Cantico dei drogati: Introduzione - di Le Petit Prince
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 05/07/2007 alle ore 14:20:30
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Mi sento perso. Lontano. Saranno tutti questi chilometri, questi numeri enormi che confondono. Mi sento impaurito. Sembra che il fumo che sale lento dalla mia tazza di caffè cerchi di consolarmi, sembra che avvolgendosi nelle sue capriole stia tentando di distrarmi dal mio pensiero di me. E di te.
Sei fantastica.
Sei una donna.
Sei una ragazza incredibile. So che questo sarà il tuo trampolino. Questo è il tuo momento. È il momento di diventar la migliore, il momento in cui capirai di posseder tutte quelle qualità che tante volte soffocando nelle lacrime hai creduto di non avere. È il momento di mostrar a tutti di che pasta sei fatta. È il momento di stupirli tutti.
E io sono con te, te l’ho ripetuto mille volte, te l’ho sussurrato tante volte nei momenti di sconforto peggiori, quando avevi paura di non farcela. Di non esser all’altezza.
Sono con te e non smetterò mai di esserlo. Ora devi semplicemente pensare a sbancar il tuo lunario.
So che stenderai tutti..
E io?
Cosa faccio qui io? La mia arte non serve a niente. Non mi serve a nulla continuar a studiare, nell’utopica prospettiva di campar di sogni e di creatività.
Posso scrivere. Posso scrivere scrivere e scrivere della gente. Raccontare del mondo che deraglia.
Non sono forte come te, non lo sono mai stato; e non ho nemmeno la tua caparbietà, o la tua grinta. Io finirei schiacciato da me stesso;
corro in una metropolitana buia.
Io l’ho sempre saputo che sarei finito così, anche se non te l’ho mai detto perché tu avresti pensato a me invece che a te. Sei fatta così; stupidamente buona e altruista.
Ho sempre saputo che il mio destino sarebbe scolato in Questo. Fin da bambino lo sapevo. Sono chino sotto il peso dei tanti fallimenti. Sotto le aspettative dei miei, che hanno sempre avuto la certezza che sarei diventato una gran bella persona, ma non si sono mai presi la briga di chiedersi se era quello che volevo.
Volevano un ingegnere, sono un artista.
Volevano un genio, sono un tossicodipendente.
Volevano che vivessi ricco e ben sistemato.
Sono in uno squallido buco, con in mano una penna, vicino a me il caffè riscaldato di tre giorni fa, per terra le siringhe, legato al braccio il laccio di una scarpa.
Ma ti amo.
Quelli che erano i miei muscoli, muscoli forti, muscoli da nuotatore che decoravano il mio fisico forte, quei muscoli ora sono vili fasci di nervi intorpiditi dell’eroina che si macerano nel loro stesso acido muscolare. I miei occhi che avrebbero dovuto inseguire i misteri della matematica sono due vitrei spiragli da cui le lacrime si affacciano con una nevrotica frequenza.
La mia croce è il mio ego. Tutti quanti hanno cercato di forgiarlo esaltandolo, convincendo prima lui, poi loro stessi che sarei diventato qualcuno.
Quello che mi fa incazzare è che io sono sempre stato qualcuno, sono sempre stato io, ma loro con qualcuno si riferiscono a un’eminenza, un qualcuno rinomato e rispettabile.
La droga è il mio unico frammento di pausa. In cui posso sbavare steso sul pavimento di casa mia, circondato dalle siringhe, dagli accendini, dalle bustine, dalle macchie del mio sangue, dalle mie feci.
Non è bello.
Non pensare che sia un’evasione. Lo era. Ora è una prigione, non capisco quando sono sveglio o no, non riesco nemmeno a controllar me stesso, me la faccio addosso senza accorgermene, vomito e perdo i sensi in continuazione. Ma non posso fare altrimenti.
È per te che continuo. Continuo con l’università, continuo a cercar di diventar qualcuno. Ogni giorno è sempre più assurdo. Non connetto i giorni della settimana con i volti delle persone con i libri. Gli esami. Continuo a dare esami. La cosa sorprendente è che continuo a superarli, vado avanti. I soldi dei miei li spendo in cocaina e eroina. Se i libri di testo non me li spedissero loro userei anche quei soldi lì per la droga. Sei tu che mi sproni. Per te sono ancora vivo. Continuo l’università per te. Non voglio che tu sappia quello che sono diventato. Ti renderesti conto di ciò che sono e ti perderei. Hai sempre cercato in me un amico, un amante e una forza. Ora, senza di te, in questo anno, ho capito che la mia forza eri, e sei sempre stata tu. Senza di te non posso esser più di questo. Niente. L’unica cosa che mi è rimasta è il cuore, e mi basta per creare e per amarti. La mia vita non è nient’altro che questo.
Alzarmi la mattina. Farmi una dose. Leggere qualcosa che poi dovrò spiegare nel mio prossimo esame. Farmi una dose. Poi droga. Droga e ancora droga. Sul pavimento, steso fino a sera, con la bava alla bocca, con gli occhi secchi e la lingua sanguinante. Finchè non mi telefoni.
Allora è vita.
