Possesso ossesso sesso - di Arcel Nis
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 19/09/2007 alle ore 12:56:52
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Entrò nella suite e lo trovò seduto sulla poltrona. In una mano la sigaretta accesa, nell’altra un calice semipieno di vino. Rosso, naturalmente. L’aspettava. Lemon lo salutò senza ottenere risposta. Non si voltò neppure. Perplessa, avanzò di qualche passo nella stanza e lui si alzò per andarle incontro. Aveva uno sguardo diverso, per questo per istinto si fermò. Esattamente ciò che lui voleva. Giunto appresso a lei prese a girarle intorno, osservandola dalla testa ai piedi e poi da sotto in sù. Indossava una maglia di voile bordeaux, che lasciava intravedere il reggiseno, ed una attillata gonna nera con uno spacco vertiginoso. Capì subito cosa portava sotto e, soprattutto, cosa non portava.
“A che gioco vuoi giocare oggi eh, Charlie?” non glielo disse, però, perché quella era una domanda che, secondo le regole, non poteva fargli.
Due giri intorno a lei poi partì il colpo, secco. Un manrovescio sulla guancia sinistra. Un manrovescio fa più male di uno schiaffo, fuori e dentro. Se possibile, è più umiliante ed evoca più forza, più violenza. La guancia cominciò a pulsare, il cuore sospese per un attimo i battiti. Ma Charlie non continuò e tornò a sedersi in poltrona, quasi come se niente fosse. Lemon un po’ stordita andò a versarsi da bere. “Qualcosa di forte. Qui ci vuole qualcosa di forte.”
La fissava con un sogghigno appena abbozzato. Lei sentì il suo sguardo addosso e si voltò a fissarlo. Era un bastardo, ma bello e stronzo quanto basta per non riuscire a farla finita. E poi Charlie era il suo capo ed i loro giochi il suo lavoro. Non era un pappone come un altro e lei non era una puttanella da quattro soldi: Charlie era il boss di un bordello di lusso, naturalmente mascherato da circolo per ricconi, e lei ne era stata la squillo più quotata. Poi lui aveva deciso che la voleva solo per sé, con buona pace dei suoi clienti più affezionati, ed ora era la sua donna, la sua amante. “La sua comunque puttana” pensava Lemon.
Dal suo sguardo Charlie avvertì quanto profonda era l’attrazione morbosa che lei provava nei suoi confronti. Lemon lo capì da come lui reclinò lievemente il capo, come ad assaporare l’ebbrezza di averla sotto il suo potere. Si sedette sul divano e bevve di un fiato lo scotch che si era versato.
- Hai bevuto come un uomo. Non mi piace, lo sai darling?
Quel “darling” così minaccioso gliel’avrebbe proprio voluto rispedire in gola, ma preferì non controbattere: già così, per lei, il gioco sfuggiva da ogni possibilità di controllo e previsione.
Charlie allungò le gambe sul tavolino di cristallo.
“Che vizio di merda! Ti spezzerei volentieri le gambe”
Lui notò la stizza nei suoi occhi e la cosa non gli piacque.
- Che cazzo c’hai, eh? Ah, già, i piedi sul tavolo. Spiacente, baby, ma questa è la mia suite e ci faccio quello che voglio, chiaro?
- Chiaro – rispose lei, secca.
- Non mi piace quando usi questo tono da stronza con me. Non sfidarmi, Lemon, ok? Non sfi-dar-mi - ripetè lentamente, come ogni volta che cominciava ad incazzarsi.
Considerato l’idea che Charlie aveva del rapporto con una donna, Lemon apparentemente aveva un difetto: era troppo ribelle. In realtà, anche se faceva finta di non tollerare la cosa, quello era il motivo per cui l’aveva scelta come sua nuova pupilla. Profilo dominatrice, come d’abitudine, perché non c’era gusto a domare chi amava essere dominata.
Lemon decise comunque di sfidarlo: - Sennò?
Charlie perse le staffe e le si lanciò contro, la sigaretta puntata verso il braccio. Arrivato ad un soffio dalla sua pelle candida, però, si arrestò e la guardò dritto negli occhi. “Comando io, ricordalo. IO”. Non glielo disse, ma lei lo capì perché il loro era un rapporto fatto di molti sguardi, numerosi gesti e poche parole.
