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Una sera come un'altra - di V Santangelo

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 16/06/2010 alle ore 21:13:18

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

In realtà non c’era un motivo vero e proprio, non sapeva neppure lui perché fosse lì, né cosa ci facesse appeso all’ultimo piano del grattacielo più alto.
La città dall’alto era molto bella, ma le luci incessanti coprivano le stelle, ed era sgradevole sollevare gli occhi e non poterle vedere.
Tutta la sua vita gli pareva un pozzo nero senza fondo.
C’era mai stato qualcosa che avesse valsa la pena per lui?
Si era trascinato solo, stanco e triste lungo un cammino senza luci.
Nemmeno dall’alto, nemmeno lì, avvolto dal traffico, vicino eppure non percepibile, trovava una ragione per vivere.
Ma neppure una ragione per morire.
Si teneva ben stretto alla balaustra.
Forse aveva solo paura.
Beh, sì, era molto probabile, razionalmente spiegabile.
L’istinto di sopravvivenza che predomina su tutto.
Ma non era solo per quello.
Il fascino del vuoto, il desiderio di sparire per sapere se qualcuno dall’altra parte ti accoglierà, o se su questo mondo conti per qualcuno.
Yuri era fatto così.
Nel vuoto della sua vita doveva conoscere un motivo di quella inutilità, e forse quel motivo stava dalla parte opposta della vita.
Magari se si fosse buttato dall’ultimo piano del palazzo più alto, magari, forse, in quel modo sarebbe riuscito a trovare l’illuminazione, la luce che avrebbe rischiarato il grigiore delle sue monotone, stentate giornate.

Ogni mattina che Dio ha messo in terra, io faccio esattamente le stesse cose.
Sono uno schiavo, da sempre, cresciuto in uno zoo per gli schiavi.

Voleva solo un motivo per vivere, voleva solo una ragione per portare avanti quelle monotone, stentate giornate.
Voleva tornare a casa e vedere il mondo in maniera diversa.
Voleva vivere.
E morire era una ragione per vivere.
Un modo per scacciare l’uguaglianza di tutte le sue mattine, di tutti i suoi pomeriggi, di tutte le sue sere.
Un modo per tornare a casa, sapendo di aver rotto il cerchio, di aver fatto qualcosa di veramente importante.
Non per gli altri.
No.
Per se stesso.

Ma io sono un codardo. E mi va bene così. Cosa succederà mai se continuo ancora per un giorno. Solo un giorno, e domani cambierò la mia vita per sempre. Solo un giorno ancora, solo un giorno uguale agli altri. Non voglio svegliarmi, non voglio cambiare il mio mondo.
Ho paura.

Capitolo due:

La vita è un insieme di regole. Possiamo infrangerle o rispettarle, ma questa è la realtà.

Yuri aveva condotto tutta la sua vita secondo le regole.
All’inizio erano quelle dei suoi genitori, poi era subentrata la scuola, e poi ancora gli amici, o la ragazza.
Tutti lo volevano in un modo, e lui si adattava a tutti i modi.
Non aveva mai capito perché lo faceva.
Provava uno strano piacere nel conformarsi.
Dopotutto i suoi genitori erano conformisti: suo padre era impiegato in un’azienda, sua madre la casalinga perfetta, faceva i dolci alle feste del quartiere e la spesa tutte le mattine.
Aveva frequentato una scuola pubblica, bianca, cattolica. Conforme alle pretese dei genitori conformisti.
I suoi amichetti erano tutti boy scout, e lui aveva fatto il boy scout.
I suoi amichetti giocavano a pallone, e lui aveva giocato a pallone.
I suoi amichetti andavano in chiesa e facevano i chierichetti, e lui era andato in chiesa e aveva fatto il chierichetto.
Non c’era nulla che lo differenziasse dagli altri.
Era felicemente omologato alla massa.

Omologato, sembri un’automobile in uno show room. Non sei un uomo, sei un automa. Non hai una tua coscienza?!

No, Yuri non aveva una sua coscienza.

