Chi o cosa, sono io? - di Abagnale
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 13/02/2010 alle ore 20:01:06
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Chi o cosa, sono io ?
Proverò tra breve, a rendervi partecipi di una storia, vista con gli occhi di chi è all’interno di un essere del nostro tempo e che, stanco della propria vita, si pone una domanda molto inquietante.
Ci siamo conosciuti molti anni fa, scoprimmo molto presto di avere poco in comune, eppure nessuno di noi, poteva e può fare a meno dell’altro, in nessun modo.
Costretti a coesistere nello stesso corpo e nella stessa mente, da cui ha avuto origine, lo stesso destino.
Vi dico subito che lui, non è d’accordo su questa mia iniziativa ma, sono sicuro che almeno in questo, riuscirò a spuntarla.
Secondo me invece, ciò potrebbe portare ad una reciproca comprensione, auspicando una serena accettazione di una pacifica convivenza, tanto inscindibile quanto, al momento, incompatibile.
E poi, per cercare di condividere, nel tentativo di esorcizzarli, gli eventi nefasti della nostra vita, e di scoprirne il senso, posto che ne abbia uno.
O forse, per il piacere di illudermi che, quando avrò finito di scrivere, qualcosa possa essere cambiato.
Lui è un tipo schivo, burbero, asociale, carico di disprezzo nei confronti della società, direi verso l’intera umanità, alla continua, estenuante e miseramente vana, ricerca della precisione, fortemente critico verso tutto e tutti, soprattutto verso se stesso.
Un infelice, incapace di provare gioia, serenità e equilibrio, tra accettazione e rassegnazione, tra sentimento e ragione.
Per quanto mi riguarda invece, potrebbe essere un modo, per sfogare almeno una parte di quei sentimenti negativi, accumulati fino ad ora, in merito a ciò che definisco semplicemente, un totale fallimento delle aspettative di vita.
L’intenzione è quella di fare affiorare ricordi, emozioni e non solo, per giungere ad un unico risultato: rispondere alla domanda, espressa nel titolo di questa lunga e a tratti paranoica, cronaca del mio passato, del mio presente e di un fantastico futuro.
Ora, armatevi di coraggio, voi che vi apprestate a leggere e della giusta dose di consapevolezza che, la vita, per fortuna, non è tutta quella riportata in queste righe, almeno spero.
I tempi e i luoghi, sono elementi volutamente non circostanziati, lascio alla fantasia del lettore, la facoltà di contestualizzare il tutto.
Ora, io non so bene se tutto ciò che segue alla mia nascita, sia realmente frutto di un patrimonio genetico particolarmente imperfetto, o gli effetti di un destino dal sapore spiccatamente amaro, oppure per le combinazioni piuttosto bizzarre, attribuibili alla “teoria del caos”.
Sin quì, tutte ipotesi faticosamente accettabili ma, se per caso mi convincessi che all’origine, c’è una di quelle entità a cui molti si affidano, per non sentirsi soli, abbandonati e privi di risposte...
...No, non voglio neppure pensarci, perchè se così fosse, finalmente saprei con chi prendermela e, credetemi, non sarebbe un bell’affare per chi si erge all’origine e causa, di ogni cosa.
Non ho ricordi molto chiari, circa i primi anni della mia vita.
Famiglia umile la mia, caratterizzata da forti e morbosi elementi di conflittualità e senso di inadeguatezza sociale.
Molto presto, noto in me alcuni strani comportamenti, come per esempio, l’estrema disponibilità, sino a rasentare la sudditanza, nei confronti delle persone in genere, e l’assecondare sempre e comunque, ogni tipo di situazione.
Non so se tutto questo, avveniva a causa di una mia, sicuramente discutibile convinzione, secondo cui tutto dovesse procedere, seguendo una personale e strana logica o, per effetto del tipo di educazione, che avevo ricevuto e che, continuavo a ricevere.
La caratteristica principale di questa mia terrificante vita è la convinzione di essere, in qualche modo e misura, diverso dagli altri.
Un’altra cosa strana, che notai da subito, confrontandomi con gli altri, è che vi era in me, una grande difficoltà di apprendimento e concentrazione, di memorizzare, sintetizzare e calcolare.
Camminando per strada, rasentavo i muri delle varie costruzioni che incontravo, lo sguardo poi, era sempre fisso a terra e tendevo, come attratto da una forza incontrastabile, a seguire le linee, tracciate dalle file della pavimentazione stradale e quelle dei marciapiedi oppure, quelle segnate dai pavimenti, presenti all’interno dei fabbricati.
Fuggivo dagli spazi affollati e comunque, da tutte le situazioni ove vi fosse un numero elevato di persone.
Considerate che, a volte, per numero elevato, era sufficiente che ci fosse, una sola persona, oltre me.
Ma, nel contempo, mi terrorizzava restare da solo e soprattutto, al buio.
Spesso poi, per evitare il rischio di non salutare una persona conosciuta, convinto di essere in seguito, giudicato un maleducato o ineducato, nel dubbio, salutavo anche quelle persone che, pur essendo dei perfetti sconosciuti, la mia mente, in quei momenti, associava inspiegabilmente a figure note, per poi giustificare il gesto, come atto dovuto, perchè ero in presenza, di perfetti sosia.
Per quanto concerne gli elementi di disagio, riferiti all’ambito scolastico, furono puntualmente individuati dall’insegnante e dai miei genitori, i quali, ben coalizzati, concordavano sull’inequivocabile attribuzione degli scarsi risultati raggiunti, ad uno scarso impegno profuso.
Ne convennero, che bisognasse tirar fuori quelle grandi potenzialità latenti, di cui io ero l’ingrato custode, adottando una linea educativa molto severa.
Da quel momento, a scuola e in casa, i tratti caratteristici, del mio quotidiano vivere, furono l’umiliazione, la mortificazione, la frustrazione, l’insorgere di complessi di ogni tipo, condizioni che portarono alla totale perdita, di fiducia e di stima in me stesso.
In fondo, secondo la loro “diagnosi”, la ragione di ciò risiedeva nella mia fantasia di preadolescente, la quale, in assenza di una sufficiente forza di volontà e senso di responsabilità, navigava libera e su ali anarchiche.
Spostando così, le necessarie attenzioni e concentrazioni, dalle attività di apprendimento scolastiche, su aride, sconosciute e pericolose, attività celebrali.
Nel frattempo però, accadde qualcosa che avrebbe in qualche modo, reso meno inutile la mia vita, almeno per qualche tempo.
Conobbi un amico, che si aggiunse alla lista di pochissimi ragazzi e ragazze, che già frequentavo, un amico con il quale condivisi molti dei miei sogni avventurosi, molte delle attività di gioco, ricerca e scoperta di tutto ciò che ci circondava e, della cui esistenza, sino a quel momento, non mi ero accorto.
Un amico che aveva capito subito il mio disagio scolastico, familiare e sociale e che non mi faceva pesare per nulla, la incolmabile differenza sul piano dell’ intelligenza e della cultura.
Bravo in tutte le materie, quasi privo di carenze, in ogni ambito.
La nostra frequentazione, ebbe poi fine.
