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Petali sparsi - di Lu

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 19/07/2007 alle ore 19:08:34

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

La campagna circondava la villa immensa e si estendeva sino al cinto di mura alto e rivestito d’edera.
All’interno, sulla destra vicino all’ingresso secondario, stava la piccola casa dei coloni, che tali non erano più. Li vivevano la giovane Aromatica con quella che avrebbe potuto ritenere sua zia, Olimpia.
Isolate da un chilometro di prato dalla residenza, vivevano giornate di tranquillo e monotono lavoro.
Aromatica stendeva i panni, molti, bianchi: tutta la biancheria della villa passava di li.
Un tempo abitata vivacemente, la sontuosa dimora, era ora occupata dalle gemelle ereditiere. Indefinibile la loro età, non uscivano dal cinto di mura che in occasioni speciali ed erano preparativi di giorni. Trascinavano la loro vita servite da Erna e Marc, due coniugi che vivevano con loro. Fedeli, mansueti, timorati e quasi felici della fortuna avuta con quel lavoro.
Cucinare non era da loro, ma le contesse gemelle preparavano dolcetti di marzapane ed era un gran tritare di mandorle per quell’odoroso impasto che coloravano con succo di mirtillo, di mora e spesso polpa di fico.
Nella tenuta questi frutti abbondavano e potevano vivere quasi autarchicamente. C’erano i capponi per il brodo e la polpa che cucinavano con il latte e le spezie. L’orto era tenuto da Marc, che amava sporcarsi le mani di terra, la sua terra amica e i pochi ortaggi che servivano crescevano verso di lui, per lui.
Erano una coppia unita, nella miseria avevano trovato una piccola fortuna: vitto e alloggio e in sostanza godevano dei benefici di quella dimora più delle anziane proprietarie.
Ary non era ancora consapevole fino in fondo, che fuori della cinta muraria della tenuta la vita scorreva vivace, le donne della sua età vivevano. Sedicenne senza esperienza di amicizie coetaneee, ma educata dalle antiche e sapienti donne che vivevano con lei o prossime a lei, conosceva le buone maniere senza poterle applicare, ne poteva confrontarsi con amiche.
L’idea di un amore non le era stata data: il matrimonio, pensava, doveva essere un fenomeno che non la riguardasse.Viveva il giorno che le era dato, ripetendo gli stessi gesti, solo il suo corpo, ormai trasformato, le parlava o si faceva capire, pretendeva.
Dal corsetto di camoscio, legato con laccetti di seta consunta, fuoriusciva la camiciola, pelleovo, finissima. Ne aveva in quantità: due dozzine regalatele dalla contessa gemella Devota, nuove, un suo corredo, di cui se ne liberò facendole dono.
Scrivere e leggere non era un problema, non c’era molto da fare in questo senso e la biblioteca non le era accessibile: così le aveva detto Erna. Impara a lavorare, questo le disse e vivi con Olimpia che qui deve essere tutto tranquillo e in ordine.
Sin da bambina era sempre stata comunque docile e non aveva avuto modo di acquisire altri atteggiamenti.
Più dolce il caro Marc, uomo sereno, le sorrideva, almeno, e non si avvicinava a lei, mai, ma le giungeva uno sguardo comprensivo, profondo e il suo sorriso lo sentiva, era buono. Marc parlava con le piante, l’orto, la terra, più che con la moglie Erna, asciutta, forse chiusa in una riservatezza
data da un’educazione fatta di privazioni e di stenti. Sapeva solo che si trattava di sopravvivere e che era una fortuna vivere li, sopravvivere li, servendo. Proprietà personali, così come le decisioni personali non v’erano. Una coppia, i due, non una famiglia, non figli. Come potevano capire la piccola Ary?
Un pomeriggio, anni prima, fu lei a chiedere quale fosse la sua famiglia. sono figlia delle gemelle? o di Olimpia?
Stavano lucidando l’argenteria in cucina, lei e la cara Erna.
Questa tacque, posò il panno. La guardò. Disse solo no. I tuoi genitori non ci sono più da molto tempo.
Poi si alzò lentamente e uscì.
Ary continuò a lucidare le posate finchè vi fu luce. Poi venne la sera.

