La fine di un cretino - di The pido
Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Demenziale > La fine di un cretino
© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 24/09/2006 alle ore 21:17:06
L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.
Cretino, un giovane postino, molto amato in città, mentre non era in servizio soleva passeggiare a lungo per il parco pubblico, quello vicino al bar, dove sovente andava a ristorarsi dopo le sue tranquille camminate. Amava fermarsi a guardare i numerosi bambini che si divertivano e ridevano, e che gli facevano ricordare i felici anni della sua infanzia.
Stava giusto per sedersi su una panchina al margine del parco giochi, quando sentì squillare il cellulare e con riluttanza, immaginando che fosse la madre che ancora una volta aveva smarrito l’adorata gatta, si apprestò a rispondere, abbandonando, ahimé non senza pena, la panchina dove aveva trovato un inatteso posto (era infatti assai raro trovarne di liberi in quelle ore del giorno).
Come previsto era proprio la madre, un’imperturbabile e flemmatica donna, un tempo maestra di pianoforte, che aveva cercato di trasmettergli la sua passione, purtroppo senza successo. Ma, contrariamente a ciò che si sarebbe aspettato, non aveva il tono pacato e composto che ostinatamente manteneva in ogni situazione, bensì la sua voce era colta da una cadenza angosciata e preoccupata. Infatti, con tono grave e inquietante, la donna gli disse che aveva urgentemente bisogno di incontrarlo, che era accaduto qualcosa di orribile, di trovarsi al più presto presso il suo appartamento.
Riagganciò, e, percorso da pensieri sempre più sconvolti e turbati, corse velocemente verso il palazzo della madre, ringraziando che fosse solo a poche centinaia di metri, e pensando all’ulteriore fatica che le sue povere stanche gambe avrebbero dovuto sopportare dopo una snervante giornata di lavoro.
Arrivato al palazzo, vecchia costruzione dall’aspetto ottocentesco, salì affannosamente le scale, diretto alla stanza ormai ben nota della madre. Bussò parecchie volte, senza ottenere risposta, cercò perciò di aprire la porta ma evidentemente era chiusa a chiave e abbandonò immediatamente l’idea suicida di abbatterla...con quel fiatone avrebbe certamente rischiato uno svenimento.
Decise quindi di chiedere al portinaio notizie della madre e questi gli disse che era andata a cercarlo al parco. Senza più forze Cretino, dopo aver congedato il portinaio, uscì dal palazzo e notò la madre a pochi metri di distanza, ringraziando il cielo di non dover più correre. Era stravolta e...possibile? PENTITA??? Gli si avvicinò lentamente.
Gli disse, senza pause, che aveva ucciso un uomo...
Il truffatore che molto tempo prima aveva indotto il nonno al suicidio, si era fatto vivo al suo appartamento e lei, colta da un raptus di follia, lo aveva violentemente colpito alla nuca con il posacenere d’argento satinato che apparteneva al marito.
A queste parole Cretino si sentì tremare le gambe, come se non riuscissero a resistere al peso del terribile racconto, e dovette sedersi sul gradino dell’entrata per non cadere.
La morte del nonno...quante volte gli era stata raccontata dal padre, dalla nonna, dalla madre. Il nonno, che non aveva mai conosciuto, perché un vile truffatore, dopo averlo derubato di tutto, gli aveva portato via anche la dignità, inducendolo ad ammazzarsi. Quanto tempo era passato? Era il 1950? 1960?
Erano questi i suoi pensieri, mentre lui e la madre si dirigevano muti verso l’alloggio al piano superiore. Lei aprì la porta con un’opaca chiave dorata, e fu in quel momento che Cretino vide il corpo dell’uomo, con gli occhi vacui che osservavano il vuoto e un’espressione agghiacciante sul volto, che lo costrinse a distogliere immediatamente lo sguardo.
Forse fu per la raccapricciante scena, per la situazione inverosimile, o per la mancanza di fiato e forze, ma più probabilmente fu per la pesante lampada che la madre gli scagliò contro, che Cretino sentì la vista annebbiarsi, le gambe cedergli, un gelo intenso percorrergli il corpo, seguito da un intenso torpore e così, semplicemente, cadde a terra, perdendosi in una nebbia di sangue, occhi tremendi, gatte orribili e vecchie pazze.
Per un po’ non accadde nulla.
Poi, lentamente, cominciò a sentire un suono come quello dell’acqua che scorre, provava un gran dolore alla testa e a tratti la vista gli si annebbiava. Provò a muovere le dita dei piedi, ma si accorse che non ci riusciva, non le sentiva più, eppure gli faceva male dappertutto; poteva almeno muovere le braccia.
Cercò di guardarsi intorno, ma quel posto era buio e scuro, faceva freddo, era umido e c’era una puzza tremenda. Provò ad appoggiarsi su un fianco ma collo e spalle gli dolevano terribilmente, e gemeva ad ogni movimento.
Passò qualche istante, poi capì con orrore di trovarsi in una fognatura sporca e maleodorante, e ancora più disgustato avvertì qualche presenza. Non solo i ratti, grandi come felini, ma prima di tutto il cadavere che aveva accanto. Lo riconobbe subito, era l’uomo che sua madre aveva ucciso. Capì immediatamente che quello non era il famigerato truffatore responsabile del suicidio del nonno; nonostante non l’avesse mai visto. Quell’uomo, o meglio, quel ragazzo, era troppo giovane, avrà avuto a malapena la sua età...quanto? Vent’anni? Vent’uno?
In quel momento riuscì a ragionare e lì capì...
Capì che la madre era una pazza, ossessionata da un unico demente pensiero, il nonno. In tutti questi anni lei aveva continuato a soffrire fino alla pazzia e lui non se n’era accorto...
Provò ad alzarsi, ma ricadde pesantemente sulla schiena. Si tastò il collo e la nuca e si accorse che ne usciva denso sangue rosso vivo. Pensò che era la fine, sarebbe morto lì, in quella fetida fogna, come un ratto, come un verme.
Lasciò scivolare la mano a terra, esausto come non lo era mai stato e pensò a tutto quello che doveva ancora vivere. Avrebbe potuto farsi una famiglia, avere dei figli, viaggiare e milioni di altre cose. E si rese conto che niente di tutto quello sarebbe mai potuto accadere, a causa di quella madre folle che l’aveva ucciso.
La vista gli si annebbiò, gli occhi si chiusero e non riuscì più a riaprirli.
Per un istante si vergognò di morire in una fogna, sperando di non essere mai ritrovato. Poi sentì una lacrima scendergli sulla guancia, e ricordò un caldo bacio affettuoso di sua madre quand’era bambino.
Poi nulla.
E morì così, ucciso con la lampada che egli stesso aveva regalato a sua madre per il suo ultimo compleanno.
