Aiutami fratello - di Gioacchino De Padova
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 23/08/2009 alle ore 15:36:25
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I soliti incubi mi hanno svegliato.
"Aiutami fratello, aiutami fratello".
Non riesco a togliermi dalla mente quelle immagini. Ho la schiena a pezzi e la giornata di lavoro è stata molto pesante. A fatica ero riuscito ad addormentarmi, poi quella voce mi ha svegliato.
Sono in Italia da più di un mese e quelle grida mi risvegliano tutte le notti. Malik e gli altri stanno dormendo, sto attento a non fare rumore, mi vesto ed esco, ho bisogno di prendere un pò d'aria.
"Aiutami fratello". "Non posso fare niente per te fratello" sussurro nella mia mente senza il coraggio di guardarlo negli occhi. In Senegal ho lasciato una moglie e due figli. E' per loro che sono venuto in Italia.
"Appena possibile ti manderò i soldi" le ho detto mentre preparavo due stracci da mettere nello zaino.
"Presto verrete anche voi da me" le ripetevo mentre le accarezzavo i capelli. Mentendo. Sapevo benissimo che sarebbero passati mesi prima di poterli rivedere e per sperare di farli giungere in Italia. I miei figli non ho avuto il coraggio di svegliarli, li ho baciati mentre dormivano e sono scappato via con le lacrime agli occhi.
Dopo alcuni giorni di viaggio sono arrivato sulle coste libiche. Il conto, tremila dollari, lo avevo già pagato in anticipo. Eravamo centinaia: africani, curdi, mediorientali. Avremmo atteso il momento opportuno e saremmo salpati per l'Italia. Certo, il momento opportuno non potevamo deciderlo noi.
Ci avevano parlato del rischio di essere catturati sulle coste italiane, chiusi in un centro di identificazione e incriminati. Ci avevano detto che dovevamo sbarcare in Italia cogliendo di sorpresa i finanzieri italiani, approfittando della pioggia e del vento. L'uomo che ci parlava era uno dei capi, aveva il viso schiacciato e una ferita di coltello che gli attraversava tutta la parte sinistra del viso. Non era molto scuro di pelle, doveva essere del nord africa. Gli era bastato spiegarci le cose una volta sola.
Con loro non si poteva certo discutere. Mentre attendevamo che il mare ci desse il suo segnale, avevo conosciuto un nigeriano, di qualche anno più giovane di me. In Italia avrebbe raggiunto il fratello che era partito un anno prima. "Aiutami fratello": queste sue parole non le potrò mai dimenticare.
Il mare ci diede presto il suo segnale e il giorno seguente partimmo, approfittando di una giornata ventosa, senza pioggia, ma col mare increspato.
La barca poteva ospitare non più di sessanta uomini, ma partimmo in più di cento, addossati come formiche: non potevamo discutere con loro e avevamo voglia di arrivare in Italia.
All'inizio tutto andò bene, poi il vento iniziò a gonfiare le onde. Non aveva ancora piovuto e questo ci aveva consentito di spingerci velocemente verso le coste italiane. Eravamo ormai vicini, mancavano poche decine di miglia quando si scaricò su di noi una pioggia tropicale. Il vento ci spingeva verso Nord, ma la barca non riusciva più a tenere la rotta. Le onde erano sempre più alte e chi era seduto all'esterno era già stato inghiottito dal mare. Io stavo in mezzo alla barca e avevo accanto a me il nigeriano. Sguardi di paura e di condivisione. Sono quegli occhi a svegliarmi tutte le notti e quelle parole: "Aiutami fratello". Eravamo rimasti qualche decina sulla barca, mentre tutti quelli che erano finiti in mare furono tra i primi a morire. Poco dopo la barca si rovesciò. Tra noi c'era chi il mare non lo aveva mai visto. Questi morirono poco dopo il naufragio. Gli altri iniziarono a lottare con le onde.
