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La mia metà - di Vincenzo Gatta

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 14/06/2007 alle ore 13:04:36

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

La mia metà


Stavate l’uno attaccato all’altro, eravate la cosa più bella che risiedesse in quel mondo, ogni vostro gesto era perfetto: il dormire, il mangiare, il vostro camminare o il modo in cui rotolavate quando avevate fretta e dovevate velocizzare il passo, il vostro procreare... se foste stati anche solo immobili in un punto qualsiasi della terra sareste stati perfetti. A tutti bastava questo: lo stare uniti; ma non a te.
Avevi un desiderio da quando sei sorta dal cumulo di terra sotto il Grande Cipresso, era una tua fissazione, era diventato il tuo chiodo fisso e vivevi la giornata cercando solamente di vedere la faccia dell’altra tua metà.
Da vent’anni l’unica ragione per cui ti alzavi al mattino era quella di vedere la sua faccia, poterti immergerti nei suoi occhi che immaginavi di un castano così profondo da riuscire a farti sentir mancare la terra sotto i piedi.
Avevi cercato aiuto nei vostri migliori amici Cassandra e Peristalco. Un giorno di pioggia vi trovaste con loro in una caverna per proteggervi e approfittando che ella dormisse, ti eri fatta coraggio e avevi detto ai due: ««Oh Cassandra e Peristalco, la cosa che sto per chiedervi potrà sembrarvi strana, ma è il mio più grande tormento da quando Gea ci creò.»» ««Parla carissima amica, non farci stare in ansia in questa maniera, la tua voce è così triste che ci preoccupa molto.»» ««Io vi chiedo di descrivere il volto della creatura che condivide con me la sua esistenza, quella creatura che sento parlare, di cui sento i movimenti, vi prego descrivetemi il suo volto...»» ««Nostra carissima amica non possiamo fare ciò in quanto quello che a me sembrerebbe in un modo a Peristalco parrebbe in un altro e a te in maniera ancora diversa. Purtroppo non tutti gli occhi sono uguali. Mi dispiace dal più profondo del nostro cuore ma purtroppo non possiamo aiutarti. Ci dispiace.»»
Quando sentisti queste parole il tuo cuore sprofondò nella più cupa tristezza, passasti intere settimane con la disperazione alla gola. Avevi capito che il tuo sogno sarebbe rimasto solo un’utopia, ti eri rassegnata, avevi rinunciato al tuo sogno avevi abbandonato definitivamente tutti i tuoi progetti per riuscire a guardare l’altra parte della tua vita. Sopravvivesti altri tre anni, con quella tristezza che hanno i sognatori quando ad un passo dalla realizzazione vedono il loro sogno essere spazzato via. Fino a quando tutti gli esseri che popolavano la Terra decisero di attaccare gli dei per prendere possesso dell’Olimpo.
Partecipasti a quella rivoluzione solo per la vergogna di dire di no alla tua metà.

Vi ritrovaste tutti ai piedi dell’Olimpo, una volta arrivati in cima avreste cacciato da lì gli dei, ma prima che iniziaste la scalata, vedeste Zeus in persona chinarsi su di tutti voi; poi solamente un lampo accecante.
Quella luce ti stordì a tal punto che credesti di essere tagliato a metà.
Dopo un paio di ore da quella luce ti risvegliasti.
Allora ti accorgesti che non era stata solo una sensazione, ma che eri stata davvero tagliata a metà e adesso se abbassavi gli occhi non trovavi più le tue forme ma soltanto una specie di lastra di pelle liscissima che andava dal collo alle gambe e aveva una specie di nodo all’altezza dell’addome. Allora scattò una scintilla nella tua testa: adesso che eravate divisi potevi vederla, potevi ammirare il suo volto, guardarla senza impedimenti. Ti voltasti e la vedesti lì per terra ancora stonata dal lampo. La guardasti per molto tempo, ma non eri felice come avevi immaginato, c’era qualcosa che non andava in lei, i suoi occhi non erano così profondi (sentivi ancora la terra sotto i tuoi piedi), i suoi capelli non erano così morbidi e la sua bocca non era così invitante. Allora, eri innamorata non della creatura che aveva condiviso con te ventitre anni di vita, ma lo eri della sua immagine che avevi nel tuo cuore, ti sentivi così male che corresti il più lontano possibile da li, andasti verso il lago decisa a ucciderti poiché non resistevi al dolore della scoperta.
Arrivata al lago, guardasti nell’acqua e la vedesti, vedesti i suoi capelli, vedesti i suoi occhi, vedesti le sue labbra. Senza pensarci due volte ti tuffasti e baciasti il tuo vero amore, quello stesso amore che ti aveva reso così triste e ora ti rendeva così felice. Ora avevi finalmente il tuo amore.



Adesso negli inferi ti chiedi da millenni perché il tuo ultimo pensiero in quel lago, circondata dal tuo amore, è andato a quella creatura che vedesti distesa per terra ai piedi dell’Olimpo.


Ispirato al mito di Aristofane descritto nel Simposio di Platone