La spirale delle vite incompiute - di Ollecram
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 25/01/2012 alle ore 13:00:39
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Romanzo di Marcello Parsi, pubblicato dalle Edizioni Simple a maggio 2011.
Copyright: Marcello Parsi
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ISBN: 978-88-6259-370-0
[pp. 37-38] Cominciammo ad avanzare alla cieca molto lentamente in una specie di galleria così angusta, che c’impediva di camminare affiancati. Io precedevo il mio compagno, aiutandomi anche con le mani, che tenevo protese davanti a me, per individuare e schivare eventuali ostacoli improvvisi, celati dal nero di pece da cui eravamo avvolti. Prima di compiere ogni passo, saggiavo il terreno antistante appoggiandovi il piede con circospezione, per evitare di cadere in qualche buca e per rendermi conto di possibili dislivelli, che mi avrebbero fatto inciampare. Quella marcia faticosa nell’ignoto e verso l’ignoto durò circa venti minuti, forse mezz’ora: una vera eternità per la nostra ansia, amplificata dalle mille paure indotte dalla nostra cecità forzata. Poi, a poco a poco, il chiarore sfocato cessò di essere un semplice barlume e cominciò a prendere corpo, dapprima indicandoci la direzione come un faro e, infine, via via che procedevamo, c’illuminò addirittura la strada, tanto da indurci ad affrettare il passo senza più timori. Ormai eravamo giunti all’estremità del cunicolo: ci fermammo alle soglie di un piccolo spiazzo, illuminato da una livida luce metallica, che lampeggiava all’improvviso in bagliori spettrali di colore rosso sangue, conferendo a quel desolato paesaggio un angosciante aspetto di allucinata irrealtà. Di fronte a noi, a breve distanza, s’innalzava una cinta di mura, che continuava a perdita d’occhio sulla destra e sulla sinistra. Esse erano lambite da luride acque limacciose, che ogni tanto s’increspavano, come se fossero rimescolate da oscure presenze invisibili. Non c’era più il silenzio, gravido d’insidie nascoste, che regnava nel budello appena attraversato, ma echeggiava in lontananza un cupo e ossessivo ululato - era disperazione o era dolore ? - che faceva presagire una realtà sconosciuta, ma lugubre e agghiacciante: uuuuuuh... uuuuuuh!
"E’ uno scenario che fa venire i brividi" commentò Toghar, guardandosi intorno spaesato.
[pp. 68-69] Dopo aver rivolto al re numida un freddo e deferente saluto, mi presentai e gli illustrai lo scopo della mia missione:
"Sono il tribuno Caio Claudio Manilio, comandante della coorte di stanza a Calama. Ho ricevuto l’ordine scritto di provvedere all’incolumità dei mercanti italici qui residenti. Poco prima di entrare in città ho avuto uno scontro armato con un piccolo contingente dei tuoi nemici: abbiamo vinto ma sono morti dodici dei miei uomini. Ho intenzione di riunire in assemblea tutti questi commercianti e d’informarli del mio proposito di partire il prima possibile, per metterli al sicuro in una località che sia controllata dall’esercito di Roma."
"Perché tanta fretta?" mi chiese con un tono falsamente accattivante Aderbale. "Adesso che tu sei qui con i tuoi legionari, anche Cirta è controllata dai Romani e quindi i mercanti sono già al sicuro."
"Io ho portato con me i due terzi della mia coorte: non posso difendere una città con quattrocento soldati... Mi è stato detto che l’esercito di Giugurta ammonta a circa ventimila unità. In caso d’assalto potrei resistere uno o due giorni e poi... sarebbe una carneficina."
"Roma e la Numidia non sono forse alleate?" insistette il re alzando la voce. "Tu hai il dovere di unire i tuoi uomini ai miei e di difendere strenuamente un sovrano amico di Roma."
"Il mio dovere consiste esclusivamente nell’obbedire alla volontà del senato e del popolo romano" replicai seccamente. "Quanto ai tuoi uomini, con ottanta soldati non riuscirai a difendere non dico la città, ma neppure il semplice castello."
"E quindi... lascerai che tutti gli abitanti di Cirta siano massacrati da quel pazzo sanguinario del mio fratellastro ? Voi Romani mi avete deluso: ho chiesto al senato più e più volte che inviasse in mio aiuto qualche legione, anche una sola. E che cosa ho ottenuto ? Un pugno di soldati che, appena arrivati, non vedono l’ora di andarsene..."
"Tu devi rispettare questi soldati, che hanno già versato il loro sangue per una causa che ancora non li riguarda. Te lo ripeto: non ho ricevuto l’incarico di fare la guerra a Giugurta. Può darsi che prima o poi i senatori decideranno di mandare qui un vero corpo di spedizione. Io sono un militare, questi sono problemi politici che non m’interessano."