Non vedevo nessuno vicino a me ed ero intento solo a respirare in quegli istanti in cui le onde non mi sopraffacevano. Poi quelle parole: "Aiutami fratello". E un braccio che a fatica si sollevava dall'acqua. Era il nigeriano. Un tipo esile, alto ma gracile. Credevo non sapesse nemmeno nuotare e invece ora lo avevo lì, a dieci metri da me. Per un attimo lo vidi riemergere dall'acqua. "Non posso fare niente per te, fratello" pensavo senza il coraggio di guardare il suo volto. Poi un'onda più alta delle altre e poi un'altra e un'altra ancora. Ero riuscito a respirare profondamente un istante prima e restai in apnea per almeno un minuto. Subito dopo ritornai in superficie e mi guardai intorno. Non riuscivo più a vedere il nigeriano. Sentivo delle grida in lontananza, ma le sue parole erano svanite con le onde. La tempesta durò meno di un'ora e quando finì potevo scorgere in lontananza le coste italiane. Ripresi fiato per alcuni minuti, per poi ricominciare a nuotare.
Mentre nuotavo vidi il cadavere del nigeriano galleggiare.
Mi fermai un istante a guardarlo, aveva ancora gli occhi aperti. "Non posso fare niente per te fratello" ripetevo tra le lacrime. Pregai per la sua anima e ripresi a nuotare.
Non so in quanti arrivammo vivi alle coste siciliane. Quando toccai riva non aveva ancora albeggiato; rimasi disteso un paio d'ore a dormire e riprendere le forze, poi lentamente mi incamminai all'interno. Mi unii a una decina di altri clandestini e insieme arrivammo al più vicino centro abitato. Eravamo stati fortunati, non c'erano stati pattugliamenti in quella zona, quella notte. Rimediai qualcosa da mangiare e mi infilai sul primo treno diretto a nord. Trascorsi diversi giorni tra viaggi sui treni e pasti alle mense dei poveri, dove nessuno si pose domande sulla mia clandestinità, prima di porgermi un piatto di cibo caldo. Dopo parecchi giorni riuscii ad arrivare in questa cittadina del nord e a rintracciare Malik.
Da allora sono passati quaranta giorni, ma quelle parole e quello sguardo mi svegliano tutte le notti.
"Aiutami fratello". "Non posso fare niente per te fratello". Anche lui aveva pagato tremila dollari.
Tremila dollari per morire.
E' stata una notte infernale, ma alla fine sono riuscito a dormire per qualche ora. Ora prendo la bicicletta e vado al lavoro. Sono solo un paio di chilometri, al mattino non li sento nemmeno, ma alla sera sembrano interminabili. Dopo dieci ore di lavoro non ho più la forza di pedalare.
Le braccia sono forti e non mi fanno male, ma la mia schiena è a pezzi. Ho sempre avuto le braccia robuste; un italiano che lavora in una palestra mi ha anche invitato a boxare da lui. Ma alla sera sono troppo stanco e non ho tempo per queste cose; devo pensare solo a mandare i soldi a casa. In Italia ci sono arrivato per Malik; quando ero in Senegal mi arrivavano le sue lettere. "Se ce l'ha fatta lui, posso farcela anch'io" ho pensato; lui è qui da qualche anno e adesso il principale lo ha messo in regola; tra un pò succederà anche a me la stessa cosa e potrò far salire Zaira e i miei figli. A Malik devo tanto, quando sono arrivato mi ha ospitato in questa casa dove vive con altri due camerunensi. "E' solo una soluzione temporanea; se lo viene a sapere il proprietario ci aumenta subito l'affitto" mi aveva detto fin dal primo giorno. Così, appena troverò un'altra sistemazione lascerò loro tre a dividersi questa stanza. Qualche giorno fa sono andato a vedere un garage che danno per trecento euro, c'è l'acqua e si può rimediare un bagno; penso che accetterò. "Gli italiani sono brava gente" mi diceva Malik nelle sue prime lettere "non pensare che ti accolgano a braccia aperte, ma se lavori e non dai fastidio ti lasciano in pace. Almeno la maggior parte di loro. Quest’estate con qualcuno ho fatto amicizia. C'erano i campionati del mondo e la Nigeria andava forte. Ad ogni partita erano complimenti e pacche sulle spalle. Ma io sono senegalese, non nigeriano, dicevo le prime volte. E che importa? Comunque sei di quelle parti anche tu, mi sentivo rispondere. Così, da quel momento, ho deciso di non dire più nulla e accettare i complimenti e le pacche sulle spalle come fossi nigeriano anche io". Malik mi raccontava tutto nelle sue lettere.