Al liceo andava nella media, non aveva i voti più alti, ma erano più che buoni. Non andava più ai boy scout, né faceva calcio, però faceva volontariato e le attività integrative di scienze della scuola.
Aveva una ragazza, Elena. Era come lui. Si erano messi insieme all’età di 15 anni ed erano rimasti insieme fino alla fine del liceo.
A diciotto anni avevano fatto l’amore per la prima volta.

Dimmi un aggettivo per la tua prima volta.
"Normale"
Normale ? E che vuole dire?
Né più né meno di quello che volevo dire, normale.

E poi l’università. La laurea come perito informatico. Il lavoro sicuro in un’azienda.
E come dimenticarsi il matrimonio con Elena. A 27 anni. Il loro primo figlio un anno dopo, Federico, un bel maschietto, da mandare ai boy scout, da far crescere come giocatore di calcio.

Ogni mattina so che sarà uguale alla precedente, ogni mattina mi alzo alle sette, faccio colazione con mia moglie, porto mio figlio a scuola, va già in prima elementare e vuole fare il boy scout, vuole diventare calciatore. Ogni mattina sento la nausea che mi prende, sento che sto morendo minuto dopo minuto. Sono diventato ipocondriaco.
Non ho un orgasmo vero da almeno dieci anni.

Capitolo tre:

Yuri fai questo, Yuri non distrarti, Yuri il capo ti vuole, Yuri devi ripetere la contabilità dell’anno scorso...
Signor Quercia faccia questo, signor Quercia non si distragga, signor Quercia il capo la vuole, signor Quercia deve ripetere la contabilità dell’anno scorso...

Sono soltanto un nome, non sono una persona.

E lui annuiva e tornava all’opera.

Lo schermo del computer era fastidiosamente luminoso, le parole uscivano senza nessun controllo, era un gesto del tutto automatico e indipendente. Non aveva bisogno di collegare mente e mano, perché ogni mattina quello che doveva fare era sempre lo stesso.
Accendeva il computer e sistemava i programmi informatici, oppure controllava la contabilità, faceva le fatture. Tutte le mattine che Dio aveva messo in terra.

Non so cosa aspettasse.
Come tutti credeva che prima o poi, qualcuno, qualcosa, avrebbe stravolto la sua vita, che avrebbe cancellato tutto quello che odiava e che non aveva il coraggio di perdere.

La normalità è così confortevole.

C’era mai stato amore per lui?
E lui aveva mai amato?

Elena era solo un’estranea che riempiva un letto altrimenti troppo grande per lui.
Elena era la bella ragazzina dagli occhi blu che gli sorrideva in seconda liceo.
Elena era l’adorabile mogliettina che gli preparava ottimi pranzi.
Elena era la madre del loro amato figlio, e ora ne voleva un altro, magari una bimba.

Elena non ti sopporto.
Elena sei una frigida.
Elena che cazzo ci stai a fare nel mio letto da 800 euro?

Elena aveva progettato il loro futuro insieme. Aveva trovato il loro primo piccolo appartamento, quando Yuri frequentava l’università. E non appena aveva ottenuto il lavoro, come si era data da fare per trovare quella graziosa villetta in periferia, di quelle a due piani con la tavernetta e la scala a chiocciola in soggiorno. E come si era data da fare per avere un figlio. Accidenti, come si era data da fare!

Non dormivamo quasi mai, e alla fine quel maledetto bambino è arrivato.

"Non c’è nulla che desideri più di questo bambino ! Sono così felice Yuri, ora siamo una famiglia perfetta ! I muri li dipingiamo di azzurro, e magari ci mettiamo le stelle fosforescenti, le vendono in cartoleria..."
Tutti giorni monologhi del genere.

E a ogni frase io morivo un po’ di più.

Capitolo quattro:

Bang.
Un colpo al cuore che non può essere curato.
Immergersi nei suoi occhi neri e sparire dentro di lei.
Il fuoco dentro.

In una giornata migliaia di cose possono cambiare, anche quando il grigio appare più grigio, anche quando il cielo è più vuoto del solito, esiste una giustizia divina. Una Provvidenza manzoniana.

Quel giorno, quella mattina di novembre, la Provvidenza gli aveva mandato Marianna.

Forse era un angelo o forse un diavolo, o forse era tutti e due, ma non gli era mai capitato di vedere una così. Non era né latte né caffé, ma un miscuglio per la merenda. Non era né acqua né aria, era fuoco di tristezza.