"Va bene, va bene. Puoi andare" mi congedò sgarbatamente il re, voltando la testa da un’altra parte e accompagnando le parole con un gesto della mano.
[pp. 86-87] Ormai la nostra piccola colonna era giunta in prossimità della porta occidentale, dove mi aspettavo di trovare almeno una pattuglia dei miei legionari: invece nel raggio di luce delle nostre torce non si scorgeva anima viva e il silenzio notturno era interrotto solo dai sinistri sibili dei serpenti, che crescevano d’intensità e sembravano avvicinarsi a noi da ogni direzione.
Sentii Rodileukis rabbrividire. Per tutta la marcia mi aveva affiancato all’avanguardia - le sue schiave, invece, avevano preferito restare più al sicuro all’interno di un gruppetto di soldati - e in quel momento - mi ero fermato all’improvviso - si era completamente addossata a me, forse per la paura che le incuteva l’atmosfera notturna, cupa e minacciosa, o piuttosto l’inconfondibile segnale dei rettili in arrivo. Le afferrai la mano, poi ci lanciammo di corsa verso la porta, subito imitati da Toghar e dalla moglie. Ma i legionari, che erano rimasti una dozzina di metri più indietro, in un attimo furono circondati da decine e decine, forse centinaia di serpenti, da cui cercavano disperatamente di liberarsi. Mentre uscivo dalla città, gridai rivolto a loro:
"Appena potete, seguiteci!"
Ci trovammo sulle soglie del canalone, illuminato dalla fredda luce della luna piena. Tutti e quattro scrutavamo ansiosamente ogni anfratto tra le rocce, anche le semplici fenditure nelle pareti della gola, alla ricerca dell’ingresso del cunicolo, da cui ci aspettavamo la salvezza. Un sibilo attirò la mia attenzione: usciva strisciando dai battenti rimasti aperti, diretto verso di noi, un repellente rettile, le cui squame brillavano sotto i raggi della luna.
"Presto!" gridai ai miei compagni. "Facciamo presto o li avremo tutti addosso."
L’ironia della sorte volle che sia Toghar, sia Rodileukis fossero convinti di aver trovato il tanto sospirato passaggio: si erano fermati davanti a due diverse aperture ed essendo ciascuno persuaso che la propria fosse quella giusta, entrambi invitavano gli altri a unirsi a loro. Alla fine fui vinto dall’ostinazione della principessa e accettai di seguirla, mentre Kusmya faceva la stessa cosa nei riguardi del marito. Prima d’immergermi nell’oscurità della stretta galleria, mi voltai verso i due sposi, anch’essi in procinto di essere inghiottiti dalle tenebre del loro cunicolo, e li salutai con voce commossa:
"Buona fortuna, amici ! Sono sicuro che ci rivedremo."
Serrai con la sinistra la manina della ragazza, impugnai la spada con la destra, e, senza più esitare, ci tuffammo nel buio.
[131-132] "E quindi - gli chiesi - che succederà ? Sarete costretti a convertirvi con la forza?"
"Nessuno può essere obbligato, se non vuole. Anche senza prendere in considerazione il martirio, esiste sempre la possibilità di fuggire, di trasferirsi in un altro paese, per non scendere a patti con la propria coscienza."
"Forse Rodileukis sarà costretta a farlo... Anzi mi meraviglio che lei e suo padre non l’abbiano già fatto: in fin dei conti il loro è un piccolo regno, un’isola all’interno di un lago... e, per quel poco che ne so, fa anche gola ai selvaggi popoli del nord, che minacciano di occuparlo. E’ stretto in una morsa: deve fronteggiare a nord la possibile aggressione di questi barbari e a sud l’avanzata delle truppe arabe. Come farà a difendere la propria indipendenza?"
"Sì, è vero" confermò il sacerdote. "E’ un regno piccolo. Ma il re e sua figlia sono dotati di un grande animo e hanno la forza morale che nasce dalla consapevolezza di stare dalla parte giusta, dalla parte della luce..."
"Dimmi un’ultima cosa: se mai prendessero la decisione di fuggire, per mettersi in salvo, dove potrebbero andare?"
"Verso Oriente... E’ già accaduto nel secolo scorso, una cinquantina d’anni fa, che molti nostri fratelli zoroastriani siano scappati, quando la dominazione araba, diventata più intollerante, voleva imporre loro con la violenza la religione islamica, e si siano rifugiati in India, dove sono trattati con molto rispetto e chiamati con il nome di parsi, cioè persiani. Sì... l’India: non ci sono altri paesi dove un mazdeo potrebbe professare liberamente la sua religione."
Ultimo aggiornamento: 2012-01-27 19:52:27