"Dopo l'undici settembre non è più come prima" mi scriveva Malik tempo dopo.
“Ora ci guardano con diffidenza e con sospetto. In ogni straniero vedono un pericolo. Anche se ripudi la violenza e pensi solo a lavorare, per loro sei una minaccia". Questa è stata l’ultima lettera di Malik. Quando sono arrivato, ho capito cosa voleva spiegarmi. Ma io la posso capire questa gente. Loro vivono nel loro mondo e vedono arrivare noi che mettiamo in dubbio le loro certezze. Sanno che molti di noi arrivano in Italia e vivono di crimini, soprusi, violenza e incominciano ad avere paura e forse anche ad odiarci.
Ho cercato di spiegare che io non c'entro nulla, che molti di noi stanno solo scappando da qualcosa che li opprime e sono qui solo per lavorare e per una vita migliore. Ma è difficile spiegarlo. E' difficile capirlo. Allora penso soltanto a lavorare e a mandare i soldi a casa. "Aiutami fratello".
Solo chi era su quella barca quella notte può capire cosa vuole dire scappare.
"Aiutami fratello". Per quanto tempo sentirò ancora questa voce? Devi avere pazienza Malik, tra qualche giorno prenderò in affitto quel garage e smetterò di svegliare anche te, di notte, coi miei incubi. Ma ora devo uscire, ho bisogno di aria. Oggi il principale mi ha dato una speranza: "Essien, tu lavori sodo, ma io devo aspettare ancora. Devo essere sicuro che tu non sia uno di quei fannulloni che appena messi in regola iniziano a mettersi in malattia e ti lasciano col culo per terra. Comportati bene e io prima o poi ti farò avere il permesso di soggiorno". E' notte fonda, questa strada è isolata; il buio e le sue parole mi riportano con la mente a casa mia, alla mia famiglia. Dio quanto mi mancano! Alla sera la più piccola si mette sulle mie ginocchia e si fa dondolare; se sono triste in volto aspetta prima che mi sia tornato il sorriso. Soltanto allora si fa mettere a letto. "No, non si preoccupi; io continuerò a lavorare sodo. Le mie braccia sono robuste, il mio fisico è forte; io non mi ammalo mai". E ho bisogno che Zaira e i miei figli vengano qui da me.
A quell'ora di notte la strada era deserta. Sporadiche curve interrompevano lunghi rettilinei. Un uomo camminava sul ciglio, col viso stanco e il passo lento di chi è con la mente altrove. Un altro uomo sfrecciava con la sua automobile ad alta velocità. Accompagnato dalla cieca, presuntuosa convinzione di essere l'unico, indiscutibile padrone della propria vita. Dalla curva il bagliore dei fari. Poi lo stridore di una frenata improvvisa e disperata. L'automobile ruota intorno a se stessa come una freccia impazzita ed esce di strada finendo la propria corsa dentro a un fosso. A poche centinaia di metri il passante alza il proprio sguardo da terra appena in tempo per vedere la luce di quei fari infrangersi dentro al fosso. Col disappunto di chi sa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, l'uomo accelera i propri passi in quella direzione. Quando giunge sul luogo dell'incidente vede l'automobile dentro un fossato profondo diversi metri. Si lascia cadere con un balzo leggero e scruta l'interno dell'abitacolo. C'è un uomo solo, riverso in avanti col sedile, la testa è appoggiata al volante e un rivolo di sangue scende dalla fronte.
