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Greta l'anima gemella) - di Fabio Brinchi Giusti

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 30/04/2009 alle ore 23:26:45

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Come ogni mattina Tommaso Marinetti apriva puntuale alle nove la piccola libreria, della quale era proprietario da un anno, cinque mesi e ventiquattro giorni. La pioggia cadeva abbondante e lucidava l’asfalto nero della strada.
La lettura era sempre stata la sua passione più grande: quando era piccolo e tutti i suoi coetanei, se ne stavano o davanti alla Playstation o a giocare a pallone, lui di nascosto si rinchiudeva nella biblioteca comunale e con la mente viaggiava in mondi lontani, entrando ora in una fabbrica di cioccolato, ora trepidando insieme alla piccola e antipatica Mary de “Il giardino segreto”, ora correva con i lupi nelle gelate praterie del Nord. E quando finiva un libro, sospirava che un giorno sarebbe stato anche lui uno scrittore e avrebbe regalato le stesse emozioni ad altre anime inquiete, che preferivano passare i tiepidi pomeriggi primaverili a leggere anziché ricoprirsi di fango e polvere in squallidi campetti di periferia.
Crescendo, però, aveva capito di non essere proprio portato per la scrittura e, dopo la laurea, si era rassegnato a fare il libraio.
Quel giorno il lavoro non gli mancava, da Milano erano arrivati grossi pacchi e doveva smistare quei libri negli scaffali. Osservava le copertine e commentava autori e trame: c’era l’ultimo bestseller del matematico che si era prestato alla narrativa (“Non avrebbe fatto meglio a continuare a contare?”) c’erano storie d’amore (“Spazzatura per adolescenti depresse”) epici fantasy (“Sanno parlare solo di draghi e stregoni, manco un minimo d’originalità!”). Sconsolato per i pessimi gusti dei suoi clienti, Tommaso riponeva i libri sugli scaffali, pensando al suo sogno spezzato e al grave danno che ne era derivato per la letteratura italiana contemporanea.
Verso le undici, sulla porta si presentò un tizio con gli occhiali; dal pelo del cappuccio scendevano grossi goccioloni. Il giovanotto si presentò con aria simpatica: “È lei il signor Marinetti?”
“Si, sono io.”
“Ah! Bene. Sono il tecnico del computer.”
Tommaso strinse la mano al nuovo arrivato. Si avvicinarono alla scrivania di castagno nel piccolo retrobottega e il libraio mostrò il pc al tecnico spiegandogli, uno per uno, i capricci che faceva da una settimana. Il tecnico ascoltava silenzioso, lisciandosi il pizzetto del mento con le dita. Terminata la presentazione, Tommaso protestò per i ritardi (“Sono giorni che vi aspetto”) e auspicò che la riparazione avenisse rapidamente, perché a lui il computer serviva e non poteva permettersi ulteriori perdite di tempo. Il giovane sorrise malizioso e si aggiustò gli occhiali: “Stia tranquillo, signor Marinetti. Mi ci vorrà qualche oretta, non di più.”
Ma il pc si rivelò più testardo del previsto; il ragazzo perse tutta la mattina a battere selvaggiamente sulla tastiera e muovere agitatamente il mouse, ma l’aggeggio non diede segni di vita. Quel tecnico però era un tipo tosto e non si arrese: saltò il pranzo e lo fece saltare anche a Tommaso che non si fidava a lasciare la libreria nelle mani di quell’estraneo con gli occhiali e il pizzetto.
Il miracolo avvenne verso le tre. Il ragazzo strillò qualcosa di incomprensibile e Tommaso che guardava sbuffando l’acqua bagnare la vetrina, si precipitò nel retro. Il computer funzionava come fosse nuovo. Il tecnico mostrò, col suo sorrisetto irritante, la meraviglia che aveva compiuto. Tommaso si lanciò sulla scrivania. Con scetticismo, iniziò ad aprire e chiudere cartelle, file e documenti alla ricerca del più piccolo intoppo. Ma quello aveva compiuto un lavoro perfetto; anche Internet filava velocissimo. Tommaso controllò subito la posta elettronica, sperando che qualcuno gli avesse scritto in quei giorni di stop forzato, ma scoprì con disappunto che aveva ricevuto solo pubblicità di suonerie per cellulari e di agenzie matrimoniali.
“Tutte la stessa cosa dicono: troverai l’anima gemella di qua, l’anima gemella di là. Povera Italia com’è messa male! Come faremo ad uscire dalla crisi se certa gente continuerà a credere a queste corbellerie!”
“Non ci crede all’anima gemella, signor Marinetti?” domandò il tecnico.
“Una volta, quando avevo tredici anni. Ma ora sono cresciuto e so che per le persone sensibili e incomprese come me esiste solo la solitudine.”
“Peccato, non le farebbe male la compagnia di una donna”
“Le donne che vorrei io non esistono più, purtoppo”
“E come sarebbe la sua donna ideale?”
“Si preoccuperebbe” –spiegò Tommaso con grande foga– “più della sua cultura personale che del parrucchiere. La sera leggerebbe Dostoevskij o Montale invece di riconglionirsi davanti alla televisione. Ma nel nostro Paese a vivere così siamo rimasti davvero in pochi. In pochissimi. E siamo tutti uomini. Le donne si sono adeguate tutte alla massa”.
Tommaso sospirò sull’inaffidabilità del genere femminile e sull’inevitabile solitudine cui erano condannate le anime superiori come la sua. Scrutò il tecnico, tentando di comprendere a cosa pensasse, se riuscisse vagamente a seguire il suo comizio: il suo volto era enigmatico e rigido, unica eccezione quel maledetto irritante sorrisetto.
“Sa io non leggo Dostoevskij la sera, ma penso che abbia ragione” disse infine.
“Cioè concorda con me sul fatto che la tv ha reso questo popolo una massa di plebei ignoranti e che non vi sono ormai donne adatte a me?”
“Senta” –bisbigliò il giovane al suo orecchio– “ho la soluzione che fa per lei”
“Se intende feste o party o ritrovi per anime sole o community su Internet sappia che non accetterò. Mai”
“Ma quale community!” lo rimproverò il ragazzo, dirigendosi di nuovo verso il retrobottega.
“Ma...ma cosa fa?” balbettò Tommaso correndogli dietro.
“Sa mantenere un segreto?”
“Io...cosa un segreto. Senta, glielo dico da subito, se fa parte di strane sette io non...”
“Ma vuole stare zitto! Mi dica se...”
“Ma come si permette. Nel mio negozio. Lei che ha fatto si e no la metà dei miei studi!”
“Taccia e basta. Ho la soluzione ai suoi problemi sentimentali. Altri uomini e donne soli l’hanno sperimentata con successo. Ma non dovrà parlarne con nessuno”
Tommaso, incuriosito da quell’atmosfera di mistero, si accomodò su una poltrona.
Il ragazzo si guardò intorno. Non sorrideva più.
“Solo persone scelte possono impiegare l’attrezzo che tra un po’ le mostrerò. Le sue potenzialità sono immense e se capitasse nelle mani sbagliate, potrebbe recare immensi danni all’umanità. I governi potrebbero impiegarlo per potenziare i propri eserciti e i politici per aumentare i propri voti. Le ripeto, solo persone scelte possono impiegare la Macchina del Desiderio”
“La che?”
“La Macchina del Desiderio. Si chiama così.”
“Cioè questo aggeggio realizza tutti i tuoi sogni?” si domandò Tommaso, scettico.
