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The heroes’ destiny: Il destino degli eroi parte 1) - di Calogero Portelli

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 30/12/2008 alle ore 19:34:14

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Londra,28 Settembre 2008
Eccomi, legato con grosse catene ad una sedia di legno di quercia.
Mi trovavo in un piccola stanza, scarsamente illuminata.
Di fronte a me una scrivania e seduto sopra un uomo sui 30 anni, robusto con dei lunghi capelli neri e degli occhi castani.
Ogni tanto si alzava e cominciava a girarmi intorno osservandomi attentamente.
Tornò sulla scrivania, accese una sigaretta buttandomi il fumo in faccia, così da farmi tossire fortemente.
Quando finì, buttò la cicca e cominciò a parlarmi con voce rauca:
"Daxter.., 13 anni dico bene?"
Provavo un fortissimo senso di rabbia per quest uomo, ma capirete ben presto perchè non volevo far "vedere" la mia rabbia.
"Pare...che tu non sia come tutti i ragazzi della tua età"
"Cioè" dissi, con un tale tono quasi volessi sfidarlo con lo sguardo.
Si avvicinò e mi dette un forte schiaffo facendomi sanguinare il labbro.
"Pare che quì qualcuno abbia problemi di comprensione.”
Forse devo dirti io perchè sei diverso,allora..hai distrutto con un pugno un auto, hai volato; nel vero senso della parola."
Mi prese per il collo, quasi volendomi strozzare
"Dimmi chi sei?"
"Senti...ne so meno di te, di tutti quelli che....mi...hanno visto...non so che cosa mi stia succedendo"
L’uomo mi lasciò il collo e si allontanò e guardò fisso il muro.
Poi si girò si inginocchio e guardò in basso.
"Qualche mese fa, ci è giunta voce di un avvistamento alieno.”
“Un che?” dissi gridando e con un tono esterrefatto.
“Mi hai sentito bene...ragazzo beh pare che non ci siamo modo di fermare questo oggetto in avvicinamento eh...” ma non lo lasciai finire
“Aspetta con questo dove vorreste arrivare, se pensate che io possa fermarli beh vi sbagliate di grosso, sono solo un ragazzo di 13 anni”
L’uomo si avvicinò e rise con sarcasmo
“Beh ma non mi risulta che la super forza, il volo siano doni comuni a tutti i ragazzi”.
“Beh...” dissi assumendo un atteggiamento di sfida “Eh se fossi uno come tanti? Insomma, anche io stento a crederci”
“Ma, noi l’abbiamo sempre saputo....da sempre”
Eccola, la frase che fece scatenare la mia ira.
Cercai nuovamente di liberarmi dalle catene, che per giunta erano elettrificate e bloccavano la mia forza.
Avevo la faccia rossa, la rabbia mi usciva da tutti i “pori”
“Da sempre quando? Insomma non me l’avete mai detto. Se invece mi aveste avvisato di questa mia anormalità avrei risparmiato il mio gesto; se non vi ricordate ho distrutto una macchina mettendo a rischio la vita di un bel po’ di persone”
“Vuoi una spiegazione ragazzo?”
“Qualunque cosa tu mi stia per dire, beh farai bene a dirla presto”
Si sedette sulla scrivania e accese nuovamente una sigaretta, stavolta però il fumo andò in aria a differenza della mia faccia.
“Non penso che queste siano cose che ti interessino....”
“Se solo queste catene non fossero elettrificate...ti ucciderei ora stesso”
Rise, quasi diabolicamente; dopo mi prese e mi porto fuori dall’edificio.
La giornata stranamente era calda, di solito in questo periodo Londra è freddissima.
Decisi di incamminarmi verso il parco.
Arrivai e mi sedetti su una comoda panchina a riflettere su tutto ciò che stava accadendo, per trovare una spiegazione logica.
Mentre ero immerso nei miei pensieri sentì una voce:
“Successe anche a me sai Daxter?”
Veniva da dietro mi girai di scatto ma non vidi altro che un albero spoglio.
Pensavo che quella voce fosse stata solo frutto della mia immaginazione mi girai nuovamente e sobbalzai.
