LA CADUTA DELLE COLONNE - PARTE I - di Elias P.
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 13/07/2009 alle ore 16:43:06
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“La caduta delle colonne crea sgomento ma l’idea che queste siano fatte di mattoni è rassicurante. E l’induzione che gli stessi mattoni andranno a far parte di nuove costruzioni più forti è persino ottimista.
Tale possibilità esiste.
Nel frattempo vorrei sentire il freddo e non soffrirne.
Vorrei sentire tutto il disagio possibile e passare avanti con i miei mattoni sottobraccio, convinto del reale sostegno che potranno offrirmi nella mia opera di costruzione a venire.”
(K.)
LA CADUTA DELLE COLONNE
PREFAZIONE - PRESA DI COSCIENZA
La caduta delle colonne dipinse i loro volti di sgomento, soltanto il Maestro restò impassibile.
Tal’uni si sorpresero di ciò: era lecito chiedersi come, di fronte alla caduta dei più alti valori, egli riusciva a mantenere la calma e la virtù.
Tal’altri, i più stolti, si infuriarono e inveirono contro di Lui, giudicando il suo, un comportamento irrispettoso.
Uno di loro, il più impaurito, gli urlò contro e cominciò ad offenderlo con gravi parole, a lui fecero seguito tanti altri.
Il Maestro non si scompose, sembrava che le sue di colonne non fossero mai crollate.
Altri di loro allora, non inveirono contro il Maestro, bensì cercarono disperatamente di carpire qualcosa da Lui, mettendo a tacere le voci dei facinorosi e cercando al contempo di isolare l’assordante fragore della caduta delle colonne.
Ciò non fu semplice, lo spietato inveire degli stolti contro il Maestro (che per dire il vero rappresentavano la maggior parte del popolo) rendeva impossibile la comunicazione e la rettitudine; e più le loro parole erano dure, più sembrava irruento e inesorabile il crollo delle colonne.
Diverse morti si consumarono in un breve lasso di tempo.
Le morti di chi, impunemente, si era affidato a quelle fragili torri e aveva costruito tutta una vita al di sopra di esse, senza rendersi conto dell’effimera stabilità a cui si era adagiato per un’esistenza intera, questi erano anche quelli che più si infuriavano col Maestro poco prima di crollare a terra.
PARTE I - J. E IL PROBLEMA DEL CAOS
Fra i tanti sfortunati ce n’era uno in particolare che pareva essere sprofondato più a fondo di tutti per l’effetto della caduta di tutti i suoi sostegni, il suo nome era J.
Egli a differenza di tanti altri si affacciò all’effimerità della sua intera esistenza non con rabbia e frustrazione, ma con un orrore tale da essere del tutto inerme e impossibilitato a inveire contro alcuno.
Perdendo tutto ciò di caro che aveva accumulato in una vita empia cercò di alzarsi dalle macerie e appropinquarsi al Maestro che stava li vicino:
<< Maestro cosa accadde qui di tanto grave da scatenare questo scempio di valori e di esistenze?>>
Il Maestro lo guardò.
<< Dimmelo tu J.,ciò che ritengo è che la risposta sia dentro ognuno di noi. >>
Non trattenne le sue lagrime quell’uomo distrutto, sotterrato dal peso della sua stessa inutile esistenza. Allora disperato, disse a stento:
<< Abbiamo peccato, tutti noi. Pare proprio così. Tutti tranne lei, Maestro. >>
Un altro cumulo di mattoni caduto dal cielo andò a frantumarsi sulle sue membra.
<< Povero J., sei convinto sia arrivato un giorno del giudizio, il giudizio di chi poi...non è dato sapersi! Spiegalo dunque, spiegalo a tutti noi qui, è evidente che tu hai già le risposte che cerchi nelle mie parole >>
La voce del Maestro era severa ma di buon intento, persino J. che per certo nella sua vita non era stato ciò che si può definire un uomo virtuoso, lo capì.
<< No. Io non ho le risposte che cerco Maestro. Chiedo scusa se questo è ciò che è parso dalle mie parole, invero, se così fosse, non sarei qui a implorare una risposta da lei, e forse neanche sarei dinnanzi al crollo della mia esistenza.>>
Girò gli occhi a fatica (il suo viso premeva contro il terreno) verso le figura del Maestro, con un sguardo interrogante ma di chi spera con tutto il suo cuore di aver dato una risposta, almeno per metà, corretta.
Intorno a loro la gente si era a poco a poco diradata: c’era chi frugava fra i mattoni infranti qualcosa di salvabile con il quale rialzare la propria vita; c’era anche chi continuava a disperarsi, a morire sotto il peso delle colonne in rovina; qualcun’altro invece si era adunato attorno a J. e al Maestro con aria interessata, con una mezza convinzione di poter trarre qualcosa dal loro dialogo.