Sapeva che i bambini nascono dalle donne ma le sfuggivano tanti particolari. Nella tenuta non era nato nessuno da molto tempo.
C’era uno spiraglio, il suo occhio segreto, un foro nel muro di cinta, coperto dall’edera, nessuno lo sapeva, contando venti passi dall’uscio di casa, verso la villa, al mandorlo, altri venti passi girando a sinistra, fino al muro, avanti cinquanta passi rasente la cinta, sotto l’edera.
Era in basso, il foro, l’aveva scoperto chinandosi ed era ancora bambina. E fu così accorta da non dirlo. sedeva li e spiava la strada bianca, oltre la quale v’era un campo seminato. Non passavano che carrozze di rado, qualche carretto, qualche viandante. Doveva attendere pomeriggi interi per vedere qualcosa e spesso non passava nessuno, ma in vari anni, qualcosa vide, del mondo di fuori.
Un’estate potè assistere ad un via vai, scena unica, qualcuno correva, un andirivieni.
Dalla casa colonica sul finire della strada, veniva un vociare e andavano al paese, un dottore, si capiva, cavalcando un mulo e imprecando. Poi donne con panni e chiacchere. e si fermarono a prendere fiato proprio oltre il foro della cinta. Così ascoltò. Fatica a nascere questo figlio. E’ ubriaco il dottore, sempre, figuriamoci.
Gente povera, il ciel l’aiuta. L’
antonietta fatica a sgravare.
Ogni parola le rimase impressa, registrata. Erano parole nuove, preziose, non conosceva il loro significato. Chiese a Olimpia, cenando.
Così dovette dire da dove veniva la sua curiosità.
Olimpia sospirò: tanto, presto o tardi qualcuno te lo doveva dire che le donne sgravano quando sono state riempite e fanno un figlio. Si l’Antonia spettava un figlio. E’ nato, grosso, non passava.
Da dove non passava?
Dalla natura.
Come la natura?
Il bosco?
Si quello tra le gambe!
Così imparò come nascono i figli.
Ma riempita di cosa? Chiese.
Del marito. Rispose.
Pensava, la piccola Ary. Non capiva cosa riempisse la moglie del marito.
Lo chiese il giorno seguente alla cara Erna.
Questa arrossì. Ne riparleremo, devo chiedere, non saprei come dirti. Sono cose che tu sei piccola.
Ma il giorno stesso il buco nel muro fu chiuso da Marc. Le donne che vivevano nel piccolo mondo cintato, dove tutto si produceva, del necessario e si sapeva trasformare in sontuose torte di mele e amaretti morbidi, le donne, dicevamo, non erano che pallide larve di quello che Ary sentiva ormai sbocciare in se.
Ignara di svolgimenti sessuali ed anche romantiche effusioni, non conosceva nemmeno il corteggiamento più galante e compreso. Solo il corpo le parlava e lo faceva in modo selvaggio, pretendendo attenzione, si imponeva il piacere che fioriva dalla sua giovane età. Capiva, da piccoli tratti, occhiate, gesti, che la cosa non era contemplabile ne nelle conversazioni ne in altro modo. La confidenza non si coltivava nella tenuta.
Si affidò quindi all’istinto e da giovane donna qual’era capì che doveva tenere per se quel dialogo con se stessa e nasconderlo, ma conservarlo, come un amico segreto, il corpo suo.
Ma non c’erano altri abiti e lei fioriva, giorno dopo giorno. E riportarono il cavallo appagato e tranquillizzato: viveva li, senza uso alcuno, nessuno lo cavalcava. Chiese perchè e Olimpia le rispose che un giorno l’erede sarebbe arrivato. L’erede di tutto, non solo della tenuta, ma di molti altri innumerevoli beni. Ora studiava da cadetto in cavalleria ma sarebbe giunto a conoscere quelle prozie gemelle, forse presto.
Tutto lui? chiese?Si, solo le briciole sarebbero andate a qualcun altro: ma non disse a chi.
Capì che la stessa fortuna dei coniugi Erna e Marc era capitata a lei: un luogo dove abitare e cibo sano. Solo quello e non era poco, sentendo come la famiglia che abitava di fuori, ma in paese ve n’erano molte altre, vivesse di molto meno. e potrò mai andare in paese?
La guardò, dall’alto in basso, Olimpia.
Uscire di qui? Tu? Ma lo sai cosa c’è fuori? Il pericolo! Qui sei al sicuro...ed è stato deciso così!
Ma da chi? I miei genitori?
Si, loro, hanno scelto per te la certezza.
Certezza di giorni continui, uguali, certezza di vita ripetuta, giorno per giorno. Ma tutto stava cambiando in lei, dal suo corpo, alla sua mente che si apriva a capire, a voler sapere, curiosa, intelligente e viva, si lei era viva.

