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Da Sartre - di Will Fiumevento

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 18/06/2007 alle ore 02:14:41

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

L’avventura è un racconto, è una suddivisione della nostra esistenza alla quale diamo un inizio e una fine essendo ben coscienti che non esiste né inizio né fine.
Si ha la percezione di qualcosa di particolare che è avvenuto e inconsciamente lo si classifica come avventura delimitandolo e creando attorno ad esso un’atmosfera mistica. Ciò che ci accade nella vita è impossibile raccontarlo esattamente come è capitato, perché per raccontare qualcosa che è accaduto in passato utilizziamo delle parole che cercano di essere la trascrizione di emozioni e sensi; così manipoliamo il nostro passato.
Oltretutto nel sentire un racconto e anche nel raccontare nulla capita senza un motivo, infatti il tentativo di attribuire un senso alla realtà dell’in sé ci fa pensare ad ogni piccolo dettaglio di un’avventura come a qualcosa che è strettamente necessario al susseguirsi della stessa; supponiamo l’esistenza di connettivi logici tra avvenimenti che in realtà non esistono, perché gli oggetti che compongono il mondo, la realtà, non hanno una connessione causa-effetto e dunque non sono necessari gli uni agli altri.
Questa azione di falsificazione della realtà che si trasforma in avventura, la compiamo quasi inconsciamente quando nel rievocare nella mente dei ricordi di avvenimenti passati, tendiamo a sostituire un’immagine con una parola, un concetto che lo identifichi. Lo stesso uso delle parole come sostituzione accentua il carattere causo-effettuale dell’avventura e rende il racconto più facilmente inscatolabile in regole o essenze che muovono il tutto.
In realtà le avventure non hanno mai un senso finchè le si sta vivendo, in quanto viviamo e affrontiamo ogni singolo momento indipendentemente dagli altri e solo alla fine il tutto sembra avere un senso, ma in realtà il tutto sono “briciole d’immagini e non so bene cosa rappresentano, né se sono ricordi o finzioni”.
Dunque tutto ci accade, ci capita e solo successivamente si fa strada in noi il pensiero che dietro il capitato ci sia un senso, ma in realtà quando viviamo l’avventura, questa sensazione di legami anche metafisici tra gli eventi non c’è.
E’ implicito che se solo alla fine dell’avventura essa acquista il carattere proprio di essere avventura, essa in realtà ha senso solo con la sua morte, infatti non si cerca di fermare un attimo particolare, perché si è coscienti che deve finire per avere senso.
E’ possibile dunque un’avventura consapevole? Un’avventura nella quale non sono gli avvenimenti che capitano indipendentemente da me, ma sono io che in qualche modo li controllo? Non è possibile in quanto come precedentemente affermato, l’avventura è vita nel momento in cui la si vive e successivamente diventa avventura, quindi solo alla fine di essa si è consapevoli di essa.
Tutto nell’avventura accade senza che io abbia il tempo per porre dei paletti di riferimento, tutto capita senza motivo e essenza, come nella vita: nulla ha un’essenza, ogni cosa esiste ma non si sa il perché e non c’è risposta a questa domanda, non c’è nessun principio regolatore a cui fanno riferimento tutte le essenze della realtà. Ci si lascia vivere perché non si può controllare nulla e solo in quest’assenza di controllo si è se stessi immersi nel mondo, nella realtà; mentre quando si racconta, non siamo più noi i soggetti di ciò che raccontiamo perché non siamo più immersi in quella stessa realtà precedente.
Quindi cosa si sceglie? Si sceglie di non scegliere. Chi vive pone come suo obiettivo quello di far si che tutto scorra attraverso lui, che tutto si scontri con la sua persona creando un evento particolare che viene memorizzato come un momento piacevole o spiacevole, della propria vita, che distacca momentaneamente dal quotidiano fluire di avvenimenti.
Siamo destinati a ricordare e raccontare ciò che non abbiamo vissuto mentre ciò che viviamo veramente non può essere raccontato e quindi non può essere trasfigurato perché altrimenti sarebbe soggetto ai meccanismi del racconto e cesserebbe di essere reale per assumere le caratteristiche dell’avventura.
La conclusione è che noi siamo il nulla, in quanto ciò che ricordiamo in realtà non riguarda noi, ma qualcun altro e ne siamo consapevoli.
L’essere umano compie tutto ciò perché probabilmente pensa che non può accadere nulla di straordinario senza un motivo chiaro e preciso, senza qualcosa che sia oltre noi; si chiede come si può vivere un’avventura senza che questa sia della stessa matrice di tutto il resto della realtà.
Sbaglia domanda, perché non è l’uomo che riconosce un’avventura, ma è l’uomo che la chiama tale, ma perché la chiama tale? Per la nausea che vive, per un desiderio di qualcosa di diverso, di principi diversi da quelli legati al concetto di Dio o qualsiasi altro concetto metafisico.
L’essere umano detesta la realtà in quanto monotona, senza essenza e quando questa si scontra così all’improvviso e duramente contro la sua persona, l’uomo si chiede se non ci sia un qualche motivo particolare secondo il quale la realtà si muove, se non c’è qualcosa di più in essa che le attribuisce un senso intrinseco.
Tutti i dubbi rimangono senza risposta, c’è qualcosa, un Noumeno detto in termini Kantiani, che non è conoscibile, ma l’uomo sente che c’è e ogni volta che pensa alla sua vita, tende a suddividerla in avventure e ognuna di queste è composta da avvenimenti che richiamano altri avvenimenti in una catena essenziale, in un rigore.
Questa pulsione spinge l’essere umano a diventare altro dal nulla che in realtà è e tuttavia rimane inappagata e si protrae per tutta l’esistenza dell’individuo.