I custodi di Margaret - di Iyaline
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 03/08/2007 alle ore 17:21:19
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Lo studio dell’avvocato Carter si trovava al quinto piano di una palazzina vicino al centro. Le finestre erano state spalancate per far passare un po’ di vento, che aveva immancabilmente riempito l’ufficio della fragranza dei fiori appena sbocciati nel cortile.
Anche se Emily cercava di rilassarsi, seduta sul divano, non riuscì a nascondere un certo disagio. La notizia della morte di suo prozio le aveva procurato un motivo di non poche riflessioni, soprattutto perché fino ad allora nessuno le aveva mai accennato dell’esistenza di un prozio.
“ Signorina Vicker ” esordì l’avvocato con tono pacato, “immagino che sarà impaziente di sapere il testamento del signor Vicker. Le posso già anticipare che è totalmente a suo favore, dal momento che suo prozio non aveva figli e l’ha esplicitamente dichiarata sua unica erede”.
Emily si raddrizzò un poco. “ Ma prima sarei ancora più impaziente di sapere qualcosa su mio prozio, se non le dispiace”.
“ Certo, capisco”. Carter adagiò sul naso gli occhiali lasciati sulla scrivania e cominciò a rovistare nel cassetto finché non tirò fuori un blocco di documenti.
“Dunque, il signor Vicker era il fratello maggiore di suo nonno Richard Vicker; viveva in un ... castello, devo usare proprio questo termine, in Inghilterra. A quanto pare il castello appartiene alla vostra famiglia da almeno tre secoli. Attualmente le condizioni dell’edificio non sono buone, ma dato il valore storico, se decidesse di metterlo all’asta, non dovrebbero esserci problemi. Ritornando alla nostra storia, le posso dire che il signor Vicker non si sposò mai e non intraprese nessuna professione, mantenendosi col discreto patrimonio familiare. Purtroppo i suoi scarsi contatti con il mondo esterno ci lasciano poche informazioni riguardo alla sua vita. Credo che potrà sapere di più dal suo maggiordomo George Dickens”.
“ E dove posso trovarlo?” chiese Emily.
“ Non le sarà difficile” .Sorrise l’avvocato. “ Vede, signorina Vicker, suo prozio le ha lasciato l’intero castello con il terreno circostante di sua proprietà, a condizione che permettesse al maggiordomo di continuare a lavorare alle sue dipendenze ”.
“ E’ una condizione che posso accettare volentieri, per quanto risulti insolita ” .
“ Bene, allora firmi qui ”.
Tre settimane dopo l’incontro con l’avvocato Carter, Emily si trovava in un’auto parcheggiata davanti a un vecchio ricordo medievale. Il castello si stagliava contro il grigio sfondo del cielo, emanando un sinistro fascino di mistero.
“ Non è grande ” Emily sussurrò a se stessa, osservando le mura esterne, dove in alcuni punti il tempo aveva scavato con le sue dita implacabili, danneggiando crudelmente l’edificio. Scese dall’auto e tirò giù un paio di valigie. Aveva pensato di trascorrere solo poche settimane in Inghilterra prima di ripartire per S. Francisco.Voleva conoscere la storia della sua famiglia e forse questo soggiorno le avrebbe suggerito anche qualche idea per il quadro che intendeva presentare alla nuova mostra della sua città. Si avvicinò al portone e, non trovando nessun campanello, sollevò batacchio per bussare.
“ Un attimo ” si sentì provenire una voce dall’interno.
Seguì un rumore di passi leggermente affrettati, prima che il portone si spalancasse e apparisse davanti a Emily un uomo sulla sessantina con ormai una rada chioma brizzolata.