Si riadagiò in poltrona e se lei non l’avesse conosciuto così bene avrebbe potuto pensare che avesse ritrovato la calma. Invece era solo una bestia in agguato. Quiete prima della tempesta. Cominciò ad intuire il suo gioco. Decise che non sarebbe rimasta ad aspettare la sua prossima mossa. No, non gli avrebbe dato questa soddisfazione. Così fece per alzarsi, ma lui le fu subito addosso e, afferratole un polso, prese a stringere sempre più forte. Poi la costrinse a piegare il braccio, mentre con l’altra malo le afferrò la gola. Lei lo guardava con occhi sbarrati.
- I patti erano che avrei condotto io le danze, ricordi? E non prevedevano deroghe. Per cui, anche se il ballo non ti piace, farai solo quello che decido io.
Poi la spinse all’indietro, facendola rovinare tra il divano ed il tavolino all’angolo che separava il primo dalla poltrona in cui fino a poco prima sedeva. Nell’urto il bicchiere da cui Lemon aveva bevuto si rovesciò, lasciando cadere alcune gocce sul parquet.
- Merda! Tieni, asciugalo con questo – e le lanciò dalla tasca dei pantaloni il suo fazzoletto. Ne portava sempre uno con la sua iniziale ricamata, rigorosamente bianco e perfettamente lindo, perché non lo usava mai. Pochi conoscevano questo suo vezzo, nessuno sapeva spiegarlo. Forse G. avrebbe saputo rispondere: a lui confidava tutto.
Lemon asciugò le gocce sul pavimento e poi restò acquattata e dolorante in una angolo, ferita nell’animo più che nel corpo. Si aspettava che lui tornasse alla carica e invece niente: ancora una volta tornò a sprofondarsi in poltrona.
C’era qualcosa che non andava: prima d’ora non si era mai spinto fino a quel punto, non era mai stato così gratuitamente violento. C’erano sì stati graffi, lividi, piccole slogature, abrasioni, bruciature, ma tutti come “ricordini” di giochi troppo arditi. Stavolta, invece, da lui traspariva un sadismo diverso ed i suoi occhi mostravano una sconosciuta follia. Forse anche un’ombra di rabbia. Ma rabbia per cosa?
“Cos’hai in mente, Charlie? Cosa, cosa, cosa?!”
Cominciava ad avere un po’ di paura per quel suo stare immobile, quatto quatto come un gatto che attende il primo passo falso del topo. Avvertì il suo sguardo scrutatore: studiava il battito frenetico delle sue ciglia, lo zigzagare pazzo delle sue pupille, il suo respiro mozzo ed il sudore che, timido, cominciava a bagnarle le tempie. Sicuramente riusciva anche a scorgere le sue vene pulsare. “Bastardo, bastardo, bastardo”. Aveva trovato la risposta: voleva torturarla con l’ansia dell’incertezza, affogarla nel senso d’impotenza. Non poteva essere che così: voleva assicurarsi un pieno controllo su di lei e voleva che lei lo percepisse con chiarezza. Il ghigno con cui l’osservava confermò la sua ipotesi. Si stava già eccitando nel vederla indifesa, in balia delle sue imprevedibili mosse. Lemon sentì crescerle dentro odio per quell’essere aberrante ma, soprattutto, sentì che pure lei si stava eccitando. Era assurdo, eppure era così. Il sapere di essere preda di un folle la spaventava e la sua stessa paura la rendeva ebbra di piacere. Charlie se ne accorse perché sentì cambiare il ritmo del suo respiro. Si alzò e l’afferrò per il polso già dolorante. La trascinò per la stanza e poi in quella attigua, sempre facendola strisciare lungo il pavimento di legno, insolitamente freddo come a volersi distaccare da quell’aberrante teatrino.
In un orrido gioco di parole Lemon si disse che era in pieno possesso di un ossesso. Un ossesso assetato di sesso. La sua mente disgustata si sforzava di negare l’eccitazione che stava provando, ma i sensisi stavano dimostrando più forti: il suo corpo si era ormai completamente abbandonato a Charlie e presto avrebbe taciuto anche quel poco di coscienza che le era rimasto.
Nella sua breve ma intensa carriera aveva provato pressoché di tutto e quello che le restava da sperimentare l’aveva provato insieme a Charlie. Ma quel gioco stava andando oltre, troppo oltre. Con lui il sesso era sempre stato sopra le righe, scevro di pudori ed al di fuori di ogni convenzione. Dopo i primi incontri aveva persino pensato di mollare, poi qualcuno, anzi qualcuna – la sua prima pupilla, che dopo anni aveva gettato la spugna -, l’aveva convinta a non tirarsi indietro. Le disse che con lei sarebbe stata tutta un’altra musica, perché era l’unica capace di tenergli testa. E lei si era lasciata convincere perché, dopo tutto, Charlie le offriva un gran bello stipendio. Ma, soprattutto, era bello come un dio ed affascinante come il demonio. E quando era tornata da lui a capo chino, l’aveva accolta con il sorriso di chi sa come una cosa va a finire ancora prima che inizi.
