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Il gioco - di Modì74

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 31/07/2007 alle ore 19:36:03

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

IL GIOCO
Adoro la spiaggia quando cala il sole. La gente sfolla via, la temperatura allenta la presa sulla pelle e l’odore del mare è più intenso.
Metà di luglio. Era parecchio che non vedevo Roberto. Lui si era trasferito in un’altra città, in un’altra regione, in un’altra vita insomma.
-Bella l’idea del mare, sono venuti tutti a trovarmi sai? –
-Effettivamente non è male...beviamo qualcosa? –
Parliamo della sua vita, della mia, mentre arrivano anche altri amici che si siedono e si mettono a bere birra rivolti verso il mare che stanco si prepara a diventare coreografia della serata dopo un altro giorno da protagonista. Una voce al microfono annuncia che fra poco sarebbe cominciata la serata di musica psicadelica. Dopo poco sentiamo della musica a volume più alto e un tizio inizia a spiegare di come l’uso di droga abbia influenzato una generazione di musicisti.
Mi giro verso lo schermo e i mie occhi intrecciano quelli di una donna seduta poco più in la sotto un’ ombrellone di paglia del bar. Occhi piccoli, neri e profondi che mi fissano per pochi secondi e poi riportano lo sguardo altrove. Un vecchio video dei Doors viene proiettato sullo schermo. Torno con lo sguardo sulla donna. Lei non mi nota. Capelli lunghi, neri, portati da un lato così da mostrare il mento importante e il collo lungo, bianco, da mordere. Indossa un abito nero, lungo e semplice. Lei mi guarda per un attimo e poi riporta lo sguardo altrove. Ma stavolta mi accorgo che accenna un leggero sorriso, senza scomporre le labbra o la pelle del volto, solo un leggero movimento dei muscoli facciali. I miei amici continuano a parlare tra loro interrotti solo dal narratore della serata. Un video di Jimy Hendrix passa sullo schermo.
-Certo che la musica sembra essersi fermata dopo gli anni 70! – Dice laconico Roberto.
-Soprattutto nel rock. – Aggiunge un altro.
-A te non piaceva la psicaledia? Mi ricordo quando da piccoli a casa tua ascoltavamo i vinili di tuo padre. - Mi fa Davide notando il mio disinteresse.
-Si, ma per me la psicadelia inizia con la fine dei beatles e prosegue con i Pink-Floyd. E solo quella inglese. Il resto e Rock, a mio modesto parere. –
Ritorno con lo sguardo a cercare la donna sotto l’ombrellone di paglia. La vedo alzarsi e dirigersi verso il bar. Sorride notando che la guardo. È alta, almeno come me. Spalle larghe, fianchi generosi. Si porta il bicchiere alla bocca e torna a guardarmi. I suoi occhi neri profondi mi ingoiano per un attimo mentre beve guardandomi. Poi sposta i capelli da un lato, sorride un poco più apertamente e poi guarda altrove, disinteressandosi di me.
Il gioco di sguardi continua sempre più serrato. Poi su un brano dei jefferson airplane mi guarda, sorride, beve dal bicchiere l’ultimo sorso di vino, si alza e si incammina sulla passerella verso la riva. La vedo camminare imperiosa e sicura su quei leggeri tacchi. L’abito nero le esalta le forme. Aspetto qualche secondo, forse un minuto, poi la seguo. Cerco con lo sguardo di percepire la sua presenza mentre mi inoltro tra le file di ombrelloni. Prendo dalla tasca una camel senza filtro. Sento già lo sciabordare delle onde ma non la vedo. La musica dal bagno arriva lontana. Arrivo in fondo la passerella e mi fermo coni piedi sulla sabbia con la sigaretta spenta in bocca. La vedo poco lontano. Sulla mia destra. Cerco l’accendino ma non lo trovo.
-Sono proprio un fumatore da poco- Mi dico.
La guardo e lei fa altrettanto. Sorride. La luna le illumina il volto di profilo mentre i capelli neri, sull’altra parte del volto, sono un tutt’uno con la notte. Continua a sorridermi e a guardarmi. Lo so che si aspetta una parola da me. Conosco le regole, devo essere io a parlare per primo.
-Ok, lo so che è veramente banale, e me ne scuso, ma ho realmente bisogno di un accendino! –
Esordisco così, con la faccia più sincera che trovo in quel momento.
Lei non risponde, sorride, cerca nella borsetta, mi porge l’accendino.
-Grazie. –
Accendo la sigaretta e lei fa lo stesso, solo che lo fa accavallando le gambe facendo si che la luna accarezzi un piede con la ciabatta infradito a penzoloni.
-Effettivamente è scontata come scusa! –
Dice seria fissandomi con gli occhi accesi.
Il fumo della sigaretta sale trapassato dalla luce della luna.
-Non sono mai stato bravo ad attaccare bottone con le belle donne come non sono un bravo fumatore... dimentico sempre l’accendino. –
Lei sorride.
-E in cosa sei bravo? – Mi dice in tono di sfida.
-A scegliere le belle donne a cui chiedere d’accendere! – Secco deciso, azzardato e un poco umoristico.
Stavolta lei ride. Sempre un riso contenuto. Mi complimento mentalmente con me stesso.
-Non ti piace la musica che danno? –
-Non mi piace che mi spieghino la musica...non sopporto il tipo che parla!-
-Non hai tutti i torti... e la psicadelia non ti piace? –
Le soffia via una vampata di fumo, si passa una mano trai capelli.
-Solo i Pink Floyd. –
-Ti piacciono le cose curate! –
-Mi piacciono le cose di qualità! –
-Secondo me la musica, come l’arte in generale, non è solo ispirazione, ma anche metodo e studio ! –
-Credo che tu abbai perfettamente ragione. –
Mi sto facendo nuovamente e mentalmente i complimenti mentre lei allunga la mano verso di me.
-Sono Giorgia –
-Ivan. –
-Ivan ti va di andare ad una mostra fotografica di un mio amico, che espone qui vicino? –
-Certo, Giorgia. –