<< Osservate… ora io sono di fronte a voi. Cosa vedete? Un uomo. Di cosa siete convinti? Che egli possa darvi una spiegazione della caduta delle colonne, o perlomeno che possa dare voi un conforto.
Ammettiamo sia così. Voglio che voi riponiate tutte le vostre credenze su di me, fatelo… avanti. Io vi spiegherò come fare, cosa fare e quando, vi darò felicità. Il vostro Maestro è con voi. Vi aiuterò, ma dovete appoggiarvi a me.>>
Buona parte delle persone tirò un sospiro di sollievo, forti della presenza del Maestro, convinti ch’egli potrà aggiustare tutto, darà inizio a una nuova era di benessere e serenità. I più scaltri invece pensarono ad una prova a cui il maestro li stesse sottoponendo.
Accadde l’impensabile. L’inverosimile.
D’un tratto i mattoni da enormi macigni scuri e spigolosi, si erano fatti leggeri come piume, chiari e morbidi, quasi piacevoli da maneggiare e sembrava fossero lì per costruire una nuova luminosa colonna.
Si alzarono grida di gioia, molti di loro si abbracciarono, piansero di felicità e nel frattempo anche tutta la gente intorno si era accorta del grande miracolo.
Un’esplosione di allegria e festa di fronte alla nuova colonna, frutto di tante, infinite vite disperate e distrutte, ora risollevate dalla bontà del Maestro.
Egli era restava impassibile di fronte a tanta superficiale serenità, dentro di se dovette fare un grave sforzo per non avvertire tutti quegli stolti dell’enorme, pericolosa illusione cui andavano contro; ma se l’avesse fatto non avrebbero mai imparato nulla.
Tanti si aggrapparono a quella colonna risalendone l’enorme costruzione di soffici mattoni che si stava allargando e allungando progressivamente fra le risate generali e i cori di festa per il Maestro, presunto salvatore di valori ed esistenze.
J. e pochi altri rimasero a terra: alcuni, come J., per effetto della loro stessa rovinosa caduta che impedì loro di intraprendere nell’immediato nuove grandi costruzioni; gli altri preferirono non adagiarsi alle parole del Maestro, tant’è che, ormai era chiaro, Egli stesso agiva contro il suo volere per mettere alla prova i presenti.
Queste previsioni si rivelarono tragicamente corrette: soltanto dopo che tutti raggiunsero la vetta della nuova, stupenda torre colsero la frugalità, l’assoluta nullità di questa nuova, vuota credenza.
Tutti loro, tutti, piombarono rovinosamente al suolo, e con loro questa nuova colonna che per giunta, per via della sua inconsistenza, non causò neppure fragore.
Era impressionante vedere questi poveri uomini rovinare a terra assieme alla loro colonna vuota e debole simbolo di un valore inesistente (vuoto anch’esso) nel più totale silenzio.
<< Non abbiate a male, voi sopravvissuti a questa ennesima disfatta. La vostra ultima, emblematica caduta porrà ora dei nuovi mattoni più solidi se avrete pazienza di ascoltare voi stessi ancor prima di ascoltare me. >>
Continuò il dialogo fra il Maestro e J., egli chiese:
<< Maestro, la lezione ora pare più chiara (e per dire il vero a me era chiara già prima di questo ennesimo crollo), ciò che ci stai mostrando è un ascolto interno, più concentrato su noi stessi. >>
Rispose:
<< Può essere vero. Chi può affermare il contrario? >>
<< Potresti tu, in senso contradditorio. >>
<< E tu pure, sentiti libero di farlo, di rovesciare qualsiasi parola risuoni nell’aria, qualsiasi credo. Senti questa libertà e fanne uso ponderato e rispettoso. Allora le colonne saranno più forti, questo di sicuro. >>
<< Lei pare contraddirsi ora parlando di senso rispettoso. E’ lecito crucciarsi quando il proprio credo viene rovesciato da qualcuno in contraddizione con noi. >>
<< La parola, la comunicazione, J. Tu stesso non ti rendi conto di rovesciare le mie di parole ora? Non credi a ciò che dico, dubiti di quanto affermo… >>
<< No maestro… chiedo soltanto… non è mia intenzione… >>
<<Chiedi. Bravo. Ciò significa aprire queste bolle di parole che fluttuano nell’aria e di cui ci riempiamo le orecchie. Farle esplodere queste bolle di sapone e far si che liberino i loro colori nell’aria, e che diventino tante e più piccole in modo da essere comprensibili e soggette a critica. Ciò che io chiamo analisi critica dei concetti. >>
Si alzò qualche espressione di sdegno e di disapprovazione, alcuni si guardavano intorno preoccupati.
