Polvere di Stelle'Capitolo 1 - di Hikaru
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 28/05/2010 alle ore 15:04:08
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Polvere di Stelle
Capitolo 1: RegulusIl profumo delle caldarroste pervadeva l’aria. Era ormai autunno inoltrato e gli alberi facevano piovere sopra i passanti cascate di foglie dalle calde tonalità rossicce.
La natura andava a morire, portando malinconia in alcuni, gioia in altri. Non tutti adorano l’estate e il caldo afoso. Non a tutti piace la primavera con i suoi pollini e le allergie. C’è chi preferisce i caldi marroni autunnali e la pioggia di foglie morte, preavviso di futura rigenerazione, piuttosto che il ritorno alla vita con il senso di attività che essa comporta, e confortarsi in quel senso di ozio che pervade l’aria.
Ecco, Ruben Ox era uno di questi.
Camminava tranquillamente per l’ampio viale, carico di buste della spesa, con addosso un caldo giaccone marrone, in pelle. Non che soffrisse il freddo. Figurarsi. Avrebbe potuto benissimo camminare nudo per le strade, se non avesse avuto senso del pudore e, soprattutto, un coinquilino troppo intransigente.
I folti capelli bruni gli ricadevano sul viso scuro, senza causargli fastidio. Anzi, sembrava quasi preferisse nascondere quei bellissimi occhi verdi al mondo. Chissà poi perché, dopotutto, la Terra gli piaceva, con i suoi pregi e i suoi difetti. Forse aveva paura che le persone scorgessero il suo sguardo smarrito e meravigliato. Ma allora, perché nascondeva quei smeraldi anche in casa ? Forse scoprendoli avrebbe mostrato le sue debolezze, aperto ulteriormente il suo cuore e mostrato le ferite che avrebbe preferito tenere nascoste?
Ad ogni modo, doveva darsi una mossa. Aries non l’avrebbe presa bene. Era un tipo talmente pignolo e dispotico quando si trattava di lavoro.... eppure, nonostante la scarsa voglia di sentire il suo “capo” sbraitare frasi sconclusionate, riguardo alla puntualità o ai doveri eccetera eccetera ... non accelerò il passo. Voleva godersi la natura andare a riposo.
Ecco cos’era per lui l’autunno.
La natura che preparava il suo riposo, che si liberava dallo stress della frenetica attività, sia estiva sia primaverile. Un pò come fanno gli umani quando vanno in vacanza.
Lui non aveva le vacanze, ma non gli importava averne, amava il suo lavoro, tanto più che era gratificante e gli offriva svago e riposo, oltre che fatica.
-Ops, mi scusi.- una ragazza lo urtò leggermente.
Ruben la esaminò per qualche secondo.
Fisico aggraziato ma muscoloso, seminascosto da un cappotto nero. Capelli rossi come il fuoco con qualche ciuffetto biondo e, sotto quella chioma disordinata, delle orecchie feline.
Il viso birbante cosparso di lentiggini, pareva nascondere una maturità che il corpo invece rifletteva. Non era più una bambina, ormai.
Pareva non essersi accorta della sua realtà, era evidente. La coda era trascinata sui mattoni del viale, quasi inanimata. Non scodinzolava, non la teneva nemmeno legata alla vita, per non darle fastidio.
No.
Sembrava che per lei quell’estensione della spina dorsale non esistesse proprio e stesso discorso valeva per le orecchie.
Cosa le poteva essere accaduto?
Erano circa sei anni che era scomparsa e in un momento così delicato, poi...
La ragazza inarcò il sopracciglio e si voltò verso l’uomo, che aveva intenzionalmente urtato. Non se n’era accorta prima ma... Aveva corna taurine sul capo?
Si voltò per guardarlo bene.
Sì, era così, non aveva avuto le traveggole.
Pensò che fossero bizzarre, ma non né ebbe paura, né ribrezzo. Non pensò neppure che potessero essere corna finte.
Erano vere, quasi sentì di saperlo con certezza e poi, le causavano uno strano senso di... nostalgia?
