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La colpa della bellezza - di Roberto Vassallo

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/07/2009 alle ore 10:25:43

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

La colpa della bellezza.

Preambolo.
L’estate timida aveva da poco fatto capolino lasciando dietro di se una primavera tarda ad arrivare, già le cicale avevano preso d’assalto i campi incolti portando con se una cappa d’afa pesante. Il cielo terso faceva da sfondo ad un sole orgoglioso e maestoso capace di fermare il tempo cosicché tutto diventasse lento e grève. Non ancora arsa era la terra né secche le pozze, ma già una brezza calda leggera vagava senza meta oziando the i rami degli alberi in fiore. Leggeri i miei passi per non disturbare quella quiete campestre, profondo il respiro per godere appieno di quell’aria oziosa, vagava l’occhio cercando un posto dove posarsi, tanto era bello lo spettacolo tutto d’intorno che come un bimbo curioso, l’occhio inseguiva il miraggio della perfezione. Così a parer mio doveva essere il mondo, calmo come il respiro d’un neonato, bello come lo sguardo di una fanciulla e caldo come l’abbraccio di un’amante. Vagando per i poderi scorgo una cascina semi abbandonata, l’uscio è aperto e pare invitarmi ad entrare, io indiscreto come un gatto, m’intrufolo nella magione ed ecco che un soave odore di mosto mi indica il cammino, anche se dentro la luce del sole v’entra a fatica, senza sforzo alcuno, mi dirigo verso il luogo di quell’inaspettata fragranza. Ed ecco in tutta la sua maestosità il mostro che superbo già m’inebria della sua dolce fragranza, sarebbe come mentire a me stesso se negassi di sentire arsa la gola, così senza pensarci su due volte, arraffo la prima cosa che somiglia ad un boccale e lo immergo più volte nel nettare divino, meravigliandomi che la sete invece di calare aumenta con l’aumentare delle bevute. Forse che i baci di mille amanti possano essere più soavi o che mille carezze lascive possano apparire più seducenti? Fatto sta’ che la sete è pacata ma ora un leggero torpore mi appesantisce gli occhi, esco fuori barcollando come un ubriaco e cerco un posto dove potermi riposare. Così sotto qui filari d’uva oramai spogli mi accingo a coricarmi, ma neanche ho il tempo di chiudere gli occhi che ecco sento un gran baccano, tuoni dal cielo e crepitii dalla terra, un tumulto come se fosse scoppiata la rivoluzione, così anche io mi decido a lasciare il provvisorio giaciglio a seguire la provenienza di quei rumori. Più mi avvicinavo più quei fragori si facevano forti e chiari, potevo udire chiaramente una voce greve come rombo di tuono e tutt’intorno un vociare furioso come la pioggia che cade pesante sul selciato. Avevo ancora gli occhi come impastati dal sonno ma potevo vedere ormai non troppo distante da me un assembramento di molta gente che strepitava, che spingeva, urlava, biascicava improperi indecenti ma all’indirizzo di chi? Da quella distanza non potevo veder chi era bersaglio di tali offese, così decisi nonostante la mia minuta figura di farmi spazio per conquistare almeno un posto decente da cui potessi rendermi conto di che si trattava. L’impresa non fu delle più semplici, dovetti anche io ricorrere a mezzi poco ortodossi per potermi fare largo in mezzo a quella marea umana vociante. Tra calci, spinte e scossoni alla fine anche se malconcio conquisto il mio sospirato posto tra le prime fila. Un uomo grande e possente stava ritto in piedi, la sua voce profonda come il tuono pareva scuotere la terra tutt’intorno, costui dalla folta criniera a dalla spessa barba bianca teneva per mano un essere bellissimo, una ragazza di tale splendore che mai i miei occhi avevano veduto. Scosso dal suo fascino ed incapace di fare benché qualsiasi movimento, rimasi come incantato da tale avvenenza che solo la potenza della voce dell’omone con la candida barba mi fece ripiombare nella triste realtà. Un attimo solo di stropicciarmi gli occhi, dal ripulirmi le vesti, che non feci fatica a riconoscere che vi avevo davanti. Chi si erigeva in tutta la sua possanza era il padre di tutti gli dei, Zeus in persona stava dinanzi a me, cercando di ammansire una folla esagitata, che forse proprio per rispetto alla divinità non avanzava di un passo, ma chi era dunque quell’essere oggetto pare di tanto odio? A soddisfare la mia curiosità una figura, un essere, una femmina dai capelli che parevano aspidi pronti a mordere, dagli occhi iniettati di sangue, pronti a schizzare, dalle dita ossute e dalle unghie spuntate pronte per graffiare, dalle labbra secche e dalla voce acuta e stridula, dalle vesti lacere e dalla pelle arida come le pozze del deserto. Costei nell’impeto della sua enfasi, eruttava dalla sua infernale bocca epiteti che a malapena si potevano capire, quella è l’invidia mi sussurrò quasi con timore all’orecchio una piccola donna vicino a me, allora senza perdere tempo le chiesi anche chi fossa quell’essere bersaglio di tanti insulti, è la bellezza m’informò la mia gentile interlocutrice, e di cosa la si accusa le chiesi prontamente, la risposta la diede proprio l’invidia allorquando le sue parole si fecero più chiare.

