Oriel - di Paolo
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 27/05/2007 alle ore 18:19:07
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Ecco, vi canterò la storia bella, mirabile,
di chi tanto conquistò splendido d’ardire,
conobbe terre, uomini, dèi e gente affabile
penetrando la via dell’avvenire.
Oriel è il suo nome, bello di portamento,
immagine di diamante suscita all’orecchio intento.
Ricordi inebrianti invece in me si accendono
che assistetti alle gesta del suo animo in incendio.
Spirito Errante sono di nome e di fatto
e quando, esaltato, capìi le potenzialità
che il giovane avrebbe dispiegato,
non persi un attimo.
Andai deciso e temerario da lui,
al suo inconsapevole parlai,
mi accettò quale ospite nei meandri bui
del suo animo che trasmutato, lasciai.
E ora pronti, tenetevi, perchè udirete
di chi combattè infinite potenze.
Scellerato! Quante volte temetti
pauroso la mia vita frantumarsi in pezzi!
Ma sia ringraziato il mio coraggio,
che mi permise di portare in memoria
quanto ora sto per dirvi,
e ispirazione, suvvia!, aiutami a farlo!
Oriel, quando lo conobbi era in adolescenziali anni
mi ospitò poco prima che iniziasse il viaggio
ma abbastanza per osservare i suoi malanni
ancora non comprendeva il motivo del suo danno.
Lo sguardo perso nel vuoto
lo faceva sembrare assorto in mondo immoto
rara era la via che si lasciava andare
Madre Natura in questo lo poteva aiutare.
Spesso un puntino canalizzava i suoi pensieri:
’ Donde andrò? Perchè altro
non faccio che pensar a tra dieci’anni?’
e rimaneva così, turbato dal suo ieri.
Oh giovane intrepido,
quanto mi dispiacque vederti brancolare
sbatter la testa al buio non tiepido
e a qualcosa, struggente!, di ignoto aspirare!
E pensare che il peggio stava solo per iniziare...
ma tenesti coraggio, bravo!, che non ti fece affondare!
Ora però non è ancor tempo di elogio,
per questo ve ne sarà, question è d’orologio.
Tu dunque così passavi le giornate,
tutto facevi per distraerti
nei prati con amici e ragazze,
ma mantenevi sempre le distanze elevate.
La bella montagna ospitava la sua casetta
in un paesino di mille metri più vicino al Sole
così si deliziava dell’aria fresca
che accompagnava i pomeriggi fuori dal portone.
Chiara si chiamava la ragazza che portavi in moto,
colei che insieme a te udì il grande botto,
ma gli amici ti tenevano più legato,
come fratelli, guardie del corpo, un Protettorato!
Che bella serata era quella fatidica,
luna piena, cielo insolito;
tu viaggiavi in moto con la bella
verso della montagna la cima.
Sì! con gran vino la portavi
alla Radura dei Pini, luogo solitario,
era quello il posto che anelavi
per il diciassettesimo annuario.
Allora guardasti il cielo, sconvolto,
cercasti disperatamente un segno, ivi avvolto,
ma con tuo grande dispiacere
non trovasti che cibo per le tue pene.
Ecco un’enorme botto
schiantò l’aria,
il vento tremò come paglia
e correste alla moto che stava sotto.
Invano tentasti di convincerla
a indagare che fosse,
lei piangeva, poverina,
già a casa il richiamo le si mosse.
In sella velocemente raggiungeste il tuo paese,
uomini con bastoni, donne con in viso le pene,
tutti avevano udito,
il mondo si pensava fosse finito.
Nel raduno popolare,
nella piazza ora ghermita
in mezzo alla notte
si decideva sul da fare.
Quando vedesti che a gran macchine
si radunavano le genti
prendesti rapida e ardita decisione,
perchè dai paesi vicini arrivavano quelle impellenti.
In sella alla potente moto andasti,
congedasti Chiara: ’ Va’ da mia madre’ la ingannasti,
furente verso la vetta sfrecciavi
là, all’origine del suono, pensavi;
e nessuno poteva accorgersi
di quella freccia nera
che con la notte si confondeva,
ma brevi minuti separavano la situazione dal capovolgersi.
[NOTA: queste sono le prime quattro pagine del racconto]