Davanti a me era apparso un ragazzo, biondo con grossi occhi azzurri forse della mia stessa età, era anche alto quanto me.
Scosse il capo incrociò le braccia e disse:
“La prima volta è stata difficile anche per me poi ti abitui”
“Chi sei?” gli chiesi con i denti stretti
“Ah che sbadato, piacere Micheal, ma tu puoi chiamarmi Miki”
“Si ma come fai a sapere il mio nome?” gli chiesi
“Io so molte cose su di te, Daxter”
Lo presi per la maglia e lo appoggiai all’albero
“Dimmi chi veramente sei” ma successe qualcosa di strano (per le persone comuni e forse anche per me) il mio amico sparì all’improvviso per riapparire nuovamente dietro di me”
“Teletrasporto” disse “Pensavi veramente di essere solo?” e sparì nuovamente.
Era rimasto senza fiato, era difficile per me credere che potessi volare o distruggere le cose, figuriamoci nel vedere una persona sparire all’improvviso.
Ora ciò a cui dovevo pensare era allora come controllare questo mio dono.
Pensavo che una volta riuscito avrei potuto superare tutti gli ostacoli che avessi incontrato, volare per il mondo.
Ma c’era una cosa che i muscoli non mi potevano certo aiutare a superare, e quella “cosa” era proprio adesso, eccola Rebecca la ragazza più bella e dolce che abbia mai conosciuto.
Con quegli occhi azzurri e quei lunghi capelli neri che scintillano al sole.
Mi passò davanti:
“Ciao Daxter, tutto bene?”
Sudavo mi grattai la testa
“S...si” e le feci l’occhiolino.
Poi con la sua dolcissima e incantevole voce mi disse
“Beh io devo andare, ci vediamo domani a scuola”
E se ne andò.
L’indomani mi svegliai stranamente di buon’ora.
Decisi allora di andare già a scuola così da poter chiacchierare un po’ con i mei compagni (certo non potevo parlare delle mie ultime “avventure”).
Mentre camminavo per le parti del parco vidi una cosa che di certo non avrei voluto vedere.
Un terribile incidente tra una macchina e un grosso furgoncino bianco.
I due veicoli erano incendiati, le persone guardavano la scena a bocca aperta e senza fiato.
Mi accorsi però che due bambini erano ancora intrappolati nell’automobile, era il momento per provare i miei poteri.
Per non farmi scoprire però da altre persone, mi infilai in un vicolo e da li “scavalcai” un palazzo volando.
Con estrema velocità arrivai all’auto, le fiamme fortunatamente coprivano il mio volto.
Sollevai l’auto, era un po’ faticoso poiché come già detto non controllavo bene ancora il mio corpo.
I ragazzi non riportavano ferite e scapparono immediatamente.
Volai via velocemente sotto gli sguardi esterrefatti dei presenti.
Ero in ritardo a scuola, come sempre.
Atterrai poco prima del cortile della scuola in un vicolo buio, certe volte frequentato da persone poco raccomandabili.
Corsi velocemente verso la mia aula, e arrivai col fiatone sotto gli sguardi dei miei compagni.
La prof mi guardava con aria minacciosa
“A posto..prego”
Stavo quasi pensando di gettarla via dalla finestra con uno dei miei pugni ma come ricompensa mi sarei guadagnato una brutta reputazione e un viaggio di sola andata per il carcere minorile.
Mi sedetti vicino al mio miglior amico, forse l’unico al quale un giorno avrei potuto mostrare le mia abilità.
John lo conoscevo dell’asilo, quante avventure avevamo passato insieme, quante corse con le biciclette e quante uscite con gli amici.
Si avvicinò e mi disse a bassa voce
“Si può sapere che cosa è successo questa volta?”
“Solite cose..la sveglia non è suonata”
John scosse il capo solo che si accorse di un taglio sulla mia nuca.
“Ehi ma stai sanguinando!” disse preoccupato.”Li sulla nuca”
“Cosa?” ebbene si sanguinavo ma non me ne ero accorto, corsi dalla prof e andai in bagno per lavarmi.
Sicuramente mi dovevo essere procurato quel taglio durante l’incidente.