L’accusa.
(l’invidia).
Minuta e gracile, livida e maldestra tanto piccola da sparire al primo soffio di vento, ma così potente da lacerare un’esistenza, l’invidia tentò di prendere la parola, ma la bellezza dell’accusata era tale che il solo suo splendore aveva il potere di offuscare anche le parole che l’invidia vomitava con furore, nessuno l’ascoltava e questo la faceva andare ulteriormente in bestia, vedevo la sua rabbia salire cambiarle fisonomia, renderla se qualora fosse stato possibile ancor più brutta e odiosa, ma anche ciò non destava effetto alcuno. Quando presa da una vampata di eccesso d’ira, si rivolge al grande Giove pregandolo di offuscare la sua bellezza almeno per un momento. Il dio essendo sopra le parti anche se malvolentieri acconsentì alla richiesta finalmente l’invidia prese la parola:
“nel tuo nome” indicando con le sue dita ricurve la giovane donna mira di tanto furore, “nel tuo nome confessavo quali orrendi peccati l’uomo commette, quali miseri misfatti si compiono nel tuo nome, per te l’uomo diventa nulla, abbietto, misero, per te si annulla, tutto per uno sguardo, un sorriso indecente, ecco cosa è la bellezza è indecenza”. Mentre l’invidia procedeva questo sproloquio, potevo vedere il suo misero essere girare attorno alla povera vittima come un avvoltoio volteggia sopra la carcassa moribonda della sua offerta. La sua voce diventava simile al gracidio stridulo di una gracula, chiunque poteva udirla anche a chilometri di distanza, poi come in una macabra danza, si avvicinava quasi con timore alla bellezza tentando come fa un corvo affamati do beccare un seme lasciato cadere nel terreno incolto. Avanti e indietro come fanno in battaglia i soldati, un affondo e una ritirata ma la vittima è aimè disarmata e la vittoria sembrerebbe troppo facile se non fosse l’invidia a condurre il gioco. Più volte si avvicina, più volte la schernisce, ma i suoi argomenti sono troppo vaghi, e non c’è confronto tra le due contendenti. L’invidia sembra rendersene conto e dopo un breve momento di riflessione torna all’attacco: ” Avanti donne” questa volta sembra più decisa che mai, e chiede l’aiuto di quelle donne che per scherzo del fato o chissà per quale altre ragioni ora si vedono assimilate all’invidia in un oscuro destino. L’invidia sa sicuramente il fatto suo e in questo caso apostrofando una moltitudine di vecchie megere, le incita con l’arma a lei più cara l’ira. “orbene, cosa passa tra voi e lei, tra voi defraudate del bene più caro che è la gioventù, violentante nell’intimo più profondo del vostro essere, femmine secche, donne senza più voglie. Il vostro male è qui davanti a voi, lo scempio delle vostre notti è dinnanzi ai vostri occhi, in attesa della condanna. E’ lei con le sue subdole armi, che vi ha asciugato l’amore dei vostri uomini, ridotti ora a meri maschi imploranti. Lei vi ha reso impotenti, così come ha reso inetti i vostri uomini. Guardatela!
In quell’istante un raggio di sole più fulgido degli altri illuminò di una luce irreale la “bellezza” facendola apparire come un miraggio divino, difficile da descrivere anche per il più grande dei poeti. Il suo copro madido di sudore scintillava sotto quel raggio malandrino di sole, rendendo ciechi i superbi e muti i lussuriosi. E’ così dunque la bellezza in tutto il suo splendore, un raggio di luce che uccide e rigenera, dunque è così la bellezza nella sua nudità, un sogno lungo un respiro.
L’invidia ferita se fosse ancora possibile nel suo orgoglio, non si da pace e continua in quello che sta’ diventando un turpiloquio. La rabbia che ha in corpo invece di consumarla la ritempra, come se nuova linfa venisse pompata da oscure forze nelle sue secche viscere, dandole così forza e vigore. “lei è la causa dei peccati del mondo, per lei l’uomo ha tradito il suo creatore, per l’effimero desiderio l’uomo ha precipitato la sua progenie nel baratro”.
Oramai in preda agli spasmi l’invidia non proferisce più, urla, inveisce, sputa verdastre e spesse sentenze, che bucano il terreno corrodendolo quando cadono al suolo. Non cammina più striscia, come una serpe, i suoi capelli stopposi si trasformano vivi, come aspidi affamate. Medusa ora avrebbe paura di lei e fuggirebbe se solo non le avessero mozzato la testa, quell’essere che ora si agita come un ossesso non sembra avere più nulla di umano, verde dalla rabbia esplode e le sue viscere corrosive precipitano sugli occhi di quelle megere che fino a poco prima inveivano e imprecavano contro una vittima predestinata, ed ora ceche e mute piangono del loro triste destino.