“ Sono Emily Vicker ” si presentò Emily , studiando l’uomo che le si trovava davanti. “ E’ lei il signor George Dickens? ”
Il volto del maggiordomo si illuminò di un sincero sorriso d’affetto, che mise la ragazza subito a proprio agio.“ Signorina Emily ! La stavo aspettando, ma non così presto. Ha scritto che sarebbe arrivata verso le cinque e sono solo le due. Comunque, quello che conta è che lei sia qui. Vorrà vedere il castello! Ci sono moltissime cose che le devo mostrare e molte altre mi ha raccomandato di dirle il povero signor Vicker, ma forse ora è troppo stanca per il lungo viaggio. Sarà meglio se la conduco alla sua stanza”.
Emily lasciò che Dickens le portasse dentro le valigie. Una volta all’interno, gettò una rapida occhiata all’elegante salotto che le si presentava davanti, prima di seguire il maggiordomo sulle scale di pietra. Lungo le pareti si susseguivano una serie di ritratti con volti di figure gravi e assorte.
“ Chi sono ? ” chiese, ammirando la precisione e la perfezione delle pennellate.
Dickens si fermò a guardare i ritratti indicati dalla ragazza. “ Rappresentano i vostri avi. Li ha dipinti il signor Vicker, basandosi sulle indicazioni riportate nel libro genealogico della vostra famiglia. Naturalmente ha usufruito anche di una buona dose di fantasia; non sono veri e propri ritratti . Quello in fondo a destra invece è il suo autoritratto ” .
Il quadro che Emily mise a fuoco ritraeva un uomo ormai anziano, dallo sguardo stanco, come se profondamente oppresso dal peso degli anni...o da una qualche inquietudine inestinguibile.
La stanza in cui il maggiordomo la introdusse era particolarmente luminosa e aveva un piccolo balcone affacciato sul giardino del retro. Emily fece adagiare le valigie accanto al letto e si avvicinò alla finestra per guardare il paesaggio esterno.
Nel giardino crescevano molte varietà di rose assieme ad altri vistosi fiori dai colori sgargianti, ma alzando lo sguardo ci si perdeva in un’immensa brughiera che iniziava poco dopo i cancelli del castello e si estendeva fino all’orizzonte, interrotto di rado da vecchi alberi solitari.
“ Che ne pensa del giardino, signorina Emily?” esordì Dickens con una punta d’orgoglio nella voce.
“ E’ un capolavoro.”
“ Suo prozio amava molto i fiori pregiati e io ho selezionato le varietà più rare per arricchire il giardino, ma a essere sincero, ho sempre l’impressione che quel campo incolto superi la mia fatica in qualcosa. Non so ... Non le sembra?”
Emily concordò tacitamente con lui. Era come se la natura selvatica detenesse la magia di un incanto inimitabile dall’uomo.
Il vecchio maggiordomo le augurò buon riposo e uscì, lasciandola ancora assorta negli ultimi pensieri.
Quando Emily si svegliò il cielo aveva già cominciato ad imbrunire. Si preparò rapidamente e scese al piano inferiore, cercando di raggiungere la sala da pranzo che Dickens le aveva indicato prima di condurla alla sua stanza, ma fu un po’ disorientata nel trovarsi davanti tre porte identiche.
“ Signor Dickens!” gridò.
Nessuna risposta le giunse in aiuto.
Emily provò a spingere la prima porta alla sua destra e si trovò all’interno di una polverosa biblioteca. Alcune ragnatele ricoprivano gli angoli degli scaffali, simili a malinconici veli grigi. Tutti i libri esposti dovevano essere vecchissimi, le loro copertine avevano quasi perso colore e sembravano più che altro delle vecchie ossa appiattite. Un topo grigio le tagliò la strada di scatto, facendola sussultare, e si nascose subito negli angoli più bui della stanza. Emily cominciò a udire un rumore spezzato di piccoli passi che correvano in cerchio attorno a lei, senza riuscire a vederne la fonte, ma non si allarmò; con ogni probabilità si trattava di altri topi. I passi però si fecero più vicini e ancora più furtivi. Emily si guardò intorno e istintivamente poggiò una mano sullo scaffale di fianco. Un tocco agghiacciante le sfiorò le dita da dietro i volumi. Emily ritirò la mano di scatto, perse l’equilibrio e cadde a terra sbattendo la testa sul mobile.