“No. Non è niente di così banale. Signor Marinetti, solo pochi uomini hanno avuto l’ebbrezza e il piacere di sfruttare il potere della Macchina. Ma lei non dovrà farne parola con nessuno. Ora mi giura che tacerà con chiunque?”
Tommaso spasimò penserioso. Era davvero ad un passo dal trovare una donna che l’avrebbe capito fino in fondo? Stava sul serio per incontrare colei che avrebbe compreso le sue inquietudini, avrebbe consolato i suoi dolori, avrebbe gioito con lui nei momenti felici e pianto nei momenti tristi? Stava per trovare la sua metà, quella persona –che come narrava il mito degli androgini– con cui aveva formato un unico corpo in tempi remoti e che la lama invidiosa di Zeus aveva separato per sempre? Esisteva davvero ancora una possibilità di incrociare un orecchio ansioso di sentire la sua voce pronunciare dolci parole, un occhio con cui osservare la luna, le stelle, i fiori, un corpo da abbracciare e stringere forte? Le aveva provate tante di strade Tommaso per colmare la sua solitudine. Era un bel ragazzo, con i capelli neri, gli occhi color nocciola, la pelle chiara. Faceva amicizia facilmente, perché in fondo era un tipo estroverso, ma le donne della sua vita erano riuscite solo a renderlo infelice e irrequieto. Ora valeva fino in fondo la pena di illudersi di nuovo, di lanciarsi nel vuoto, di rischiare ancora, e forse per l’ultima definitiva volta?
“Va bene. Le...le giuro che tacerò. Non farò parola con nessuno di questo...di questa Macchina del Desiderio”
Il ragazzo sorrise perfido: “So che di lei ci si può fidare”. Da una tasca del cappotto, estrasse una palla da rugby in miniatura. L’aprì e allungò una chiavetta USB, collegandola al computer riparato. Lo schermo diventò nero pece, poi si colorò d’argento e un “Benvenuto” luminoso brillò sul display.
“Segua le istruzioni e troverà quel che cerca” concluse il giovane, salutando Tommaso e sparendo dalla porta.
Il libraio aveva una voglia matta di scoprire come la Macchina del Desiderio avrebbe realizzato il sogno di una vita, tanto che decise di fingersi malato e di chiudere la libreria per quel pomeriggio. Per una volta poteva anche fregarsene dei clienti, dei vigili, dei passanti, della pioggia, dei matematici-scrittori.
La Macchina era un programma piuttosto complesso. Dovette dichiarare più e più volte che avrebbe mantenuto il totale riserbo sulla sua esistenza e l’inventore, tale A.E. dopo averlo salutato, lo informò subito che, compiute le sue prestazioni, la pallina di rugby si sarebbe autodistrutta ed era quindi auspicabile che l’ha abbandonasse subito in un luogo isolato. A.E. precisava, inoltre, che non era responsabile di eventuali controindicazioni della Macchina e che la formula “soddisfatti o rimborsati” non era valida.
Compiute le formalità, sullo schermo apparve un lungo file scritto. La Macchina avrebbe permesso di creare su misura la propria dolce metà, modellandola secondo i propri desideri fisici e spirituali. Si potevano scegliere il colore degli occhi e dei capelli in molte varietà, dal bianco canuto al nero pece, la purezza della pelle, l’altezza o la forma del viso. La Macchina offriva mille possibilità: creava maschi virili e donne trasgressive, uomini sensibili o ragazze virtuose.
Si garantivano fedeltà, protezione e amore eterno. Con l’anima gemella si poteva fare l’amore, concepire dei figli, accudire un cane. Naturalmente il pacchetto prevedeva anche la scelta dell’età e il livello di cultura personale. Per gli indecisi esistevano anche modelli prestampati e gli scettici potevano consultare i racconti e le esperienze di chi aveva già trovato la donna (o l’uomo) della propria vita.
Tommaso non riuscì a credere ai suoi occhi: quella Macchina andava oltre qualsiasi cosa mai concepita dall’uomo. Comprese perché doveva restare segreta e perché –anche se lui era di sinistra– fosse un bene che la massa era stata tenuta fuori. Quella pallina di rugby collegata al suo computer era più potente di dieci bombe atomiche; era la strada per la felicità, la vera unica inossidabile molla che muove le vite e condiziona le scelte di tutti gli uomini.
La sua mente intelligente manteneva perplessità e dubbi, ma Tommaso travolto dalle immense prospettive che gli offriva la Macchina, represse la sua razionalità. Si creò una donna come l’aveva sempre sognata: la volle complice e sincera, dolce e colta, che odiasse a morte la televisione e i reality, gli diede le sue stesse inclinazioni politiche e religiose, la costruì anche carina ma non appariscente, sensuale ma non provocatoria.
Alle otto, dopo ulteriori e approfonditi controlli, inviò via mail il modulo che aveva preparato. Il faccione virtuale di A.E., gli comunicò pochi secondi dopo, che il Laboratorio Segreto aveva recepito la sua richiesta e che l’indomani alle sette e mezzo circa, la sua anima gemella avrebbe citofonato all’indirizzo indicato.

Quella notte Tommaso non riuscì a chiudere occhio. L’ansia era troppa e l’agitazione lo faceva muovere continuamente fra le coperte. Si alzò infinite volte, si fece due docce per il timore di puzzare, si lavò tre volte i denti per purificare alito e bocca, si profumò quattro-cinque volte e tolse tutti i vestiti dall’armadio per decidere quale sarebbe stato il completo migliore per accogliere la sua amata. Scartabellò anche quasi tutti i libri di poesie che aveva, cercando le parole migliori per accoglierla. Infine, stremato si addormentò con Pablo Neruda fra le braccia e fu svegliato dal grido gracchiante della porta.
Guardò l’orologio. Erano le sette e mezzo. Era lei. Tommaso diede un’occhiata sconvolta al mondo intorno a sé. Tutti i piani della notte erano andati in frantumi. Si tolse il pigiama e s’infilò i primi vestiti che trovò, poi scaraventò gli altri indumenti e i libri di poesia in uno sgabuzzino. Avrebbe pensato un’altra volta a sistemarli.
Quindi mostrando la faccia migliore che riusciva a creare, aprì il portone.
Non era un sogno, non era una magia, non era una favola.
Lei c’era davvero. Era come l’aveva sempre immaginata, come l’aveva creata. La Macchina funzionava, funzionava, funzionava. Avrebbe scritto ad A.E. e al suo Laboratorio Segreto per congratularsi.
Era impossibile descrivere la tempesta di sentimenti che lo travolse. Amore, attesa, illusione, felicità, gioia, piacere, allegria, festa. Si sentì come un bambino che si affaccia per la prima volta alla vita, come un fiore che sboccia al primo sole di marzo, come un cantante rock davanti ad uno stadio in delirio, come un autore –pensò infine Tommaso– che ritira il Premio Nobel per la Letteratura.
La ragazza gli sorrise. Senza dire una parola, abbracciò il suo uomo e lo baciò appassionatamente.
“Scusa per il disordine” –si schernì goffo Tommaso– “sai non sapevo...cioè...non mi aspettavo che tu...ecco...io”
“Oh, non è un problema” lo giustificò la donna, osservandosi intorno.
“Beh, non...cioè...ho come l’impressione di conoscerti da sempre...ma non ti ho mai conosciuto....” Tommaso balbettava per l’emozione.