<< Bene.>>
Disse il maestro, rivolgendosi a tutti loro:
<< Sento decine di aghi eretti pronti a lacerare le bolle di parole che fluttuano nell’aria, queste grosse sfere che aleggiano sopra le vostre teste e che tanto somigliano ai macigni che si sono schiantati sui vostri corpi. Eppure mi acclamavate appena pochi minuti fa. Piuttosto strano non trovate? >>
Fu ancora J. a rispondere:
<< Lei ci porta verso una strada senza fine Maestro, le domande hanno un senso quando sono di numero cosciente, queste bolle diventeranno sempre più piccole se continueremo a farle esplodere nell’aria, quando sarà il momento giusto per farle nostre? È giusto porre a critica qualsivoglia valore? Religione, Stato, Famiglia, Cultura, Etica… andremo a sfidare ogni grossa bolla che aleggia sopra le nostre teste? Fino a che punto? >>
Il Maestro osservava compiaciuto le nuove riflessioni del pover’uomo J.: questo non si era accorto che il suo corpo non era più costretto a ridosso del suolo.
<< Due valori degni di nota sorreggono il tuo discorso. Gli stessi due valori che ora si stanno erigendo in due piccole ma solide colonne.
Apri gli occhi J., aprite gli occhi voi tutti. >>
Rimase esterrefatto, accompagnato dagli stupori di tutti coloro che erano lì intorno. Due nuove robuste colonnine si erano erette dal suolo sollevando il suo corpo dal peso schiacciante che lo costringeva a terra.
<< Colonne di tale aspetto non erano mai state erette qui >>
Disse uno.
Erano due colonne nere, ruvide, scomode, ma solide, non sarebbero mai crollate, mai.
<< Lo credo, mio caro sconosciuto. Queste sono colonne dure e robuste, come gli ideali che sottostanno alle loro basi; sono scure, come il dolore che vanno a simboleggiare: ogni vera e grande conquista richiede dolore e sacrificio; sono scomode perché il vero valore non è fatto di ozio e comodità. È evidente che J. attraverso la sua analisi critica ha smosso dalle macerie alcuni cumuli di robusti mattoni risalenti a due grandi conquiste della sua vita. Tutti noi abbiamo operato le nostre piccole conquiste, spesso però queste non bastano a sorreggere una restante costruzione empia e debole. >>
J. si illuminò:
<< Dunque questo è il senso della decostruzione, della scomposizione delle bolle di parole, delle colonne di valori che vanno a sgretolarsi se non sapientemente costruite da solidi mattoni. Questo è chiaro, ed è straordinario. >>
E con lui il Maestro:
<< Il valore della domanda ti è proprio J., l’analisi critica funzionale ti ha risollevato dal peso schiacciante delle tue vecchie colonne andate in frantumi. >>
Si alzò in piedi finalmente e si mise in ginocchio al di sopra di quelle colonnine, sentiva di non avere ancora le forze per camminare, si rivolse ancora al Maestro:
<< Maestro temo che un’altra questione sia rimasta insoluta, le mie precedenti domande sono rimaste senza risposta, aleggianti in bolle di cui lei tanto ama discorrere. >>
<< Sento il tuo timore di porre a sezione tutto ciò di cui non hai dubitato mai, ripeto ciò che mi hai elencato tu: Religione, Stato, Famiglia, Cultura, Etica. Ebbene. È lecito serbare il cruccio di non conoscere il punto sino a cui possiamo affondare la punta del nostro ago: quanti e quali di questi concetti vanno analizzati e sezionati? Dio forse? La legge? I nostri cari? >>
Si alzavano le voci spaventate di chi ancora non era convinto.
J. :
<< Mi chiedo questo e non solo. Se tutti noi poi facessimo spezzatino analitico di questi concetti cadrebbe l’etica comune, il buonsenso, la società con esso dando vita al caos. >>
Il Maestro sorrise:
<< Di ciò è composta la tua seconda colonna: il desiderio d’ordine. La società sorretta dal buonsenso comune. Il tuo ago ti permette di dare conoscenza (dunque sostanza) alla tua vita rendendola solida.
Vedi J. questo sezionamento, questa scomposizione di cui tanto discorriamo è in fin dei conti illusoria in quanto, alla fine, una decostruzione non è fine a se stessa ma portatrice di nuova e robusta costruzione e non di caos.
Non aver paura di affondare il tuo ago fino a che senti di dover conoscere. Va pure ora. Costruisci il tuo avvenire. >>