Successe tutto improvvisamente. Tragicamente.
Era l’inizio di molti fatti che trasformarono ogni cosa intorno a lei.
Una mattina, iniziata tranquillamente, Marc era a mungere le due vacche nel piccolo capanno e l’urlo squaciò il silenzio, spaventando le bestie, si rovesciò il secchio del latte caldo e profumato. Imprecò e allarmato corse nella direzione dalla quale proveniva la voce straziata: la cucina.
La trovò svenuta, insanguinata, dal grembiule di fiandra ricavato da una vecchia tovaglia, al pavimento tutto era di un rosso pericoloso. La rianimò e tamponò quello che poteva. Vide infine la sorgente di quel fiume così veloce e drammatico: l’avambraccio, un taglio lungo, aperto, aveva solcato le vene, inarrestabile. Fasciò strinse, ma il sangue fluiva e la povera Erna potè solo biascicare poche parole, mi sono distratta, è scivolato, non l’ho preso in tempo, poi roteò gli occhi e perse i sensi profondamente. A nulla servì che le contesse gemelle chiamassero il cerusico: beveva finchè fasciava e spruzzava di cognac la ferita ormai infetta. Rimase nel letto dove la portarono, Erna, la moglie di Marc e lui seduto in un angolo con la testa tra le mani. Ary potè assistere senza essere vista, perchè nessuno si accorse di lei anche se non era nascosta.
Rimase tutto il tempo ferma, Ary seguiva con lo sguardo e nessuno le chiedeva, facevano Olimpia e Marc, mentre le contesse gemelle sembrarono rimpicciolire e dissecare oltre quanto erano già. Fu steso un lenzuolo sulla salma e seguì tutto il rituale del funerale sommesso e modesto. Ma dato che partiva dalla villa, fu una carrozza nera, con i cavalli neri, con i pennacchi neri a trasportare la poveretta.

Marc non alzò più lo sguardo e si mosse sempre come un automa: Ary provò ad avvicinarlo una sola volta, mettendo una mano sulla sua spalla e lui coprì la sua con la sua mano. Ma non la guardò. Non guardò più nulla. Dopo una settimana dal funerale partì: non poteva più rimanere nella tenuta dove, solo, avrebbe agonizzato. Ritornò al suo paese dalla sua gente. Venne a salutare le due, Olimpia e Ary. Alla prima rivolse due parole spiegando che ritornava al suo paese a morire di fame. Guardò poi Ary, finalmente, e le disse: rimani qui, sei al sicuro.
Pensò lei, al sicuro? Dove anche in cucina si rischia la vita, si perde la vita, questa vita, non vita? Ma non disse niente. Provava un sentimento strano verso quel brav’uomo, era una vera perdita la sua partenza, mentre la dipartita della moglie non l’aveva scossa in questo modo. Se ne andava anche lui a morire. E lei rimaneva: al sicuro dal mondo, pericoloso.