Da tempo, comunque, aveva intuito che un giorno sarebbe successo, che, prima o poi, avrebbero superato quel sottile limite che separa la perversione dalla follia. Ed ecco, evidentemente era giunto il momento.
Sentì un “clac” di troppo: un’altra lussazione che G. avrebbe dovuto curare. G.: silenzioso, discreto amico, dal nome quanto più breve possibile per non arrecare troppo disturbo a chi dovesse pronunciarlo. Lemon non aveva proprio idea di quale fosse il suo vero nome: Giancarlo, Giorgio, Giovanni, Giacomo... Forse non iniziava neppure per “g”. Andrea: lei gli avrebbe visto bene quel nome. Ma che importanza poteva avere? Anche lei e Charlie avevano scelto un nome diverso da quello che qualcuno aveva scelto per loro. Qualcuno che, sicuramente, in quel momento non si augurava certo che prendessero certe strade...
G. la rassicurava sempre sui sentimenti di Charlie: mentre le suturava un taglio all’estremità del labbro o le fasciava un polso, glielo diceva che lui l’amava, anche se in un modo del tutto suo. Diceva che per lei aveva perso la testa e che aveva abbassato un poco la guardia. Charlie sembrava fatto tutto d’un pezzo, ma aveva anche lui le sue debolezze. Solo che sapeva nasconderle bene, con tutti tranne che con G. Solo lui conosceva il vero Charlie, sempre che si possa dire che la nostra vera natura sia quella che sta nel profondo del nostro intimo e non sia, piuttosto, la parte di noi che mostriamo agli altri. Sempre che si possa dire che noi siamo ciò che siamo e non, invece, ciò che vogliamo far credere di essere.
Zigomo gonfio, guancia pulsante, spalla dolente, polso ormai insensibile. G., il dottor G., avrebbe avuto un bel da fare. Stavolta si sarebbe incazzato di brutto con Charlie. Già l’ultima volta Lemon li aveva sentiti discutere animatamente:
“Charlie stai esagerando. Datti una calmata”
“Lo so, G., lo so. Ma devo... Devo sentirla mia. Solo così trovo pace”
“Dovresti farti vedere da qualcuno”
“Non esagerare! E’ tutto sotto controllo”.
Caro, premuroso G.: voleva davvero bene a Charlie. E a lei. Era da tempo che l’aveva capito ed apprezzava infinitamente il suo modo discreto di amarla.
“Gelosia. Forse è per questo... Ma no, lo sa perfettamente che, per niente al mondo, si metterebbe tra noi due. O magari mi vuole punire... Forse è convinto che l’abbia incoraggiato...”
- Ahia, mi fai male!
- Sssh, non ti ho autorizzato a parlare – sibilò tra i denti con gelida autorità.
Finalmente mollò la presa e Lemon tirò un sospiro di sollievo. Il dolore aveva momentaneamente sopito il piacere. Charlie uscì dalla stanza per rientrare poco dopo con in mano un piccolo oggetto. Solo quando fece scattare la lama lei capì che si trattava di un coltellino a serramanico. Un brivido le attraversò la schiena. “Non vorrai mica...” I suoi occhi lo scrutavano tra l’incredulo ed il terrorizzato. Ansimando, Charlie si chinò su di lei e affondò il colpo. Scostò la maglia recisa e poi prese a solleticarle i seni con la punta della lama. Premette un po’ di più proprio sopra il seno sinistro e sulla pelle di lei comparve una striatura rossiccia. Si sganciò i pantaloni ed in poco tempo le fu dentro. Autoreggenti neri con i bordi in pizzo e niente slip. Proprio come piaceva a lui. Comiciò a leccarle il taglio ed entrambi pregustarono il sapore dell’ormai agognato finale.
Il citofono interno suonò. Quando Lemon era con lui tutti sapevano che non bisognava disturbarlo per cui doveva trattarsi di un’emergenza, sicuramente era qualche grossa grana. Charlie, stizzito, si ritrasse e si rizzò in piedi per sistemarsi.
- Vestiti e va’ da G. a farti medicare quel taglio. Ci vediamo domani: solita ora, soliti accordi.
