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IL COLORE DELLE PAROLE - di Domenico De Ferraro

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 04/10/2007 alle ore 19:49:42

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

IL COLORE DELLE PAROLE


Dopo aver viaggiato per tutta la notte il rumore dei vagoni
sulle rotaie occupa ogni silenzio ogni spazio ed il pensiero muta forma , prende vita diviene illogico, sopraffacendo la razionalità delle cose interiorizzate.
Un buco profondo dove cado e cerco invano la formula o la parola magica che tramuterà ogni male in bene. Immerso nel caos mi chiedevo cosa significa tutto ciò , se l’ordine delle idee procede secondo l’ordine delle cose , sé comprendere il mistero linguistico fenomenologico può cambiare la mia vita secondo
una nuova estetica . Eppure non comprendendo il fine ed il senso segreto dello scrivere e per quanto cercassi
di coniugare la mia singola individualità alla universale forma dialogica non riuscii
mai a varcare il cancello della realtà e divenire così simile al mio collega d’ufficio o al zelante edicolante
che incontravo sempre impeccabile ogni mattino
andando a lavoro.
Non per questo l’isolamento intellettivo creò in me dissapori sociali ma fingere dietro quella maschera
di comune impiegato divenne
per me un dramma. Il tempo guarisce m’ avvolte riapre
ferite nascoste , ogni dolore diviene un iceberg pronto a cozzare contro una nave ed affondarla .
Aldilà di ogni logica , ogni goccia,
ogni tentativo di sabotare quel marchingegno idiomatico
si ripercuoteva infine sulla mia persona portandomi
come nel gioco dell’oca ad ogni errore commesso
all’inizio del gioco intrapreso.
Il tempo dalle unghie dipinte di rosso, pronte ad affondare nella pelle facendo zampillare il sangue dalle ferite allagando la stanza in cui mi rifuggo ,la città in cui vivo ,
la terra in cui sono nato ,
il mio sangue che genera mostri ,incubi ,sortilegi , visioni oniriche , dal mio sangue si genera ogni cosa eserciti di guerrieri, chimere , ippogrifi alati che solcano il cielo in cerca d’una preda.
Non è vero voi lo fate apposta, mi volete mettere in prigione vi volete liberare di me della mia fantasia . Reagisco provo a scappare via ma ogni volta che mi guardo indietro vedo una folla di persone pronte a saltarmi addosso , vedo un vecchietto scalzo corrermi indietro con un martello , vedo un gatto insieme
ad un topo giocare a guardia e ladri , vedo e non comprendo ma alfine trovo
un vicolo dove fuggire e vi scivolo dentro portandomi appresso ogni paura ,ogni gioia ,il sorriso dei passanti, i fuochi d’artificio che vedo esplodere nel cielo sul mare che lambisce la funebre città
immersa nello spirito di settembre. Sacco in spalla con dentro ogni delusione, ogni sconfitta ,ogni credo tutti i miei racconti che non hanno mai vinto un premio letterario, tutte le mie poesie inutili buone a sciacquarsi i denti appena sveglio .
Quando esco da quel buco orribile di male parole di violenze verbali trovo lei fuori la fermata della metro che m’aspetta chi sa da quando , vestita come una popolana come una vajassa ,
vestita come una gentildonna con ombrellino e capello .
Non so cosa dirgli non trovo nessuna scusante a quel mio comportamento a quel mio stato d’animo e trovo tutto ridicolo e mi prenderei a calci da solo ma non posso
c’ è un sacco di gente che mi guarda mi prenderebbe
per matto cosi fingo di non capire ,gli vado incontro,
gli dico ciao, la bacio così proseguiamo insieme il cammino sotto la luna che ci fa boccacce e rifletto
sulla mia condizione psichica e mi rammarico assai
di me e provo a spingere lontano da me stesso
l’idea della follia che cova in me, illusioni e fantasie
che fanno male.
In questo secolo cibernetico dal canto vacillante
nell’ugola d’ un motore turbodiesel mi muovo come
un robot.
Altri due metri e forse saremo liberi
di decidere di cosa fare della nostra vita di comprendere
sta minchiata di cacofonie verbali ripetute innumerevoli volte senza alcuna ragione da quel pappagallo d’un professore di cattedra troppo vecchio per raccontare neologismi cazzuti
a scolari disubbidienti . Il vento d’oriente , le navi barbute
i soldati panciuti ,tutto molto triste molto su di giro come
le nude donne danzanti a poppa dell’intelletto.
Se non mi fa pagare ciò che le devo disse
il passante forse entro anch’io in questo racconto underground.
La fine di una storia l’ombra agonizzante in una pozza di sangue .
Lei fotocopia d’un amore romantico macchiato d’inchiostro.
Tragico destino sbattuto dapprima in prima pagina poi retrocesso in cronaca nera insieme al ladro di figurine panini.
Non so ,vede nessuno s’interessa di me ognuno sottovaluta la mia personalità , cosi io continuo a vivere la mia vita dietro questo naso ,dietro questi occhi ,
ed il mio sorriso è avvolte uno scherzo della natura.
Nero come le labbra della sera , stanca signora in mezzo al tramonto delle idee con in mano un moccolo
cammina sul dorso della notte senza far male i sogni di nessuno.
Debbo dipingere quest’ultima tela raffigurare questa mia smorfia questo riflesso condizionato dalla società delle macchine.
Una lunga linea nera che affianca una rosa, una verde ,
una gialla un arcobaleno ,strade , linee , punti .
File interminabili d’auto dentro il traffico caotico
di personaggi fantastici anime e animali ben vestiti cartoni animati che fanno
Zumb, crasch, losch, bump, plumb .
Il viaggio continua nel vagone deserto della metro lei seduta sedotta dalla notte con gli occhi rossi di ritorno dalle vacanze con lo zaino pieno di ricordi di foto di sabbia di amori ,
ferita forse nel cuore ascolta cantare la città, la sua rabbia la sua agonia, la sua rinascita.
Non riuscirò mai a raggiungerla a dirle quanto l’amo a spiegargli perché continuo a scrivere di lei senza neppure conoscerla
per quanto mi sforzi dal correrle dietro , la bianca notte
di settembre mi prende per il bavero e mi getta dentro
un buco nero come una cosa inutile io vi scivolo
dentro scrivendo il colore delle parole.