La terra dell'ultima nebbia - di Ollecram
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/10/2011 alle ore 14:47:53
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Romanzo di Marcello Parsi, pubblicato dalle Edizioni Simple a ottobre 2010.
Copyright: Marcello Parsi
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ISBN: 978-88-6259-271-0
[pp. 46-47] Arrivato al margine della radura, assistetti a uno spettacolo sconvolgente. Sulla destra, a poche decine di metri dalla riva, si vedevano stesi al suolo i corpi esanimi, ma ancora palpitanti, di un numida e di uno dei miei servi, che aveva il collo trafitto da una freccia; a sinistra, proprio di fronte a quella scena orribile, c’era Fulvia, che brandiva un pugnale - lo vedevo lampeggiare alla luce della luna - e avanzava lenta e implacabile verso un uomo... Lafos!, tenuto inchiodato al suolo da Toghar, con una lancia conficcata nella coscia. Il mercante levantino urlava dal dolore e implorava pietà.
"Verme traditore!" gli gridò in faccia la giovane, quando l’ebbe raggiunto. "Adesso sei tu ad avere paura ! Sono la principessa Bleikurhvitur... Mi riconosci, bastardo ? Ti ricordi di me?"
"Sì, sì. Abbi pietà ! Ti prego: non mi uccidere..."
"Eri molto coraggioso, quando avevo i polsi legati dietro la schiena... Che ardimento nel frustare una ragazza che non poteva difendersi ! E poi... le tue luride mani che mi palpeggiavano e mi frugavano... Porco ! Mi hai contaminato..., hai insozzato il corpo di una futura sacerdotessa del sacro Yggdrasill. Tutto il luridume con cui mi hai sporcato dovrò lavarlo adesso con il tuo sangue."
Appena ebbe finito di parlare, gli conficcò il pugnale nella gola e gliela squarciò: sentii il mercante emettere un urlo raccapricciante, subito soffocato dal gorgoglio del sangue, che usciva a fiotti da quell’orrenda ferita.
"Che cosa hai fatto?" urlai inorridito, non appena le fui vicino.
"Giustizia!" fu la sola parola che rispose, lanciandomi uno sguardo più tagliente del pugnale, che ancora stringeva nella destra.
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[pp. 75-76] Dunque ci saremmo lasciati ben prima di quanto io supponessi: mi ero illuso che Fulvia mi avrebbe accompagnato almeno fino a Tolosa... Senz’altro dovevo avere sul viso un’espressione molto contrariata, perché la ragazza mi si avvicinò sorridente e cercò di consolarmi:
"Non essere così imbronciato, Manilio. Lasciamoci con un sorriso. Questo è un distacco temporaneo: può durare un anno - forse di più, forse di meno - ma ti prometto solennemente che, dovunque tu sarai, ti ritroverò... Rammenti quando eravamo giunti a Centumcellae, che io ti supplicai di portarmi alle Terme del Toro e ti promisi in cambio un bacio ? Tu mi rispondesti che quel bacio dovevo metterlo da parte e conservarlo per un’altra occasione, perché il bacio di una bella principessa valeva molto di più di un bagno caldo... e avrei dovuto dartelo, quando avessi sentito la voglia di baciarti sul serio. Ebbene, Manilio: adesso sento la voglia di baciarti sul serio e desidero che tu, quando penserai a me in questi mesi di lontananza, ti ricordi sempre di questo bacio... che sarai solo tu a decidere se debba essere il primo o l’ultimo."
Dette queste parole, mi abbracciò senza alcuna vergogna per la presenza dei cinque druidi e restammo allacciati in un lungo bacio appassionato. Quando i sei si allontanarono, la seguii con lo sguardo fin dove fu possibile.
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[p. 97] S’irrigidì ferma sul posto, mentre il suo sguardo, fisso nel vuoto, sembrava che si concentrasse su un punto invisibile. Poi il suo alone celestino si trasformò in una nuvoletta, in cui d’incanto si dissolse la sua figura. Mentre mi giravo in tutte le direzioni, per capire dove fosse andata a finire, vidi un corvo che svolazzava leggiadramente intorno a me, emettendo il suo stridulo canto:
"Cra - cra - cra... cra - cra - cra!"
Alla fine di quell’aereo girotondo, si posò delicatamente sulla mia spalla e sfiorò la mia guancia con il suo becco aguzzo. Quindi spiccò di nuovo il volo e atterrò a qualche metro di distanza: apparve di nuovo una nuvoletta, che in breve si diradò, lasciando il posto all’immagine di Fulvia.
Rimasi a contemplarla senza parole.
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[pp. 111-112] Appena sbarcati ci trovammo al di là del muro di nebbia, che nascondeva ai nostri occhi il mare e l’imbarcazione, e potemmo vedere - non certo ammirare - il paesaggio circostante. Era uno spettacolo deprimente, che suggeriva solo un senso di repulsione: alberi scheletrici, cespugli rinsecchiti di rovi, foglie gialle accartocciate che, sbriciolandosi, scricchiolavano sotto i nostri piedi, niente fiori, niente erbe verdi... nessuna traccia di vita. Eravamo immersi in un silenzio profondo, che ingigantiva l’effetto dell’atmosfera sinistra, suggerita da ogni singolo particolare di quel luogo fosco. Tutt’intorno aleggiava un’aria putrida e stagnante, che con la sua pesantezza rendeva difficoltoso il respiro. Davanti a noi, a circa duecento metri, si ergeva minacciosa una grande montagna dal colore plumbeo.
"E’ là che dobbiamo andare" disse Toghar con voce funerea.
Ci avviammo in quella direzione: la ragazza ci seguiva a testa bassa, fidandosi delle nostre indicazioni, che ella stessa ci aveva fornito precedentemente. Quando fummo ai piedi della montagna, avemmo la sensazione di essere respinti, come se essa fosse circondata da una potente e invisibile carica energetica, simile a un forte vento che spirasse in direzione opposta al nostro cammino: ci fermammo interdetti, sorpresi da quell’ostacolo imprevisto.
"In un modo o nell’altro dobbiamo trovare la maniera d’entrare" disse la giovane con un leggero tremito nella voce. "Intanto cerchiamo l’ingresso."
Girammo lentamente intorno al monte sul suo lato occidentale, finché scorgemmo l’apertura di una grotta: restando al di fuori della soglia, lanciammo un’occhiata all’interno ma non fummo in grado di vedere nulla, tranne un buio fitto poco incoraggiante.
Ultimo aggiornamento: 2011-10-13 07:56:28