“ Signorina!” La porta della biblioteca si spalancò e Dickens apparve sulla soglia, con un vassoio pieno di tazze in mano che appoggiò prontamente a terra per accorrere in aiuto della ragazza.
Emily si massaggiò le tempie, cercando di capire che cosa fosse accaduto, ma le faceva troppo male la testa.
“ Le posso assicurare che non aveva cattive intenzioni. Se al mondo c’è una persona al quale può ubbidire, quella è lei.” Il maggiordomo l’aiutò a rialzarsi e la fece adagiare su una sedia, alzando il viso a sbirciare di tanto in tanto tra i libri degli scaffali.
“ Chi non ha cattive intenzioni?” mormorò ancora più confusa.
Dickens esitò. Si volse senza rispondere e cominciò a parlare come a un’altra persona: “Adesso basta con gli scherzi, Margaret. Hai fatto del male alla tua custode, lo sai? Ma se esci, forse ti perdonerà.”
Emily mise a fuoco una piccola creatura con sei zampe che uscì lentamente allo scoperto. No, non erano zampe, erano le dita di una piccola mano imbalsamata! Si alzò dalla sedia di scatto e indietreggiò con orrore. Quasi ad aver percepito la sua ripugnanza, la mano si fermò e rimase immobile.
“ Non deve temere, signorina Emily ” le assicurò Dickens. “Lei è Margaret, una vostra ava. Suo prozio avrebbe voluto spiegarle di persona questa delicata faccenda, ma la morte lo ha sorpreso prima, quindi mi tocca fare le sue veci. Ascolti attentamente, ora: Margaret dovrebbe essere senza dubbio già morta da secoli e in un certo senso lo è. Aveva poco più di dieci anni quando venne accusata di stregoneria e arrestata dall’Inquisizione. Non so se fosse colpevole o no, il fatto è che confessò innumerevoli quanto raccapriccianti delitti e finì bruciata sul rogo. Sicuramente non era una fanciulla come le altre. Era nata con alcune malformazioni: aveva un occhio più grande dell’altro, pochi capelli e quello che più inquietava la gente era la sua mano con un dito di troppo. Il suo aspetto contribuì a fare di lei una creatura demoniaca al tal punto che ne furono convinti i suoi stessi familiari. Un suo fratello, Edward Vicker, che si dilettava segretamente di alchimia, era sicuro di poter ottenere i poteri degli inferi se si fosse impossessato della mano di Margaret, e riuscì a farsela consegnare di nascosto dal boia il giorno prima del supplizio. Non li ottenne come sperava, ma in compenso riuscì a trasformarla in un burattino vivente completamente ai suoi ordini. Da allora, di generazione in generazione Margaret è passata da un custode all’altro all’interno della famiglia Vicker, fino a lei. Non so dirle cosa significhi il suo ruolo di custode, suo prozio però credeva che fosse una sorta di maledizione per l’intera umanità la presenza di Margaret e che il compito dei custodi fosse quello di cancellarla. Ha passato tutta la vita a consultare ogni sorta di libri alchemici e a sottoporla a innumerevoli strumenti di morte, ma la mano usciva sempre illesa. Negli ultimi anni però era diventato troppo stanco e la preoccupazione di designare un successore gli dava ulteriori tormenti. Lei era l’unica parente di cui non sapesse quasi nulla e stranamente giudicò questo fatto a suo vantaggio, o svantaggio, e la designò sua erede, non solo del castello, ma anche del suo gravoso compito.”
Senza distogliere lo sguardo da quella inquietante creatura, Emily tornò a sedersi. “ Vuoi dire che obbedirebbe a qualsiasi mio ordine? ”
“ Se leggerà il libro genealogico della sua famiglia, le sarà tutto più chiaro. Non riporta solo dei semplici nomi, è quasi un diario trasmesso da innumerevoli generazioni ” Dickens la interrupe, cominciando a sentirsi a disagio. Non avrebbe voluto parlare così tanto di Margaret perché questo lo faceva quasi immedesimare nel vecchio signor Vicker, rendendolo partecipe di quel peso opprimente. Provò un sincero dispiacere per Emily, ancora così giovane e già destinata a sopportare un simile segreto. “ Ma adesso avrà sicuramente fame. Sarà meglio se usciamo prima che la cena si raffreddi.”
