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Omicidio - di Alessandro Togni

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 17/09/2007 alle ore 21:48:46

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

“Chi sono io?” L’essere umano si porge questa domanda da quando ha un’autocoscienza, molto prima che Hegel ne parlasse. La cosa-uomo si è vista e si vede confinare negli ambiti più disparati sia del reale sia del metafisico.
Ogni analisi ontologica dall’alba della storia del pensiero ai giorni d’oggi ha commesso l’errore metodologico di presupporre l’esistenza dell’essere. Sì. Per parlare di essere lo si deve presupporre, giacché non si può parlare di qualcosa di cui non si postula l’esistenza e quel “Chi” lo dimostra.
“Sono io?”: questo rimane cercando di limare l’errore. Emergono due possibilità: “Sono io?” o “Sono, io?”. Nella prima mi chiedo se ciò che sono è ciò che sono abituato a chiamare io. In questa proposizione sto partendo dall’imposto che una sostanza-io esista in sé e per sé e non sia al contrario un fascio di sensazioni, un prodotto del retaggio culturale, la mera psiche. In altre parole, l’io (ciò che io credo di essere) esiste veramente ed io sono quest’io.
Prendendo in considerazione la seconda possibilità: non è più dato per scontato l’essere dell’io (l’esistenza, ma si continua a puntare sulla possibilità in atto di un certo io la cui esistenza dev’essere nient’altro che autoevidente. Questo è il risultato cui è giunto Cartesio per mezzo del dubbio radical-metodologico.
Ora, entrambe le possibilità di cui sopra compiono un pericoloso salto dal pensabile al reale, degno della peggior metafisica cristiana medievale. La condizione d’esistenza risulta relegata alla pensabilità. La mente umana è uno strumento teoricamente infinito e in grado di partorire un numero indefinito di “cose”, ma questo non implica che queste cose siano condannate ad esistere (non ho mai avuto l’occasione di imbattermi nelle creature di Bosch). Così metto a tacere certe velleità idealistiche.
Mi rimane un “Sono?”. Il quesito può essere interpretato in più modi. In primo luogo lo si può collegare ad un domandarsi (domandare sé a sé stessi) ed a un cercarsi come spirito (anima, che dir si voglia). Sorge un problema però: non posso fare affidamento sull’io in veste interlocutore al quale poter porre tale domanda, quindi mi trovo nella situazione del pastore di Leopardi che parla alla Luna la quale sembra ignorarlo.
In secondo luogo posso ricondurre la domanda sull’essere ad un punto di vista biologico. “Sono questo corpo?” “Questo corpo mi appartiene?”. Quand’è così, messe ragionevolmente da parte le sciocchezze di chi vede Dio come una sorta di Babbo Natale che regala esseri e corpi e vuole in cambio buona condotta morale e preghiera, etsi Deus non daretur quindi, non si può che rispondere “Sì”. Il corpo è la cosa che in assoluto sento più mia, potendolo utilizzare come meglio credo. Se fossi solo corpo e sensibilità, non dovrei aver modo di pensarmi. La soluzione è quindi riduttiva.
Eliminati così gli errori, resta una domanda senza verbo e senza oggetto: “?”. L’uomo è così condannato a porsi una domanda indefinita. Potrebbe essere un risultato accettabile, sono giunto ad una non-domanda che è lecito porre, ma che come tale non ha una risposta. Un paradosso, il paradosso per eccellenza. Paradosso il quale mi vedo obbligato ad affrontare.
Sto per condannare l’uomo alla condizione di cadavere in vita.
L’io è morto, ma il suo profumo è ancora presente. E’ un io sconfitto da sé stesso. E’ costretto a rinunciare all’idea di esistere attivamente e ad accettare l’idea di essere vissuto. Il pericoloso spettro del divenire incessante si erge così in tutta la sua atroce frenesia sulle ceneri del vecchio io, di quell’io tranquillamente in possesso del proprio poter essere. Ora l’io si trova ad essere vissuto da sotto, è un equilibrista su di una sfera lanciata in discesa. Non può fare altro che sottostare alle leggi del divenire delle quali non avrà mai esperienza. Ogni manifestazione è equivalente a tutte le altre, tutte hanno ugual valore.
L’esistenza in autentica può salvare le menti deboli (forse le più sane), certo. A tutto c’è un rimedio.

Alessandro Togni