La sala è al secondo piano. Luce tenue, calda che vira sul rosso. Dalle finestre aperte entra l’odore del mare poco lontano. Nell’aria sottofondo di jazz. Lei saluta della gente e poi passa a guardare le foto. L’età delle persone che sono nella sala è alta, nel senso che mi accorgo di essere il più giovane. Non di molto ma avranno tutti più di quarant’anni. Almeno Undici, dodici più di me. Mediamente eleganti e garbati.
Le foto sono in bianco e nero o con solo alcuni particolari colorati. Case diroccate con corpi di donne nude. Lo sfacelo di un rottame di camion contrapposto alla bellezza di un seno femminile, una casa di campagna diroccata mangiata dall’umidità mentre alla finestra del piano terra si affaccia una bellissima donna nuda con un cappello nero ed un paio di occhiali anni venti.
-Vado a prendere da bere... cosa vuoi? –
-Gin tonic...ma vado io...-
-No vado io, sei mio ospite! –
Si allontana decisa. Mi fermo davanti ad una foto ove una donna nuda si appoggia di schiena sul muro di una casa diroccata e guarda in alto.
-Sembra Helmut Newton, non trova? –
Mi dice un tipo con i capelli rossi ricci e occhiali come fondi di bottiglia.
-In un certo senso...-
Il tipo comincia a sparlare di fotografia e fotografi sconosciuti. Fingo di capire quello che sta dicendo mentre spero che Giorgia torni e mi salvi.
Lei non tarda, mi porge il gin tonic e mi prende sotto braccio.
-Vedo che hai già conosciuto Mario. –
Lui non si arrende e continua nel suo soliloquio, Giorgia mi stringe sempre di più, e sempre di più cerca il contatto fisico.
-Scusa Mario, vado a salutare Franco...-
Fuggiamo a passi levati.
-Ciao Franco. -
-Ciao. –
-Ti presento Ivan –
Ci stringiamo le mani. È un tipo verso i cinquanta, brizzolato, elegante e un poco viscido ma cordiale. Accanto a lui una biondina, magra ma che avrà avuto meno della mia età. Continuiamo a parlare di foto e un Frank Sinatra d’epoca canta Summerwind.
Si aggiungono alla conversazione altre due donne, altre presentazioni. Poi Giorgia mi prende per mano e mi porta a proseguire il giro delle foto. Io le allungo un braccio attorno alla vita. Guardo anche le altre persone che sono nella sala. Noto che di estranei all’ambiente, oltre me e la biondina, ci sono anche altri due ragazzi più giovani. Uno vestito molto abbronzato con i capelli ingellati e dritti sulla testa, pantaloni bianchi Dolce e Gabbana e maglietta attillata mentre l’altro ha una folta criniera di capelli, barba incolta, pantaloni a scacchi e maglietta della guinness.
Giorgia è interessata ed interessante. Il suo volto deciso, i suoi occhi neri come la pece sono sempre più vicino a me. Non so quanti anni ha. Forse quaranta- quarantacinque?
D’un tratto mi bacia. In modo veloce, fugace, sorridendo. Mi prende per mano. Oltrepassiamo una porta in fondo alla sala nascosta da un pannello su cui erano appese le ultime foto della mostra. Richiude la porta dietro se e nel buio della stanza mi bacia di nuovo. Stavolta in modo più violento.
Mi assaggia violentemente, la sua lingua aggredisce la mia bocca e il mio palato. Mi stringe con forza la tesa. Le mia mani sono già sul suo seno generoso. Si siede su una scrivania appoggiata al muro. Le allargo le gambe e salgo con le mani su dalla gamba sinistra. Sposto la luna che le baciava il collo per morderlo. Il suo respiro si fa più affannoso quando con le dita tocco il suo piacere umido. Prende la mia testa e me la guida fra le sue gambe. Alzo il vestito e lei mi preme con forza fra le sue gambe. Le bacio l’interno cosce ma lei impaziente spinge le mia labbra verso le sue sgorganti piacere liquido, caldo, umido e rasato. La sento respirare sempre più forte. Preme le dita sulla mia testa fino quasi a non permettermi di respirare. Geme e poi stringe con le cosce fino a farmi perdere il fiato. La sento vibrare, sussultare e poi rilassarsi. Esco da quella posizione e torno a baciarle il collo, mentre cerco di slacciarmi i pantaloni. Lei dopo un attimo mi allontana, si passa una mano tra i capelli ed esce dalla stanza come se non esistessi.
Resto immobile seduto sulla sedia. Non capisco. Qualcosa non è andato come mi aspettavo. Esco dalla stanza. La vedo seduta al bar che parla con una donna bionda, quella che mi sembrava essere arrivata col ragazzo con i pantaloni bianchi. Lui invece e seduto su una sedia da solo intento a mandare sms.
Mi guardo attorno. Il ragazzo guinnes invece guarda le foto da solo. Anche lui era arrivato con una donna.
E poi capisco.
Mi dirigo al bar.
-Gin tonic...Giorgia, non mi presenti la tua amica? – Non aspetto che lo faccia .
-Piacere Ivan! –
-Grazia. –
-Bevi qualcosa? –
-Vodka liscia..-
Attacco bottone con Grazia. Il nome è appropriato. Bionda, occhi azzurri lineamenti del viso dolci e un sorriso gentile. Lei mi da corda, più del previsto. Giorgia mi guarda sempre peggio. Vedo i suoi occhi neri sputare fiamme verso di me. La ignoro completamente. Grazia è affabile. Ride e scherza interessata alle cose che dico. Giorgia sempre più dura in volto. Ma quando Le nostre mani si sfiorano Giorgia non resiste.
-Ci scusi un attimo?-
-Si ?-
-Dobbiamo parlare. –
Mentre dice così vedo uscire dalla stanza dove eravamo prima noi la biondina che con passo veloce attraversa la stanza tentando di dissimulare con le mani sul volto un pianto. Mi passa accanto ed esce dalla sala. Più in fondo nella sala compare Il brizzolato Franco che si guarda attorno e va verso il bar.
Avevo capito bene cosa stava succedendo.
Giorgia mi trascina sotto braccio nuovamente nella stanza. Chiude la porta e mi strattona davanti a se.
-Allora, cosa credi di fare è ? –
Dice inferocita.
-Guarda che ho capito tutto...-
-No, tu non hai capito un cazzo...tu...-
Non la lascio finire, la bacio con violenza. Lei tenta di divincolarsi ma io continuo a baciarla. La spingo con forza a sedere sul tavolo. Smette di resistermi a si avvinghia a me. Le alzo il vestito, e oltrepasso la sua soglia del piacere. Spingo con forza fino a fare scricchiolare la scrivania sul quale è appoggiata. Lei ansima, geme, mi morde sul collo, sul petto . Le sue gambe, tutte le sue labbra mi inghiottiscono in una morsa di piacere fino allo spasimo che ci inchioda uno dentro l’altra nella luce della luna che oltrepassa la finestra.