Forse era rischioso, ma iniziò a seguirlo a debita distanza. Non sapeva nemmeno chi fosse, eppure per lui provava profondo rispetto.
L’uomo proseguì per la sua strada, lungo il viale, non pareva essersi accorto di nulla “Meglio così.” pensò la ragazza. Percorse la piazza circolare per tutto il suo diametro e davanti alla cattedrale, svoltò a sinistra, attraversando una via in selciato, tutta in salita.
Il pendio era ripido, ma non comportava eccessiva fatica per Ruben, abituato a svolgere i lavori più pesanti. Salì per diverse centinaia di metri a passo veloce, senza correre -era il suo passo normale- finché non giunse a destinazione. Si voltò appena e sorrise tra sé. La ragazzina si nascondeva, ma l’aveva seguito, proprio come desiderava. Il fiuto di una cacciatrice e la capacità di percepire il suo Spettro le avevano permesso di non perderlo di vista nemmeno nel fitto boschetto.
La pensione Polvere di Stelle sorgeva in collina, a circa duecentocinquanta metri d’altezza sopra il paesino, più in alto della cattedrale e seminascosta dalla boscaglia.
La struttura era piuttosto grande e in precedenza era stata una casa nobiliare, abitata da una ricca famiglia e dai suoi servitori, ma quello era il passato.
Una volta che la famiglia lasciò il paese, era stata ristrutturata ed era diventata una specie di Pensione, ma stranamente, erano in pochi ad avere il requisito per potervi alloggiare. E quel requisito non erano i soldi.
La facciata era di un bel colore rosa salmone, con le persiane verdi. L’ingresso si trovava su uno dei lati stretti e, a guardarla da quella prospettiva, non appariva tanto nobile. Bastava, però, voltare l’angolo, per accorgersi della sua grandezza e di quanto meritasse la definizione di villa aristocratica.
Sul lato lungo sinistro, vi era un portico con le colonne bianche in marmo, stesso materiale costituiva i balconi, sei per ognuno dei due piani su quel lato. Il piano terra era composto dal portico, mentre dal lato opposto vi erano le cucine, i servizi e la dispensa. All’esterno un piccolo orticello. Dalla facciata del portico invece vi erano la sala da pranzo e una per lo svago, con tutto ciò che potesse servire a rilassarsi o trovare concentrazione e un bellissimo giardino.
Il lato corto sul retro invece, all’esterno, presentava il rigonfiamento della canna fumaria, interamente costruita in pietra e, accatastati in un angolo, stavano grossi ceppi legnosi.
Ruben bussò alla porta di legno massiccio e attese diversi secondi, finchè non udì veloci e rumorosi passi precipitarsi verso la porta.
Un ragazzetto, apparentemente sui diciotto anni, spalancò l’uscio e quasi gli cadde addosso per la foga. Ruben indietreggiò appena, per schivare le sue lunghe corna ricurve e lo afferrò per esse, per impedirgli di rovinare a terra.
-Cos’hai comprato?- esclamò questi, per nulla turbato, rimettendosi in piedi, in fervente attesa.
Ruben sollevò una mano, consegnandogli due buste stracariche, metà della spesa settimanale.
-Frutta, verdura e pane.- disse, poi sollevò l’altra mano –Pasta, riso, scatolame, altro?-
Il ragazzo gonfiò le guance, non gli andava molto esser preso in giro, neanche bonariamente.
Ruben quasi scoppiò a ridere: era così buffo. I capelli corvini corti e disordinati e occhi castani, quasi dorati. Ancora, corpo atletico e, oltre alle corna sulla capo, una graziosa coda bruna rialzata, caprina, come quella di Aries, solo che Horace, il ragazzo, non la nascondeva.
Indossava i jeans sbottonati e gli si potevano vedere gli slip e la coda sbucava direttamente da sopra di essi. Era anche scalzo e con i piedi sporchi di polvere e terriccio (forse aveva trascorso la mattinata nell’orto a dissotterrare qualche verdura).
Ruben sospirò.
Ma davvero erano fratelli quei due?