“Hai ragione! Beh, io sono Greta. Il Laboratorio mi ha chiamato così. E tu sei la mia anima gemella. L’ho captato subito che eri tu, si sentiva l’odore eccitante del tuo DNA fin per le scale.”
“L’odore del mio...ah...interessante”
“Si. Sennò come pensavi ti avessi riconosciuto?”
“Giusto”
Greta iniziò a camminare a larghi passi attraverso il salotto, indagò la cucina e l’unica camera da letto: “Penso che subito dopo il nostro matrimonio, dovremmo comprare una casa più grande. Per i nostri figli. Ma tu vuoi avere figli?”
Tommaso si grattò i capelli spettinati e confusi: “Figli? Io non avevo mai pensato ai figli...ma...”
Greta sorrise: “Era l’unico dettaglio che non avevi inviato al Laboratorio. Benissimo, allora non avremo figli.”
“Io non ho detto di non volerli, Greta, se tu li vuoi io...”
“Li faremo quando tu deciderai che è il momento giusto”
“Ma...è una decisione che coinvolge tutti e due, cioè, penso che dovremmo decidere bene, tutti e due, capisci cosa voglio dire?”
Greta lo guardò con i suoi dolcissimi occhi verdi: “Amore, avremo dei bambini quando tu deciderai che è il momento giusto”
Tommaso si sentì confuso e una prima piccolissima nota di dolore s’inserì in quella melodia fantastica. La represse sul colpo. La sua ragazza era appena arrivata da chissà quale parte del mondo, era normale che fosse così spaesata. Dovevano ancora entrare bene in sintonia. Il libraio l’abbracciò con delicatezza.
“È tardi” –lo scosse Greta– “devi prepararti per andare alla libreria”
“Questa mattina” –pensò Tommaso baciandole il collo– “non ci vado al lavoro”
Greta si alzò indignata: “Cosa? No, no e poi no. È il tuo dovere. Tu devi andare in libreria!”
“Se per una mattina non l’apro, non muore mica nessuno”
“Ma devi farlo. Non puoi trascurare il lavoro per me.”
“Ma guarda che la gente di questa città non legge mica cose interessanti. Si buttano tutti su quello che va di moda...non hanno un minimo di cultura.”
“Nessuno legge Dostoevskij?”
Tommaso sorrise: “Non sanno nemmeno chi è!”
Greta lo guardò penseriosa, fissandolo con i due occhioni verdi: “Però tu dovresti aprirla...boh...però se tu ritieni giusto che oggi non devi aprire la libreria è giusto così”
“Scusa non ho capito bene l’ultima frase?”
“Hai ragione. Ho parlato come una plebea da talk show. Se per te è giusto non aprire oggi la libreria, va bene così”
“Io non voglio aprirla perché così posso stare con te”
“Va bene. Sono programmata per contraddirti fino a tre volte, se tu insisti per tre volte tu hai ragione. O forse per te tre volte sono troppe? No, perché se sono troppe, io ti posso contraddire anche solo una volta. Decidi tu”
“So..so..co..io...ma” Tommaso sentiva la testa che gli girava. “Vado a cambiarmi. Così vado ad aprire la libreria. E tu vieni con me. Così potrai vederla.”
“Certo amore” rispose Greta sorridente.

Nella settimana successiva, Tommaso fece conoscere a Greta tutte le facce della sua vita. La ragazza lo aiutava in libreria e condivideva molti dei suoi commenti sugli ultimi best-seller. I clienti apprezzarono la sua gentilezza, soprattutto se contrapposta all’asprezza del suo fidanzato, e le vendite aumentarono. I suoi pochi amici la trovarono subito simpatica e intelligente. Passarono molte ore passeggiando sulla spiaggia, con il mare rosso della sera che accarezzava gli scogli. Andarono alla conferenza di un vecchio autore sudamericano, torturato da una dittatura di destra e entrambi firmarono contro una legge appena votata dal governo. Fecero più volte l’amore e con l’arrivo di Greta, la casa stava assumendo un ordine più umano. Eppure.
Eppure Tommaso sentiva che in tutta quell’apparente felicità, mancava qualcosa. Greta era bella, dolce, sensibile, amava la letteratura e la poesia, disprezzava i matematici-scrittori, i fantasy e le storie d’amore, detestava la televisione ma a volte Tommaso aveva una strana impressione. Come se Greta fosse...fosse senz’anima. Era la donna che aveva sempre desiderato, ma era senz’anima. Tommaso a volte ci pensava, negli ormai rari momenti di solitudine, ma reprimeva quei dubbi assurdi rimproverando sé stesso di crearsi sempre problemi inutili, anche quando non c’è n’erano. Si ripeteva che tra lui e la nuova arrivata doveva ancora nascere quella sintonia che nasce fra anime gemelle, in fondo si conoscevano da così poco tempo. Così poco tempo.

Quella domenica, Tommaso si decise a compiere il Grande Passo: avrebbe presentato Greta ai suoi familiari. Non l’aveva mai fatto con le altre ragazze, nessuna l’aveva mai ritenuta così importante da arrivare a quel punto.
Si alzarono di buon’ora, si lavarono e indossarono i vestiti migliori. Chiusero il gas, la porta blindata e salirono sull’utilitaria del giovane che partì e puntò decisa verso la tangenziale.
Tommaso era nato e cresciuto in una delle grosse cittadine che, negli anni del boom economico, erano cresciute come funghi sulle colline intorno alla metropoli. Era figlio unico, suo padre aveva fatto l’operaio fino all’anno prima, la mamma era sempre stata una casalinga. Era cresciuto senza che gli mancasse mai nulla, ma sin da bambino aveva trovato asfissiante la provincia e la sua stessa famiglia. Terminato il liceo, si era trasferito in un piccolo appartemento nella grande città e dopo l’università, con i risparmi dei suoi, aveva rilevato la libreria permettendosi una vita indipendente. Nella solitudine e nell’indifferenza della metropoli, Tommaso aveva trovato il suo habitat ideale, l’ambiente in cui era cresciuto gli sembrava senza privacy, ricolmo fino all’orlo di pettegolezzi velenosi, di chiacchere, di impiccioni. Ritornava sulle colline soltanto a Natale, a Pasqua e al compleanno di sua madre Geltrude.
La piccola automobile rossa sfrecciava lungo l’autostrada. Greta guardava meditativa le ciminiere che spezzavano la monotonia della pianura, la radio strillava un inutile sottofondo, Tommaso guidava con lo sguardo fermo e preoccupato. Ma non era quel ritorno fra le mura domestiche ad agitarlo e, per una volta, neanche le stranezze della sua anima gemella. Lo preoccupava la reazione di Geltrude; sapeva che non sarebbe stata affatto tenera con la ragazza e si chiedeva se fosse stata programmata anche per tener testa alle scintille di una suocera come quella che le era toccata.
Geltrude non era una di quelle donne gelose dei figli o che impedivano loro di costruirsi una propria vita. Ma riteneva Tommaso un intellettuale e quindi, secondo la sua definizione, uno che magari sapeva l’inglese e conosceva tutto Kant ma era incapace di costruirsi una vita tutta propria. Lo aveva capito subito che apparteneva a quella categoria: quando vedeva la sua Playstation, che i nonni gli avevano regalato per Natale, impolverarsi per il poco uso; quando constatava che era l’unico in tutto il vicinato a tornare a casa con i vestiti integri e quasi mai sporchi della polvere e del fango del campetto in fondo alla via; quando riportava voti altissimi sulle pagelle e mai una nota, una segnalazione, un intoppo nella sua carriera scolastica; quando aveva trovato uno scatolone pieno di libri difficili sotto il suo letto o i suoi quaderni pieni di riflessioni filosofiche o di controversi romanzi. Dopo lunghe riflessioni, Geltrude aveva deciso di lasciare il figlio libero di seguire le sue passioni, ma aveva anche stabilito che sarebbe stata lei medesima a costrurgli una vita.