Emily si alzò per seguirlo e con un certo turbamento si accorse che anche Margaret si era affrettata verso la porta, dietro di lei. “ Cenerà con noi?”
“ Solo se lei lo vorrà. Suo prozio la mandava di solito in soffitta ed è là che Margaret passa la maggior parte del suo tempo ” rispose il vecchio maggiordomo, aprendo la porta.
La ragazza indugiò sulla soglia per qualche istante. “ Preferirei cenare senza una simile compagnia.”
La cena fu sobria e silenziosa. Emily più rifletteva e più si angosciava. Non era questo che aveva voluto scoprire della sua famiglia. Fu molto tentata di alzarsi e fuggire il più lontano possibile, ma aveva l’impressione che così facendo avrebbe peggiorato la situazione. Immaginò la mano attaccarsi alla sua macchina e arrivare con lei fino all’aeroporto, dove si sarebbe infilata in una delle sue valigie. Un brivido le scese lungo la schiena e decise di restare.
Dopo aver sparecchiato, Emily si ritirò in salotto con il libro di famiglia consegnatole da Dickens, che nel frattempo era tornato in cucina per sistemare le ultime cose. All’inizio doveva alzare lo sguardo dalle pagine ogni due secondi per controllare che non ci fosse quella inquietante presenza, poi desistette dalla snervante sorveglianza e si immerse nella lettura.
Le lancette più lunghe dell’orologio appeso sopra il camino fecero molti giri prima che Emily alzasse gli occhi dal libro e quando lo fece, le prime luci dell’aurora avevano già cominciato a penetrare le tenebre della notte. Sbadigliò e si decise finalmente ad andare a letto.
Il mattino seguente il maggiordomo bussò alla stanza di Emily e le chiese di scendere per la colazione. La ragazza si stiracchiò nel letto e per un primo momento credette di trovarsi nel suo appartamento a S. Francisco. I fatti precedenti la travolsero d’improvviso come un fiume in piena e Emily balzò giù dal letto. Non era un sogno, dunque, pensò con amarezza. Si guardò intorno e vide le persiane bianche che coprivano la vista della brughiera al di là del castello e sul comodino notò un vaso di fiori selvatici appena colti. Non c’erano quando andò a dormire.
Dopo la colazione Emily avvisò il vecchio maggiordomo che sarebbe andata a dipingere fuori in mezzo alla brughiera e che sarebbe tornata tardi. Dickens le preparò un pranzo al sacco e le augurò buona giornata.
“ Ah, signor Dickens, c’è una cosa che vorrei chiederle ”disse la ragazza prima di portare fuori dalla porta d’ingresso tutti i suoi attrezzi. “ Li ha messi lei i fiori nel vaso? ”
“ Quali fiori ? ”
“ Come immaginavo. Non importa. ” E uscì.
La brughiera splendeva sotto i raggi del sole e i suoi semplici colori si muovevano di tanto in tanto nella brezza mattutina, che simile a una giovane fanciulla andava a sfiorare i fiori ancora bagnati dalla rugiada. Nell’aria c’era profumo di ginestre e i cespugli di erica formavano piccole macchie sparse per tutta la brughiera.
Emily sistemò il cavalletto per la tela e iniziò a stendere i primi colori. Fu così concentrata nel dipingere che non si accorse di un piccolo movimento dietro di lei. Dipinse per quasi quattro ore consecutive, quando si girò per prendersi una pausa prima di terminare il suo quadro. Fece un soprassalto nel trovarsi davanti la mano. Margaret stava intrecciando piccole margherite raccolte nella brughiera con le dita irrigidite dall’imbalsamazione.