Una figura comparve all’ingresso, camminando a passo spedito verso di lui ed evitando di sfiorare Horace, il quale schizzò in cucina a scaricare l’ingombrante carico.
-Allora?- gli chiese.
-Ho fatto la spesa.- rispose Ruben, con calma.
Aries lo fissò storto.
-Quello l’ho capito, intendevo l’altra cosa.-
Non era di buon umore.
Lui era mai di buon umore sul lavoro, lo prendeva troppo sul serio. Peccato che, come lui, lavorasse 24 ore su 24, tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi e tutti gli anni. E cosa ancora peggiore, la villa gli apparteneva, perciò, anche se non solo per quello, era lui a dettar legge.
Aries era alto, ma meno di lui, diciamo sul metro e ottanta, mentre Ruben raggiungeva il metro e novanta e Horace il metro e settantacinque; capelli biondi scalati, che scendevano leggeri appena fino alla base del collo, la frangia tendeva a coprirgli l’occhio destro, di un bel colore verde acqua, mentre le orecchie erano bianche e pelose, sovrastate da due grandi corna nodose e ricurve, ancor più di quelle di Horace.
Al contrario del fratello, Aries indossava un completo nero elegante, camicia bianca e un nastro rosso annodato elegantemente al collo. La coda ovina perfettamente nascosta sotto i pantaloni. Quella piccola appendice pelosa non lo rendeva credibile e feroce, solo grazioso, o ridicolo. E Aries non era né l’uno né l’altro. Era terribile e pochi sopportavano il suo carattere.
Una capra testarda, ecco cosa pensava spesso di lui.
La coda di Ruben era ovviamente bovina, lunga e nera, simile a una frusta. Neanche lui la teneva nascosta, ma avvolta intorno ai robusti fianchi.
Sotto il cappotto, il moro portava semplicemente un golfo verde scuro, piuttosto stretto e pantaloni beige. Non che gli importasse come vestirsi. Fosse per lui, avrebbe girato nudo.
Solo che Aries avrebbe avuto da ridire e l’avrebbe assillato, perché non era educato “andare in giro discinti”.
Chiusero la porta d’ingresso alle loro spalle, poi, mentre Horace si occupava della spesa, si avviarono verso la sala relax, oltre una porta a vetri colorati. Si accomodarono su uno dei divanetti in vimini, in attesa.
La ragazza dalla folta chioma rossa, arrivò, ansimando leggermente, davanti alla villa.
Si guardò alle spalle. Aveva percorso una lunga strada in salita, inerpicandosi per la lunga via dietro la cattedrale, con fatica.
A quell’altezza poteva vedere il mare. Era azzurro, con tante ondine simili a pecorelle che pascolavano per la distesa.
La brezza le carezzò il viso, scompigliandole i capelli. Leggermente irritata, li risistemò, scostandoli verso un lato della testa, in modo che il lato destro piovesse di fili infuocati, mentre quello sinistro presentasse una sola ciocca di fuoco, lunga fino alle clavicole.
Non sapendo bene cosa fare, si mordicchiò le labbra carnose e schioccò tutte le dita delle mani.
Pensò a cosa dire per qualche secondo, per poi arrivare alla conclusione che non valeva la pena darsi tanta preoccupazione, che le parole le sarebbero venute spontanee.
Procedette a passo spedito fino alla porta di legno, suonò il campanello e, come Ruben prima di lei, fu accolta da Horace.
-Buongiorno!- esclamò lui, col suo solito sorriso a trentadue denti.
Lei lo scrutò, quasi meravigliata e soffermò il suo sguardo sulle alte corna che gli si elevavano dal capo.
-Ehm... Sì, sono lunghe.- asserì Horace, accorgendosene –Ma non mi creano problemi, oh, ma che maleducato, io sono Horace Saintjust e tu bella signorEHI!- Ruben lo interruppe, sollevandolo per aria dalle corna e deponendolo alle sue spalle.
La ragazza si morse il labbro e, dopo essersi guardata intorno, più per decidere il da farsi, che per circospezione, infilò la mano nella tasca della giacca e ne estrasse un borsello in cuoio.
