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Il giorno di Natale - di Gioacchino De Padova

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 14/11/2010 alle ore 00:55:41

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Ricordo bene quel tuo ultimo giorno a casa. Ti stavo spiando sulla soglia della porta, mentre tu, in camera davanti al letto, stavi infilando dentro la valigia gli ultimi maglioni di lana.
Ti girasti verso di me. Avevi gli occhi lucidi e lo sguardo a terra, mentre io ti fissavo risentito. Poi, prima di uscire, alzasti lo sguardo e mi sorridesti, dicendomi piano: -Un giorno capirai.
Da allora tra noi solo incomprensioni e discussioni.
Per diversi mesi non ho nemmeno voluto parlarti. So che hai sofferto molto per questo e devo riconoscere che hai fatto tutto il possibile per recuperare un dialogo tra noi. Se non te ne ho dato la possibilità, è stato solo per il dolore che ho provato dopo la tua partenza.
I primi mesi confesso di averti anche un pò odiato. Ma, dopo l’estate, iniziai a capire che c’era qualcosa di strano. Ti vedevo più segnato, sembravi spento, svuotato. Allora decisi di mettere da parte il mio dolore. Volevo capire. E per capire iniziai anche a seguirti di nascosto.
Così mi accorsi che uscivi a tutte le ore, camminavi, camminavi sempre. Leggevi i giornali, segnavi indirizzi e numeri di telefono. Telefonavi in continuazione, incontravi persone, parlavi, ti sforzavi di essere convincente. Ma, dopo ogni incontro, restavi ancora più solo e sempre più triste.
Finchè un giorno ti vidi entrare in chiesa.
Proprio tu, che non ci entravi mai, che avevi fatto fatica a entrarci persino il giorno della mia cresima.
E poi ricordo bene quello che pensavi sui preti ! E come avevi sempre parlato di don Franco: -E’ un brav’uomo, ma resta pur sempre un prete.
Così, quando quel giorno ti vidi entrare in chiesa non capii proprio cosa ti stesse succedendo. Andasti incontro a Don Franco, che si stava preparando per entrare nel confessionale e lo guardasti con uno sguardo smarrito. Mentre gli parlavi, tenevi lo sguardo fisso verso terra. Proprio tu, che guardavi sempre le persone dritto negli occhi !
Stavi parlando a monosillabi, sembravi quasi vergognarti. Lui ti abbracciò, appoggiò la mano sulla tua spalla e fece più volte sì con un cenno della testa. Uscisti da quella chiesa quasi piangendo e io ancora non capivo.
In quel periodo ti vedevo uscire tutti i giorni. Le mani affondate nel giubbotto, la barba incolta e lo sguardo spaesato.
Però non passavi mai da Corso Genova, piuttosto facevi il giro dell’isolato, ma davanti al posto dove avevi lavorato per vent’anni non hai più voluto passare.
Forse avevi paura di incontrare i tuoi vecchi amici. Nessuno di loro ti ha più rivisto da allora. Da quando ti videro con quella lettera tra le mani, alla fine del turno di lavoro.
Sanno che hai reagito alla grande, che ti sei messo in proprio, che adesso usi il tuo camioncino e stai anche meglio di loro. Ma non sanno che le cose non sono andate come avevi sperato.
Ricordo ancora lo sguardo della mamma quando mi disse che quel camioncino eri stato costretto a venderlo. Ormai eri andato via già da qualche mese, ma lei aveva gli occhi lucidi e si teneva il volto stretto tra le mani.
Non ti ama più, ma ancora soffre per te.
Poi, un pomeriggio, qualche giorno prima dell’inizio di Dicembre, ti vidi entrare dentro quel capannone. Era buio, c’era tanta gente e tra quei volti riconobbi quello di Don Franco.
Ti mettesti in fila dietro a una coppia di anziani e, con il vassoio tra le mani, aspettasti il tuo turno. Mangiasti velocemente, poi ringraziasti Don Franco e uscisti. Avevi gli occhi a terra e non ti accorgesti di me neppure quando ti passai di fianco camminando. Seguendoti di nascosto, ti vidi ritornare subito a casa. In quel monolocale di venti metri quadri, dove vivi da quando sei andato via da casa.
Ora capirai perchè il giorno di Natale non ce l’ho fatta. Eri entrato a casa da noi solo per un momento, perché volevi farci gli auguri. Eri emozionato e sorridevi.
Io avevo notato subito quei due sacchetti. Un profumo per lei e quel completo da calcio per me. Maglia giallorossa e calzoncini bianchi. Sapevi che lo desideravo tanto.
Quando mi hai visto correre in camera mia e chiudermi a chiave, hai guardato stupito la mamma. Non potevate capire perché sono dovuto scappare via. Qualche istante dopo mi avete sentito singhiozzare e siete corsi a bussare alla porta.
Ora lo so, la vita è più complicata di una partita di calcio. Non è come giocare per una squadra. E non è sempre facile capire se la partita l’hai vinta o l’hai perduta.
So che l’anno che sta per finire è stato davvero brutto. E non solo per me. Ma non preoccuparti, il prossimo sarà migliore.
Perché vedi: quel giorno di cui parlavi forse è già arrivato.
Tuo figlio ora sta iniziando a capire.