Inizialmente, a seguito dei diversi indirizzi scolastici intrapresi, successivamente, a causa del trasferimento della sua famiglia, avvenuto, contestualmente al mio inserimento nel mondo del lavoro, iniziato molto presto e in una sede molto distante, dal luogo in cui tutto era cominciato.
Chiusa questa piccola parentesi, riprendo la storia, dall’esperienza scolastica.
Affrontare un livello superiore di scuola, portandosi appresso un grande fardello, fatto di carenze, debiti scolastici, indebolito da tanta frustrazione e consapevole dei grossi limiti, non fu affatto semplice, ma dovevo.
Esperienza, quella scolastica, a dir poco traumatica, fatta di prevaricazioni e incomprensioni, unite a umiliazioni, dovute spesso agli sforzi disumani, finalizzati ad ottenere risultati, che in molti casi, non andavano oltre la mediocrità.
Con il passare del tempo, si rafforzarono in me, preoccupanti convinzioni che, attentamente analizzate, mi fecero comprendere quanto fossi in preda a ciò che oggi si definisce disagio sociale, autismo, con inizio di patologia metabolica.
Oltre ai sintomi precedentemente descritti, mi sentivo sempre e ingiustificatamente, molto stanco e affamato.
Durante le conversazioni poi, il grande senso di inadeguatezza e di imbarazzo, rispetto all’interlocutore, produceva frasi sconnesse, parole fuori luogo, discorsi privi di senso logico.
Con il triste esito, di risultare poco “normale”.
Decisi così di rivolgermi al medico di famiglia, per spiegare quanto mi stesse accadendo e quali fossero i miei pensieri in merito.
La risposta fu, che tutta quella presa di coscienza e quella consapevolezza, relativa alle mie carenze e ai miei disagi, facevano di me, un ragazzo sanissimo.
Non commentai, non ne avrei avuto l’autorizzazione.
Lo vedremo insieme chi dei due ebbe ragione.
Nel frattempo, in casa, non vi erano più neppure le condizioni minime di vivibilità, relativamente alla convivenza.
Spesso, durante i litigi tra genitori, mia madre finiva in ospedale a causa della percosse ricevute, altre invece, per non denunciare il carnefice, il medico di famiglia, la suturava e la curava in casa.
In uno di questi terrificanti episodi, giurai davanti al medico che non mi sarei mai sposato.
Con sarcasmo e sufficienza, il commento fu che ero troppo piccolo per arrivare a certe conclusioni e che, comunque, con il passare degli anni, i loro animi, si sarebbero placati.
Si, risposi, forse in un’altra vita.
Mai risposta, fu tanto profetica.
E dire che fu lo stesso medico a strapparmi dalle braccia di sorella morte, a causa di una diagnosi errata, precedentemente fatta, da un suo collega.
E dire che, da li a poco, ho desiderato tanto, che le cose fossero andate diversamente, oggi non sarei qui a soffrire e a far soffrire.
Avevo già da tempo maturato l’idea di fuggire da quel contesto socio-familiare, ritenendo ciò, la panacea di tutti i miei mali.
Ma, ogni volta che mi sentivo pronto a realizzare questo, tanto ambizioso quanto necessario progetto di libertà, venivo puntualmente frenato dalla paura di abbandonare i miei fratelli, perchè sicuro che lasciandoli, non avrei potuto salvarli da quella situazione.
Fu così che, convinto di quanto fosse difficile, al momento, realizzare quel sogno, mi affidai a chi ci si affida, purtroppo, quando ci si sente impotenti, nell’affrontare le grandi asperità della vita.
Mi limito a dire che da quel momento, la sensazione, fu che le cose, anziché migliorare, peggiorassero ogni giorno di più, arrivando io stesso, a divenire, proprio a causa di quella scelta, oggetto di derisione e scherno.
Eviterò di scendere nei dettagli per non rendere questa storia, ulteriormente drammatica e motivo di possibili devianze, a danno del lettore e del proprio credo religioso (vogliate perdonare, la involontaria presunzione).
Certo, uno che già ne aveva passate tante, non credo meritasse ulteriori sofferenze.
Deluso, affranto da quella scelta, in cui avevo creduto ciecamente, ritenni definitivamente chiuso quel capitolo e decisi che era arrivato il momento di rischiare e di mettermi in gioco, sfidando il destino.
Abbandonai gli studi, contro ogni volere di mia madre che, nonostante l’evidente impossibilità, di perseguire obiettivi così ambiziosi e carichi di utopia, si contrapponeva, in maniera ostinata, alla mia legittima e ponderata, volontà.
Si avvertivano chiaramente, nelle sue parole, nei toni e nelle espressioni, palesi messaggi di delusione, direi anzi, di vergogna, di grande disagio, rispetto a ciò che quella mia decisione gli procurava, ogni volta che si trovava a dover dare notizie, circa l’indirizzo, la frequenza e i risultati scolastici, a conoscenti o peggio, ai parenti.
Non credo sia giusto, ipotecare il futuro dei propri figli.
Di parere opposto, fu quello di mio padre, che vedeva in quella decisione, l’unica strada per una tregua delle ostilità (mai terminate) tra noi due e la prospettiva che, dai miei guadagni, lui potesse trarne profitto.
Non fu all’inizio, una brutta esperienza, nel senso che quella particolare e nuova condizione, mi rese più sereno, per la distanza che mi separava da casa e per quella sensazione ovattata che produceva, facendomi sentire “felicemente”, istituzionalizzato.
Non so come abbia fatto, ma riuscii comunque a superare, la fase che precedeva l’assunzione definitiva.
Nessun merito, solo un grande “fattore c”, come oggi si usa dire, legato ad un grande senso di pietà, da parte di coloro che, alla fine dei previsti esami, espressero il giudizio di idoneità.
Certo, la separazione dai miei fratelli e dai miei pochi amici, fu dolorosa e traumatica.
Poi, con lo scorrere del tempo, passando per duri tracciati di piccole e grandi esperienze, più o meno sofferte, superate con grande approssimazione, facendo uso di espedienti, tipici del pusillanime e del logorroico, oltre ogni ragionevole limite di sopportazione, quando avevo finalmente raggiunto un precario equilibrio, decisi, inspiegabilmente, di far precipitare tutto, con un matrimonio che mi avrebbe da subito, riportato nel contesto dal quale ero riuscito a fuggire, con tutte le implicazioni negative che si possono immaginare.
Non solo, ignaro di quanto potesse essere pericoloso, decisi che dovevo mettere al mondo un figlio, senza considerare che avrebbe potuto avere i miei stessi problemi, così come è puntualmente accaduto.
Non è facile per me oggi, accettare la sconfortante realtà, di aver messo al mondo degli infelici.
Ma questa è la dura verità e a tutto il resto, si aggiunge ogni giorno, il profondo dolore per aver perpetuato, quelle condizioni negative, che ritenevo, fossero prerogativa di me stesso.
Oggi sono qui, dopo aver inevitabilmente e prematuramente, dovuto lasciare il mio lavoro, a lottare contro me stesso (il mio sarcofago) costretto ad una continua ed estenuante lotta impari, contro il peggiore dei nemici.
Spaventato da un futuro realisticamente già delineato, in tutta la sua tristezza.