-Le è caduto questo, signore.-
Ruben annuì. Mentiva, la ragazza. Peccato che lui si fosse accorto della sua manina lesta che s’infilava nella sua tasca e l’avesse lasciata fare.
-Vuoi entrare?- chiese –Metto su un caffè.-
Lei annuì e lo seguì.
-Horace, prepara il caffè, sarà una cosa lunga.- disse pacato Ruben.
-Si, si!- fece il ragazzo, lanciandosi in cucina e cominciando a trafficare con la caffettiera.
Ruben accompagnò la ragazza nella sala relax, dove Aries era in attesa, seduto leggendo un quotidiano.
Lanciò un’occhiata sottecchi alla ragazza e ripiegò la rivista, poggiandola con cura su un tavolino di vetro di fronte.
Con la mano le fece gesto di sedersi nella poltrona in vimini di fronte al divanetto. Lei obbedì silenziosamente e, nel frattempo, gettò uno sguardo incuriosito alle corna del ragazzo.
Si sedette piano e accavallò le gambe.
-Che maleducazione.- disse Aries
-Eh?-
-Una ragazza a modo non dovrebbe sedere in quel modo rozzo.- ribattè. Ruben gli posò una mano sulla spalla e si sedette accanto a lui, mentre Horace faceva il suo ingresso nella sala con un vassoio argentato fra le mani.
Sopra, vi era la caffettiera stracolma di caffè, quattro tazze di porcellana bianchissima, cucchiai, la zuccheriera e una piccola lattiera, anche quelle rigorosamente bianche.
Horace versò la vivanda nelle tazzine e mise lo zucchero, gettando ogni tanto occhiate ad Aries, che ricambiava scuotendo appena la testa con disapprovazione.
Il moro sospirò. Commetteva sempre qualcosa di sbagliato.
-Horace, ti spiace portare il Libro?- chiese Ruben, più per distrarlo e offrirgli una “via di fugà’, che per altro. Il ragazzo annuì e lasciò la sala, dirigendosi nella biblioteca al secondo piano dove rimase per diversi minuti.
La giovane prese la tazza, in cui Horace aveva versato, su sua richiesta, tre cucchiaini di zucchero. Avvertiva un’aura ostile provenire dal biondo. Che antipatico. Ma chi si credeva ? Decise di non dargli peso e ignorarlo.
Bevve il caffè tutto d’un fiato, seduta a gambe incrociate per provocarlo.
Aries, se avesse potuto, l’avrebbe riempita di scappellotti. Con Horace funzionava, anche se non avrebbe mai ammesso che con le buone maniere non se la cavava poi male.
Non poteva accettare che la nobiltà si manifestasse anche in lui.
Non erano uguali. Horace era il frutto del tradimento di suo padre e lui era costretto a fargli da balia. Perché Horace non era un essere umano che poteva abbandonare. No. Anche lui era un Incarnazione Stellare, del suo stesso rango e col suo compito. Poteva essere più ingrato il destino?
Horace entrò nella biblioteca.
Era molto grande e divisa in settori. Uno con libri in comune, storici, geografici, cose simili che potevano interessare a tutti indistintamente. Vi era poi la sezione con i libri di Aries, quella di Ruben, la sua e altre tre. Ecco, quelle erano le sezioni piene. Ve n’erano altre vuote, segno che nella pensione vi erano altri coinquilini e che questi al momento non erano in casa da diverso tempo.
La sezione comune si trovava seminascosta in un angolo.
Horace scostò un grosso manuale d’erboristeria e lo posò sul davanzale della bassa finestra, alla sua destra.
Dietro il manuale stava un pannello bianco mimetizzato con la parete. Lo levò con cura e lo poggiò sopra il manuale. Dietro vi era una piccola cassaforte elettronica. Digitò la combinazione di sei numeri sul pannello e questa si aprì.