Tommaso, inquieto fin dall’infanzia, aveva tollerato sempre di meno le intromissioni di Geltrude e alla prima occasione si era allontanato da lei. La donna, ne aveva sofferto un po’, ma si rassicurava al pensiero che il figlio fosse già autosufficiente e sapesse badare a sé stesso (come lo sventolava con orgoglio alle altre comari che avevano tutte i figli trentenni ancora fra i piedi), ritenendo in questo di aver compiuto, almeno una parte del suo dovere.
Ma c’era un punto, solo un drammatico punto che ancora angosciava Geltrude. La solitudine di suo figlio. Non gli aveva mai presentato una donna e le chiacchiere del quartiere non avevano registrato neanche una cotta dell’adolescente Tommaso; e anche quando si era trasferito in città, il suo istinto materno le suggeriva che la situazione non era cambiata. E in famiglia, su di lui, iniziava ad aleggiare il segreto e terribile sospetto che fosse omosessuale. Geltrude si ripeteva con convinzione che gli intellettuali avendo sempre la testa fra i libri non pensavano mai a cercarsi una moglie, dovevano pensarci –invece– le loro madri: aveva convinto sua nipote alla lontana Gaia, che da sempre era innamorata di lui, a raggiungere il cugino in città.
Ma Geltrude aveva fatto i conti senza l’oste e dopo due settimane la ragazza era ritornata in lacrime sulle colline.
La povera Gaia aveva tutti i difetti che Tommaso attribuiva alla massa rimbambita dalla televisione: era vuota e superficiale, trovava una giornata soddisfacente solo se qualche maschio si fosse complimentata con lei, parlava in un confuso dialetto e passava ore davanti allo specchio a sistemarsi e a risistemarsi trucco e capelli. Appena aveva incontrato il nostro eroe, gli aveva chiesto l’elenco di tutte le discoteche della città e aveva contato i sabati necessari per girarle tutte. Era inoltre aggrovigliata dall’esistenziale dubbio su cosa fare se qualcuno l’avesse riconosciuta, dato che aveva vinto un concorso regionale di bellezza.
Per amore (e terrore) di sua madre, Tommaso aveva sopportato tanti piccoli schiaffi al suo stile di vita, ma quando Gaia gli aveva domandato se per caso Dostoevskij fosse un cartone animato giapponese, il libraio l’aveva rispedita a casa. L’incompatibilità di carattere era troppa.
Ma in famiglia –forse perché nessuno aveva letto Dostoevskij–, non capirono bene le ragioni della scelta. Geltrude l’attribuì alla timidezza, ma il fatto che avesse rifiutato Miss Regione confermò in alcuni quel segreto e maledetto sospetto. Ma dopo che Gaia le aveva confidato che se proprio avesse dovuto sposarsi lo avrebbe fatto solo con Tommaso, il quale era sì un po’ strampalato ma almeno era buono e premuroso, la donna era tornata alla carica con sfuriate al telefono. Ma Tommaso non aveva le benchè minima voglia di unirsi per tutta la vita con quella.
Poi, qualche giorno prima, dalla metropoli era arrivata una telefonata inaspettata: Tommaso sarebbe salito domenica per presentare a tutti Greta, la donna della sua vita. Ma Geltrude, non aveva accolto bene la notizia: per la teoria degli intellettuali, suo figlio era incapace di costruirsi una vita e la ragazza che aveva trovato era sicuramente inadatta per lui.
Tommaso consapevole di tutto quel trambusto, intuiva i pensieri della madre e si chiedeva cosa stesse escogitando contro la povera e malcapitata Greta, che ignara di tutto lo scompiglio che suo malgrado aveva combinato, continuava a fissare il paesaggio ai confini dell’autostrada.
Dopo un’ora, la macchinina rossa parcheggiò sotto il condominio. Gelturde accolse con calore il figlio, stritolandolo con un abbraccio e timidamente sbriciolò la mano a Greta. Tommaso osservò con disappunto che al pranzo era stata invitata anche sua cugina Gaia (anche lei lo stritolò) conciata come le peggiori veline della tv, era andata anche dal parrucchiere.
Il libraio, anche se era un intellettuale, intuì subito le manovre della madre. Si sedette al tavolo, accanto a suo padre, aspettando l’imminente tempesta come un marinaio in pieno oceano. Continuava a chiedersi come al Laboratorio Segreto, le ragazze fossero state programmate per affrontare famiglie impiccione, cugine innamorate e madri invadenti. Dentro di sé, pregava, che le avessero programmate bene.
Geltrude portò la pasta al forno e chiese a Greta come la preparasse. La ragazza (“Non ho inserito la funzione –brava a cucinare–” si disperò Tommaso) rispose in modo confuso. Gelturde ne approfittò per criticarla: “Una brava moglie deve saper cucinare bene. E poi Tommaso ama le mogli che sanno cucinare bene. Vero Tommasino?”
Tommasino mugugnò. Greta chinò il capo silenziosa. Gaia stridulò che lei avrebbe mangiato poca lasagna altrimenti ingrassava.
Il pranzo/interrogatorio proseguì. Gelturde incalzava Greta e Greta balbettava sempre di più. Verso il caffè, era evidente che la nuova fidanzata non sarebbe mai stata una casalinga perfetta e quindi una moglie perfetta. I timidi “Imparerò” di lei erano insufficienti per passare l’esame. Geltrude trovò in tutto questo una conferma alla sua teoria sulle donne degli intellettuali. Come volevasi dimostrare, Tommaso non era capace a trovarsi da solo una brava compagna e aveva bisogno dell’aiuto della madre.
Ora che il primo passo era stato compiuto, toccava convincere il figlio a prendersi una volta per tutte la svampita Gaia e a mollare quella cretina.
Tommaso, dal canto suo, contemplava l’intera scena in silenzio cercando di comprendere fino a che punto sarebbe arrivata sua madre e se le reazioni di Greta sarebbero andate oltre quei sorrisini ebeti.
Casualmente Geltrude versò tutto il caffè addosso a Tommaso. La donna imprecò e corse in cucina a prendere lo scottex, Gaia si precipitò contro di lui, cercando di pulirlo con le sue stesse mani. Vestiva come una velina, ma aveva imparato bene la recita.
Tommaso, esasperato, se la scrollò di dosso. Tentò di tamponarsi da solo la macchia sulla camicia e
sua madre, intuendo che qualcosa non era andato per il verso giusto, ritornò galoppando dalla cucina con lo scottex fra le mani.
“Questa sceneggiata” –urlò il ragazzo furioso– “mi ha veramente stancato. Greta è la persona che sposerò perché è perfetta per me e ne sono sicuro. Vi consiglio di farvene una ragione!” Prese l’anima gemella per una mano e la trascinò fino alla porta.
“Va bene, forse ho esagerato” gli rispose sua madre, conciliante
“Forse?” replicò Tommaso sarcastico.
“Va bene. Ho esagerato. Ma l’ho fatto per il tuo bene, credimi. Io non penso che sarai felice insieme a quella.”