Un’interminabile lotta, contro una mente e un corpo che non sono stati capaci, di fornirmi gli elementi necessari, per condurre una vita serena.
Chi o cosa, sono io?
Un uomo sfortunato, un malato, una cavia di qualcuno o di qualcosa, una o forse tutte queste ipotesi, ma che tali restano.
Di una cosa sono però certo, io questa vita, così come l’ho vissuta sino ad oggi, non l’ho di certo desiderata e, se doveva servire a qualcuno o a qualcosa, non riesco a capire a chi o, a cosa.
Quando ho deciso di scrivere, riassumendo molto sinteticamente, le fasi salienti della mia vita, tralasciando volutamente, molti indicibili dettagli, sapevo che non sarebbe stata una cosa molto facile.
Così come non è mai facile, quando si devono rievocare fatti, e circostanze spiacevoli.
Spesso, il risultato è quello di infierire su dolorose ferite, mai rimarginate, riacutizzando, ciò che è cronico.
E questo, in aggiunta alle innumerevoli volte in cui, le stesse cose, sono state ripetutamente enunciate, come poesie imparate a memoria, innanzi a medici e a tutti coloro che, fino ad oggi, hanno chiesto conto delle ragioni, relative all’evidente contrasto, tra ciò che appaio e ciò che realmente sono.
Intanto, assisto impotente, ai ricorsi storici della mia vita.
Mi riferisco al momento in cui mi vidi costretto a fuggire dalla mia famiglia d’origine.
Come per un perverso gioco del destino o di chissà che, la storia si ripete.
Oggi come allora, sono costretto ad abbandonare un luogo in cui la mia presenza è a dir poco ingombrante, scomoda ed illegittima, in riferimento al rapporto, ormai deteriorato, con mia moglie e in gran parte, anche con i miei figli.
Molte le cause, molti i fattori negativi e concomitanti, molte le incompatibilità, le incomprensioni nella totale assenza di complicità, tutti elementi, insufficientemente considerati all’inizio del nostro rapporto.
Un figlio, voluto con tutte le mie forze; lei avrebbe gradito, non a torto, attendere una maggiore conoscenza tra noi, che avrebbe sicuramente, potuto evitare, tutto il resto.
Paradossalmente però, a tutto ciò segue, da parte sua, a distanza di qualche anno, la assoluta pretesa di avere un secondo figlio, nonostante le tensioni e le morbosità emerse fino a quel momento, che non facevano presagire nulla di buono.
In sintesi, senza che vi fossero le condizioni minime, perchè ciò si potesse realizzare, in un clima di ”normalità”.
Ma, come spesso è accaduto, anche in questo caso, nessuna ragione, “tacere, bisognava andare avanti”!
Mi perdoneranno, senza dubbio, gli eroi del Piave, per aver preso in prestito, alcune significative parole, estrapolate dal noto testo canoro, ad essi dedicato.
Risultato, inasprimento delle ostilità e conseguenze negative, nei riguardi di un’altro innocente, vittima di una “scelta” contrastata e partorita, in una terrificante cornice .
Una unione, generata da due elementi diametralmente opposti, per molti versi.
Voluta, quasi pretesa, da me che sentivo il bisogno di essere considerato un uomo, perchè la perversa logica sociale e familiare (d’origine) non consentiva tale riconoscimento, a prescindere dall’età anagrafica, ad un adulto scapolo.
Voluta, quasi pretesa, per il morboso desiderio di avere un figlio.
Voluta e pretesa, per dimostrare a me stesso e non solo, di essere capace, di possedere quella donna contesa, salvo innamorarmene e odiarla, immediatamente dopo averla sposata.
Senza valutare la differenza sul piano economico e culturale, che la vedeva figlia unica di genitori, apparentemente, ostentatamente, falsamente e tristemente “aristocratici”.
Senza considerare i rapporti, morbosamente affettivi, che la legavano ad una parte della parentela (quella materna), tali da condizionare negativamente, buona parte della nostra storia coniugale, per poi scoprirne opportunismo e plagio, cui ella “felicemente”, ingenuamente e ignara, era sottoposta.
E poi c’ero io, con le palesi, diverse e contrapposte condizioni, incapace di soddisfare adeguatamente, i bisogni economici e non solo quelli.
Incapace di realizzare aspettative di ogni tipo.
Inoltre, ignorando ciò che era avvenuto nel mio passato, in seno alla mia famiglia e che, inevitabilmente e in maniera tracotante, avrebbe finito per tentare, di condizionare allo stesso modo, gli eventi futuri.
Ho detto: tentare, di condizionare.
Non a caso.
Gli eventi di quel periodo e per lunga parte, anche quelli successivi, sono stati caratterizzati da continue lotte, finalizzate a quella che definisco, la difesa della sovranità della famiglia, che avevo appena formato e che ho tentato di tutelare con tutte le mie forze, dalla ingerenza e dalla interferenza, di chiunque cercasse di imporre, la propria e illegittima volontà.
Le continue pretese che tutto, dovesse essere impostato, secondo direttive decretate da altri, suscitava in me, sentimenti di odio e ira.
Badate bene, non si trattava di suggerimenti o consigli.
Eravamo una bella famiglia, secondo me, fino a quando ho scoperto che non c’era la volontà di lottare in due, per cercare di sostenere, un momento economicamente sfavorevole.
Fino a quando ho scoperto che per lei, l’amore per i parenti, gli amici e quello territoriale, erano e restano, più importanti del nucleo familiare stesso e che nulla mi potesse e mi può, essere concesso fare, anche per quanto attenesse e attiene, l’educazione dei miei figli.
Non escludo che io, abbia potuto peccare di morbosa gelosia.
Eppure, mi sembravano le cose giuste da fare: quella di rendere autonomo e libero, questo piccolo nucleo e, quello di infondere, nei miei figli, un’educazione che tenesse conto, dei sentimenti di rispetto dei valori più nobili, secondo un principio di legittima alternanza, tra consensi e negazioni.
Alla fine ho ceduto, i suoi genitori, ormai anziani e bisognosi di assistenza, avrebbero potuto fare a meno del proprio egoismo e seguire me, la propria e unica figlia e i loro nipotini, gli avrei accolti con gioia infinita.
Risposta: se volete essere aiutati, dovete essere voi, a tornare qui da noi.
Queste furono le lapidarie parole espresse al telefono, da parte di mia suocera, in un nostro momento, di particolare disagio economico.
Ho ceduto, ho dovuto cedere, anche perchè, oltre alle difficoltà economiche, cui ella non era affatto abituata e quindi, indisponibile a qualsiasi sacrificio, unite al distacco dai propri affetti, le stavano creando, gravi problemi di salute.
Sapevo cosa sarebbe accaduto, sapevo cosa ne sarebbe stato di me e di quel piccolo nucleo, ma dovevo.
Oggi, a molti anni di distanza, dopo aver conosciuto situazioni che hanno messo a rischio la mia stessa vita, per la difesa dei miei diritti e quelli di tutto il nucleo familiare, dopo essere stato sottoposto a ripetute analisi psico-neuro-psichiatriche, dopo essermi imbottito di psicofarmaci, vivo la mia quotidiana angoscia, continuamente minacciato e intimato di abbandonare immediatamente, questa maledettissima casa.