Il sangue si tolse subito, controllai nuovamente la ferita ehhh.....era sparita!
Rimasi immobile, davanti allo specchio non mi accorgevo del passare del tempo, come aveva fatto una ferita del genere a sparire nel giro di mezz’ora?
Dovevo tornare in classe ma mi soffermai un altro, e se qualche mio compagno avesse visto le mie “ultime gesta”? E se John, il ragazzo più chiacchierone che abbia mai conosciuto avesse sospettato qualcosa?
Capì solo adesso che queste sono le vere sfide che la vita ci impone.
Ma dovevo affrontarla, secondo i miei principi non potevo tirarmi indietro.
Tornai in classe e con la scusa di sentir freddo ( in una strana e torrida giornata di settembre) mi infilai il giubbotto per non far insospettire John della mia ferita.
La giornata passò come tutte le altre, senza rischi di essere scoperto o futuri nemici che mi minacciavano di morte.
Quando uscì John corse verso di me e mi fermo
“Potresti spiegarmi come ti sei fatto quella ferita?”
“Sono...caduto dalle scale” risposi distrattamente; il mio sguardo era rivolto verso Rebecca che stava tornando a casa sua.
“Guardami quando ti parlo!” disse con tono arrabbiato John “Si può sapere che ti sta succedendo? Sei strano in questi giorni” John scosse il capo e se ne andò senza salutarmi.
Rimasi fermo a pensare alle frasi del mio amico, mi stava davvero succedendo qualcosa, stavo rovinando le miei amicizie.
E se un giorno rimarrò senza amici? La mia unica ragione di vita sarà aiutare gli innocenti? Solo il destino può rispondere a queste domande...
Tornai a casa ( a piedi) sempre pensando a tutto.
A pranzo non mangiai niente non avevo nemmeno fame, quindi rimasi chiuso nella mia camera per tutto il giorno.
Volevo arrivare al fondo della questione.
Vidi sul mio mobile un coltellaccio da combattimento che John mi aveva portato dall’Africa un anno prima.
Lo presi e mi feci un piccolo taglio sul braccio.
Dovevo trattenere le mie urla, ma piansi dal dolore.
Ma successe quello che pensavo, la ferito si chiuse dopo pochi secondi.
Cominciai a pensare di avere le allucinazioni, la cosa migliore da fare era riposare; quindi andai a dormire.
Dormì fino a notte, erano l’una ero stato svegliato da un grosso botto che proveniva dalla cucina.
Presi il coltello e mi avvicinai lentamente alla porta appoggiandomi su di essa sentivo strani rumori.
Dopo cominciarono gli spari, le urla, le esplosioni.
Senti degli strani passi; qualcosa di grosso si stava avvicinando.
Pur sapendo che trattandosi di un ladro, o peggio ancora un killer avrei potuto sconfiggerlo.
La maniglia si mosse, impugnai stretto il coltello e....
Davanti a me c’era una grossa figura indistinta di colore nero alta più o meno 2 metri, la colpì con il coltello ma questo si ruppe.
Ad un tratto dalla figura intravidi due occhi che emanavano una forte luce rossa, quasi abbagliante.
Chiusi gli occhi e volai dietro il robot, non so come feci forse per istinto, quando misi la mano sulla schiena del robot il mio braccio cominciò ad illuminarsi.
In seguito si illuminò anche la mia mano e da essa ne uscì un fascio di luce che fece esplodere il robot e anche la mia camera.
Rimasi nuovamente a bocca aperta, mi inginocchiai piangendo gettando via ciò che era rimasto del robot.
La mia rabbia era irrefrenabile, talmente tanto che si creò un alone di energia intorno a me.
Ad un tratto sentii una voce, la stessa che sentii al parco.
“I tuoi poteri stanno crescendo, proprio come l’ultima volta”
Mi girai per riuscire a vederlo ma era sparito.
Cosa voleva dire “come l’ultima volta?”. Cosa mi sta succedendo? Chi sono veramente?
E chi è quel misterioso ragazzo del teletrasporto?
Sono sicuro che per scoprire tutto ciò dovrò affrontare la più grande avventura della mia vita.....