vecchio amico.
«Turiddu ciao, come te la passi?» chiese il maresciallo Lo Iacono.
«Non mi posso lamentare» rispose Tuttolomondo, intendendo e che, tutto sommato, stava bene e che, di cose di cui lamentarsi ne avrebbe avute parecchio, ma....
«Senti mimì» disse il maresciallo Tuttolomondo «ho bisogno di un grandissimo favore».
«Dimmi Turiddu».
«Dovresti fare una piccola ricerca nei vostri archivi e mandarmi una lista di persone il cui nome o cognome inizia per Butti».
«Buttigghiuni» rispose, pronto, il maresciallo Lo Iacono, la cui memoria, a detta del brigadiere Mancuso che con lui lavorava, era meglio di un disco fisso da ottanta GigaByte.
«Ma non è un cognome, è una ’nciuria, un’ingiuria, un soprannome: significa bottiglione.» precisò Lo Iacono, dimèntico di stare al telefono con un altro siciliano.
«Vincenzo Macaluso, questo è il vero nome» proseguì Lo Iacono «è vicino alla famiglia mafiosa di questa zona».
«Tombola!» fece il maresciallo Tuttolomondo, felice come uno studente che fosse venuto a capo di un sistema di equazioni dell’ottavo grado. Spiegò il perchè di quella sua richiesta e l’amico gli assicurò che avrebbe mandato, in giornata stessa, tutte le informazioni che gli servivano.
Seguirono momenti di snervante attesa: due giorni interi per avere l’autorizzazione a piazzare i microfoni in casa di Buttigghiuni. Un’intera settimana passò ascoltando inutili conversazioni fra il Buttigghiuni e la consorte e a spiarne i movimenti.
Finalmente, alle otto del mattino di una domenica fresca e luminosa, arrivò la telefonata giusta.
«Manda i saluti all’amico nostro, all’uscita della messa delle otto e mezza» disse l’uomo all’altro capo del filo.
Mezz’ora dopo, Buttigghiuni uscì da casa e passò a prendere due compari. Si mise al volante di un’auto, vecchia, ma dal motore truccato, che poi risultò rubata. Uno dei due uomini, quello alto e magro, scivolò nel sedile di dietro. L’altro, grasso e un pò impacciato nei movimenti, si accomodò davanti. Posteggiarono davanti la chiesa di San Giuseppe dei Teatini, in corso Vittorio Emanuele. Il maresciallo Tuttolomondo, in abiti borghesi, entrò in chiesa e sedette nell’ultima fila. La stessa cosa fece un altro carabiniere, cinque minuti più tardi.
Fuori, un carabiniere travestito da venditore di panelle, andò a piazzarsi, col moto ape, vicino all’ingresso della chiesa. Altri si spacciavano per turisti nelle immediate vicinanze: La Martorana, Palazzo Pretorio, San Cataldo, il quartiere ebraico, i Quattro Canti.
Il maresciallo Lo Iacono seguiva le operazioni dal suo ufficio, in apprensione per la sorte e del suo amico e dei suoi uomini.
Finita la messa, Il maresciallo Tuttolomondo uscì e andò a comprarsi un panino dal carabiniere-panellaro. Si ritrovò accanto ai due compari di Buttigghiuni che avevano avuto la stessa pensata. Quando la chiesa fù vuota, i tre ancora non si erano mossi. Nottata persa e figlia femmina pensò il maresciallo. Ma si sbagliava. Un paio di minuti più tardi, apparvero, sulla soglia della chiesa, il parroco e un signore distinto che il maresciallo riconobbe come il professore Li Cauli, medico legale. Ebbe, il maresciallo, la sensazione e direi anzi, la certezza, che fosse lui l’uomo che i tre stavano aspettando.
Vide l’uomo magro estrarre la pistola e puntarla addosso al professore. Non gli diede il tempo di premere il grilleto: in un fiat, l’uomo era stato immobilizzato e ammanettato. Stesso trattamento per gli altri due, che non ebbero il tempo di dire nè ai nè bai.
Il capo della famiglia di Palermo centro, quando ebbe notizia dell’arresto dei tre(il che dovette avvenire nello stesso istante, chè di certo, altri picciotti, a protezione della fuga degli assassini, dovevano essere stati utilizzati nella missione di morte) si dileguò. Rimase canziato, letteralmente ’messo di lato’, latitante, per più di vent’anni. Meno lungimiranti erano stati gli altri della famiglia: vice-capo, capi-decina e soldati furono arrestati una settimana dopo, in seguito alle dichiarazioni di Buttigghiuni. Dapprima muto come un pesce, come voleva la tradizione. Poi, davanti alla prospettiva di passare tutta la vita in carcere, che, con molta abilità e conoscenza del mestiere, il maresciallo Lo Iacono gli aveva fatto balenare nel cervello, Buttigghiuni, in un improvviso rinverdire della memoria, ricordò dei suoi compari non solo il nome ma la data di nascita, quella della prima comunione, l’indirizzo, le parentele fino al terzo-quarto grado, come passavano il tempo e un’infinità di altre notizie quali ammazzatine, richieste di pizzo e via discorrendo.