Rimaste sole, le contesse gemelle chiamarono a vivere presso di loro Olimpia e Ary. Si trasferirono felicemente nella lussuosa dimora ripulendo e arieggiando due delle numerose stanze degli ospiti rimaste chiuse da molto tempo. Veramente ci fu un pò da dire, su questo. Le contesse avrebbero preferito saperle alloggiate nelle stanze dell’attico, dove prima vivevano Marc con la moglie, ma Olimpia volle spremere ogni possibile beneficio dal cambiamento: ed ebbe argomenti persuasivi. Più vicine a loro se avessero avuto bisogno, anche la notte. Più presenti al loro cospetto per ogni necessità...si, tutto vero, più vicine alle stanze da bagno patronali e più grandi le finestre, più comodi i letti...
avrebbero solo dovuto uscire presto al mattino per andare alla dimora di prima per le faccende che si potevano svolgere solo la: lavare i panni alla vasca del cortiletto, stenderli e poco altro. Ora tutto il resto si trasferiva nella grande casa patronale.
Le contesse vivevano tra il salotto da ricamo dove ormai si appisolavano più che ricamare e la biblioteca, dove conversavano più che leggere. Lentamente l’orto si ribellò alle cure di Olimpia, produsse ancora ma senza la gioia della conversazione con Marc. Ma bastò sempre visto gli appetiti modestissimi delle contesse e due bocche di meno da sfamare. Più triste era andare al lavatoio del cortiletto e il compito fu assegnato tutto alla giovane Ary. Ma era una distanza che accettava, almeno usciva dalla casa, attraversava il prato, sul camminamento di pietra con la cesta dei panni, sbirciava spesso verso quel lato della cinta dove un foro le aveva permesso
un tempo di assaggiare la vita di fuori, in modo molto sfocato, ma sapeva che c’era dell’altro oltre quella muraglia, quella prigione. Andò come sempre a lavare: Ary sotto il sole di quell’inizio estate, si rinfrescava, lavando i panni con forza ora, più lentamente, immergendo nell’acqua cristallina del lavatoio le braccia fino sopra i gomiti. Intorno solo il frinire delle cicale e il profumo intenso del prato con piante assolate e assetate. Nessun altro rumore, per molto tempo, ma quella mattina sentì lontani gli zoccoli di un cavallo al trotto. Poi silenzio, poi voci lontane, poi ancora silenzio, poi i passi sull’erba felpata e l’ombra infine di una figura che la riparò dal sole. Alzò lo sguardo e scivolò su stivali di ottima fattura, impolverati, gambe ben tornite fasciate da pantaloni di flanella aderente, le balenò l’immagine del morello, tempo prima. C’era un uomo davanti a lei. Chi?
Risalì la figura con lo sguardo: la camicia bianca, madida di sudore, aperta davanti, una giubba sulla spalla e infine gli occhi, perchè vide solo quelli, scuri, lucenti la fissavano. Li si fermò il suo sguardo, occhi fissi negli occhi, stupiti, i suoi di Ary, la bocca si socchiuse e rimase aperta.
Non ci furono parole, solo quello sguardo continuo, fisso, insistente, era un legame spontaneo, come una calamita, intorno tutto scomparve.La voce di Olimpia risuonò acuta e stridula a rompere l’incanto: uno stacco netto li scosse e si mossero verso di lei che avanzava sul camminamento che costeggiava la cinta.
E non mi viene a salutare! Che le presentavo io la nostra Aromatica, doveva salutare me! Non è passato dalle signorine che l’aspettano! Che il te si raffredda, venga!
Se lo portò via, incurante di lasciare Ary con un palmo di naso. In quegli istanti lei non aveva percepito nessuna distanza da quel govane uomo.
Al fianco di Olimpia, lui si avviò ma dopo una ventina di passi si girò con gli occhi tremanti del temporale che sentiva tuonare nel suo petto.
Da quel momento la vita di Ary cambiò completamente: un uomo era entrato nella sua vita, nei suoi occhi c’erano i suoi occhi per rimanervi. E tutto il corpo seguiva intontito e docile lo sguardo che aveva ricevuto in lunghi attimi.

Entrava nella sua stanza quando tutto era assopito, anche i muri chiudevano gli occhi: tutto intorno dormiva come morto, solo lei viva l’attendeva. Vivevano la notte un amore forte di passione, intenso e proibito dal sottinteso. Il giorno, invece, distanti, trascinavano i movimenti di una vita di cose doverose di una limpidezza inutile. Forse, pensava Ary, il giorno non è la mia vita ma la vita del fantasma di me, che mi trascino a vuoto. Lui le disse, cambierà, e sarà presto.
Ma non voleva ne pretendeva, lei, che vi fosse una diversa disposizione: più di tutto non sapeva immaginarne una disposizione diversa. Eppure già era cambiato tutto dal dramma della moglie di Marc: si poteva forse sperare che i giorni futuri fossero migliori? e quale il prezzo di un cambiamento, se era stata la tragedia ad evolvere la sua vita?


Il notaio parlava nel salotto da ricamo con Genuflessa, una delle contesse gemelle. Lui entrò.
Nicol! Caro! Eccoti! E’ importante questo giorno, Paride è qui per te. Entra.
Il notaio, Paride, si occupava dell’eredità e dell’amministrazione dei beni delle contesse: guardò Nicol entrare, da sopra l’occhialino che già aveva inforcato e sorrise brevemente.
Nicol fece un breve inchino con il capo portando la mano destra al petto. Era perfetto nei movimenti, nel vestire sobrio e di grande qualità. La camicia bianca gareggiava con il suo incarnato, il viso incorniciato dai capelli neri che ricadevano sulle spalle. La fronte alta, spaziosa, tesa. Brillavano gli occhi di passione nascosta, vivi, intelligenti e garbati.
Fortuna su fortuna, pensò Paride il notaio, più basso di due spanne e dal corpo consumato da una magrezza fatta di preoccupazioni per l’impegno nel lavoro che era tutta la sua vita.
Sedette con loro e ascoltò, il giovane fortunato. Genuflessa sembrò contenere a stento un guizzo di vita compiacente: si parlava tra di loro e non c’era la gemella, febbricitante, Devota.
Conosceva il percorso per arrivare all’ampia veranda che fasciava il lato sud della villa dalla quale si accedeva al salotto dove i tre stavano parlando, Ary vi arrivò scivolando a passi leggeri, presa da una nuova curiosità. La porta vetrata era aperta e si fermò prima, accostandosi: sentì il discorso già avviato, il notaio elencava i beni immobili, una quantità di residenze modeste, quasi tutto il paese era delle contesse e vi aggiunse poi tutti gli arredi della villa per poi passare ai fondi monetari. Naturalmente, aggiunse, tutto questo viene sommato alle proprietà dei suoi amati genitori, ed essendo figlio unico, unico erede, mio caro conte Nicol di Valmond, lei potrà vivere anche di rendita! E’ in una botte di ferro! Non capisco la sua passione per l’arma...si capisco, l’onore, la patria, ma rischia molto! E’ un onore comunque si capisco!
La voce tremula della contessa Genuflessa esordì per sottolineare un "particolare": la servitù.
Sappiamo che fa parte dell’eredità poter avere servitori fidati ma dopo quanto è successo alla povera Erna, non ti resta che la figlia e Olimpia, molto preziosa, come sai. Ovviamente, se non ti saranno gradite le potrai congedare con una buonuscita da stabilire, ma la parola e l’accordo che abbiamo dato a Marc è sacra, sai la giovane Aromatica, deve essere custodita dai mali del mondo, e qui è meglio che rimanga, anche se negli ultimi tempi ho notato che non lavora come di consueto.