"Sei vivo? Rispondimi". Nessuna risposta, nessun gesto. Eppure respira ancora.
Fratello bianco, tu devi essere un uomo molto stupido. Perchè comperi un'automobile tanto veloce se non hai alcun bisogno di scappare?
"Aiutami fratello". Non conosco la tua voce, ma nella mia mente ancora mi tormentano queste parole. Sono le tre di notte, a quest'ora da qua non passa nessuno e questo fossato è troppo profondo perchè qualcuno possa vederti dalla strada. Ci siamo solo io e te.
"Aiutami fratello". "Non posso fare niente per te fratello".
I miei sono i documenti di un clandestino. Su questa terra io non ci dovrei nemmeno stare. Quando torno dal lavoro mi chiudo in casa per paura di essere scoperto, esco solo di notte perchè quelle parole mi scoppiano nella testa.
“Aiutami fratello". "Non posso fare niente per te fratello".
Se chiamo soccorsi mi troverò nella stanza di un commissariato. Non lo posso fare, ho una moglie e due figli che devono raggiungermi al più presto. Tu non rispondi, ma sei ancora vivo. Hai gli occhi chiusi, ma io riesco a vederli i tuoi occhi. Sono come quelli del nigeriano. Lui aveva gli occhi aperti.
Erano gli occhi della morte. "Aiutami fratello, aiutami fratello".
"Maresciallo, è appena arrivata una telefonata del 118. Ci informano che c'è stato un incidente a pochi chilometri dalla nostra caserma; un'automobile è uscita fuori strada in curva e il conducente sembra in gravi condizioni. Loro hanno già mandato un'ambulanza". Il maresciallo si alza dal letto con la rassegnazione di chi troppe volte è stato svegliato nel cuore della notte. "Va bene Zanin, preparati, verrai tu insieme a me. Tra cinque minuti ci vediamo alla macchina".
"Chi è stato a segnalare l'incidente?" chiede al suo sottoposto, mentre sta per sedersi sul sedile anteriore, accanto a quello di guida. "E' stato un uomo che ha assistito all'incidente. Si è calato nel fossato dove era finita la macchina uscendo fuori strada. Ha visto il conducente privo di sensi, ha raccolto il telefonino che era caduto sul tappetino e ha chiamato soccorsi. Aveva un accento straniero". La caserma dista soltanto un paio di chilometri e in pochi minuti l'automobile blu dei carabinieri si trova nei pressi del luogo dell'incidente. Un uomo di colore sta camminando a passo svelto lungo il ciglio della strada; si sta allontanando dal bagliore azzurro del lampeggiante dell'ambulanza, ma inconsapevolmente sta andando incontro all'automobile su cui siedono i due carabinieri. "E questo che ci fa qua!" esclama il maresciallo che nota immediatamente la sua presenza. Impartisce disposizione a Zanin di accostare un momento per farlo scendere e poi di proseguire da solo verso il luogo dell'incidente. Scende dall'automobile. L'uomo è di spalle, non ha smesso di camminare e si trova a dieci metri da lui.
"Ehi tu, fermati, vieni qua". L'uomo arresta il suo cammino, abbassa la testa e rimane per un istante immobile con lo sguardo verso terra. Come chi sa di non avere scampo. Come chi sa di essere di fronte a una scelta: voltarsi e andare incontro alla fine del suo sogno oppure improvvisare una corsa sfrenata e disperata...
Il carabiniere Zanin arriva sul posto dell'incidente mentre il ferito ancora incosciente viene trasportato con la barella all'interno dell'ambulanza. Due uomini con fare concitato prendono posto accanto a lui. "Tu prendigli una vena" dice quello più anziano all'altro "io cerco di intubarlo".