“È tutta la vita che fai le cose per il mio bene” gridò il figlio. Quanta rabbia aveva represso in quegli anni: “Ma che ne sai tu di cosa voglio io. Che ne sai?”
“Ma...ma io sono tua madre”
Tommaso la guardò. Osservò nei suoi occhi preoccupazione e sincerità e sentì dentro di lui un fragile senso di colpa. Io non penso che sarai felice insieme a quella, e se in fondo sua madre, anche se all’oscuro della Macchina del Desiderio, del Laboratorio Segreto e della vera origine di Greta, avesse colto nel segno? Se la felicità non fosse in una donna costruita su misura?
Angosciato da tante domande, il giovane se ne andò sbattendo la porta. Non aprì bocca per metà strada. Solo quando le colline erano ben lontane, si volse verso Greta: “Mi dispiace molto per quello che è successo oggi. Credimi, non volevo.”
“Non fa niente. Non ti preoccupare, non è colpa tua”
“Avrei dovuto immaginare che mia madre non avrebbe rinunciato tanto facilmente al matrimonio fra me e Gaia”
“Vuole farti sposare Gaia?”
“Praticamente si. Ma hai visto che imbecille che è? E poi ormai io amo solo te”
Greta sorrise dolcemente, abbandonandosi con la testa sulla spalla del suo fidanzato. Tommaso si scansò, irrequieto: “C’è una cosa che voglio chiederti...”
“Dì pure”
“Perché oggi mentre mia madre cercava di umiliarti, mentre Gaia mi saltava addosso, mentre la mia famiglia dava il peggio di sé, sei rimasta muta e imbambolata?”
“Cosa dovevo fare?”
“Dovevi incazzarti, strillare, rovesciare il tavolo, farti rispettare. Non avevano il diritto di trattarti in quella maniera. E poi...”
“E poi?”
“E poi sembrava quasi che non ti importasse niente di me!”
“Oh! Ma cosa vai pensando? Sai che io esisto solo per te”
“Si, ma...”
“Fossero stati degli estranei mi sarei ribellata, certamente. Ma loro sono sempre i tuoi parenti e Geltrude è comunque tua madre. E i genitori del proprio uomo vanno sempre rispettati. Sempre”
Tommaso la guardò con gli occhi spalancati: “Questo significa che sei stata programmata per subire qualsiasi prepotenza viene da mia madre e mio padre?”
“I genitori vanno sempre rispettati. Sempre. Posso reagire solo se ne va della mia stessa vita”
Tommaso si abbandonò sullo schienale, schiacciato dall’assurdità di quel discorso. E i dubbi, come una ferita mal rimarginata, tornarono a tormentarlo. Guardò Greta mentre fissava con i suoi occhi verdi la desolata periferia. Per la prima volta, capì che la sua metà, l’anima gemella, altri non era che un robot. Un robot fatto di pelle, capelli, occhi, orecchie, sensi, mani, piedi, cuore, stomaco, seno e intestino. Una donna bellissima e colta, che condivideva i suoi stessi interessi e aveva la sua stessa visione della vita. Che aveva persino letto Dostoevskij. Ma non aveva l’anima.

Nei giorni successivi, Tommaso scivolò in una profonda depressione. La pioggia che cadeva abbondante, in qualche modo era il sottofondo meteorologico ideale per il suo stato d’animo. Greta, aveva captato che il suo ragazzo era triste (Tommaso l’aveva voluta sensibile) e aveva cercato di consolarlo leggendogli qualche libro. Ma Tommaso era così giù, che nemmeno la sua amata letteratura riusciva a distrarlo.
A peggiorare le cose contribuì sua madre Geltrude che, preoccupata per il tragico esito del pranzo domenicale, si era fatta accompagnare dal marito in città ed era entrata decisa in libreria. Greta l’aveva salutata, ma Geltrude aveva fatto finta di non vederla; il figlio era uscito per una commissione e lei si sedette su un cantuccio ad aspettarlo. Mezz’ora dopo Tommaso arrivò. Appena la vide, strillò come un matto: “Ancora non l’hai capito che non voglio più vederti. Adesso vieni a comandarmi pure nella mia libreria!”
“Ma io voglio spiegare...”
“Fuori!” Tommaso indicò energico la porta. Geltrude, comprendendo che tirava una brutta aria e che il figlio non l’aveva ancora perdonata, si allontanò piangendo.
Poi si volse verso la fidanzata: “La prossima volta che viene dovrai cacciarla via. Hai capito? Lei non è più la benvenuta”
“I genitori del proprio uomo vanno sempre rispettati. Sempre”
Tommaso ruggì furibondo: “Lei non deve più entrare. Hai capito?”
Greta indietreggiò, quasi impaurita: “Si, si io...io ho capito. Se per te è giusto che tua madre non debba più entrare nella tua libreria, è giusto anche per me”
Tommaso rovesciò una pila di libri per terra: “Non è questione di giustizia. Quella donna ha cercato di umiliarti. Quella donna vuole decidere tutto quello che io devo fare e anche quello che tu devi fare. È...è una questione di rispetto. Di rispetto verso di te. Questo non te l’hanno insegnato in quel maledetto Laboratorio!”
Greta arretrò ancora un poco: “Ti prego calmati. Capisco che sei sconvolto. Ma...”
“Per me è giusto essere sconvolto” strillò Tommaso rovesciando un’altra pila di libri.
“Io...io...” Greta balbettò impaurita.
Tommaso fece rovesciare altri libri dallo scaffale. Con il cuore che batteva forte e la rabbia che pulsava in tutte le vene del suo corpo, il ragazzo lasciò la libreria e iniziò a vagare sotto la pioggia. Non aveva una meta e non gli importava. Il suo comportamento non aveva nulla di razionale ma non gli importava. La pioggia lo inzuppava e lo infreddoliva, ma non se ne curava. Camminava con gli occhi bassi, senza preoccuparsi di chi aveva davanti e delle critiche di chi lo vedeva. Una signora gli offrì riparo sotto il suo ombrello, ma lui la scansò a male parole. Sentì un gran bisogno di dimenticare; di non pensare, almeno per quella notte, a tutti i suoi guai, i suoi dilemmi, i suoi maledetti dubbi.
Entrò in un bar. Il commesso, vedendolo bagnato, gli chiese ironicamente se fuori piovesse.
Tommaso replicò gelido che voleva ubriacarsi.
Il barista lo guardò storto. Poi gli riempì il primo bicchiere. Lui lo finì con un sorso solo. Fece lo stesso con il secondo. Con il terzo. Con il quarto. Con il quinto. A metà del sesto, il bicchiere vacillò e si frantumò sotto di lui. Tommaso imprecò e il barista capì che era venuto il momento di toglierselo dai piedi, non prima di avergli aperto il portafoglio e intascato quello che gli spettava (il resto lo trattenne come mancia). Ma un gruppo di avventori di quella taverna aveva notato il nuovo ubriacone e non volevano farselo sfuggire. Lo presero e lo trascinarono ad uno dei loro tavoli. Gli offrirono un altro bicchiere. Tommaso lo prese e lo ingoiò di colpo: “Voi si che siete brava gente!” –iniziò a proclamare– “Mica come quella sgallettata di mia madre o della mia fidanzata”.
“Sga-llettata!” strillarono gli altri, piegati in due dalle risate.