Vi era un libro, dalla copertina e le pagine dorate. Sulla sopraccoperta era inciso il muso maestoso di un leone, la cui criniera fluttuava splendente come i raggi del sole. Il felino ruggiva e tra i suoi denti vi era un’ulteriore incisione. O meglio, un incavo dalla forma curvilinea simile a una R in corsivo, con un piccolo occhiello in basso a sinistra. Quello era il simbolo del Leone nello zodiaco, perciò per le persone comuni, quel libro così appariscente sarebbe stato catalogato come un libro di astrologia, tanto più che nella criniera dell’animale erano incisi simboli astrologici di costellazioni e pianeti. La realtà era però leggermente differente.
Preso il libro, Horace rimise tutto com’era prima, digitando un altro codice nella cassaforte. Il libro andava riposto entro un’ora massimo dal prelievo, altrimenti sarebbe scattato l’allarme. Era una misura di sicurezza che persino lui riteneva essenziale e non eccessiva.
Uscì dalla biblioteca e attraversò il lungo corridoio del secondo piano. La camera dei Gemelli era chiusa. Sarebbero tornati solo quella sera, sul tardi, perciò non avrebbero dovuto aspettarli per cena. Loro erano, apparentemente, i due più normali fra tutti.
Antares invece non sarebbe tornato prima di una settimana.
“Che palle...” sospirò Horace. Lui e Antares andavano molto d’accordo. L’altro era, sì, intelligente e posato come Aries, ma, a differenza del fratellastro, non lo squadrava dall’alto in basso, né lo giudicava per le sue adulterine origini. Forse perché lui la fortuna e il rispetto se li era costruiti con grande sforzo, mentre per Aries erano un’eredità.
Anche se riusciva a comprendere suo fratello e il suo modo di pensare, non apprezzava la testardaggine e il suo impuntarsi sulle cose meno importanti della vita.
Aries ignorò i provocanti modi della ragazza e arrivò dritto al sodo.
-Come ti chiami?- gli chiese, conoscendo già la risposta.
-Non è educazione dare del tu a una persona che si conosce appena.- gli fece il verso lei.
-Avremo modo di farlo.- ribatté lui, ignorando la sua sfacciataggine.
Finalmente Horace fu di ritorno con il libro. Aries gli porse la mano e lui glielo cedette.
-Sai cos’è questo?- chiese alla ragazza, con un tono di voce pedante e fastidioso.
-Un libro di astrologia?- indovinò lei, inarcando un sopracciglio.
Aries glielo porse e lei lo prese fra le mani. Al contatto con le dita, una forte nostalgia la colse, qualcosa d’inspiegabile e triste che non riusciva a comprendere. Avvertiva un lontano e indecifrabile passato, accarezzando quei segni.
“Ma... cosa?”
Tutto ciò che ricordava di se effettivamente era ben poco. Il primo ricordo era l’eclissi di tre anni prima.
<em>La luna aveva oscurato completamente il sole e suo fratello non era più tornato da lavoro...</em>
-Ci vediamo, sorellina.- sorrise come al solito, ma non fece più ritorno.
In quel momento, riemergendo appena dalla nostalgica reminiscenza, la ragazza si domandò ancora una volta, perché non era certo la prima, come mai l’immagine del sole nascosto dalla luna le tornasse in mente. Perché solo quella pareva essersi incisa con tanta forza nella sua mente?
Si chiedeva spesso se ci fosse un nesso con la sparizione di Richard, ma non aveva mai trovato risposte.
-Allora?- chiese Aries, fermando la fiumana di pensieri e riportandola alla realtà.
-Allora cosa?- rispose lei, appena brusca.
-Questo libro ti dice niente?-
Rimase in silenzio a fissare la bocca del leone. Pareva chiudersi e riaprirsi. Che diceva ? Lesse il labiale.
-Regulus...-
Aries sussultò e scambiò con Ruben e Horace delle occhiate eloquenti.
-Ripeti.- deglutì il biondo, forse aveva sentito male. Forse avevano sentito male tutti e tre.
La ragazza lo guardò stranita.
-Regulus... - rimase in silenzio pochi secondi, poi aprì bocca per minacciare i tre “Ora basta con gli scherzi!” quando l’urlo potente di Horace quasi le infranse i timpani.