L’auto si ferma davanti alla spiaggia vicino alla mia. Si è alzata una leggera brezza marina che sospinge via il fumo delle sigarette.
- Cominciò tutto una sera, alcuni anni fa. Io e altre amiche ed amici ormai avevamo passato i quarant’anni. Chi separato, chi ignorata dal marito, chi non si sentiva più desiderata e chi si sentiva stanca di essere usata. Abbiamo deciso di scoprire se riuscivamo ancora a farci desiderare da partner più giovani di noi. E decidemmo di farlo con un gioco tra noi. Organizziamo una volta ogni tanto una festa, un concerto o una mostra in cui ognuno porta chi ha rimorchiato e chi riesce a fare l’amore vince una cena offerta dagli altri. Tutto qui. -
Soffio il fumo con indifferenza oltre il finestrino che si dissolve sullo sfondo del mare.
-E ci riuscite sempre?
-Non è così facile come sembra, avrai notato che non tutti sono all’altezza del gioco. –
Scendo dall’auto. Chiudo lo sportello.
-Spero di averti fatto vincere stasera ? –
-Stasera ho stravinto! -
Mi giro e mi incammino verso la mia auto. Lei si allontana in una nuvola di sabbia illuminata dalla luce dei lampioni.


Modì74.
3/7/07