I loro occhi si guardarono una volta, e fu abbastanza.
Per la prima volta, Yuri sentì di essere morto dentro, fuori, ovunque, sentì tutto il peso dei suoi trentaquattro anni, sentì di sentirsi stanco.

Fu quell’unico sguardo a portarlo sull’ultimo piano del grattacielo più alto.
Quegli occhi neri che riempivano un viso senza tempo, quegli occhi che lo facevano morire così, tutto d’un botto. E non più lentamente, come prima.
Dentro quegli occhi c’era la morte che libera dalla morte, la morte che porta alla rinascita.

Forse se mi butto da qui potrò rinascere ed essere solo me stesso.

"Come ti chiami?"
"Marianna, e tu?"
"Yuri"
"Che nome strano!"
"Marianna, tu mi hai ucciso"
"Allora adesso puoi solo tornare in vita"

Alla fine è vero.
Dopo la morte si può solo tornare in vita.

Capitolo cinque:

"Vuoi fare l’amore con me?"

Yuri era perplesso.
Eppure la domanda non era difficile, né la risposta difficile da formulare.
Vuoi fare l’amore?
Sì, ma non posso.
Sì, farei l’amore con te tutta la notte, e tutto il giorno dopo.
Ma non posso, ho una moglie e un figlio.

Il caffé dentro la tazza scottava. Gli occhi di Marianna bruciavano e basta.
Da quanto tempo si conoscevano?
Tre giorni?

"Quattro"
Ah, già ! Quattro.
Eri sotto la pensilina ad aspettare l’autobus.
"Ma forse aspettavo te"
Non prendermi in giro, nemmeno ci conoscevamo.
"Magari prima di ora sì"
Forse era davvero un incontro predestinato...
"Non c’è nulla di male nel fare qualcosa che ti fa bene"
Ma sì, forse è vero.
"Tu hai bisogno di me"
Sì, lo so.

La camera di Marianna era piccola, molta roba era ancora imballata, c’era un profumo di nulla che agitava Yuri. Era tutto così impersonale.
Ma ne aveva bisogno, era una sua necessità, abbandonare la morte che lo aveva preso e ricominciare a vivere. Abbandonare il nulla e darlo a lei, che teneva la morte negli occhi come una persona porta le scarpe.

"Rilassati, vivo da sola, non c’è bisogno di quello sguardo angosciato"
Yuri sorrise brevemente, si girò a guardarla mentre si spogliava. Fuoco dentro, ogni curva del suo corpo provava ciò che pensava di lei. Donna vissuta, che voleva ucciderlo per permettergli di vivere. Un bacio e scivolarono insieme sul letto.
Il sole filtrava fra le imposte, e accarezzava i loro corpi.
Doveva essere al lavoro a quell’ora.
Doveva ripetere i soliti gesti che faceva da ormai quasi dieci anni.
Doveva fare il suo dovere...
Ma era stanco di fare ciò che doveva fare...
Perché rompere il cerchio con lei era molto più divertente.

Marianna.......
Suonava così dolce, pieno di promesse.
Come il suo ventre che si apriva a lui.
Era così vuoto, si era così svuotato in tutti quegli anni che non era più sicuro di poter dare qualcosa, e in quel momento voleva solo prendere, voleva sentirsi riempito, non solo un nulla fra i nulla. Voleva così tante cose, ed era così semplice prendersele in quel momento, perché Marianna non faceva nulla per fermarlo.

Sapeva di tradire il suo mondo perfetto, con la sua moglie perfetta, e il suo figlio perfetto, e la sua casa perfetta, e la sua auto perfetta.

Odiava la perfezione.

Quel senso opprimente di tutto ciò che si incastra in un quadro chiaro ed evidente.

Non voleva essere chiaro ed evidente, desiderava il suo mondo di luci e ombre, con tutte le sfumature, ma non poteva togliere lo scenario di vita sognato da tutti, perché anche lui sarebbe andato in pezzi.

Così si creava una seconda opportunità, una via di fuga.
Di nascosto dal mondo limpido di tutti i giorni, e scappava in un altro corpo. Nel calore che aveva perso.