Purtroppo però, gli affitti molto alti e, spesso l’indisponibilità da parte dei proprietari, ad accettare la presenza del mio cane, rendono l’impresa, al momento impossibile, quantunque estremamente necessaria.
Il mio tormento nasce dalla convinzione che tutto questo, sia il frutto di una incapacità nel valutare e gestire correttamente, le varie fasi della mia vita, perchè sprovvisto di tutti gli elementi necessari allo scopo.
Dopo aver ceduto a tutte le sue pretese, visto morire i miei suoceri, ai quali non ho mai negato la mia collaborazione e assistenza, oggi, e forse a giusta ragione, mia moglie, mi omaggia, con un atto di separazione legale, riconoscendo in me, la principale causa, del suo stato di malessere e quello dei nostri figli.
Costretto così, a cercare rifugio altrove, insieme ad un compagno di sventura.
ho accennato prima, al mio cane, un meticcio che la famiglia ha voluto adottare alcuni anni fa, per strapparlo a morte certa e che da subito, ha stabilito con me un forte e “pericoloso”, legame di affetto, tale da non poter neppure ipotizzare, un prolungato o addirittura, definitivo distacco.
Quando le necessità lo impongono, compio ogni sforzo al fine di ridurre al minimo indispensabile, il tempo di separazione, pretendendo comunque, che con lui resti sempre, almeno un componente della famiglia, fino al mio rientro in casa.
Devo dire che, anche in questo caso, il mio atteggiamento, non riscuote consensi, per loro, è come dover faticosamente assecondare, una volontà irrazionale.
Anche se cerco di far comprendere, che lasciarlo da solo in casa, in quella casa, sono sicuro che lo farebbe soffrire e farebbe soffrire anche me.
Diverso sarebbe, se invece di vivere in un appartamento condominiale, avesse la possibilità di vivere in un contesto diverso, con annesso spazio aperto, non credo sia così difficile, immaginarne le ragioni.
I cani, si sa, non sono “opportunisti”, come ad esempio, lo sono i gatti.
Il rischio per loro, di incorrere nella sindrome da abbandono, con conseguente crisi depressive, è molto alto, ed è direttamente proporzionale all’intensità affettiva che instaurano con chi li sfama, li disseta, li cura e, li coccola con amore.
E poi, ci sono i figli.
Figli che vengono prima di ogni cosa, devastati da un clima familiare infelice ed eredi di patologie che rievocano in me, fantasmi di ogni tempo.
Soluzioni?
Certamente una, la più risolutiva e forse, per alcuni, la più sconcertante, se solo avessi il coraggio di farlo.
Non è per nulla facile, per me, accettare serenamente di vivere in una tesissima condizione, fatta di inevitabili e imbarazzanti incontri, con figure che rievocano il passato, che disturbano il presente e annebbiano il futuro.
In aggiunta ad una dimora, che non facilita certo le cose.
Si pensi ad una sorta di domicilio coatto, che io definisco, per certi versi, sede applicativa dell’art. 41bis (regime di carcere duro per mafiosi) e per altri, caotiche “colombaie cimiteriali”.
anche il cane, sente il bisogno di vivere più liberamente, costretto invece, come me ed i miei figli, a rigide e limitative regole, facilmente intuibili, dato il contesto, che nel tempo, hanno finito per logorare ancora più pericolosamente, i nostri rapporti e quelli già difficili, con i condomini, egoisti, intolleranti e sempre pronti, pretestuosamente, a provocare, istigare e litigare.
Ma tutto ciò non sono mai stati e continuano a non essere, motivi sufficienti, a convincere la madre dei miei figli, a valutare l’opportunità di spostare la famiglia, in luoghi più compatibili con le particolari esigenze degli altri componenti, a completamento di tutta una serie di irremovibili, devastanti e inappellabili decisioni, tali da aver indotto in me, una sorta di misoginia.
Potessi farlo io, non esiterei un attimo.
Il punto è che non ho titolo, a gestire ciò che è sua esclusiva proprietà e le mie, appena sufficienti risorse, non consentono iniziative in tal senso.
E, a proposito delle scarse risorse, non vi nascondo di aver più volte, attentato a quel poco di dignità che mi resta, bussando come un mendicante, alle porte di chi ritengo, sia stato più fortunato di me, almeno dal punto di vista economico, senza ottenere altro che silenzio, nel migliore dei casi.
Credo che non vi sia giudice e inquisitore più duro, insensibile e intollerante di colui che si accanisce su se stesso, sui propri errori, anche quando questi, non sono sempre frutto della propria volontà.
A volte penso a quanto, la vita potrebbe cambiare in meglio, se si potesse ricominciare tutto dal principio, se ci fosse la possibilità di scegliere, se nascere o rinunciare; se, con naturalezza, si potesse in seguito, decidere di continuare oppure no, quando questa diviene fonte di sola sofferenza.
Chi o cosa, sono io?
Forse, il frutto di un forte contrasto tra ciò che sono e ciò che vorrei essere ed essere stato.
Uno, che avrebbe voluto vivere più dignitosamente, senza il costante timore, di non sentirsi e spesso, non essere, all’altezza delle situazioni, che non avesse sofferto e indotto così tanta sofferenza.
Speranze, ambizioni?
Si, purtroppo.
A cominciare dal pensiero che si sia trattato di un brutto sogno e non invece, di un persistente e reale incubo.
Penso a come poter ritrovare dignità, serenità e a come sarebbe bello, svegliarsi un giorno e, accorgersi di avere gli strumenti, per ribaltare questa situazione, per poter modificare il rapporto con questo mio sarcofago, di cui mi sento prigioniero.
Penso a come sarebbe bello, avere la possibilità di riscattarmi, dimostrando, che sono stato capace di realizzare, concretamente un’aspettativa.
Sogno di vivere dignitosamente, senza eccessi, in compagnia dei miei figli e del mio cane, in un luogo che ci consenta di essere, a contatto con la natura, secondo il concetto del minimo indispensabile ma, in un contesto di grande respiro, lontano da figure inquietanti e grottesche, da presenze opprimenti e minacciose.
Sogno di svegliarmi e accorgermi che il frutto di questo fallimento, almeno loro, abbiano ritrovato, come per incanto, quella voglia di vivere, quel sentire il desiderio di relazionarsi e di integrarsi con serenità e determinazione, nell’ambito di una società falsa e spartana, che non accetta debolezze e sensibilità di alcun tipo, perchè caratteristiche di offensive diversità, nei confronti delle quali, l’imperativo è tenere sempre alta la guardia, emarginando tutto ciò che non è massificato.
Tutto questo però, dura pochi attimi, poi, la realtà e la ragione, finiscono per cancellare, ogni ipotesi di fantasiosi obiettivi, e tutto torna come prima e giù, nel baratro del più totale sconforto.
è a questo punto, quando l’orizzonte si colora di nero pece, che emerge in me, la convinzione di quanto siano numerosi, gli elementi comuni, con ciò che definisco, il prodotto più imperfetto, alienante ed aberrante, della natura stessa, mi riferisco all’uomo, nella sua essenza.