E stiamo al telefono un sacco, spendiamo un patrimonio ma non importa. Mi racconti cosa ti è successo oggi, chi hai incontrato, davvero hai conosciuto queste persone?, mi racconti dei tuoi successi e io ti dico che ti amo, che mi manchi da morire, che mi manca tutto di te, ti dico che sono strafelice per te, che sono fiero e sì, sì anche qui tutto bene, solita routine, università, studio, poi un giro con gli amici, e ti dico ancora che ti amo, che sono fiero di te, che sei la cosa più bella che esista, che i tuoi successi galvanizzano anche me, che sei tutto, che ti amo, che ti amo e ti amo e ti amo e ti amo e ti amo ancora. Poi riagganci e io rimango steso per terra, lucido, penso a che ragazzo fortunato sono. Penso che ti amo.
Poi mi piego su me stesso. Inizio a piangere e a singhiozzare. Urlo e scalcio e vomito. Mi ferisco le braccia e mi graffio il corpo. Mi spacco le mani contro il muro sudicio. Cado in terra e vomito finchè non sono esausto e non riesco a far altro che piangere, singhiozzare piano e tossire. Col viso appoggiato a terra, accartocciato in mezzo ai relitti della mia vita, guardo le siringhe e guardo la nostra foto, e non riesco a non piangere. Tengo tra le mani il video che mi hai mandato da New York in cui hai ripreso la tua vita, i tuoi amici e dove ci sei tu. E grido di rabbia, perché non posso veder quel video perché il lettore, il televisore e tutto il resto l’ho venduto, per comprar la droga. E urlo e urlo e urlo fino a che non prendo la siringa più vicina, mi preparo una dose di qualunque cosa sia sta roba e mi faccio. E cado in terra. Respirando, rantolando e tossendo e piangendo. Piangendo ogni sera uguale, piangendo soffocandomi.
Piango ancora più forte.
Piango perché domani torni.
Impugno questa pistola.
Domani torni e mi odio. È tanti giorni che continui a ripetermi entusiasta che stai per tornare e non vedi l’ora di rivedermi, di rivedere il tuo moroso che ami tanto, di riabbracciarmi e riaccarezzarmi e baciarmi e fare l’amore con me. Io piango perché hai detto che devo assolutamente farti vedere dove sto, i posti in cui vado, portarti nei locali dove giro di solito, e devo farti leggere le ultime cose che ho scritto, e mi odio perché hai detto che stai portando giù un sacco di regali, souvenir e poster bellissimi per la mia stanza che hai comprato via. Mi odio perché quello che vedrai ti inorridirà. Vedrai siringhe dappertutto, resti di cibo sparsi per terra, finestre sbarrate, sangue droga e merda dappertutto. Piango perché è un anno che ti aspetto, e se non ti potrò vedere sarà solo per colpa mia. Rannicchiato in un angolo della stanza, con le braccia sanguinanti, con gli occhi a pezzi, col cuore morto. Piango. Perché mi odio. Mi odio perché è colpa mia di tutto, perché non mi sono mai reso conto di quanto fossi debole, di quanto non fossi niente. Quest’anno ho dovuto fare i conti con la tua assenza, con il vero me stesso, non più quello sorretto da te, ma il me stesso debole e spaventato. E ho perso. E perdendo ho perso anche te. Perché dopo un anno che ti aspetto domani non ti vedrò. Perché stasera perderò la mia ultima partita con la vita e con me stesso. Però sono felice del fatto che tu non finirai così. Tu sei una persona nata per vincere. Nata per esser seguita. Io seguendoti mi sono perso e ora devo fare i conti con me stesso. Mi preparo l’ultima dose, stringo il laccio più forte del dovuto e mi passo la lingua sulle labbra secche, la pistola ora è appoggiata a terra a pochi centimetri da me. Nella mano sinistra tengo la siringa e inietto la roba nel mio braccio. Con la destra stringo forte la nostra foto, stringo da morire. Mi tolgo il laccio e sento sciogliersi i nervi, avverto la roba che mi si spande nel cervello, prima di accasciarmi su un fianco afferro con la mano libero la pistola e me la punto in mezzo alla fronte e nell’altra mano ho la foto e la stringo fortissimo e stringo anche gli occhi fino a lacrimare e urlo più forte che posso. Urlo che ti amo che ti amo che ti amo e stringo tutti i muscoli con ogni briciolo di forza che ho e stringo la pistola e stringo gli occhi e stringo la foto e spingo la pistola contro la fronte e stringo la foto e urlo che ti amo e che sei tutta la mia vita.
E per un attimo ci rivedo in quarta superiore, stesi su una coperta per terra il giorno di santo Stefano abbracciati che ci baciamo e ridiamo insieme, e ci diciamo quanto bello sia tutta questa storia, e con gli occhi ci giuriamo che durerà per sempre e piano in un orecchio ti sussurro quanto ti amo. E tu mi baci la fronte.
La pistola spinge contro la fronte.
Il vetro del portafoto si sfonda.
Urlo e affondo il grilletto.
Mi sembra di sentire il tuo bacio sulla fronte proprio come quella volta.
Ti amo
Bang