Il maresciallo Tuttolomondo, dalle dichiarazioni di Buttigghiuni, non ne aveva ricavato nulla. Nulla, per lo meno, che potesse essere di una qualche utilità alle indagini sul caso di Floriana.
Buttigghiuni non aveva motivo per tenere nascosta la verità su quel caso. Aveva messo in luce, fin nei minimi particolari, tutte le attività criminose della sua famiglia negli ultimi dieci anni. Persìno di un caso di lupara bianca, aveva riferito: un commerciante di vini che, non volendosi piegare al pizzo, era stato tolto di mezzo perchè servisse da esempio agli altri commercianti della zona.
Seduto a tavola, davanti alla pernice in brodo, cominciò a pensare che forse... forse... la mafia non c’entrasse per niente in quel delitto.
Alle cinque del pomeriggio, un’ora che il maresciallo giudicò non troppo sconveniente, andò a bussare alla porta della vedova Patanè.
«Maresciallo, buona sera».
«Buona sera signora, permette? Vorrei farle qualche domanda. Sono venuto io da lei per non farla scomodare a venire in caserma».
«Prego maresciallo, si accomodi». Lo fece entrare nella sala da pranzo. Un ritratto del marito, morto dieci anni prima, troneggiava, lugubre, nel mobile in legno di abete. Sparsi intorno al ritratto, tutta una serie di santine e immagini sacre, fra le quali spiccava, proprio accanto al ritratto, il Sacro Cuore di Gesù.
«Signora» attaccò il maresciallo, cercando di trovare le parole giuste «non è che lei, per caso, per puro caso, ha notato qualcosa di strano il giorno del delitto?».
«Vuole dire... quando hanno ammazzato la signorina Floriana?» chiese la donna.
«Si, esatto».
«Non ho visto l’assassino. L’ho già detto al brigadiere».
«Si, lo so. Ma non è che potrebbe dirmi che visite ha ricevuto, quel giorno, la signorina?».
«Maresciallo, ma che crede, che me ne sto tutto il giorno a farmi i fatti degli altri?».
«No, per carità di Dio! Mi chiedevo se, per caso...».
«ah, per caso! Beh, maresciallo, quel giorno, per caso, me ne stavo affacciata alla persiana. Sa, faceva molto caldo».
«Si, ricordo» la incoraggiò il maresciallo.
«Ho visto, verso le tre meno un quarto, il ragazzo della rosticceria che le portava il pranzo» fece, arcigna, la vedova. «Una mezz’ora più tardi, è arrivato il suo fidanzato».
«E per quanto tempo si è trattenuto?»
«poco, un paio di minuti al massimo». La vedova fissò il maresciallo che, ora, aveva lo sguardo assente, immerso nei suoi pensieri. «Maresciallo, se sta pensando che è stato lui a ucciderla, se lo tolga dalla mente, non può essere!».
«E lei come fa a saperlo?».
«Perchè ho visto lei salutarlo dalla finestra, quando lui andò via».
«Ah!» esclamò il maresciallo.
«Eh!» rispose la vedova.
«Non ci sono state altre visite?».
«No, fino all’arrivo della pattuglia dei carabinieri».
«E la cugina di Floriana, Maria? Non l’ha vista arrivare?»
«No. Però, debbo avvisarla, non me ne sono stata tutto il tempo a guardare fuori. Un paio di volte mi sono alzata per andare a controllare se il caffè fosse pronto».
Il maresciallo ringraziò e si alzò per andarsene. Prima, però, e non ci fù verso, dovette sorbirsi un bicchierino di rosolio di gelsomino che la vedova preparava con le sue mani.
Nel suo ufficio, il maresciallo discorreva con il brigadiere Spampinato.
«Maresciallo, vengo ora dal barbiere» e olezzava colonia da barbiere, infatti. «Lo sa che novità c’è?». Senza aspettare risposta, il brigadiere proseguì: «sembra che Andrea, sa, il fidanzato della povera Floriana, se la intenda adesso, con la cugina».
«Sua cugina?».
«No, la cugina di lei, di Floriana».
«Alla faccia... ma ne sei sicuro?».
«Se lo dice don Pasquale!» si riferiva al barbiere e lo disse come se non si trattasse di un pettegolezzo ma di una sentenza della Cassazione a sezioni riunite. Il maresciallo rimase immobile a riflettere. Il brigadiere Spampinato conosceva quell’espressione del maresciallo che, sempre, quando faceva lavorare il cervello e la pista era quella giusta, gli si disegnava sul volto.
«Senti Spampinato, io torno un attimo dalla signora Patanè... anzi, no» fece il maresciallo, che al pensiero del rosolio della vedova, si era fatto venire un’idea migliore: «vacci tu e chiedile se, quella mattina, non ha visto qualcuno salire in casa di Floriana».
Il brigadiere tornò dopo un’ora. Disse che la signora non aveva visto nessuno. Alle otto era uscita di casa per andare a messa, come ogni mattina. Era rientrata alle dieci.
«Era buono il rosolio?» chiese il maresciallo.