Penso a quanto, spesso risulta devastante, essere nella condizione di libero arbitrio, di avere coscienza e consapevolezza, dello stato di perenne sofferenza, nel quale ci si trova e di quanto, invece, non sia auspicabile un intervento immediato di lobotomia, capace di cancellare i ricordi e desensibilizzare, il vivere quotidiano.
Si, lo so, ragionamento irrazionale e vigliacco, il mio.
Ma, mi chiedo, quale è l’alternativa, posto che ve ne sia una?
E poi, perchè accettare o meglio, subire a tutti i costi, lo stillicidio?
Forse per una necessaria espiazione, rispetto a scelte che, guarda caso, hanno già di per se, prodotto tanta sofferenza?
Non so e sicuramente, non lo saprò mai.
Credetemi, non è un volersi piangere addosso, non si tratta di voler, a tutti i costi, scegliere la via più facile.
E, non vi è nessuna intenzione, malgrado ciò che eventualmente può apparire, di cercare la maniera più astuta, per indurre nel lettore, sentimenti di commozione, pietà, dolore ecc., attraverso un premeditato, perfido e astuto gioco, di emozioni.
Ho creduto e continuo a credere molto nei valori più nobili, fino a interiorizzarli e a idealizzarli, forse estremizzandoli.
In quei valori che, almeno in teoria, dovrebbero servire a educare l’uomo, ad una forma mentale e comportamentale, capaci di esaltarne le virtù e definirne la centralità, in un continuo protendere verso sempre maggiori progressi, finalizzati al rispetto di se e di tutto ciò che lo circonda.
Ma, come spesso accade, il rischio in questi casi, è di cadere nella trappola della retorica più arida, ostica e arcaica, con il risultato, di ritrovarsi nel più totale isolamento.
Non si tratta semplicemente, di voler guardare ostinatamente, il classico bicchiere mezzo vuoto, piuttosto che convincersi, che sia mezzo pieno.
Non si tratta di voler vedere, solo e soltanto il buio, ignorando la luce.
La questione è mlto più complessa e sofferta, di quanto possa apparire.
Ora, alla fine di questa storia, scopro con amarezza che nulla è cambiato, rispetto a quando ho cominciato a scrivere e che nessuna risposta certa, all’angosciante domanda, sono in grado di dare.
E, come sarebbe potuto cambiare qualcosa, da dove avrei potuto attingere gli elementi, le condizioni e le energie, per dare una risposta?
Eppure, in quasi tutte le storie raccontate da altri, alla fine, nel bene o nel male, tutto prende un’altra piega.
Spesso, si assiste ad una svolta che nulla, in apparenza ha di riconducibile a ciò che, fino a quel momento, era stato raccontato.
In qualche modo, il fato, l’imponderabile, il destino, chiamatelo come volete e la volontà, producono sinergicamente, il cambiamento, la svolta che comunque, in ogni caso e legittimamente, ci si aspetta.
Nel mio caso, assisto invece e tragicamente, al tempo e allo spazio che sembrano essersi fermati, come intrappolati in una dimensione, che non ha vie di fuga.
E resto qui, sconfortato, all’interno di questo limbo, in compagnia del mio carico di conflitti, di odio, di rancore e di strutturate paure, in attesa che Caronte, si decida a prelevarmi, per porre fine a questo tormento, conducendomi spero, dove possa trovare, se non la risposta, almeno l’agognata pace.
Forse, non tutto è perduto.
Sembrava non avessi scampo, avevo terminato la tragica cronaca della mia vita, in un modo, che pareva, non potesse lasciasse spazio a positive soluzioni.
Tanto, che non ho ritenuto neppure opportuno, continuare ad annotare e commentare, ciò che rischiava di diventare, drammaticamente ripetitivo.
Ma, se sono qui, se sono tornato, a distanza di qualche tempo, ad aggiornare questa cronaca, è perchè qualcosa è avvenuto, qualcosa è cambiato e, meraviglia delle meraviglie, ciò che è avvenuto, ciò che è cambiato, posso finalmente affermare, che si tratta di qualcosa, di sorprendentemente e meravigliosamente positivo.
Quando ormai, avevo perso tutte le speranze, una notte, mentre mi accingevo a controllare la posta elettronica, con la solita rassegnazione di chi non si aspetta nulla di buono, fui colpito da un particolare mittente e dal relativo oggetto della mail, che mi catapultarono, letteralmente, in un forte stato di inquietudine.
Credetemi, non avevo il coraggio di aprire quel messaggio, gli elementi immediatamente disponibili alla lettura, facevano inequivocabilmente, riferimento ad argomenti a me noti e che, fino a quel momento, non avevano avuto riscontro.
Per molto tempo, avevo dato la mia piena disponibilità per la custodia di beni pubblici e privati: fondazioni, aziende, banche, associazioni, tenute agrarie, casali, castelli, ville, borghi, case di campagna, possedimenti, parchi, alberghi, villaggi turistici, teatri, musei, centri e club sportivi, centri commerciali, centri scolastici, università, centri di ricerca, residence ecc. ecc..
Per lo stesso motivo, in riferimento all’istituto per i beni artistici e culturali della chiesa, avevo contattato, in modo epistolare, molti vescovi, responsabili di diverse curie vescovili e arcivescovili, disseminate in diverse regioni, ricevendo in risposta, che mi avrebbero tenuto in seria considerazione, nelle loro preghiere.
Sentitamente commosso, ringrazio, mi verrebbe da dire.
In cambio, chiedevo una sistemazione logistica in loco.
Nessuna risposta, fino a quella notte.
Così, col fare di un esperto giocatore, che lentamente, scopre le proprie carte durante una importante partita d’azzardo, con una posta in gioco molto alta, finalmente apro il messaggio e, con somma sorpresa, scopro che qualcuno ha deciso di considerare la mia disponibilità.
Incredulo, immerso in un mare di sentimenti contrastanti, eccitato, annebbiato e spaventato per una possibile delusione, sono sopraffatto dalla paura di perdere il contatto con la mail e, di non poterla più recuperare.
Mi affretto a fare tutta una serie di operazioni di salvataggio, di copia e incolla, di trascrizioni su supporto cartaceo, per evitare il rischio, di perdere quelle preziosissime informazioni.
Per nulla sereno, leggo quanto in esso contenuto, partendo dal mittente che, tra le altre cose, contiene un nome, non uno come tanti, almeno io non lo considero tale: Palladio.
E la memoria mi riporta ad un grande architetto del passato.
Ma, ciò che mi sconvolge è l’oggetto della mail, che fa esplicitamente riferimento, alla richiesta di persona referenziata, disponibile per la custodia di immobile storico.
Nel corpo del messaggio, si esplicita che si tratta di una grande villa palladiana con annessa pineta e giardini ornamentali.
La proprietà sembra essere privata ma, allo stesso tempo, patrimonio sottoposto alla tutela dei beni culturali, o qualcosa di simile.
eggo e rileggo il contenuto, incredulo e tormentato dal timore, ancora una volta, di non essere all’altezza della situazione.
Mi affretto a preparare una risposta, che possa contenere le giuste parole, devo evitare di essere prolisso ma, devo fornire elementi sufficienti ad esprimere le mie credenziali, risultando così, molto motivato senza mostrarmi, ansioso e patetico.