Continuando a bere, salì su una sedia e continuò: “Io sono proprio stupido. Proprio tanto stupido. Pensate” –rise ironico– “che sono così stupido che mi sono creato la fidanzata con il computer. Cioè non stavo bene da solo, bene, che a casa mia comandavo io! No, io stupido! Me la sono fatta da me, capite, è venuto uno strano da me e mi ha detto di farmela da me la ragazza. Ed io ci sono cascato. Ed ora quella stupida c’è l’ho sempre fra i piedi. Si può essere più stupidi?”
“Ehi genio, ma almeno te la sei fatta carina sta fidanzata?”
“Oh, ma che non ci credi?” Tommaso scese dal tavolo e lo minacciò con un dito. Tutto il bar scoppiò a ridere.
“Ma quando quello là viene di nuovo a dirmi che devo farmi la fidanzata col computer...beh...state tranquilli che gli dico di mettersela nel sedere la fidanzata. Eh...”
“Adesso basta” tuonò il barista. Prese Tommaso per il bavero e lo trascinò fuori dalla porta. Il ragazzo balbettò contro di lui, poi inciampò sul marciapiede e scivolò per terra. Si alzò barcollando, riprese a camminare.

“Sei tornato finalmente. Oh amore, ho avuto tanta paura ieri sera. Temevo che non tornassi mai più...” Greta saltellò dal divano e corse ad abbracciare il suo uomo sulla porta di casa. La ragazza non poté fare a meno di notare che aveva i vestiti rovinati, puzzava d’alcool e due grosse occhiaie nere risaltavano sul suo volto pallido.
“Non preoccuparti per la libreria. Ho rimesso a posto tutti i libri” disse Greta. Si torceva le mani e con gli occhi guardava il pavimento sotto di lui.
Tommaso capì subito che la ragazza era rimasta tutta la notte in piedi aspettando il suo ritorno. Provò tenerezza per lei.
“Vuoi sapere cosa ho fatto stanotte? Lo vuoi proprio sapere?”
Greta lo guardò intimorita, come se già conoscesse la risposta “Se proprio vuoi dirmelo...”
“Sono andato con una puttana”
Greta si sedette sul divano silenziosa.
“Ho passato tutta la notte con lei. Abbiamo scopato tutta la notte e non sai quanto mi è piaciuto” Tommaso rise malignamente.
Greta lo guardò con i suoi occhioni verdi, che tante volte l’avevano fatto impazzire: “Ti sei anche ubriacato, vero?”
“Si ho bevuto come non avevo mai bevuto in vita mia. E non sai quanto mi sono sentito libero”
Greta lo guardò ancora: “Ubriacarsi e andare con le prostitute è una cosa che neanche la massa plebea e ignorante trova divertente. Ma se l’hai fatto tu vuol dire che era giusto così.”

Inventandosi un convegno di librai in centro, Tommaso ne approfittò per lasciare il negozio a Greta e starsene per un po’ da solo. Era chiaro che utilizzare la Macchina del Desiderio era stato il più grande errore della sua vita. Non aveva tenuto conto delle controindicazioni. Aveva capito il suo sbaglio e voleva rimediare. Doveva pur esistere un metodo per liberarsi di lei, per mettere fine a quella storia d’amore, che un tempo avrebbe sospirato e che ora riusciva solo a detestare.
Dopo tanti giorni di pioggia, un sole gentile illuminava il cielo. Tommaso camminava lento fra i viali del parco, poi raggiunse una panchina vicino al laghetto dei cigni e si sedette. A quell’ora il mondo era silenzioso e tranquillo.
Aprì il suo portatile e approfittando di una connessione wireless, iniziò a cercare le informazioni di cui aveva bisogno. Visitò i siti di molte Università cercando tutti i professori le cui iniziali coincidevano con A.E. Ne trovò molti, tentò di fare una selezione tenendo solo quelli delle materie scientifiche. Escludendo quello, escludendo quell’altro, gli A.E. erano ancora molti senza contare che le due lettere iniziali potevano essere anche fittizie (“Poteva essersi ispirato” –pensò Tommaso–“ad Albert Einstein”) o che l’inventore della Macchina del Desiderio poteva non essere un docente universitario. Decise di lasciar perdere.
Sempre su Internet cercò di trovare informazioni su presunti Laboratori Segreti scoperti qua e là o sulla quell’infernale pallina da rugby che aveva sconvolto la sua esistenza. Anche in questo caso dovette desistere.
Chiuse il portatile furioso. Poi ebbe un lampo di genio. Contattò telefonicamente la ditta di computer e chiese se avesse potuto contattare un tecnico con il pizzetto e gli occhiali (e un irritante sorriso malizioso).
La ditta gli spiegò che in quella città non avevano nessun tecnico con il pizzetto e gli occhiali. Tommaso attaccò il cellulare sconvolto.
Chiamò tutti i riparatori di computer della città, cercando qualcuno che corrispondesse a quella dannata descrizione. Ne trovò quattro, ma nessuno di loro aveva mai messo piede in una libreria.
Tommaso scagliò il telefonino nel laghetto, guardandolo affondare con soddisfazione. Dopo aver respirato profondamente, disse a sé stesso che qualcuno delle persone che aveva chiamato lo aveva preso in giro. Avrebbe potuto chiamarli di nuovo, insistere fino a ché quel giovanotto si sarebbe presentato di nuovo nella sua libreria, salutandolo con quel maledetto sorrisino. Si pentì di aver distrutto il suo cellulare.
Sentì di nuovo un gran bisogno di bere, di dimenticare di nuovo; almeno per quella dannata mattina. Stava per capire che se voleva togliersi Greta di torno, esisteva un solo drammatico metodo. Guardò il lago, ma nel profondo della sua anima, sentì che non poteva farlo.
Si alzò e acquistò un nuovo telefono nel primo centro commerciale. Iniziò a chiamare tutti i tecnici della città e quando la sua ricerca si confermò vana, passò a quelli dei comuni limitrofi. Contattò tre volte la ditta e al terzo rifiuto, si recò personalmente alla loro sede in centro. Il direttore lo accolse con freddezza e per liquidare la questione, gli fece sfogliare un elenco fotografico di tutti i tecnici in forza nell’intera regione. Qualcuno aveva il pizzetto. Qualcuno aveva gli occhiali. Uno aveva perfino il pizzetto e gli occhiali, ma era vecchio e rugoso, e non sorrideva in quel modo malizioso e snervante.
Tommaso salutò educatamente il direttore e si avviò verso la prima bettola che trovò aperta. Verso le due del pomeriggio, si fece riportare a casa da un taxi.

Quella notte non chiuse occhio. Aveva messo a punto il suo piano, cercando di non trascurare neanche il più piccolo dettaglio. Si sentiva un po’ in colpa, ma capiva che non esistevano altre soluzioni. All’alba, si alzò dal letto e camminando in punta di piedi, arrivò in cucina. Da un cassetto di legno, estrasse un lungo coltello. Si tagliò superficialmente un dito e guardò il sangue uscire. Ridacchiò fra sé e sé per la stupidità di quello che aveva fatto e si fasciò la ferita con un cerotto. Tenendo il coltello ben stretto nella mano destra, si incamminò verso la camera da letto.
Greta dormiva profondamente. Aveva un posizione rigida e supina, il suo respiro era regolare e s’udiva il cuore battere con calma. Per l’ultima volta.
Tommaso sferrò il suo coltello mirando al suo petto. Non voleva che soffrisse, in fondo l’aveva tanto desiderata.
