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Piccolo racconto di velluto - di Gianluca Parravicini

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 02/01/2007 alle ore 21:19:27

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Sarò rimasto almeno 10 minuti a fissare quella vetrina e tutto per quella giacca di velluto rosso. Un incanto, era di un velluto a righe molto strette che sulle spalle cadevano ondulate tanto da sembrare dune del deserto, un deserto rosso di sabbia vellutata. Le tasche erano ancora cucite e avevano un piccolo risvolto che ne salvaguardava l’integrità fisica e morale, a guardia delle 3 candide e innocenti asole, 3 minacciosi bottoni grigio scuro. Dal taschino fuoriusciva timidamente, intirizzito dal sonno, un fazzoletto del colore dei bottoni e tutto questo per 145 euro.

No, non sono tanti 145 euro, se guadagnassi 700 euro potrei dirlo, così come potrei dirlo se ne guadagnassi 1000 di euro, ma non ho uno stipendio, non ho un reddito, non possiedo nulla che si riconduca al denaro, così posso anche dire che 145 euro non è tanto. Per me, precisamente non è niente, esiste solo quella giacca, quel velluto con quel colore, i soldi sono un articolo che non mi interessa. Basta che qualcuno mi offra il caffé e le sigarette, per il resto mangio alla mensa comunale vicino alla stazione Centrale e dormo al dormitorio di Viale Ortles, che cazzo sono i soldi?

Mi chiamo Massimo, avrei anche potuto scriverlo prima, ma che cazzo me ne frega del nome, i nomi sono come il denaro, servono per essere spesi, ma se uno non spende niente non servono a niente. Io sono io, sono quello che mangio, quello che piscio, quello che cago, sono uno che passa 3 ore la mattina seduto sulla panchina a scrivere e poi me ne vado in giro per la città a guardare le vetrine. Conosco tutte le vetrine dei negozi vicino alla stazione, so tutto, so quello che è esposto, ogni quanto rinnovano le vetrine, a volte mi ricordo anche il prezzo.

Il pomeriggio dopo il caffé e la sigaretta, vado in stazione, raccatto un po’ di giornali e leggo. Lo so che qualcuno penserà che vita di merda fa questo, “oh... amico e com’è la tua”? Forse è solo più profumata della mia, forse la tua merda non si fa sentire ma c’è sempre. Io la mia la sento ogni giorno, la sento da questi pantaloni che puzzano, da questo golf, da questo giubbotto che indosso sempre e che non tolgo mai, mi piace salvaguardare la mia merda. Per strada ti rubano tutto, ma nessuno è in grado di rubarmi l’anima, quella è inavvicinabile, e a te amico che leggi... forse l’anima te l’hanno già portata via e magari te la fanno pagare in euro a rate senza interessi. A me nessuno chiede niente, nessuno vuole contaminarsi con me, ma non sanno che sono io a non volermi contaminare con loro.

La sera, quando il buio esce dalla propria tana, in stazione la gente corre verso la metropolitana e i taxi, io guardo seduto su una fredda lastra di marmo, loro non mi degnano neanche di uno sguardo, solo i bambini, solo loro osservano. Cazzo nessuno ha più la curiosità, vi hanno rubato anche quella. Così mi alzo, comincio a sentire i miei 58 anni, che sono tanti quando sto in piedi ma pochi quando sono seduto e cammino verso la mensa, verso la minestra, verso il formaggio, il pane e la frutta. E’ una mensa che sa di dormitorio, così come il dormitorio sa di mensa, anche gli odori intrattengono rapporti tra loro, la gente come me si porta addosso anche l’olfatto della strada. Conosco rumeni, bulgari, marocchini, ci sono i tossici che rubano le posate, anche la crudeltà del mondo sa stare seduta a tavola. Poi scappo e vado verso il dormitorio, dove posso comodamente sdraiarmi per non sentire più i miei 58 anni, ma per sentirmi addosso quella giacca di velluto rosso.

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