Non è una cosa facile, soprattutto in questo momento.
Poi, mi accorgo che mi è stato inviato un numero di telefono, un cellulare, questo complica le cose, non so se sia meglio rispondere con una mail oppure contattare il mittente, telefonicamente.
Ad un tratto, sono assalito da mille dubbi, da mille incertezze, che però svaniscono, appena la mente torna ad essere, per un breve istante razionale, facendomi comprendere quanto sia necessario, fuggire da questo inferno.
Decido di rimandare all’indomani, quando, in un orario più consono, mi sarà possibile contattare telefonicamente, l’autore di quel messaggio.
E così, passata una intera e interminabile, notte insonne, carica di agitazione, arriva il momento in cui, armato di telefonino, decido di comporre il numero di telefono, contenuto nel messaggio.
L’ansia mi assale, gli squilli si susseguono cadenzati e contrastano con il mio ritmo cardiaco, che sembra essere impazzito.
Cerco di controllare il mio stato d’animo, mi sforzo di spostare l’attenzione su oggetti, persone e situazioni che, in qualche modo, possano indurmi un minimo di serenità.
L’impresa non è affatto facile e, mentre i secondi trascorrono interminabili, finalmente, dall’altro capo del telefono, una voce sicura, con tono carico di autorevolezza, privo di elementi strutturali che possano indicarne l’origine, esplode con vigore: pronto?!
La mia risposta, nonostante tutto, non si fa attendere e, con grande sorpresa, l’imbarazzante situazione che si era venuta a creare, fino a pochi istanti prima del contatto telefonico, come per incanto, cambia repentinamente, assumendo carattere di tranquillità, di serenità e di totale controllo dello stato emozionale.
Mi presento, fornisco sinteticamente, gli elementi necessari e sufficienti, perchè possa essere riconosciuto come il destinatario della mail.
Seguono, in alternanza, da entrambi, domande più specifiche, volte a carpire elementi di conoscenza, al fine di poter meglio valutare l’interlocutore.
La descrizione, fluida e impeccabile, fitta di particolari, relativi al contesto, per cui si prospetta la possibilità, di prestare la mia opera, mi affascina, mi eccita al punto da faticare molto, a nascondere la grande emozione che genera.
Il contatto è stato stabilito, concordiamo una data precisa, per un incontro sul posto, che avverrà in tempi molto brevi e che decreterà, inequivocabilmente, se esistono le condizioni, per una reciproca accettazione.
La conversazione termina così come cominciata, con estrema formalità e distacco ma, priva di dubbi, perplessità e incertezze, e non per questo, priva del civile, reciproco e dovuto rispetto.
Appena il tempo di riflettere, su ciò che mi stava accadendo e, sono già pronto, per presentarmi all’appuntamento.
Il viaggio in treno risulta breve, rispetto alla lunga distanza percorsa, per raggiungere la destinazione.
L’immaginazione, la tensione e tutte le altre componenti emozionali, non mi permettono di prestare attenzione al contesto del viaggio.
Qualche passeggero, esterna la volontà di parlare, accennando ad argomenti di ogni tipo, nella speranza di stimolare una mia partecipazione ma, la cosa finisce per infastidirmi, sono molto concentrato a fantasticare su ciò che mi attende.
Escogito così, diverse strategie finalizzate a fuggire da quella specie di salotto improvvisato, per facilitare il trascorrere del tempo.
Finalmente, il treno ferma alla stazione di arrivo.
Un attimo di sbandamento, subito recuperato e, volgendo lo sguardo nella direzione, precedentemente concordata, intravedo una figura di uomo che senza indugio, individuo come la persona che avrei dovuto incontrare.
Poche e essenziali formalità di rito e, in pochi minuti, siamo sul posto.
Arrivati in sede, l’accoglienza è piena di attenzioni di premure e cordialità.
Non riesco a rendermi conto fino in fondo di quanto mi sta accadendo, di quanto le persone presenti, mi stanno dicendo, sono immerso in un’atmosfera surreale.
I grandi spazi, una natura che esplode in tutta la sua prosperità, ordinata armoniosamente da una esperta e rispettosa cura, risultato dell’opera di specialisti senza pari, viali immensi, giardini dalle perfette forme geometriche e insieme, colori abbaglianti, grandi labirinti di siepi, giochi d’acqua creati per generare musica e percepire un coinvolgente movimento delle forme.
Profumi che la mente fatica a riconoscere e poi, all’interno di questo enorme quadro, dalla sconfinata cornice, ecco apparire “il colpo di grazia”, ciò che inevitabilmente, mi porterà verso un breve ma, completo disorientamento, rasentando la sindrome di Stendhal.
è una immensa, maestosa costruzione, piena di particolari molto ricercati, enormi scalinate, porticati, finestre, portoni, decorazioni inimmaginabili, forme e colori creati, per risultare assolutamente in sintonia, con l’ambiente circostante.
L’interno, se possibile, è ancora più affascinante e nel contempo inquietante per i grandi volumi delle sale, per gli affreschi, i dipinti, gli arazzi, le controsoffittature, le colonne, le statue e tanto, tanto ancora.
Poi, finalmente un pò di pausa, quanto basta per placare il senso di disorientamento, indotto da tanta abbondanza e, mi ritrovo seduto, attorno ad un enorme tavolo, a conferire con i padroni di “casa”.
Sembrano comprendere il mio disagio, il mio imbarazzo e mi tranquillizzano, convincendomi che è tutto molto naturale.
Mi spiegano, in grandi linee, quelli che eventualmente accettassi, sarebbero i compiti da svolgere in seno alla tenuta.
Nessun problema da parte mia.
Poi, mi accompagnano in quello che sarebbe il luogo a me riservato, per quella che dovrebbe essere, la mia sistemazione logistica.
Non riesco a crederci, sembra un sogno, è una villa nella villa, con tutti i confort che si possono desiderare.
Non ho la serenità per ponderare le condizioni che, fino a quel momento, superano di gran lunga, le aspettative.
Interrompo drasticamente il “giro turistico” e, in maniera poco ortodossa, comunico e confermo all’istante, senza indugio, la mia piena disponibilità ad accettare l’incarico.
Da ciò che emerge dalle loro parole, oltre all’alloggio a cinque stelle, vi sono il vitto, il servizio lavanderia, un piccolo ma elegante e lussuoso fuoristrada, per il quale non dovrò sborsare un centesimo per il mantenimento e, da non crederci, un generoso assegno mensile.
Non è tutto, il mio “lavoro”, prevede giornate completamente libere e numerosi giorni di ferie nel corso dell’anno.
Il tutto, in cambio di una attenta attività di vigilanza, svolta con grande dedizione e senso di responsabilità, in un contesto dettato da rispetto, lealtà, passione e supportato da un altro custode più esperto, con il quale dovrò alternarmi.
Nulla da eccepire, non avrei mai potuto desiderare di meglio.
Eppure, ho come la sensazione, che qualcosa mi stia sfuggendo.
Realizzo e azzardo: sono confuso da quanto mi si prospetta ma, c’è qualcosa di cui non vi ho parlato e che spero, non pregiudichi questo accordo, si tratta del mio cane, dal quale non potrò assolutamente separarmi. potrebbe essere un problema?