Quello che accadde dopo fu qualcosa che nessuna legge fisica è in grado di spiegare. Tommaso sapeva che non poteva aver sbagliato mira o direzione. Gli era parso anche di aver sentito il rumore della pelle che si squarciava.
Com’era possibile allora che il coltello si trovava per terra, inerme? La luce biancogialla della lampada si rifletteva sulla lama sottile e micidiale.
Greta era in piedi, accanto a letto, e lo guardava con i suoi occhioni grandi. Indossava il suo pigiama verde. Non era stata ferita.
Tommaso la guardò, disperato: “Ma...ma...com’è stato possibile?”
“Siamo state programmate per saperci difendere, soprattutto se ne va della nostra stessa vita. Siamo invulnerabili a molte cose. Se la tua anima gemella muore, il cliente potrebbe soffrire moltissimo e al Laboratorio Segreto non vogliono che questo accada”
“Hanno pensato a tutto quelli del Laboratorio” piagnucolò Tommaso, ora che la sua unica via d’uscita era stata sbarrata.
“Ma tu...” proseguì Tommaso guardando Greta in piedi vicino al letto “ma tu cosa fai ancora lì ferma e imbambolata. Non vorrai dirmi che ritieni giusto anche questo...”
“Tutto quello che fai...”
“Si lo so” –urlò Tommaso “per favore, non parlare sempre come una macchina! Non voglio stare con un robot, voglio stare con un essere umano”
Greta lo guardò di nuovo: “Se per te tutto questo non è giusto, come vorresti che reagisca?”
Tommaso si mise le mani fra i capelli: “Come vorrei che reagisti? Come avrebbe reagito un qualunque essere umano...cavolo, Greta, bevo, ti tradisco e te lo rinfaccio...e se ancora non l’hai capito ti odio da impazzire...ho appena cercato di ucciderti e tu resti lì a dire che tutto quello che faccio è giusto...”
“Come reagirebbe un essere umano?” domandò Greta. Sembrava una bambina desiderosa di imparare.
“Co...co...come reagi...reagirebbe” Tommaso riprese fiato. Poi sbattendo il cuscino per terra, urlò: “Una donna vera se ne sarebbe andata via. Sarebbe andata dalla polizia e mi avrebbe denunciato, avrebbe goduto nel vedermi marcire in galera come il peggiore dei criminali...” –tirò un calcio al cuscino– “Avrebbe distrutto tutto quello che gli capitava sotto mano, avrebbe dato fuoco alla libreria, a questa dannatissima casa” un altro calcio al cuscino.
Greta mormorò qualcosa: “Se per te è giusto così”. Poi raggiunse la sala, scaraventò lo scaffale dei libri per terra. Tommaso la guardò e sorrise. Sul pavimento c’erano tutti i suoi libri preferiti, c’era anche Dostoevskij ma non gli importava.
Poi Greta prese l’accendino e diede fuoco ai libri. In poco tempo si udì lo scoppiettio della carta e dl legno. Le fiamme raggiunsero la stoffa del divano e anche quella andò in fumo. Anche Dostoevskij bruciava. Tommaso lo capì troppo tardi. Si lanciò attraverso la sala in fiamme e tentò inutilmente di salvare una copia di Delitto e castigo. Rimase lì con la faccia da ebete a guardare la sua grande passione svanire. Quando la ragazza vide che anche il suo giovane rischiava di finire ustionato, obbedendo ad un istinto superiore prese l’estintore dal pianerottolo e soffocò le fiamme. La sala era distrutta, ma Tommaso era vivo.

Quel pomeriggio, era solo in libreria. Greta aveva ricevuto una chiamata importante e se ne era andata. Il ragazzo aveva deciso di non chiamare né i Vigili né l’assicurazione, pensando di pagarsi da solo le eventuali riparazioni. L’incendio era stato di piccole dimensioni e nessuno dei vicini aveva notato qualcosa. Anche se in quel condominio fosse raro che qualcuno notasse cosa accadesse nelle case degli altri.
Le aveva provate tutte per uscire da quella gabbia. Tutte. Ma nessuna idea aveva funzionato. E sul bancone del suo negozio vuoto fra un cliente e l’altro, costringeva il suo cervello a pensare, pensare, pensare. Doveva pur esistere una via d’uscita, anzi lui doveva trovarla, perché altrimenti sarebbe impazzito, prigioniero di quell’essere che all’improvviso gli era piombato nella sua casa e con cui era legato da un vincolo più forte di qualsiasi legame. Ma la sua mente istruita non riusciva a trovare niente di interessante. Pensò a fuggire in paesi lontani, in Africa, in Brasile ma sicuramente le anime gemelle erano state programmate per raggiungere i propri amanti dovunque fossero fuggiti... “facevano le cose bene quelli là”
Greta era invulnerabile. Invulnerabile nel corpo e nell’anima. Non la ferivano né i coltelli né le corna. E quello scudo così potente lo stava travolgendo, e lui si muoveva come una mosca dentro un barattolo, si arrampicava sulla parete liscia e poi scivolava giù.
I suoi pensieri furono interrotti dall’ingresso di due grossi tipi. Non riusciva a distinguere bene i loro volti e si tenevano ben stretti i loro lunghi cappotti blu. Si avvicinarono a Tommaso e, il più alto gli sussurrò all’orecchio: “Il nostro Centro Assistenza Clienti ha saputo dell’incidente ed è subito intervenuto”
“P-parlate del computer?” –un barlume di speranza lo illuminò– “E’ venuto un tecnico qualche tempo fa...vorrei contattarlo per...ragioni personali ma...”
I due scoppiarono a ridere. Tommaso trovò la loro risata piuttosto irritante.
“No, nessun computer. Siamo l’Assistenza Clienti del Laboratorio Segreto.”
Tommaso indietreggiò piano. Lo stupore di quella risposta mandò in tilt tutte le cellule del suo corpo.
“Oh! Che fortuna che siete venuti. Mamma mia, come vi aspettavo, vi cerco da giorni e...”
“Può stare tranquillo, signor Marinetti. Abbiamo indagato la sua anima gemella, non presenta nessun tipo di problema, anzi è uno dei modelli migliori che abbiamo mai visto”
“Ehm...lo supponevo” balbettò Tommaso. Proprio a lui doveva capitare il modello senza difetti.
“Il nostro monitoraggio aveva rivelato un comportamento anomalo da parte della sua anima gemella, sa non le abilitiamo a incendiare i salotti. Così le abbiamo subito inviato un impulso a raggiungere la nostra sede e la sua...credo si chiami Greta o sbaglio...no, non sbaglio, beh Greta si è presentata subito e noi abbiamo potuto visitarla. Tutto a posto, Greta funziona a meraviglia, siamo passati ad informarla perché non vogliamo che con quello che é accaduto, lei inizi a dubitare sui servizi forniti dalla Macchina”
“Io dubitare? Ma quando mai, quella Macchina mi ha cambiato la vita” bofonchiò Tommaso.
“Bene, allora noi andiamo” disse l’uomo alto, avviandosi insieme al suo compare fuori dalla libreria.
Tommaso capì che non poteva permettersi di nuovo di farsi incendiare il salotto per rivedere quei due. Troppi dubbi e angosce tormentavo il suo animo. La Macchina, con lui non aveva affatto funzionato.
“Aspettate!” li chiamò, correndo loro dietro. I due uomini si girarono e lo guardarono: “Cos’altro c’è?”