“ Sei stata tu? ” chiese Emily, ricordandosi dei fiori trovati quella mattina.
Margaret lasciò il suo lavoro a terra, tracciò un sì nell’aria e si avvicinò al dipinto di Emily, quasi fosse dotata di occhi invisibili da qualche parte. Sembrava davvero che lo stesse osservando con attenzione.
Emily tirò fuori il suo pranzo e si mise a mangiare, tenendo d’occhio la piccola creatura che stava immobile davanti alla “brughiera” della sua tela. Era quasi terminata. Emily visualizzò il dipinto completato nella mente, ma ebbe l’impressione che mancava un soggetto fondamentale. Sotto le nuove pennellate della ragazza comparve una figura adagiata in mezzo a una macchia di margherite. Era più una bambina che una fanciulla e indossava un lungo abito dai colori consumati. I pochi capelli biondi le ricadevano gentili sulle guance, simili a sottili fili di seta, mentre allungava una mano di sei dita raccogliere i fiori attorno a lei. Lo sguardo deforme che indugiava su quei semplici petali era innocente, ma allo stesso tempo profondo e incompreso come il mare privo di confini. Emily rimase a guardare quel miracolo di bellezza strappato alla deformità e scoppiò a piangere. Piangeva perché aveva dipinto qualcosa di visibile all’anima, il sogno di ogni pittore, ma soprattutto piangeva perché come in una intuizione fulminea, troppo breve per essere espressa a parole eppure troppo intensa per non essere chiara, comprese che cosa avesse voluto dire essere Margaret Vicker. Una creatura così piccola per un dolore così immenso...così immenso da poter sconvolgere le leggi della morte.
Margaret le si accostò ai piedi e rimase lì, dondolando di tanto in tanto, finché la penombra del crepuscolo non la coprì e asciugò le lacrime a Emily.
Nei quattro giorni successivi, il maggiordomo notò uno strano cambiamento nel castello. L’atmosfera cupa e sinistra era quasi scomparsa e al suo posto regnava una inspiegabile serenità. Emily non solo permetteva a Margaret di restare con loro a cena, ma spesso Dickens la sorprese perfino a raccontarle piccole fiabe di principi e principesse che vivevano felici in paesi favolosi, forse ultraterreni. Ma fu contento del cambiamento e fece il possibile per non ostacolarlo.
La sera del quinto giorno, prima di ritornare nella sua stanza, Emily regalò una coperta in miniatura a Margaret, la quale saltellò di sorpresa, o di gioia, e si accinse a trascinare il dono per le scale che conducevano in soffitta.
La ragazza si avviò lungo il corridoio e quindi non vide la mano voltarsi un’ultima volta verso di lei, prima di sparire nell’oscurità intessuta di ombre.
“ Signorina Emily! Signorina Emily! ”gridò turbato il maggiordomo, correndo affannosamente su per le scale.
Emily uscì dalla sua stanza e ascoltò la breve spiegazione di Dickens. Si avviarono insieme verso la soffitta e si fermarono sulla soglia. Emily girò la maniglia ed entrò. La soffitta era buia e ricoperta di polvere. Cianfrusaglie di ogni genere erano sparse per terra, abbandonate da tempo.
“ Margaret? ”chiamò, cercando di percepire qualche movimento sotto la coperta adagiata nello scrigno al centro della stanza, ma la coperta rimase immobile. Non sentì neppure lo zampettare dei topi. Nulla.
“ Non si risveglierà più? ”domandò Dickens.
Emily si avvicinò alle persiane abbassate da innumerevoli anni e le tirò su, facendo filtrare attraverso la finestra i raggi del mattino. “ Margaret amava la luce, non le tenebre. ” Sentì la voce tremarle in gola. “ Ha passato intere ere in attesa di qualcuno che lo scoprisse...Voleva essere amata prima di andarsene. ”
Fuori, nella brughiera, le esili dita del vento sfiorarono in un tocco leggero le bianche margherite rivolte al sole e passarono oltre.
