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Via vai - di Gianluca Parravicini

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 03/09/2006 alle ore 12:29:48

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

E’ una giornata di sole e qualcuno urla a un bambino di fare silenzio. Una moto rompe la quiete della via, un ragazzo sbadiglia sul terrazzo, i libri di Raymond Carver sono ancora tutti lì, oggi nessuno ne ha comprato neanche una copia. Come in tutte le giornate di sole c’è poco via vai in libreria. A sempre meno persone piace perdere tempo, tra le tre e le tre e cinque ci sono cinque minuti di vita, un’eternità per le farfalle, alcune hanno già speso la loro verginità. Cinque minuti è anche il tempo in cui rimane abbassata la sbarra in prossimità di un passaggio a livello, poi si alza per dare spazio al via vai del traffico. Ieri ho visto un cane dedicare un minuto alla pipì, fatta in prossimità di un sacrario con un’immagine della Madonna, poco dopo si è inginocchiata una donna, poi due turisti hanno scattato una foto, il cane, marcato il proprio territorio con l’urina, poco più in là si guardava in giro, forse esterrefatto al vedere un essere umano inginocchiarsi al cospetto della sua urina. Il padrone di tutto quel via vai ora è lui.
La vita è un viaggio senza avvenire, scadono i passaporti, chiudono i bar, invecchia la pelle davanti alla televisione, l’ottimismo low cost è per tutti, i porti d’estate si gonfiano di turisti, nel buio delle coscienze, e nelle notti insonni attraccano anche i clandestini, in questo fluviale via vai che nasconde il tempo al tempo. Ci sono giorni infestati dalla cadenza di ore interminabili, orde di bulimici lavoratori, al passo di un militare via vai, riempiono i vagoni della metropolitana come il salame con i panini all’olio, la fretta è la mollica del pane. Da piccolo ci facevo le palline con la mollica, e senza fretta, a quel tempo, il tempo respirava da solo, ora siamo noi a doverlo far respirare, da solo non ce la farebbe più, è troppo gravido di impegni.
Da qualche parte nel via vai c’è qualcuno che aspetta, che sta fermo lì e guarda, spretato da tutto, disoccupato da un alfabeto che non gli appartiene, che sa dove andare proprio perché non sa dove andare. L’indirizzo del via vai è il via vai, tutti siamo seguiti dal tempo di qualche altro, il profitto, l’artifizio della bellezza, il lusso. Le strade dovrebbero chiamarsi a questo modo, via profitto, via della bellezza, via del lusso, invece che intestardirsi usando nomi di insigne figure storiche, proprio perché si vuole così prostituirle a un presente che non appartiene loro, volendo quindi legittimare questo tempo. Dove non c’è via vai chiude tutto, si abbassano le saracinesche, le città sono tenute in vita artificialmente dal denaro, le campagne sono vendute come benessere temporaneo, perché il fiume del denaro lì non scorre. Quella poca e infetta acqua rimasta, malata di un via vai che la sottrae dal suo corso fluviale, è la mancia che questo tempo lascia alle campagne.
D’improvviso il sole pare andarsene, le nuvole con quel loro via vai ne adombrano la presenza, in libreria un uomo tiene tra le mani un libro di Raymond Carver, è sulla quarantina, leggermente stempiato, a un piccolo zainetto nero sulle spalle, un cravatta che inforca una camicia di poco prezzo. Sfoglia le pagine con un sorriso quasi indolente, in tutto quel via vai cartaceo sembra scorgere qualcosa, ma non pare leggere, è solo in cerca di pagine, forse di parole, capoversi. Altri varcano la soglia della libreria, il sole è sempre più lontano, celato tra le nuvole, il suo smarrimento fa entrare ancora altra gente in libreria, forse la salvezza è lì, tra tutto quel via vai di storie raccontate dai libri e dai volti di chi li osserva. Siamo un po’ tutti figli di una storia che racconta un’altra storia che racconta altre storie. L’uomo leggermente stempiato, sulla quarantina, si indirizza verso l’uscita, nascosto nella tasca della giacca ha il libro di Raymond Carver, apre la porta e rapidamente si allontana nel via vai della strada, ma questa è un’altra storia, altro via vai.
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