Ary, scivolò lungo il muro, sul pavimento, in silenzio. Non poteva essere vero! Quelli i suoi genitori? Non aveva esperienza di affettuosità, ne di relazione filiale! Il loro interesse per lei si era espresso "solo" nel custodirla, ripararla, imprigionarla: e dunque, sua madre era morta! Faticava ad assimilare questi concetti che si imponevano come la verità! E nessuno le aveva mai accennato a tutto questo. Rimase immobile, impietrita.
Sentì la voce di Nicol dire qualcosa, di circostanza, e pensò solo che quella notte avrebbe potuto parlarne con lui, almeno con lui, chiedergli, manifestare lo stupore e lo sgomento di quelle rivelazioni. Attese tutta la notte. La sera aveva servito la cena con Olimpia e Nicol non l’aveva guardata che un attimo, preso da pensieri che lei non conosceva: sarebbe partito a breve per una campagna militare in Germania. Ma non ne parlò a tavola e pensava a come dirlo alla contessa zia, Genuflessa.
Verso l’alba raggiunse Ary, portandole un fiore di camelia in bocciolo che pose sul suo comodino come spesso faceva, poi si infilò nel letto. Lei dormiva dopo la veglia notturna e la prese nel sonno dolcemente, poi chiuse gli occhi sfinito anch’egli dai pensieri che meritavano ora un riposo.
Lei, invece ormai sveglia, lo osservò, amandone anche il respiro, ma non potendo parlare, non potendo rimanere ferma, ne dormire, infilò la camicia sottile e la gonna di velluto blu, drappeggiata, quel velluto leggero che Olimpia le aveva cucito addosso, prese il fiore, l’omaggio del suo amore e uscì.
Respirò l’aria fresca del mattino, il cielo era coperto. Il prato umido di rugiada le bagnava l’orlo dell’abito, si diresse a passi affrettati verso un punto delle mura di cinta che la attirava, ora, in quel momento come mai prima.
Raggiunto il punto esatto dove la fessura del muro si apriva un varco, un buco di poche spanne, scostò l’edera e provò con il coltello a forma di spatola ma tagliente a rimuovere la riparazione che Marc, suo padre aveva fatto. Incredibile, quell’uomo suo padre, capiva ora i suoi gesti gentili ma distaccati. E la moglie! Quella sua madre! Iniziò a grattare con la spatola, a scalfire ma inutilmente. Mancava il respiro. Grattò forte, iniziò a percuotere a martello con il manico, ma niente: si rese conto che l’ostruzione era invincibile e pianse. Pungenti lacrime lavarono il suo viso rinfrescato da quella aria umida del primo mattino. Poi lentamente scostò l’edera vicina, camminava carponi, avanti, ancora avanti. Si fermò. Non vi erano di certo altre brecce da poter ampliare per vedere al di là di quell’universo custodito. Rimase immobile, quando un fruscio l’attirò. Poteva essere una lucertola, scorse ancora l’edera, frusciò un sospiro, non si poteva capire, ora da dove venisse, un respiro. Davanti a lei vi era un varco, un buco, simile a quello ormai otturato, vi passava un respiro d’aria, un sibilo.
Senza riflettere, senza guardare oltre mise una mano nel varco, lo oltrepassò con il braccio, aprendo le dita ad afferrare l’aria. E fu un attimo, qualcuno o qualcosa le prese il polso, l’afferrò.
Il cuore saltava forte nel suo petto, eppure non si ritrasse.
(continua)