"Ha un brutto trauma cranico e almeno una frattura alla gamba destra" risponde al carabiniere che chiede notizie sulle condizioni del ferito. Dopo alcuni minuti il medico e l'infermiere hanno terminato le procedure di soccorso più urgenti e l'ambulanza riparte velocemente, diretta al più vicino ospedale.
Qui sta per finire il mio sogno: nella stanza di questa caserma.
Al maresciallo non è stato necessario chiedermi i documenti per capire che sono un clandestino. Era in piedi, davanti a me, mi ha guardato fisso per un momento e mi ha detto che io qua non ci posso restare. "Sei stato tu a chiamare l'ambulanza?" Io gli ho risposto di sì con un cenno della testa e lui mi ha offerto un caffè. Sembra un brav'uomo il maresciallo. Mi ha chiesto da dove vengo e mi ha fatto parlare un pò. Mentre gli racconto di Zaira e dei miei figli mi guarda e sorride. Anche lui ha una moglie e due figli, ma non sono ancora qui con lui. Anche lui è arrivato qui da poco. Anche lui proviene dal Sud. Ma il suo Sud non è lo stesso da cui provengo io.
"Hai un lavoro?" Io non so cosa rispondere, poi gli dico di sì, ma che non sono in regola.
"Allora per te è come non averlo".
Io gli rispondo che conosco diversi italiani che lavorano, ma non sono in regola, come me.
"Lo so, ma per gli italiani è un'altra cosa". Gli dico che io non rubo, non ammazzo, lavoro sodo e non dò fastidio a nessuno.
"La legge italiana consente l'arrivo di stranieri solo se hanno un lavoro o se hanno un garante che gliel'abbia offerto". Mi viene da sorridere; vorrei dirgli che le cose sono andate proprio così: ero in Senegal e ogni giorno mi arrivavano lettere di imprenditori italiani che mi offrivano un lavoro. Ma poi preferisco tacere: è un brav'uomo, ma non voglio rischiare che si senta preso in giro.
"Chi ti fa lavorare?"
No, maresciallo, questo non posso dirtelo: lì ci lavora anche Malik, non posso metterlo nei guai.
Lui mi dice che gli dispiace ma deve trattenermi: sarà il giudice a decidere, ma forse verrò arrestato. E' scuro in volto.
Maresciallo, per favore, io ho bisogno di lavorare, ho bisogno di mandare i soldi alla mia famiglia. Ho bisogno di sognare e di far sognare anche loro. Per questo ero su quella barca, quella notte. Ho visto galleggiare il cadavere del nigeriano accanto a me. Ho visto gli occhi aperti della morte. E' ancora scuro in volto. "Aiutami fratello, aiutami fratello".
L'uomo dell'incidente è fuori pericolo e tra qualche giorno uscirà dall'ospedale. Sono contento per lui! Forse non passerà troppo tempo prima che io possa ricominciare a parlare col mio figlio più grande e a tenere sulle ginocchia la più piccolina.
Non so come, ma il maresciallo ha scoperto dove lavoro. "Se lo regolarizza subito esiste qualche possibilità per lui. Lavora da lei ed è ancora possibile che possa restare in Italia" ha detto al mio principale quando è andato a parlargli. Il principale non capiva, così il maresciallo ha dovuto insistere: "Di gente come lei ne conosco tanta. So bene che Essien stava lavorando in nero per la sua azienda…" Poi gli ha raccontato che avevo salvato la vita a un uomo. Soltanto allora il principale si è convinto.
Quando il maresciallo è tornato in caserma era contento e sorrideva. Ha tirato fuori dalla giacca della divisa una maglietta verde e me l'ha regalata.
Io l’ho ringraziato. Il maresciallo è un brav’uomo e io gli devo tanto.
Ma quella era la maglia della Nigeria.