«Quale rosolio? Mi ha offerto un caffè e dei cannolicchi che erano una vera squisitezza» fece il brigadiere passandosi la lingua fra le labbra.
Meglio non riportare qui, gli apprezzamenti che il maresciallo, in cuor suo, indirizzò alla vecchia.
«Floriana assomigliava molto alla cugina, vero?» chiese il maresciallo.
«Si se non fosse per i capelli, che Maria porta più corti e...».
«E?».
«...E le tette, un po più piccole, quelle di Maria. Terza misura direi. Per il resto, potrebbero essere scambiate per gemelle».
«So chi ha ucciso Floriana» fece il maresciallo.
«Lo so ma non ne ho le prove. Prima, la vedova Patanè mi ha detto di avere visto Floriana che salutava il suo ragazzo dalla finestra, quando questi lasciò la casa della ragazza». Si accesero una sigaretta.
«In realtà» proseguì il maresciallo «Floriana era già morta. L’aveva uccisa Andrea, pochi istanti prima. La donna che la vedova vide alla finestra era Maria, non Floriana».
«Ma la vedova è sicura di non averla vista entrare» obiettò il brigadiere.
«Può averlo fatto fra le otto e le dieci, quando la vecchia era fuori» rispose il maresciallo, e riprese: «Dunque, Maria va dalla cugina con una scusa qualunque e, quando Floriana dice che avrebbe dovuto venire qui, per la faccenda del nastro, Maria le risponde che l’avrebbe aspettata in casa. Floriana viene da noi, rientra in casa ma non trova la cugina. Avrà pensato che si fosse stancata di aspettare e se ne fosse andata. Quindi, si mette subito al lavoro. Maria in realtà deve essersi nascosta in qualche angolo della casa. Magari sul terrazzo. Alle tre e un quarto arriva il fidanzato. Le spara, col silenziatore suppongo, chè il colpo lo avrebbero sentito tutti, e poi i due fanno la loro piccola sceneggiata: Maria, che indossa parrucca e reggiseno imbottito, si affaccia alla finestra e saluta Andrea procurando così, a quest’ultimo, un alibi di ferro. I due, infatti, sono sicuri che la vedova li sta osservando dalle persiane semichiuse, come fa sempre».
Telefonarono al bar e ordinarono due caffè. Il maresciallo continuò nella sua ricostruzione dei fatti: «Maria telefona a noi, fingendosi sconvolta. Dice di aver trovato la porta aperta e la cugina morta, sul divano. Il resto, lo sai già».
«E il movente?» chiese il brigadiere.
«Soldi» rispose il maresciallo «il nonno delle due cugine, don Ciccio, come sappiamo, possiede terre, case e l’azienda vinicola. Secondo me, i due progettavano da tempo di far fuori la cugina, magari più in là, con più calma. Ma l’occasione per far ricadere i sospetti su un delitto di mafia, allontanandoli da loro, difficilmente si sarebbe ripresentata. Così Andrea, quella mattina, prima di passare da noi, va da (telefona a?) Maria e la istruisce sul da farsi».
«Maresciallo, scusi ma... sposando Floriana, Andrea sarebbe venuto in possesso della metà del patrimonio, che è si, la metà, ma quanto basta per vivere senza preoccupazioni» obiettò, poco convinto in verità, il brigadiere.
«E l’amore o infatuazione o quello che è, per Maria, non lo consideri? E soprattutto, il cento per cento delle azioni della ditta, ora che Floriana non c’è più, va a Maria».
«Va bene maresciallo, mi ha convinto. Ma siamo senza prove. Come facciamo?».
«Non lo so, proprio non lo so!».
L’idea gliela diede suo figlio, accanito lettore di romanzi gialli. Commentando un romanzo di Agatha Christie, gli aveva parlato di come Hercule Poirot - o era miss Marple? Boh! - avesse incastrato un assassino tendendogli una trappola: una lettera, scritta dall’investigatore imitando la calligrafia del complice, avvisava il colpevole che erano stati scoperti e gli dava appuntamento per mettere su un piano.
La lettera, il maresciallo Tuttolomondo, se la fece scrivere da una sua vecchia conoscenza: un pregiudicato che era dentro per falsificazione di assegni e titoli di stato. Un vero artista, in materia di imitazione delle calligrafie.
Il piano funzionò alla perfezione. Maria, ricevuta la lettera, corse subito in banca, dal suo Andrea, con un sacco contenente la parrucca e il reggiseno imbottito.
Furono arrestati entrambi e Maria crollò quasi subito. Confessò tutto, addossando, naturalmente, tutta la colpa a Andrea. Lui, dal canto suo, fece lo stesso. Il giudice pose fine alla partita di ping-pong: ergastolo! Per tutti e due. Pari e patta!
Vincenzo Lo Cicero
Nota dell’autore:
Questa storia me la sono inventata. Quindi, anche i personaggi (coi loro nomi e cognomi) e le situazioni nelle quali vengono a trovarsi, appartengono alla mia fantasia. Qualche omonimia e/o fatto che abbia rispondenza con persone esistenti e fatti accaduti, è puramente casuale.