Risposta: no, nella maniera più assoluta anzi, amiamo gli animali e siamo certi che le sarà di grande aiuto, nell’espletamento delle sue funzioni.
Credetemi, se sono riuscito a contenere la grande emozione, che mi ha letteralmente travolto in quel momento, lo devo ad un immenso sforzo di autocontrollo.
Sono loro ospite fino al mattino seguente quando, accompagnato in stazione, inizio il viaggio di ritorno.
Il tempo necessario ad organizzare il trasporto dei miei effetti personali, quelli del mio amatissimo e fidato amico, e siamo pronti per raggiungere, la tanto sospirata meta.
Naturalmente, l’aria che si respira è innaturale, contrapposta da parole e gesti artefatti, mascherati dall’impellenza di adempiere nel più breve tempo possibile, ad impegni di responsabilità assunti, nei confronti di persone, con le quali sono stati stabiliti, importanti e precisi, termini di accordi, difficilmente procrastinabili, sicuramente inderogabili.
Si parla e si agisce, in modo da avere la sensazione, che la partenza sia temporanea, il distacco non definitivo ma, le emozioni spingono alle porte della ragione, con grande forza esplosiva, difficile da contenere.
Abbiamo passato troppo tempo insieme, troppo tempo passato in questo inferno e, malgrado le tante sofferenze, l’odio, il rancore che questa unione e questa lunga convivenza hanno generato, non mi spiego come possano ad un tratto, far vacillare, la maturata e ponderata convinzione, di una necessaria e immediata fuga.
Questo dimostra, una volta di più, quanto sia carico di sovrastrutture mentali che, spesso si ergono come ostacoli quasi insormontabili, come veri e propri blocchi, di fronte a scelte tanto importanti, quanto necessarie, che disegnano il duro percorso di questa vita.
L’impegno è quello di risentirci al più presto, di tenerci in contatto per aggiornaci circa le rispettive condizioni, da parte mia assicuro e auspico che possano venire a trovarmi, se e quando lo vorranno.
Ma, esprimo un’altra certezza, priva di dubbi e, esternata in maniera diretta ed inequivocabile: mai più in questo luogo, né da vivo né da morto.
Non so dirvi se il ricordo, legato al risultato, di una esperienza lavorativa pregressa, dovuta ad una missione, condotta in un paese straniero, mi suscitasse serenità o angoscia.
In quell’occasione, terminati i primi due mesi, lontano dalla famiglia, il disagio di tipo affettivo, andò via via ridimensionandosi, fino a sparire completamente, forse perchè troppo concentrato e impegnato in attività altamente operative.
sarebbe stata la stessa cosa, anche questa volta?
Baci, abbracci e “frecciatine”, lanciate reciprocamente e con sarcasmo, per addossare, la responsabilità di quella situazione, irreversibile e imbarazzante.
Un classico, dal quale non potevamo esimerci.
Sono momenti interminabili, ad un tratto è come rivedere, in pochissimi istanti, tutto il percorso della propria vita, fino a quel momento e, in rapida successione, quello che fantasiosamente, il futuro, potrebbe riservare, con le diverse e possibili opzioni.
Sono a tratti confuso, ma aiutato da una serie di motivazioni e, da un programma preciso e dettagliato, che mi sostengono come tutori e mi spingono a procedere.
Finalmente si parte, mi allontano progressivamente, lasciandomi alle spalle, un disastro e un fallimento senza pari, determinato a non tornare indietro e, in compagnia di un carico di incondizionato affetto e di complicità: il mio cane.
Consapevole e per nulla rassicurato, piuttosto spaventato, dal fatto che, i miei figli, sono vittime di patologie che al momento, e chissà per quanto ancora, non consentono di poter vivere una vita, in piena autonomia.
Comunque, sono e saranno liberi di seguirmi, in qualsiasi momento e, per tutto il tempo che vorranno.
Altri momenti, di drammatica introspezione.
Durante il viaggio, riaffiorano ricordi di quando, in preda alla disperazione, ho pensato seriamente, di farla finita per sempre e, alle miriadi di tanto improbabili quanto, seriamente considerate, alternative, come per esempio, le personali e atroci vendette che, considerando il numero delle persone verso cui erano dirette, potevano essere tranquillamente definite, veri e propri olocausti.
Altre volte, ho desiderato di far parte di una qualsiasi associazione della malavita organizzata o, di un qualsiasi gruppo terroristico, anche straniero, prescindendo dalle “ideologie”, dai “valori” e dalle motivazioni da cui erano mossi, ma non dalle metodiche operative.
Quelle che avrei preferito, dovevano caratterizzarsi per la grande spietatezza, poichè per me, sarebbe stato solo un mezzo, uno strumento, capace di offrire garanzie, per portare a termine, il diabolico piano di vendetta.
Uno spietato piano di vendetta, contro tutto e tutti perchè, a pensarci bene, il bisogno, l’estrema necessità, erano quelli di liberarmi dell’intera umanità, individuata ormai, come un enorme cloaca, all’interno della quale, tutti si comportavano come i demoni, nella descrizione dell’inferno dantesco.
Tutti molto simili, ad alcuni grotteschi e, psichicamente minacciosi soggetti, già visti in vari dipinti di Bosch.
Da qui, la necessità di ripulire l’intero pianeta, da un virus mortale chiamato uomo (da leggersi come intera umanità), me compreso.
Ogni volta però, mi ritrovavo al punto di partenza, vuoi per la totale assenza del necessario coraggio, vuoi per la estenuante e improduttiva teorizzazione, volta a cercare i sistemi, per entrare a far parte, di queste organizzazioni.
Estremo e patologico bisogno, di soddisfare un senso di appartenenza, per colmare un vuoto, grande quanto un buco nero?
Un pericolo per la società, starete pensando, no, rispondo io, peggio, molto peggio.
L’alternativa, a questo aberrante disegno, che la mente riusciva ad elaborare, non che aiutasse a mutarne la sostanza, consisteva in tutta una serie di espedienti, volti alla ricerca di una sorta di grande potere economico, dal quale, potesse a sua volta, scaturire uno assoluto, finalizzato al totale controllo dell’intera umanità.
Assoluto bisogno di egemonia, che è passato anche, attraverso la non facile ricerca di far parte del misterioso mondo della massoneria.
Falsamente convinto, chissà poi perchè, di trovare all’interno di questo occulto microcosmo, tutti i presupposti, capaci di soddisfare le mie esigenze di appartenenza e le finalità connesse, perchè uniti dagli stessi, ideali.
Tutto questo, con ogni probabilità, a causa di certe frammentarie notizie di cronaca, recente e passata che, hanno finito per alterarne la realtà, sviluppando eccessivamente la mia fantasia, legata ad un immaginario collettivo, probabilmente assai distorto.
Devo dire, che dopo anni di sforzi compiuti per raggiungere la meta, alla fine una piccola serie di contatti, con le gerarchie interne li ho avuti e, con grande soddisfazione, mi sono da subito reso conto, di aver trovato finalmente, la strada per un intrigante e profondo percorso, verso il raggiungimento della verità, della gratificante risposta, che mi avrebbero reso finalmente più sereno.