“Ho bisogno di farvi delle domande. Devo parlare con qualcuno, con qualcuno che sappia.”
“Va bene. Chieda pure ciò che vuole. Dobbiamo però rammentarle che non potrà impiegare la Macchina per creare un’altra donna e non può sostituire quella che le abbiamo mandato, ma lei si è dichiarato soddisfatto quindi...”
“Ma naturalmente! Io sono soddisfattismo. E solo che a volte, Greta mi da l’impressione che sia un robot, cioè mi spiego meglio, se...cioè...io e lei vogliamo fare dei bambini...ecco, so che possiamo ma i miei figli non saranno dei mezzi robot? Vero, cioè la madre ha un DNA da dar loro, capite quello che dico?”
“Si è molto chiaro. Ma non deve affatto preoccuparsi. Non avrà dei mezzi robot come figli. Greta è un clone, ha un suo DNA. Noi introduciamo delle modifiche per renderlo perfettamente coincidente con le descrizioni che ci inviano al Laboratorio Segreto. Ora non starò a spiegarle nei minimi dettagli scientifici, si tratta di operazioni molto complesse; però può stare tranquillo altre coppie hanno concepito dei figli e sono dei perfetti esseri umani. Ha ancora dubbi?”
“Beh ne ho molti. Per esempio oggi ho notato un comportamento molto strano da parte di Greta, cioè mentre spegneva l’incendio...”
“Si, si certo. Non si stupisca signor Marinetti, noi facciamo le cose per bene. Le nostre anime gemelle, o meglio i nostri cloni, sono creati appositamente per essere invulnerabili. Inoltre sono assolutamente fedeli, anzi fedelissimi ai loro uomini. Per loro il concetto di tradimento non esiste. Solo la morte spezza questa legame.”
“L-la morte. La morte del clone?”
“Beh anche. Noi abbiamo selezionato i nostri cloni in modo da renderli immuni da molte malattie, invecchiano insieme alle loro anime gemelle, questo si, nel 90-95 per cento dei casi dovrebbero morire di morte naturale. Sono in grado di resistere ai colpi di pistola, alle coltellate, agli investimenti e probabilmente anche agli attentati. Ma non sono immortali, questo no. Se, invece, malauguratamente lei dovesse morire beh...Greta potrebbe rifarsi una vita. A quel punto il Laboratorio non li monitora più...è successo solo una volta di un clone rimasto vedovo, diverso tempo fa, ma perché parlare di queste cose? Signor Marinetti, lei è giovane e bello!”
“Si, no infatti. Quindi solo la mia morte però potrebbe rompere il nostro amore. La vostra Macchina funziona davvero in modo meraviglioso. Cioè, avete previsto davvero tutto!”
“Se lei permette, inseriamo la sua frase nei commenti positivi del nostro sito Internet.”
“Oh fate pure. Vi chiedo solo di non inserire il mio nome...sapete...sono un po’ timido” si schernì Tommaso, accompagnando i due uomini ad uscire dalla libreria.
Solo qualche minuto prima, avrebbe dato tutto l’oro del mondo perché qualcuno del Laboratorio Segreto parlasse con lui, ora voleva solo che sparissero all’istante.
Aveva un grande bisogno di silenzio. Telefonò a Greta, era rientrata a casa, e le affidò di nuovo la libreria. Lui prese l’automobile e se andò al mare. Su quella spiaggia, lui e la sua anima gemella avevano vissuto il momento più romantico di quella breve e tormentata storia d’amore. Le onde indietreggiavano e avanzavano, seguendo un ritmo ancestrale. Passeggiò per molti metri, si tolse le scarpe e le calze; provò uno strano piacere nel sentire i piedi affondare nella rena, mentre si gelavano alla fredda brezza dell’inverno.
Arrivò fino ad una vecchia barca di legno abbandonata e vi si sedette sopra. Poco lontano un anziano pescava sugli scogli artificiali. L’odore pulito del mare gli entrava nelle narici e addolciva il suo animo.
Era tutto così chiaro, così lineare. Nella sua mente si affacciò di nuovo quel pensiero che aveva già accarezzato tante volte. Quel pensiero così plateale e terribile, senza possibilità di ritorno. E fu su quella barca rotta che prese la Decisione. Fu lì che toccò il punto di non ritorno. Fu lì che capì. Guardò il sole riflettere sul mare. Non aveva ripensamenti. Possibile che fosse così semplice?

Greta lucidava canticchiando il nuovo bancone della libreria. Molte cose erano cambiate in quel negozio negli ultimi tempi. I nuovi mobili color pastello davano una nuova luce all’ambiente, rendendolo molto più armonioso. Lei era stata piuttosto reticente all’idea di rinnovare l’arredamento, era piuttosto affezionata al vecchio, in fondo le ricordava le prime volte che era arrivata. Ma, alla fine, doveva ammettere che il suo uomo aveva ragione. Era molto felice.
La clientela non le mancava, anzi aumentava ogni giorno vertiginosamente, stava pensando anche di acquistare il locale adiacente per ampliare lo spazio e offrire nuovi servizi. Ne avevano tanti di idee e progetti, ma riuscire a metterle in pratica...
“Tommaso? Oh finalmente sei tornato!” disse Greta correndo verso l’entrata.
Tommaso corse e l’abbraccio forte.
“Allora? Non mi racconti niente?”
Tommaso fece una smorfia incomprensibile.
“Insomma, non mi vuoi dire mai niente?”
Tommaso scosse la testa. Dietro di sé vide un’altra persona che entrava.
“Papà! Ma quanto ci hai messo a parcheggiare?”
Un uomo alto e imponente fece il suo ingresso nel negozio: “Caro Tommaso, non è mica facile trovare un posto in questo quartiere.”
Tommaso si volse verso Greta: “Mamma posso andare a giocare nel retro?”
“E va bene, vattene a giocare di là. Ma dopo dovrai raccontarmi tutto quello che hai fatto a scuola. Capito?”
Tommaso mugugnò un si poco promettente. Aveva quattro anni, i capelli neri, gli occhi vispi e la faccia dispettosa.
L’uomo abbraccio Greta, baciandola. Poi le sfiorò il pancione che cresceva giorno dopo giorno: “Quando hai la prossima visita?”
“Mercoledì prossimo” lo informò sua moglie.
“Bene. Ora io devo tornare al lavoro. Ci vediamo stasera. Ciao”
“Ciao.”
L’uomo uscì dalla libreria. Una coppia di pensionati che passava da quelle parti lo notò.
“Ehi” –bisbigliò la moglie all’altro– “hai visto chi è quello?”
“No”
“Come no! È il signor Alberto, si è sposato con Greta cinque anni fa. E adesso sua moglie è di nuovo incinta”.
“Greta, quella della libreria qui di fronte?”
“Si, proprio lei. Gran brava ragazza, con lei la libreria ha ripreso ad andare a gonfie vele mica come quando c’era quell’altro”
“Già quel Tommaso, un vero noioso antipatico, sempre con quella puzza sotto il naso. Chissà che fine avrà fatto?”
“Ma non ricordi? Sei proprio smemorato! Era fidanzato sempre con Greta, poi dopo la loro prima notte di nozze si buttò nel fiume”
“Ah! Era quel Tommaso. Ma come facevo a non ricordarmelo? Maledetta vecchiaia! Già si ammazzò subito dopo il matrimonio”.
I due vecchi continuarono a passeggiare lungo il marciapiede. Gli alberi erano in fiore e quella era una magnifica giornata di primavera.