-L’ABBIAMO TROVATAAAA!- il ragazzo saltò addosso a Ruben, commosso fino alle lacrime e, stranamente, Aries non ebbe nulla da ridire.
-Trovato chi ? Cosa?- la ragazza era sconcertata. Il sopracciglio inarcato e lo sguardo stralunato riflettevano il fatto che ancora non ricordava nulla, perciò Aries si alzò e le porse un piccolo ciondolo. La ragazza vide che combaciava perfettamente col piccolo incavo sulla copertina del libro. Si udì lo scatto di una serratura e il volume si aprì.
Le parole si scrissero da sole, fra le pagine auree. E mentre la prima lettera veniva tracciata d’oro scuro, la ragazza ebbe una veloce reminescenza, stavolta sprofondando in uno stato di trance.
<em>Un palazzo.
Un palazzo molto grande.
Dalle tonalità dell’oro e la volta stellata. O forse era trasparente e s’intravvedevano le stelle ? Poteva percepirne il sentore quasi magico...</em>
La sensazione nostalgica si riappropriò di lei. Quel posto lo conosceva bene, o almeno così le pareva... ma perché non ne aveva ricordo?
Poi... vide una cosa sulla poltrona, accanto a sé. Sembrava una coda. Una coda felina.
Fece cadere il tomo e l’afferrò meravigliata. Con ulteriore stupore, percepì il suo stesso tocco. Ebbe un tuffo al cuore, lasciò la presa e vide che la coda rimaneva sollevata. Rigida. Era lei stessa che la faceva rimanere in quello stato... aveva la coda!
-Oddio!- esclamò, saltando in piedi e riafferrandola saldamente fra le mani, -Oh no!-
Era proprio sua.
Intravide un’altra stranezza, nello specchio alle spalle di Aries. Le sue orecchie...
-Che mi avete fatto?- lasciò andare la coda e si gettò su Aries, lo afferrò per il bavero della camicia e lo sollevò di peso dal divano. –Rispondi ! Perché mi avete fatto diventare come voi?!- ruggì con quanto fiato aveva.
Ruben le appoggiò le mani grandi sulle spalle, intimandole di calmarsi e costringendola a lasciare la presa. La fece accomodare di nuovo sulla poltrona, mentre Horace le porse un bicchiere d’acqua, che lei rifiutò. Non voleva nient’altro da loro. Chissà cosa le sarebbe successo altrimenti.
Aries, senza dire nulla, si rassettò il colletto della camicia e riannodò elegantemente il fiocco. Riprese il libro, che fra le sue mani si chiuse automaticamente. Lui non poteva leggerlo. Infine porse il ciondolo alla ragazza che glielo strappò di mano, per poi stringerlo forte fra le mani tremanti di rabbia.
-Ti abbiamo solo aperto gli occhi.- disse Aries, stavolta con tatto –Tu sei come noi.-
-Non è vero ! Io non...-
-Tu sei Iria del Leone.- la interruppe, alzando leggermente il tono per imporre silenzio -Il Regulus della Quinta casa dello Zodiaco.-
-Come sai il mio nome?- se prima era confusa, in quel preciso istante Iria non sapeva proprio cosa pensare. -Regulus?- sussurrò interrogativa. L’arroganza di pocanzi era ormai svanita. Davanti agli occhi delle tre bizzarre creature, ve n’era una quarta, una piccola creatura spaventata che suscitava tenerezza.
-Non puoi aver dimenticato anche questo...- sospirò Horace, deluso. Ruben disse -Ti spiegheremo tutto pian piano.- le posò nuovamente le mani grandi sulle spalle tremanti. Quel contatto parve tranquillizzarla, così come quegli occhi smeraldini così dolci. Aveva nostalgia anche di quelli. Ma proprio non rammentava altro, se non l’eclissi, suo fratello, il palazzo... e un grande vuoto ai confini di quei frammenti di memoria.
-Noi...- disse piano Ruben –... siamo Incarnazioni Astrali.- fece una piccola pausa, poi riprese -Guidiamo il destino degli uomini dalla Volta Celeste. E tuo fratello Richard era uno di noi.-