Sin dai primi contatti, la sensazione fu quella di essere stato accettato, senza riserve.
Naturalmente, non ho mai esternato la verità circa i motivi della richiesta di essere accettato, all’interno della “loggia massonica”.
Ci sono cose che è meglio tenersi per sè, almeno sino a quando non si ha la certezza, di essere tra persone che condividono pienamente gli stessi pensieri.
Capita spesso di convincersi di ciò, che in realtà non è.
Poi, tutto si risolse in una tragica disfatta, a causa della mia misera indisponibilità, a poter assolvere agli impegni economici, che l’appartenenza avrebbe comportato.
Troppo oneroso.
Ecco quindi apparire, una sorta di allucinazione, come fossi in una enorme sala cinematografica, piena di molti schermi, su ognuno dei quali, veniva proiettato contemporaneamente, ogni tipo rapina, sequestri, traffici di armi, droga, preziosi e reperti storico-archeologici, prostituzione, riciclaggio di denaro, corruzione di ogni tipo e a tutti i livelli, partendo dalle situazioni realmente accadute, a quelle invece, frutto della fantasia, di più o meno noti personaggi, del mondo della letteratura e dello spettacolo.
Producendo all’inizio, un effetto simile a quello che avviene, guardando all’interno di un caleidoscopio ma, traducendosi infine, in una visione più completa e meglio definita, come in quella proiettata da un planetario.
Ciò che non mi è ancora chiaro, è se tutto questo, appartiene al passato, oppure non sia talmente radicato e strutturato, da essere ancora presente in me, da qualche parte, pronto ad esplodere, come una bomba ad orologeria.
E, mentre rifletto su questo dubbio, realizzo che, nonostante gli ultimi e direi, positivi eventi, peraltro ancora in corso d’opera, purtroppo non mi sento solo, e non mi riferisco certo alla presenza del mio cane.
No, credo di esserne abbastanza certo, sono troppo turbato per escludere di essermi sbarazzato dell’altro, di colui con il quale convivo da sempre.
E, la cosa che più mi angoscia in questo momento, è che ho la netta sensazione, che con rabbia e determinazione, ancora una volta lui, stia cercando di contrastare la mia volontà e, di ostacolare il mio percorso, reclamando il suo spazio.
Vedete, vivere la propria vita in funzione di un continuo stato di autoanalisi, mi ha portato sino ad oggi, a non aver potuto effettuare una sola scelta, che potesse essere ben definita e priva di sofferenze.
Quando si vive in questa sorta di limbo indefinito, non appartenente a nessuna delle due sfere, concettualmente indicate come il bene e il male, quando si avverte la sensazione di essere una sorta di pendolo, che oscilla continuamente, tra un estremo e l’altro dei due concetti, diametralmente opposti, si finisce per essere praticamente nulla.
Ecco, questa terza dimensione dell’essere, è quella che crea al mio interno, tutta una serie di blocchi mentali, che inevitabilmente, si traducono in innumerevoli vicoli ciechi, tali da non consentire di poter realizzare nulla di buono e, soprattutto, quando inspiegabilmente e eccezionalmente, ciò accade, non saperne poi cogliere, le eventuali e positive implicazioni.
Riaffiora la cronaca.
A questo punto, credo di sapere, cosa vi state chiedendo.
Sono certo, che il dubbio su dov’è in tutto questo, il limite tra la realtà e la fantasia, via ha oramai assalito completamente.
Ma, la cosa che risulterà, forse ancora più incomprensibile e sorprendente, è che non sono in grado di dare una risposta certa, al fine di svelare, questa sorta di arcano.
Se queste parole sono riuscite a suscitare sconcerto, la ragione non potete cercarla in un ambito di raziocinio artefatto ma, al contrario, all’interno di un contesto realisticamente mitologico.
Tutto chiaro?
No?
Allora lo scopo è stato raggiunto: siamo riusciti a comunicarvi, secondo il principio del reciproco rispetto e, dell’alternanza, tutto o quasi, quello che abbiamo ritenuto necessario, raccontarvi.
Ognuno ha permesso all’altro, di esprimersi secondo la propria coscienza, senza impedimenti e sopraffazioni.
Pace fatta, mi verrebbe da dire.
Ma allora, perchè ciò nonostante, la sensazione che provo, è quella di un’altalenante sequenza di sentimenti e di stati d’animo, molto contrastanti, in un persistente clima, di estenuante lotta interna, combattuta su un terreno, impervio e in un equilibrio molto precario?
Ho l’impressione, che si tratti di un bluff molto ben architettato e, sento un grande bisogno di uscirne fuori, tutto ciò, comincia ad essere insostenibile.
Tutto quello che pensavo, potesse servire a smorzare le tensioni e le morbosità, ora sembra che stia sortendo l’effetto contrario.
Il rischio iniziale ipotizzato, si sta concretizzando e manifestando in tutta la sua drammaticità.
I toni non accennano a moderarsi, al contrario si accentuano, rimarcando con ossessione, stati d’animo esasperati, senza alcun possibile controllo.
La quotidianità non dà segnali di cambiamento, ho come la percezione, che la situazione mi stia sfuggendo di mano, sono sopraffatto dall’ansia e, dall’angoscia di non riuscire a trovare la forza e gli strumenti necessari, per porre fine, in un modo o nell’altro, a questa interminabile sofferenza.
Fatico molto, nell’ aggiornare questo “diario di bordo”, è troppo carico di deliranti allucinazioni, che le nostre due menti producono, in maniera perversa e diabolicamente astuta, alimentandone il conflitto.
Eppure, nessuno sembra accorgersi di nulla, tutti sordi e ciechi di fronte a questo dramma, che si consuma in un assordante silenzio.
Sento l’estremo bisogno, di un’autonomia che non c’è, di una sicurezza che non vacilli e di un equilibrio stabile.
Ma ho anche bisogno di sapere come e quando, tutto questo avrà fine.
Nessuna sfera di cristallo, purtroppo, nessuna privilegiata condizione mistica, relativa al fantomatico dono della conoscenza, nessun dispositivo tecnologicamente avanzato e realizzato allo scopo, nessun contatto con entità o forme di vita aliene, capaci di soddisfare questo mio bisogno.
Eppure, nonostante l’indisponibilità dei necessari mezzi, finalizzati a conoscere questo mio futuro, sono sempre più convinto che la fine, di questa dolorosa avventura, passerà per una lunga e, se possibile, ancora più dura esperienza, molto simile a quella descritta in un tanto realistico, quanto drammatico film del 1952, diretto dal grande Vittorio De Sica, come tributo al padre Umberto, dal titolo: Umberto D.
Se ne avrò la possibilità, vi terrò informati, nel frattempo non abbiate dubbi, il mio è stato e continuerà ad essere, un nuovo medioevo.
Firmato
Abagnale.
Tutto qui, sarei tentato di continuare ma, ho come la sensazione di avervi già annoiato e, sicuramente irritato abbastanza.
Vi ringrazio, per il tempo che avete voluto/potuto, dedicare a questo “capolavoro della letteratura” e, mi congedo da voi, con un cordiale e affettuoso saluto.