Finalmente so cos’è un orgasmo.

Capitolo sei:

Marianna era sparita.
D’altra parte doveva immaginarselo.
Le puttane prima o poi se ne vanno.
Non poteva dire di non averla amata sul serio.
E anche lei lo aveva amato sul serio, non aveva mai chiesto soldi.
Doveva farle pena.

Si chiedeva ancora che cosa ci facesse lassù.
Là, dove le luci brillavano come stelle terrene, dove il traffico caotico appariva un lieve ronzio nella notte.

Sapeva che era ancora prigioniero, che Marianna non lo aveva salvato del tutto.
Però, parte di quello che doveva fare lo aveva fatto.
Aveva liberato già due persone, ora toccava a lui.

Morire per tornare a vivere.

Nessuno dei due aveva sofferto. Né Elena, né soprattutto Federico, che era così piccolo.
Yuri aveva percepito il disastro che si stava abbattendo su di loro, e lo aveva prevenuto.
Ora sarebbero rinati tutti e tre, magari non si sarebbero mai più visti, e forse era meglio così.

In qualunque forma torneremo, perché torneremo, spero di non rinascere essere umano, con tutte le debolezze e gli errori degli esseri umani, per non arrivare a trentaquattro anni sapendo di essere un perfetto idiota.

Era stato così semplice liberare Federico.
Nel suo piatto aveva aggiunto un potente sonnifero, e mentre dormiva un cuscino lo aveva portato nel suo mondo dei sogni.
Niente più calcio.
Niente più boy scout.
Poteva essere solo e semplicemente Federico.
Nessuno che lo avrebbe costretto a diventare la copia dei precedenti bambini.
Nessuno che gli avrebbe imposto la scuola, gli amici, le passioni, libero di scegliere.

Ed Elena, già così compromessa, gli aveva regalato l’ultima notte del suo pseudo amore.
Niente che potesse essere paragonato a Marianna, ma una piccola scintilla di affetto.
Oh, sapeva bene che suo marito la tradiva, ma non avrebbe permesso a una stupida scappatella di rovinare la sua vita.

Mediocre donna cieca, meritavi la sofferenza per la tua stupidità, ma ti ho risparmiato quest’umiliazione.

Le sue mani, le stesse mani che Elena aveva stretto così spesso, soprattutto da ragazzina, ora diventavano le fonti di una nuova vita.

Erano andati a trovare un nuovo modo di vivere.

E Yuri li avrebbe seguiti.

Capitolo sette:

Marianna mi ha dato il contatto col mondo, tutto il resto l’ho fatto da me. Non mi ha detto di uccidere la mia famiglia, non mi ha detto che per vivere dovevo suicidarmi.
Mi ha solo aperto gli occhi.
Avreste preferito che lo sceneggiato della mia vita continuasse ad andare avanti in questo modo?
Avreste preferito che io continuassi a morire?
Avreste preferito una sciocca ipocrisia, piuttosto che affrontare la realtà?
Sì, lo avreste preferito, ma non era la verità.
Io vivo ora, non prima.
Ora costruisco me stesso.
E non volevo corrompere anche mio figlio, in fondo lo amavo, e sapevo che sarebbe diventato un nulla nei nulla.
I giornali erano pieni di titoli.
Ero il mostro che aveva ucciso la sua famiglia perfetta, e che per rimorso si era suicidato.
Non è vero.
Non provo nessun rimorso per quello che ho fatto.
Volevo fare la cosa giusta e l’ho fatta.
La mia vita era la vita normale di chiunque, e all’improvviso tutti i miei conoscenti cominciarono a dire che in me non c’era mai stato nulla di normale, che ero piuttosto strano.
Non è vero.
Ero come voi, senza più né meno.
E’ questo che vi spaventa, vero ? Che vi terrorizza.
Che ci siano milioni di persone "normali", che possono stancarsi della loro ipocrisia, che vogliono rompere il cerchio e dire che c’è qualcos’altro oltre allo schermo piatto della nostra esistenza.
Avete paura di svegliarvi e ammettere che la vostra vita, come la mia, è un pozzo senza fondo, un nulla pieno di nulla.

Io sono normale, ecco qual è la pazzia.